giovedì 19 marzo 2020

Ne sarà valsa la pena



Sono giorni di silenzi e di spazi interiori.
Sono giorni di altalene emozionali e profondità siderali. 
Sono giorni che invitano a sostare in un luogo-non luogo, quello delle nostre case, che all’improvviso – complici smart conferences e videochiamate – sono diventate vulnerabili e aperte allo sguardo di chiunque, di coloro che prima stavano fuori, perché non ammessi nella categoria degli intimi. 
Il paradosso è proprio questo, che questa proibita distanza prossimale dei corpi abbia aperto brecce nei confini prestabiliti dai ruoli, conoscenze e convenzioni.

Nel mio lavoro poi, questo nuovo modo di vedersi sullo schermo, permette di entrare “alla lettera” nell’intimità concreta degli spazi altrui: siamo abituati a svelare il mondo interno della psiche, ma non conosciamo quello esterno delle stanze abitate, e così si sperimenta, paziente e terapeuta, un nuovo pudore condiviso. 
Non ci si incontra più in una “nostra” terra di mezzo , punto di contatto che permette il dialogo, ma lo si fa sul e attraverso il video, che però riflette anche la stanza dove sediamo per dialogare, a volte l’unica, che la casa affollata dalla quarantena familiare concede.
Alterando le nostre abitudini e privandoci della libertà, ci siamo messi in qualche modo a “collaborare con l’inevitabile” (come amava ripetere Roberto Assagioli), adattando la nostra vita a questa nuova emergenza che ci vede tutti fragili e impotenti.

Questa mattina parlavo con una cara amica e collega che svolge il mio stesso lavoro ma in ospedale, in una zona fortemente colpita dalla pandemia. 
Il dialogo con lei ha fatto germogliare dentro di me delle riflessioni che mi hanno portata di nuovo a scrivere.
Ho guardato sul blog, sono due anni che non scrivo. 
E non perché non avessi niente da dire, ma perché non avevo il tempo di fermarmi abbastanza da creare quello spazio di riposo che fa lievitare riflessioni, emozioni e pensieri. 
Questa sosta forzata me lo ha regalato di nuovo. 
Non voglio necessariamente adesso fare l’elogio del tempo ritrovato, circolano già troppi articoli sugli insegnamenti e i “benefici” che possiamo trarre da questa esperienza.

Userò queste righe per diffondere invece pensieri scomodi, perché spesso impariamo più da ciò che ci disturba e vogliamo evitare, piuttosto che da ciò che ci aiuta a sopportare. 

Sto volontariamente selezionando le informazioni che voglio ricevere sulla situazione attuale (e invito anche voi a farlo) perché il bombardamento mediatico di notizie e immagini hanno un’azione che amplifica le paure, innescando un circuito di ansia che poi è difficile da smaltire. 
Stamattina però mi ha colpita moltissimo la foto che ritraeva i mezzi militari che a Bergamo erano pronti a trasportare i feretri delle persone decedute per Covid-19 verso altre città, per essere cremati o tumulati. 

Ho pensato a ciascuna di quelle persone, venute a mancare in una situazione surreale e in completa solitudine, dopo quel viaggio in ambulanza dal quale non hanno più avuto alcun contatto con i propri cari.
Non è una degenza come le altre questa, se vi pesa stare in casa isolati da sani, pensate a cosa deve essere farlo in ospedale da malati, senza certezze, senza visite, senza conforto e senza carezze e abbracci. 

Ho pensato anche al personale sanitario che ha assistito tutte quelle persone.
In questi giorni si parla molto dell’importanza fondamentale di medici, infermieri, oss… ma se ne parla sempre nell’accezione orientata alla vita: stanno dando fondo a tutte le loro energie, si stanno massacrando con turni inverosimili, vivendo continuamente nell’emergenza, ma ci piace pensarli devoti al curare, guarire e infine salvare.
Quelle stesse persone però, sono coloro che inevitabilmente hanno vissuto e vivono continuamente immersi nella sofferenza, nella malattia e nella morte. 
Sono loro gli occhi che hanno raccolto sguardi increduli, terrorizzati e imploranti speranza.
Loro le parole, le ultime, prima del coma.
Loro le mani che li hanno toccati e lavati. 
Loro che hanno accudito quei corpi intubati fino all’ultimo respiro.
Loro che hanno dovuto informare le famiglie che “no, non ce l’ha fatta”. 

E da qui il mio pensiero è andato veloce a chi è sopravvissuto, al familiare asintomatico, a chi si è ammalato “un po’ più di un’influenza”, a chi sa o suppone di aver portato il “nemico” in casa, a chi era vicino, vicinissimo, ma negativo al tampone. 
Che cosa vivono adesso?
Proibiti gli ultimi saluti, i funerali, le sepolture. 
I superstiti si trovano come Antigone a vivere lo strazio di subire una legge dell’uomo che non concede pietà, senza nemmeno la possibilità di trasgredire, dimostrando un ultimo e disperato gesto d’amore. 
Anche la morte resta sospesa. 
C’è stata, ma non la si è vista. Non può essere vero.
Qualche giorno prima il nonno era qui con noi a tenere i bambini, ridere, bestemmiare, tossire… e adesso uno sconosciuto ci dice che non c’è più. 

Chi ha perso qualcuno sa quanto sia importante potersi dire “io c’ero”, l’ho accompagnato, gli ho tenuto la mano fino alla fine, ho avuto il tempo di vederlo anche dopo, di vegliarlo, preparare e prepararsi all’estremo saluto. 
Il rito non ripara la perdita ma permette di attraversarla. 
I camion mimetici invece sono dei Caronte impersonali, trasportano corpi dove c’è più spazio, per non doverli ammassare e intralciare i brandelli di vita di chi ancora lotta per farcela.

Ecco, non vi ripeterò di stare a casa.
Vi chiedo però, ogniqualvolta sarete tentati dal varcare la soglia, senza portare con voi la responsabilità necessaria alla salvaguardia della vita, di ricordarvi queste righe. 
Di immedesimarvi in ognuna di queste persone.
Se servirà a impedire anche un solo decesso, ne sarà valsa la pena. 


domenica 30 settembre 2018

Che cos è e come funziona il SoulCollage®?




Sono molti mesi che non scrivo qui sul blog. 
Il tempo dedicato ai pazienti in studio nell’ultimo anno ha assorbito molte delle mie energie a scapito di quello dedicato alla scrittura. 
L’input per ritornare su queste pagine virtuali me lo ha dato però la scoperta di un nuovo metodo col quale mi sono formata recentemente, ovvero il SoulCollage® (qui il sito ufficiale). 
Ho scoperto la sua esistenza già un paio di anni fa, ma sono riuscita a partecipare al primo corso di formazione solo la primavera scorsa, dopo aver letteralmente mangiato con gli occhi il libro di Seena B. Frost “SoulCollage® evolving” (attualmente ancora solo in lingua inglese). 
        
Seena è stata la psicoterapeuta americana che ha creato e divulgato questo meraviglioso metodo di conoscenza delle nostre profondità grazie all’uso delle immagini, ispirandosi alla psicologia junghiana (per la centralità dei simboli come condensati di temi dell’inconscio) e quella transpersonale (per l’accento spirituale e di crescita umana).
Si tratta di un metodo di scoperta e conoscenza di sé molto profondo e intuitivo, che permette l’accesso alla saggezza interiore che già possediamo ma con la quale è sempre molto complicato entrare in contatto nella vita di tutti i giorni, quando siamo fortemente condizionati da problemi, limiti e parti regressive o invalidanti.

In questi mesi in cui ho conosciuto e approfondito il SoulCollage® mi sono accorta che è molto più facile per le persone sperimentarlo direttamente che comprenderlo sulla carta, se pure le descrizioni dei libri e articoli siano spesso dettagliate e complete. 
L’energia del SoulCollage® e la sua intensa capacità trasformativa la si può cogliere solo creando le carte che ci rappresentano e donando loro un nome e una identità, ma in questo mio breve articolo vorrei provare a farvi cogliere che cosa significa costruire e avere un proprio mazzo di SoulCollage®.  

Innanzitutto ogni collage viene fatto su un cartoncino rettangolare di una misura standard, che in uno spazio definito accoglie un determinato aspetto chiamato genericamente “Neter”. 
Il Neter è un termine mutuato dall’antico Egitto, misterioso e numinoso, che esprime una forma di energia, una presenza, una guida, un alleato o un aspetto sfidante. 
Ogni singola carta del mazzo racchiuderà immagini che parlano tutte di quel tipo di nucleo specifico, (es. la mia parte gioiosa, o quella esigente o la bambina interiore o il saggio ecc…) quindi il numero delle carte potrà essere infinito, perché le sfumature della nostra essenza sono tantissime.
Durante il corso si ha accesso a moltissime immagini che vengono scelte sulla base della spontaneità e dell'intuito, composte sulla carta senza nessuna finalità estetica e senza dover avere alcuna competenza artistica. Ogni carta e ogni mazzo sono unici e irripetibili come la persona che li crea e solo l'autore o autrice potranno usarli. 
Unica regola del SoulCollage® è lasciare il critico interiore fuori dalla porta! 

In un corso di SoulCollage® una volta entrati nella stanza, sul tavolo di fronte a voi troverete il cartoncino necessario per la creazione della prima carta, e poi forbici e colla. 
In questi mesi ho ritagliato da riviste e raccolto infinite immagini, di personaggi, paesaggi, sfondi e oggetti, messi a disposizione dei partecipanti ai corsi, che quindi troveranno tutto il materiale già disponibile per la scelta (ma successivamente anche l’attività di cernita e ritaglio in prima persona è una dimensione molto rilassante e pacificante).

Durante il corso introduttivo viene dato spazio a una parte teorica, riguardante i quattro gruppi dei “semi” con cui verrà suddiviso il mazzo. 
Si tratta: 
degli aspetti della propria personalità, 
delle persone significative della nostra vita, 
degli aspetti archetipici e 
di quelli energetici che ci abitano. 
Successivamente ci si dedica a comporre e creare alcune carte che cominceranno ad abitare il proprio mazzo, ma soprattutto, la parte più intensa e di scoperta vera e propria è quella in cui si da voce a questi aspetti attraverso un lavoro di identificazione con l’immagine, lasciando emergere dalla nostra interiorità tutto ciò che la carta va a esprimere ed evocare. 
Questa è la parte più “emozionante” del corso, quella che getta le basi per l’utilizzo successivo del mazzo di SoulCollage®.
In molti mi hanno chiesto: “a cosa serve avere tutte queste carte?” 
In un primo momento la creazione delle carte ha un valore di consapevolezza e di autoconoscenza, perché la sensazione che si ha tenendo in mano il proprio mazzo è qualcosa del tipo “questa sono io”, è il toccare concretamente con mano le nostre varie parti interiori, conoscerle, scoprirne le sfumature e gli utilizzi nella nostra vita. 
Successivamente però, c’è anche un uso più dinamico delle carte. 
Le si possono usare come una specie di oracolo personale, ponendo una domanda e pescando una o più carte che ci daranno una chiave di lettura personale della situazione. 
No, non si possono utilizzare per predire il futuro ;-) 
Si tratta di un metodo creativo per interrogarci e imparare a vedere le situazioni con uno sguardo nel profondo, dando voce a quelle energie che le carte rappresentano e che ci possono essere di grande aiuto in qualche momento difficile, nelle scelte da compiere o anche quando vogliamo fare una riflessione più profonda su qualcosa che ci è capitato. 
Come vi dicevo è molto difficile rendere per iscritto il coinvolgimento emotivo che questo metodo riesce a creare, però voglio lasciarvi con alcuni esempi di mie carte e due testimonianze di chi ha già fatto un piccolo assaggio di SoulCollage@ in un workshop recente






Intenso… Interessante… Costruttivo… Scombussolante!!”

“intenso e forte…le immagini parlano da sole! 
È stata davvero una bella esperienza, non vedo l’ora di approfondire!!!!”


[alla pagina Eventi&Corsi maggiori info sui prossimi corsi in partenza] 


lunedì 11 dicembre 2017

il coraggio del cambiamento



Il cambiamento è ciò che maggiormente cerchiamo e allo stesso tempo temiamo nelle nostre vite.
Molte delle richieste di colloquio nella stanza di terapia avvengono da parte di persone che si trovano in questa vischiosa terra di mezzo: guardando indietro ci sono molte cose che non rendono più felici, non sono più soddisfacenti e appaganti per la persona che siamo oggi, ma guardando avanti c'è solo l'incognita di qualcosa di sconosciuto, densa di molti interrogativi sulla persona che vogliamo diventare.

Nel mio lavoro osservo che quando questo processo è in atto, in realtà è qualcosa di irreversibile: qualcuno ci prova a non vedere, non sentire, non agire, ma la spinta diventa in questo modo sempre più intensa e rischia di diventare un sintomo-sofferenza che chiede di essere ascoltato, spesso a qualsiasi costo.

Dove nasce la difficoltà di cambiare?
Penso che nasca dalla convinzione/bisogno infantile di credersi coerenti e sicuri nell'identificarsi con aspetti di sé conosciuti e irrevocabili.
Vi spiego meglio.

Quando siamo piccoli cominciamo a conoscere il mondo e noi stessi alla ricerca di punti fermi che ce lo rendano meno pericoloso e incerto.
Apprendiamo che se siamo in un certo modo o ci comportiamo in una data maniera, accadrà qualcosa di prevedibile e diciamo “controllabile” a priori.
Quindi cominciamo a mettere in atto strategie di adattamento che nel tempo diventano copioni di vita.
In parole semplici, ripetiamo quello che ha funzionato.

Facciamo un esempio.
Di fronte a una certa persona so che se voglio evitare lo scontro devo agire in quel modo che conosco perché l' ho testato nel tempo.
Magari il mio bisogno di evitare il litigio è nato quando ero piccolo e non avrei avuto la possibilità di spuntarla rispetto a un genitore che imponeva il suo volere (sia in maniera diretta con i veti, ma anche in maniera indiretta, dimostrandosi a sua volta bisognoso o sofferente).
Da lì, in maniera automatica, ogni volta che mi trovo con una persona simile nei comportamenti e atteggiamenti al genitore tenderò a riproporre lo stesso schema, anche se oggi potrei fare altrimenti.
Il bisogno prevalente di evitare il conflitto fa parte di quelli infantili, perché legati al timore di perdere l'amore o essere rifiutati da coloro dai quali dipendiamo.
Ma allo stesso tempo, tenendo conto solo di quello, rinunciamo ad altri tipi di bisogni che c'erano già nell'infanzia e che nel tempo si strutturano e maturano con noi, come il bisogno di affermare se stessi, essere rispettati per le nostre posizioni, essere riconosciuti nelle nostre necessità di autorealizzazione.
Semplificando, finiamo per comportarci con il partner, il capo o un amico, come ci comportavamo a cinque anni con il genitore in questione.
La convinzione sottostante e inconscia che fa agire così potrebbe essere una cosa del tipo “non posso litigare con te perché...” “mi schiaccerai/ mi rifiuterai/ ti distruggerò/ finirà tutto/ non l'avrò mai vinta...” ecc... a seconda dell'esperienza dell'infanzia percepita.

Finché il copione e le relative convinzioni restano inconsci, nessun cambiamento sarà possibile.
Nella terra di mezzo dell'insoddisfazione riusciremo a sentire che qualcosa dentro si ribella ma non saremo in grado di dargli spazio come dovremmo.
Perché questo spazio è la parte adulta che deve autorizzarselo.
Occorre modificare il punto di vista, da quello immaturo a quello maturo.
La parte adulta si può concedere un comportamento differente perché sfatando i miti dell'infanzia, si accorge che non accadrà nulla di così catastrofico.
Ma soprattutto può fare esperienza diretta che si può sopravvivere – anzi, vivere meglio – anche senza quelle rigide convinzioni che attanagliano, scoprendo che nella mancanza di certezze, la vita acquista finalmente fluidità e creatività.

lunedì 30 ottobre 2017

A gambe all'aria



Un po' di tempo fa vi ho parlato della mia passione di fotografare finestre e panni stesi ad asciugare (qui).
Qualche weekend fa, durante una gita a Chioggia ho immortalato questo scorcio di calle che mi ha affascinato per questo curioso modo di stendere i pantaloni sul filo sospeso.
Subito mi è sorto un titolo “Gambe all'aria” e immediatamente si sono accavallate dentro di me associazioni di tenore opposto: da un lato mi ha fatto sorridere e dall'altro no.
Nell'uso comune si è soliti indicare con questa espressione una caduta improvvisa che dopo averti tolto l'equilibrio ti manda letteralmente col sedere per terra se non a capo all'ingiù.
Fa pensare a una gag ironica o anche a un ruzzolone infantile.
Ma cosa succede quando a gambe all'aria ci andiamo perché qualcosa o qualcuno ci scaraventa a terra con una forza che ci travolge?
Nella mia stanza di terapia accolgo molte persone che si trovano metaforicamente in questa situazione.
A volte si rivolgono a me subito dopo essersi rialzati, doloranti e ammaccati, ma capaci di camminare ancora con le proprie gambe.
Altre volte invece mi trovo ad intervenire ancora prima, come se potessi avvicinarmi a quella persona ancora a terra e con manovre di cautela – proprio come accade in quelle scene che cogli passando per strada dopo un incidente d'auto o moto – accertarmi che sia possibile qualche movimento, per poi curare le ferite e pian piano tornare a camminare di nuovo.
Sono molti gli eventi della vita che “obbligano” a cadute, soste prolungate, superamento di ostacoli o cambiamenti di rotta.
Il filo sospeso che tiene insieme tutte queste situazioni è quello della sofferenza e del dolore.
Aggancia identità e storie senza un criterio apparente, lasciando senza fiato chi si trova catapultato “ad inferos”.
Qualcuno pensa che sia la disfatta e si arrende, qualcun altro lotta con tutte le proprie forze anche se si sente come una tartaruga capovolta che non trova più la via per raddrizzarsi.
Ed è proprio questa metafora che mi ha fatto venire in mente una vignetta che avevo salvato molto tempo fa



Quella che all'apparenza può sembrare un messaggio ilare e fin troppo ottimistico, nasconde una grande verità.
Quando siamo simbolicamente a gambe all'aria, se non ci lasciamo sopraffare dall'ansia e dallo sconforto, o magari subito dopo esserci lasciati sopraffare e averli elaborati, ci possiamo rendere conto che da lì si possono osservare le cose da una diversa prospettiva.
Qualcuno mi dice “tutto questo in realtà c'era anche prima ma io non lo coglievo, o non volevo coglierlo” oppure “in tutta questa situazione ho scoperto mie risorse (o persone vicino a me) che non avrei mai creduto possibili” e ancora “una volta attraversata questa crisi che all'inizio combattevo, ho capito che era necessaria per cambiare finalmente in maniera radicale molte cose che non andavano più bene o equilibri precari”.

La qualità che maggiormente si impara dopo un'esperienza che ribalta tutte le certezze è la resilienza (ne avevamo parlato anche qui) ovvero la capacità di riscoprirsi più solidi di prima, perché ciò che è accaduto ha permesso – una volta elaborato – di accedere a una maggiore riorganizzazione e armonizzazione delle proprie caratteristiche interiori.
Se siamo disposti ad aprirci a nuovi punti di vista possiamo scoprire il dono trasformativo di ogni evento, anche quello che all'apparenza sembra solo un errore, un problema o una avversità. 

buona settimana
virginia

martedì 8 agosto 2017

Sulla coppia e altre riflessioni esistenziali




Nella stanza di terapia si parla spesso e inevitabilmente della vita di coppia.
Mentre all'inizio della mia professione mi trovavo a simpatizzare con posizioni donchisciottesche che miravano al senso di giustizia assoluto, col tempo che passa e grazie alle storie di vita alle quali mi è concesso partecipare, mi rendo sempre più conto di quanto sia necessario relativizzare e contestualizzare certe scelte.
Lavorando da anni con donne in situazione di dipendenza affettiva, se non addirittura vittime di violenza, la reazione più sana e immediata sarebbe quella di dire “scappa da lì!” ma negli anni ho dovuto invece fare i conti con i tempi interiori delle persone.
Io ci sono, facciamo un percorso insieme, ma quello che per qualcuna può essere una scelta possibile e immediata, per altri può rappresentare l'obiettivo finale di un percorso lungo e accidentato, con tappe intermedie, decisioni provvisorie e ricadute ma altrettanto importanti se viste da un punto di vista di insieme.
Ed è proprio da questa prospettiva globale che a volte dobbiamo guardare alle cose in terapia, ovvero riuscire a osservare certi eventi sia dall'interno che dall'esterno, ma in maniera obiettiva, fuori dal giudizio.
Mi riferisco anche a errori, tradimenti, bugie e tutto ciò che nel senso comune viene visto con sospetto.
Avere una visione adulta della vita a due significa proprio uscire dall'idillio del sogno infantile della coppia perfetta e del “vissero felici e contenti” e riuscire ad affrontare insieme tutte le fasi che lo stare insieme comporta, ammettendo prima in se stessi e poi accettandolo nell'altro, che non è tutto facile come vediamo nei film dell'adolescenza.

Negli ultimi mesi, nonostante i miei buoni propositi di inizio anno non ce l'ho fatta a dedicarmi alla scrittura come avrei voluto (almeno qui sul blog, perché in realtà ho scritto altro, ma ancora è un progetto in divenire ;) ) però nel frattempo non ho smesso di leggere e oggi voglio condividere alcune riflessioni a partire da un libro che ha avuto molto successo lo scorso inverno negli Stati Uniti.
Si tratta di “Fato e Furia” di Lauren Groff.



È un romanzo che parla della vita di una coppia, da quando si è formata fino alla fine.
E allo stesso tempo racconta della vita di ciascun membro di questa coppia.
Nella prima metà del libro assistiamo agli eventi secondo il punto di vista di lui, ne conosciamo i dettagli della storia personale, dalla famiglia di origine, l'infanzia e l'adolescenza, i traumi e le coincidenze che lo hanno portato a conoscere lei e la loro vita insieme.
Conosciamo anche lei, ma dal punto di vista di lui.
Mentre nella seconda parte la situazione si capovolge, le origini e l'infanzia di lei, l'adolescenza fino all'incontro con lui e la loro vita insieme.
Conosciamo anche lui, ma visto da lei.
Nella trama della loro storia ci imbattiamo in difficoltà, scelte (o non scelte), episodi significativi che cambiano l'esistenza di entrambi, e a seconda di chi lo racconta, ci si trova a provare sentimenti ambivalenti o addirittura opposti.
Quello che nella prima parte ci aveva commosso, nella seconda può farci infuriare e viceversa. Quello che a prima vista sembrava un sacrificio mosso dall'amore, può risultare una necessità dettata dalla sopravvivenza. Ciò che ha permesso all'uno di diventare se stesso cela segreti inconfessabili dell'altro.
In questo libro sono esposti gli innumerevoli e contrastanti vissuti dell'animo umano anche da un punto di vista super partes, con dei superbi incisi fra parentesi che ricalcano le voci del coro della tragedia greca.

Ho trovato questa storia l'esempio calzante per esprimere ciò che vi ho scritto in apertura.
Chi decide alla fine di una vita ciò che è giusto o sbagliato? Ma soprattutto giusto o sbagliato per chi?
Se ci soffermiamo sui se e i ma, facciamo davvero il nostro bene?
Esiste un bene di quella coppia, di quella famiglia, di ogni singola persona che la compone, e chi decide quale deve prevalere o meno?
Non esistono risposte univoche a queste domande, che sono esistenziali, sondano significati profondi ma ci possono insegnare a “planare sulle cose dall'alto, senza macigni sul cuore” come suggeriva Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane” (1988).
Infondo, anche la terapia – come la letteratura – non consiste in quest'opera continua di “sottrazione di peso” provando a raggiungere quella che lui definisce una leggerezza pensosa? (ibidem, pag. 14)

Nei mesi scorsi ho visto anche un film, molto intenso e controverso: 45 anni (2015) con l'impareggiabile Charlotte Rampling (qui il trailer)




Anche qui una coppia a pochi giorni dal loro quarantacinquesimo anniversario di matrimonio. In questa atmosfera di rassicurante quotidianità, arriva una lettera dal passato del marito a sconvolgere gli animi e tutto è improvvisamente rimesso in discussione.



Di nuovo – guardando il film – sentivo impellente la necessità di aprire gli orizzonti.
Se ci si sofferma solo sul dettaglio, si rischia di perdere di vista il valore dell'insieme.
E quando l'insieme è una vita intera, è un rischio molto grande.
Ma soprattutto non dobbiamo perdere di vista che dentro ogni noi ci sono due io, che non perdono valore se il noi si sfalda. Noi esistiamo e abbiamo significato a prescindere dallo sguardo dell'altro che ci riconosce (che sia il genitore prima, gli amici dopo e il compagno/a poi).
La vita è fatta di molte sfaccettature e ognuno fa del proprio meglio per attraversarla.
Sarà difficile, anche doloroso e insopportabile, ma se c'è una cosa che sento profondamente giusta è il fare di tutto per provare a vivere e non sopravvivere.
Ognuno a suo modo. Ognuno come può.

« Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera. »
(S. Quasimodo, 1930)