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lunedì 25 novembre 2013

Qualcosa di rosso




Qualche giorno fa mi è arrivata questa mail.

Care amiche,
il 25 novembre p.v. è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nella triste realtà che ci rimanda ogni giorno la cronaca nera, aggravata dal voyerismo con cui se ne parla a profusione nei talk show senza mai arrivare al nocciolo del problema, c’è il segno del degrado culturale di questo paese.
Tutto questo nel silenzio colpevole di partiti, sindacati e istituzioni. In questo quadro desolante tre giornaliste hanno deciso di lanciare una “provocazione”, di chiamare le donne a dare un segno tangibile del loro dire “BASTA”, con uno sciopero al contrario: esserci e essere visibili. Con un tam-tam tra singole donne e associazioni si stanno organizzando eventi, letture, segnali e tutto quello che la fantasia suggerisce.
Per tutto questo credo che lunedì 25 bisogna esserci, renderci visibili indossando, come chiedono le promotrici, un capo di abbigliamento rosso.
Credo sia un segnale importante da dare a tutta la società. Per maggiori dettagli vi invito a visitare il sito www.scioperodelledonne.it che riporta anche tutte le iniziative città per città.
Vi chiedo anche di far girare questa informazione tra i vostri contatti. PIU’ SIAMO MEGLIO E’!
A Roma l’appuntamento è per le 17 sulla piazza del Campidoglio.


Me ne era arrivata anche un'altra simile, che invitava a scioperare in questa giornata, ma mi son detta che il mio lavoro è fondamentale per alcune donne che proprio per ritrovare se stesse trascorrono un'ora del loro tempo nel mio studio.
Così ho deciso che stamani mattina sarei uscita comunque con qualcosa di rosso addosso, anche se andavo a lavorare e non a scioperare, per dare un segnale di energia e solidarietà.
Una volta fuori, ho provato a guardare il mondo partendo da questo colore che portavo su di me: ho notato una signora alla posta con una capiente borsa di una bella pelle color rubino; un'altra che attraversava le strisce pedonali alternando passi fasciati da un rosso vivace; una giovane ragazza che sfoggiava due labbra vibranti e accese, nell'abitacolo vicino al mio, in coda al semaforo; ho persino notato la sciarpa rossa di un anziano... interrogandomi sulla casualità o meno di quel vezzo.
Una volta che la mia attenzione era catturata da quel filtro con cui guardare gli altri, anche solo nel tragitto casa – studio, mi sono sentita in connessione con quelle persone, ho sorriso a una, guardato con rispetto un'altra... era come se in un momento fossimo tutti partecipi di un sentimento di comunione per un valore più alto.
Non importa se davvero anche loro portavano quel colore in modo consapevole o per pura coincidenza, mi ha comunque permesso di riflettere sull'importanza di percepire gli altri più vicini e simili, anche solo nel tempo di uno sguardo.
Per questo credo fermamente che sia indispensabile far sentire a tutte le donne vittime di soprusi, che non sono sole, che la violenza non è la normalità, anche se qualcuno cerca di convincerle del contrario, per riuscire a rompere il più possibile il muro dell'omertà e del silenzio, che subdolo la fa da padrone dentro le case violentate.
Purtroppo sono ancora le case il luogo dove avvengono la maggior parte degli abusi, gli atti dei parenti le terribili azioni, mosse proprio da chi dovrebbe difendere e proteggere, invece che infierire per distruggere.

La violenza ha miriadi di forme e abita tutto il territorio.
È al nord come al sud, a est e a ovest.
È negli appartamenti di lusso degli italiani così come nelle case popolari degli stranieri.
È nelle abitazioni e nelle fabbriche, negli uffici, per la strada.
È nelle parole così come nelle mani.
È nelle percosse ma anche nelle minacce.
È nelle forme di coercizione dirette ma anche nel controllo indiretto e subliminale.
È nello sparo e allo stesso tempo nello stillicidio di veleno quotidiano.
È l'entrare nella spirale che vede seduzione – isolamento – attacchi ripetuti all'autostima e di nuovo seduzione in un circolo senza fine di solitudine e impotenza.
È nelle immagini, nella tv e nella mente di certi uomini, che vedono la donna solo come un oggetto, senza identità, oppure come una loro proprietà.
È nelle parole, nel giudizio, nella mente di certe donne che condannano oppure non vogliono vedere, anche se a volte si tratta delle loro stesse figlie.

Ecco che di fronte a tutto questo è necessario porre qualcosa di rosso.


Rosso come il troppo sangue versato.
Rosso come qualsiasi segnale di pericolo, per cominciare a far conoscere alle donne i campanelli d'allarme per poter fuggire in tempo.
Rosso come quei cuori che tutte disegnano da bambine e che meritano di essere custoditi e protetti, invece che lacerati e abusati.
Rosso come lo stop del semaforo: simbolo della volontà di porre fine allo scempio.
Rosso come certe luci della notte, testimoni del mercimonio dei corpi.
Rosso come la rabbia, che non trova spazio, chiusa fra il terrore e la colpa.
Rosso come il coraggio, energia necessaria per rompere il muro del silenzio.
Rosso come l'Amore, quello per se stesse, non quello dichiarato per il partner violento, che troppo spesso porta a giustificare e negare.
Rosso come il Natale, che sarà puntuale fra un mese, e speriamo porti nuove consapevolezze, nuovi occhi, nuove speranze a tutte coloro che aspirano alla liberazione.
E meno violenza per tutti.

buona settimana
virginia  

lunedì 3 giugno 2013

Non è mai troppo tardi


 
 
Titolo di cronaca dal giornale di Vicenza dello scorso sabato (l'articolo completo qui )
 
Ha 92 anni, picchia la moglie
La donna di 83 anni è scappata di casa e lo ha denunciato dopo l'ennesima lite. Sono sposati dal 1989. La donna un anno fa ha chiesto la separazione ma lui si oppone. Tre volte ricoverata per le botte ma non lo aveva mai denunciato.

Ho provato una grande ammirazione per il gesto di questa signora che finalmente ha trovato il coraggio di compiere un'azione necessaria, anche se dura e impietosa, visto che mossa verso una persona che ha condiviso con lei quasi venticinque anni di vita insieme, e ancor più risoluta se si pensa all'età dei due protagonisti, quella fase della vita dove si è tentati di pensare che le emozioni si acquietino e il desiderio di pace e serenità prenda il sopravvento.

Ho pensato invece al quotidiano calvario di questa anziana, che ha visto sommarsi ai segni del tempo sulla pelle anche i segni indelebili delle percosse sul corpo, delle parole feroci che invadono i pensieri e restano sospese, in vortici di tensione, impedendo di vivere con tranquillità le giornate che rimangono.

Lo scorso anno ha chiesto la separazione: dopo mille episodi in cui lei stessa ha difeso lui agli occhi del mondo esterno, trovando parole di giustificazione alle ferite e contusioni riportate dopo i suoi attacchi di violenza.

Immagino che da quel lontano 1989, quando si è sposata con lui, tante cose siano cambiate... o forse chi lo sa, lui è sempre stato l'uomo violento di adesso, ma era lei a essere diversa, più incline a prendersi colpe non sue, a motivare a se stessa quei comportamenti, trovando nella sua storia possibili spiegazioni (un'infanzia difficile, una giornata storta al lavoro...), sperando che fosse l'ultima volta, l'ennesima ultima “provocazione”.

Perché questo è il perverso fenomeno che sottende la violenza domestica.

Il carnefice fa pensare alla vittima di essere lei a provocare la reazione disumana.

sei tu che mi hai fatto impazzire di gelosia. Lo guardavi in quel modo, quel lestofante!”

sei tu che preferisci andare da quell'arpia di tua sorella, anziché stare a casa con me!”

sei tu che hai riso e mi hai preso in giro insieme ai bambini, quando mi sono messo quella maglietta che oltretutto avevo appena comprato!”

sei tu che non ti sei voluta fermare a presentarmi al tuo capo, quando lo abbiamo incontrato per strada!”

sei tu che mi hai mandato via con la scusa di comprare le sigarette e al ritorno ti ho trovata a chiacchierare con un estraneo!”

sei tu che non me lo hai voluto presentare, non ci credo che è un tuo vecchio compagno di scuola!”

sei tu che facevi la vezzosa con quello, apposta per farmi stare male!”

sei tu che mi fai sentire inferiore, perché hai avuto una promozione e ora guadagni più di me!”

sei tu che sei tornata in ritardo dal lavoro, accaldata e senza rossetto!”

sei tu che non cucini più quello che piace a me, con la scusa che ai bambini non piace!”

sei tu che non vuoi mai fare l'amore con me, con la scusa che sei incinta!”

e io? Non conto niente io?” “dimmelo che non conto niente, però dimmelo guardandomi negli occhi!”


tratto da “Il male che si deve raccontare
per cancellare la violenza domestica”
(S. Agnello Hornby, M. Calloni – 2013, pag. 96-97)


La violenza domestica ha plurime spirali che attanagliano: è subdola e insidiosa soprattutto quando assume le vesti dell'abuso psicologico.

Ci sono situazioni che possono durare nel tempo perché il furbo carnefice non arriva mai ad alzare un dito verso la sua vittima, ma tutto si dispiega in uno stillicidio di parole velenose che mortificano e rendono la vita un inferno.

La donna si vergogna di raccontare a chiunque quello che sta soffrendo e così si chiude in una spirale di isolamento e solitudine che non fa altro che perpetrare il rimbombo di quelle parole accusatorie, che ascoltate ogni giorno sembrano così vere...

E' così che prende il sopravvento il predatore della psiche, nel quale si rispecchia il predatore esterno impersonificato dal compagno (trovi un approfondimento qui) che porta a dire “infondo a modo suo mi ama...” “quando non è così è una persona eccezionale...” “è in un momento difficile, poi tutto passa...” sforzandosi in un lavoro immane per rimanere intatta dentro, di fronte alla palese evidenza dilaniante che viene da fuori.

Nascono così le scuse che servono per restare.

“Lo faccio perché è solo un periodo difficile...ed è mio dovere esserci”

“lo faccio per i bambini...”

“lo faccio perché solo io posso migliorare le cose”

“lo faccio per lui, perché non è capace di vivere senza di me...”

“lo faccio perché non saprei dove andare o come fare...”

E' questa la più dura verità: sembra che quella sia l'unica vita possibile, l'unico modo di esistere.

È difficile pensarsi in un altra dimensione, più libera, autonoma, leggera e senza problemi, perché lui ti fa credere che sei tu il problema, ovunque andrai.
Per questo è importante l'insegnamento di questa saggia signora vicentina.

Perché troppo spesso le donne "di una volta" hanno incitato a resistere e sopportare.

Adesso anche loro possono permettersi di dire basta.

Non è mai troppo tardi.

Per vivere davvero libere.

Soprattutto fra le mura della propria casa.


Buona settimana

virginia

lunedì 18 marzo 2013

Il Papa, la Boldrini, la Madonna e le donne


Prendo come spunto alcuni fatti di cronaca.

Habemus papam e con lui, sembra, anche un nuovo modo di rappresentare la Chiesa, lui che nel primo discorso da quel balcone, informa che il giorno successivo si recherà a S. Maria Maggiore per rivolgere una preghiera alla Madonna perché ci protegga.

Habemus i presidenti di Camera e Senato, con la Boldrini che nel discorso di apertura dopo la sua elezione, fra i diversi obiettivi inserisce questi: 

Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore. […]

La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione.

Cercherò di portare assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto i nostri figli.

Il padre della Chiesa che fa appello alla Madre di Gesù, perché forse, in questo spirito di rinnovamento serve proprio la misericordia femminile, che lenisca gli errori di quegli uomini, anche dentro le istituzioni religiose, che hanno portato violenza e orrore verso i più deboli. 
Una madre, la Boldrini, che si trova in un ruolo fondamentale nello Stato e porta con sé valori tipicamente femminili: prendersi cura, donare speranza, prestare servizio.
Allo stesso tempo però evoca anche la passione, la lotta alle ingiustizie per poter non solo sognare, ma anche attuare il cambiamento per i propri figli.

Tutto questo mi ha fatto pensare a un saggio di Michela Murgia – Ave Mary – (Einaudi, 2011) dove l'autrice esprime mirabilmente diverse interpretazioni della figura di Maria, intesa come donna “creata dalla Chiesa”, ma anche come donna anticonformista, che porta avanti un disegno più grande, modello tutt'altro che remissivo di una consapevolezza di sé e dei diversi modi di esprimersi in un mondo maschile. 
 
Innanzitutto mi è piaciuta l'interpretazione di Maria come “la sovversiva”, ovvero colei che ha detto sì all'annunciazione dell'angelo, ma non per questo è semplicemente da etichettare come docile e sottomessa:

Questo misterioso visitatore non rispetta le regole, rendendola soggetto protagonista della scelta che più la riguarda, come è giusto oggi, ma come non era certamente normale nel I secolo. […] Una fanciulla per bene davanti alla proposta sconcertante di restare incinta senza conoscere uomo avrebbe dovuto nel migliore dei casi rifiutare, nel peggiore chiedere tempo. Dire qualcosa di molto assennato e prudente, tipo “ne parlo con mio padre” oppure con qualcuno più grande, più esperto, più potente. Maria si guarda bene dal fare tutto questo […] Il sì di Maria sarà suonato molto bene nell'alto dei cieli, ma a tutti gli effetti nella terra degli uomini restava un suicidio. (pag. 116-117)

Con una simile madre non c'è da stupirsi se Cristo per tutta la sua vita pubblica ha usato alle donne un'attenzione altrettanto anticonformista rispetto al contesto in cui è vissuto. Non c'è niente come la Scrittura per rivelarci quanto sia falsa l'idea di Maria che vogliono darci a bere come docile e mansueta, stampino perfetto di tutte le donnine per bene (pag.118)

Con lucida determinazione, la Murgia descrive le conseguenze dell'aver accettato solo una interpretazione del comportamento di Maria, visto che

Nella catechesi tradizionale (…) è rappresentata come la donna del sì. […] Le donne credenti di ogni latitudine hanno dovuto ascoltare secoli di prediche sulla Maria obbediente e accogliente, la Maria docile alla volontà di Dio, la Maria silenziosa che non discute anche quando non capisce, ma si piega con la flessibilità di un giunco al soffio inatteso dell'imperscrutabile Spirito. […] Attraverso la costruzione fittizia di una specie di via del sì alla santità, la struttura patriarcale trovava nella religione cattolica una formidabile alleata per continuare a esigere la muta sudditanza femminile. […] A date condizioni, la donna deve dire di sì, perché il suo rifiuto non sarebbe comunque accettato. Al mutare delle condizioni, la donna deve dire di no, perché il suo consenso semplicemente non è previsto.

[…] Della fanciulla che preferì tornare a casa senza la verginità piuttosto che morta non sapremo mai neanche il nome, perché il suo sì le avrà anche salvato la vita, ma non risulta funzionale al sistema che la voleva fino in fondo vittima e indifesa. La figlia ribelle che prova a opporre le proprie condizioni a quelle del padre non sarà portata ad esempio a nessuna: il suo no sovverte la gerarchia familiare. La moglie cristiana che ha provato a sottrarsi ai rapporti sessuali con l'energumeno che si era resa conto troppo tardi di aver sposato, difficilmente avrà sentito incoraggiamenti dalla grata del confessionale: il suo no destabilizza il rapporto di potere in cui è entrata sposandosi. La ragazza credente che si rifiuta di vergognarsi di far l'amore col suo ragazzo prima del matrimonio dovrà imparare a convivere con la disapprovazione del suo contesto religioso, perché il suo sì afferma che il controllo del corpo è in mano sua. La donna separata che provasse a rifarsi una vita con un uomo diverso da quello che l'ha portata all'altare, sa bene che per la Chiesa ha già detto un sì di troppo. (pag. 114-115)

Sul retro di copertina la Murgia scrive:

dovevo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e sulle loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra, la mia postina. Su tutte le donne che conosco e riconosco. Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli anche i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. Questo libro è anche per loro, e l'ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme.

Adesso, con l'intercessione del Papa, l'impegno della Boldrini e l'energia di moltissimi uomini e donne nel nostro paese che credono nella possibilità di rapporti sani e maturi, speriamo sia arrivata una svolta.
Che l'umiliazione possa trasformarsi in punto di forza, per dire no alla violenza e all'ingiustizia e dire sì alla vita e al rispetto, in tutte le sue forme.  

Buona settimana
virginia

domenica 25 novembre 2012

solo la donna può aiutare la donna


 
In questo giornata, che mentre scrivo volge al termine, si celebrava la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In questa giornata, io riemergo da quattro giorni di formazione in un corso A.I.M.I. (trovi qui tutte le informazioni), a stretto contatto con venti donne in cammino e ricerca, con mamme, neonati e qualche papà, un' atmosfera sospesa, fatta di sguardi, tocchi lievi e tanto amore.

Già da qualche tempo – in vista di questa data da celebrare – avevo preparato alcuni passi di un libro che sto leggendo, poche pagine alla volta, quello che mi consentono gli occhi alla sera, prima che le palpebre scendano grevi sotto il peso di un lungo giorno.
 

"- ma Beatrice, che importanza ha? Non ti capisco, è bella, è una vita e... poi è come noi, Beatrice! Ti prego non fare così!
- Sììì! Fai presto a parlare tu che hai avuto un maschio subito.
- Ma è lo stesso Beatrice! Io allora...
- Bugiarda! Me lo dici per consolarmi. Bugiarda!

Non la voglio odiare ma quel bugiarda che da giorni e giorni mi perseguita, mi costringe a riandare al passato, a riesumare dolorosamente tutte le frasi di madre Leonora, di Gaia, di mia madre, frasi che avevo preferito seppellire coi loro corpi morti.

Ma non seppellisci nessuno finché non hai capito fino in fondo quello che dicevano. E cosa dicevano? La donna è nemica della donna come e quanto l'uomo. (pag.246-247)

[…]

Storia di maschi, principessa, la fanno e la disfano a loro piacimento. Certo, Stella.

La fisso, ma non ha più incanto per me quella dolcezza e rassegnazione che prima scambiavo per saggezza... Prima... quando Bambolina non era fra noi. Ma ora che Bambolina comincia a correre dietro a Prando, perché la fermano e li dividono? Devo lasciare i miei libri e scendere. Nel prato piange disperata, mentre Prando sparisce felice, giù verso il bosco.
    - ma che c'è Stella, Elena, perché li dividete?
    - Ma correva come un maschiaccio, principessa! Si sporca il vestitino.
Ecco come comincia la divisione. Secondo loro Bambolina, a soli cinque anni, dovrebbe già muoversi diversamente, stare composta, gli occhi bassi, per coltivare in sé la signorina di domani.

Come in convento, leggi, prigioni, storia edificata dagli uomini. Ma è la donna che ha accettato di tenere le chiavi, guardiana inflessibile del verbo dell'uomo.

In convento Modesta odiò le sue carceriere con odio di schiava, odio umiliante ma necessario. Oggi è con distacco e sicurezza che difende Bambolina dai maschi e dalle femmine, in lei difende se stessa, il suo passato, una figlia che col tempo potrebbe nascerle... Ti ricordi Carlo, ti ricordi quando ti dissi che solo la donna può aiutare la donna, e tu nel tuo orgoglio di uomo non capivi? Ora capisci?

Ora che hai avuto una bambina, capisci?" (pag. 265-266)


Si tratta di “L'arte della gioia” di Goliarda Sapienza (Ed. Einaudi, 2008), a metà fra il romanzo di formazione e l'autobiografia. La protagonista attraversa coraggiosa tutto il '900, in una Sicilia che esalta il matriarcato ma allo stesso tempo non riesce ad accettare un personaggio femminile scomodo, come quello che lei incarna.

Perché ve ne parlo oggi? Perché nelle parole di Modesta, lungo tutto il dispiegarsi del libro c'è il filo conduttore della lotta alla violenza sulle donne in tutte le sue forme, a partire dalla sua vita di bambina stravolta da un episodio di crudeltà e abominio, ma soprattutto contro le sfaccettature insidiose di oppressioni che subdole si affacciano nel quotidiano e portano al boicottaggio della gioia, nella relazione con gli uomini, nel rapporto con i figli, nella realizzazione di sé.

Vi ho citato questo passaggio perché sono d'accordo con lei.

La donna può essere nemica della donna.

Perché sono le donne che portano le figlie a infibulare.

Sono le donne che a volte non difendono le figlie dai mostri che le violano.

Sono le donne che, nascoste nella folla, lapidano altre donne.

Sono le donne che danno le proprie bambine in spose quando dovrebbero solo giocare.

Sono le donne che imprigionano altre donne in cliché, stereotipi, pregiudizi.

Sono le donne che mettono in guardia i loro figli da certe donne.

Oggi però sono ottimista.

Guardando quelle mamme, il loro sguardo amorevole per i loro bambini, ho pensato quanto è importante riconoscere l'unicità e la bellezza di ogni piccolo essere che entra in questo folle ma meraviglioso mondo. Ognuna di noi può dare il proprio contributo.

È la donna che può aiutare la donna.

Sostenendosi l'una con l'altra, nelle difficoltà.

Condividendo esperienze, paure, emozioni.

Ribellandosi alle ingiustizie e denunciando.

Esprimendo le proprie opinioni con coraggio.

Crescendo figli e figlie nel rispetto, la tolleranza, l'accettazione.

Educando all'amore, all'apertura, alla pace.

Mostrando nella propria famiglia quanto è bello amare un uomo e lasciarsi amare.

Testimoniando l'importanza nella propria vita di essere se stesse. Sempre.


Buona settimana

virginia

domenica 26 agosto 2012

False denunce di abuso in ipotesi di separazione conflittuale - Sindrome da accuse sessuali da divorzio


 
Molto spesso i padri rivendicano l'affido condi­viso, il diritto di frequentare i figli con regolarità e la possibilità di svolgere il ruolo genitoriale in mo­do completo ed efficace. Essi av­vertono un profondo disagio nel­l'interpretare la parte derespon­sabilizzata del papà della dome­nica, i cui unici doveri sono quel­li di provvedere al mantenimento dei figli e di farli divertire duran­te le ore che trascorrono insieme. Di contro, si sta assistendo ad un proliferare di denunce nei confronti di padri indegni, riguardanti mal­trattamenti e abusi sessuali sui fi­gli bambini. Accuse infamanti, mol­te delle quali risultano poi essere fal­se. E se alcune di queste sono at­tribuibili alla Sindrome della Madre Malevola, dettate cioè da un biso­gno patologico della ex moglie di punire l'ex marito cercando di alie­nargli i figli, o alla Sindrome di Alie­nazione Genitoriale (PAS), altre in­vece sembrano rispondere ad una vera e propria strategia offensiva usata con superficialità e inco­scienza nelle cause di divorzio. Pur di "vincere" non si tiene infatti con­to dei danni che si possono arrecare ai figli, i quali si sentono in colpa se indotti a testimoniare contro il ge­nitore e sminuiti e umiliati all'idea di avere un padre indegno perché di frequente all'interno di que­sta categoria vengono riuniti fe­nomeni che presentano caratte­ristiche diverse.
La ricerca sulle false denun­ce di abuso si è sviluppata principalmente in tre dire­zioni: alcuni studi si sono con­centrati sull'accuratezza della ri­costruzione dell'abuso da parte del minore, altri hanno preso in considerazione le false denunce e i cosiddetti "falsi ricordi" pro­dotti da adulti in merito a presunti abusi subiti in età infantile, altri ancora hanno indagato le false denunce generate nel contesto del­le controversie legali legate alla separazione. È quest'ul,timo l'am­bito nel quale viene evidenziata la loro maggiore incidenza: un ge­nitore risentito, nei confronti dell’altro partner può, infatti, intenzionalmente architettare una causa di abuso.
 
La portata del fenomeno ha condotto alcuni ricercatori a dare una definizione specifica, ossia "Sindrome da accuse sessuali da divorzio" (Sexual Allegations Divorce, SAIO Syndrome) (Bh e Ross, 1987); come hanno sottolineato gli autori che ne hanno delineato i tratti distintivi.
A monte delle accuse è presente una storia familiare disfunzionale, con conflitti irrisolti legati la separazione e a situazioni ambigue; la madre, che generalmente è il genitore accusante, presenta di solito una personalità isterica o border line, o comunque arrabbiata e decisa a farsi "giustizia".
In merito alla frequenza del fenomeno, i dati forniti dalla letteratura sono piuttosto eterogenei uno studio condotto da Thoen e Tjaden (1990) e quello svoltc Mclntosh e Prinz (1993) ha evidenziato che le accuse all'interno di controversie legate all'affidamento dei figli sultavano presenti nel 2% dei casi, mentre una ricerca più recente di La Fortune e Carpenter mostra che il fenomeno si verifica con una media del 30%.
I soggetti, che possono o meno essere affetti da un disturbo di personalità, risultano:
-soggetti ossessionati dall' odio e dall'ostilità nei confronti dell'ex partner e che fanno di tutto per ar­recargli danno; in questi casi il bambino viene strumentalizzato e diventa una pedina nella batta­glia contro l'ex compagno (il con­cetto elaborato dallo psichiatra americano Richard Gardner (1987) di "Sindrome da Aliena­zione Parentale" (PAS, Parental Alienation Syndrome) trova spesso applicazione in situazioni di questo tipo, così come quello di "Sindrome della Madre Malevola" )
- soggetti ossessionati dall'idea che il figlio sia stato o possa essere oggetto di abuso sessuale. Geni­tori come questi possono arriva­re a interrogare costantemente il bambino, ad esaminare i suoi genitali al ritorno dalle visite pres­so l'altro genitore, a sottoporlo ' di continuo a visite mediche, fino a quando qualche professionistan non giunga a confermare il so­spettato abuso. In casi come que­sti, possono essere presenti anche più resoconti infondati di abuso;
- soggetti che reagiscono in mo­do abbastanza appropriato di fronte ad una situazione ambi­gua rivolgendosi ad un esperto, ad esempio un terapeuta, che tut­tavia, in maniera avventata, co­munica al genitore che il bambi­no è stato sessualmente abusa­to. Quando uno specialista espri­me un parere sulla base della sua autorevolezza professionale, è le­cito che un genitore sensibile ne risulti facilmente convinto.
Generalmente il genitore che muove l'accusa, nel caso di un abuso realmente acca­duto, come evidenzia Gardner, tende a manifestare sentimenti autentici di confusione, smarri­mento e imbarazzo, cercando di mantenere il segreto intorno al­l'accaduto; viceversa, nei casi in cui la denuncia sia costruita, il ge­nitore accusante esprime il biso­gno di raccontare i dettagli della vi­cenda a tutti senza alcun senti­mento di vergogna, si mostra fer­mamente convinto dell'abuso fin dall'inizio ed è restio ad accettare l'eventualità di spiegazioni alter­native, tanto che, se l'esperto con­sultato per primo esclude l’ abu­so, il genitore accusante continua a cercare altri professionisti che confermino i suoi sospetti e ri­chiede che le indagini proseguano, senza preoccuparsi delle conse­guenze che queste possono pro­durre nel bambino. Alcuni genitori poi continuano ad essere convinti che il loro bam­bino sia stato abusato anche dopo che il Tribunale ha disposto l'archiviazione della denuncia e che è stata decretata la ripresa dei contatti tra il minore e il ge­nitore accusato.
Rispetto all’età del bambino coinvolto nelle false denunce, le ri­cerche sottolineano come più fre­quentemente si tratti di bambini molto piccoli, spesso al di sotto dei 5 anni, particolarmente vul­nerabili alle manipolazioni di un genitore arrabbiato e assetato di vendetta contro l'ex partner.
Di solito, nel caso delle false de­nunce, i resoconti sono di natura piuttosto vaga e non riferiscono di un preciso comportamento attri­buito all'accusato; difficilmente si prestano ad essere verificati o respinti, perché si basano su af­fermazioni quali" qualcosa è suc­cesso", oppure "c'è qualcosa di sbagliato, me lo sento", e la convinzione di chi accusa è difficilmente intaccabile. Non di rado resoconti presentati dal genitore accusante, che con maggiore' probabilità si riveleranno falsi, È necessario inoltre sottolineare il ruolo spesso ricoperto dai professionisti coinvolti negli episodi di false denunce: uno dei fatti l'origine delle accuse è la conferma prematura di figure professionali in merito alla verità dei sospetti .
Gli errori di valutazione che si commettono riguardo al­le rivelazioni di abuso ses­suale a danno di minori compor­tano delle conseguenze a lungo ter­mine che colpiscono tutte le parti coinvolte nella vicenda: anche se in letteratura l'accento è stato posto soprattutto sulle ripercussioni su­bite dal minore realmente abusa­to che non viene creduto, anche nel caso di una falsa denuncia ri­tenuta fondata, il bambino è de­stinato purtroppo a subire un trau­ma. Il minore non solo rimane in­trappolato nella spirale dell'iter processuale, ma spesso è avviato a percorsi terapeutici specifici per le vittime di abuso che possono ri­sultare confusivi e potenzialmente iatrogeni, senza parlare poi della relazione del bambino con il geni­tore accusato, che il più delle vol­te rischia di rimanere irreparabil­mente danneggiata
Evi

lunedì 25 giugno 2012

Il lieto fine è possibile


Qualche giorno fa Evi ci aveva raccontato una storia, per rendere testimonianza del coraggio di una donna come tutte noi, ma che ha vissuto un dolore immenso, profondo e lacerante (la trovi qui). Angela ce l'ha fatta a rialzarsi e con coraggio ha affrontato i suoi mostri, dentro e fuori da sé.
Questa donna, sorella d'anima di ciascuna, ci ha inviato le sue parole che narrano con meravigliosa grazia una sofferenza indicibile, e non possono evitare di penetrare nelle viscere ed evocare vissuti difficili da esprimere, che ci rendono fragili e vulnerabili ma al tempo stesso ci spingono a una profonda gratitudine verso di lei, per averla voluta condividere con noi. Grazie “Angela”, ti siamo vicine in questa Rinascita.
Un giorno molto lontano amavo ascoltare le favole, sentire la voce del raccontastorie di principesse nascoste nelle torri e poi salvate dal principe o di zucche trasformate in carrozze..
Una sera mi hanno strappato da questo mondo magico per portarmi in uno scenario dove l'orco era il protagonista principale e il principe non sarebbe mai arrivato.. Il cattivo si era insediato nella mia famiglia sotto falso aspetto di amico fidato e premuroso che avendo due figli maschi sentiva di voler cosi' tanto bene a questa bambina sempre allegra che chiese il permesso di porterle dare la buonanotte di leggerle le favole... le favole si... ma solo lui le conosceva e poi... solo io.. io che rimanevo ferma e immobile mentre la sua bocca andava tra le mie tenere gambine.. io che zitta sentivo le sue mani sul mio corpo..io che non capivo che diavolo di favola era..
Poi con il passare degli anni quella fiaba era diventata un libro di fiabe..
di fiabe macabre e devastanti.. io che avevo congelato la mia innocenza in un cassetto del mio cervello e ne avevo perso la chiave ho imparato a vivere giorno dopo giorno ... senza raccontare niente a nessuno.. senza un pianto..
senza nulla .. Ricordo ancora quando un giorno mia madre poiche' pioveva chiese al buon amico di accompagnarmi a casa in macchina perche' lei che era in bici aveva paura che io mi bagnassi .. ma lei non sapeva..non poteva sapere .. il mio inferno..l'urlo dell'anima che diceva no!!!! ti prego... voglio bagnarmi ..
voglio sentire la pioggia bagnarmi il viso..voglio sentirmi viva... non uccidermi...non straziare la mia carne... mi sono trovata in macchina ..e mentre lui guidava le sue mani hanno cominciatoa toccarmi ..e io come una piovra ero appiccicata alla portiera .. e lui rideva..il maiale rideva felice di essere il mio signore padrone..
Ma la vita procede veloce e il tempo ti fa crescere.. e quando ha capito che potevo essere pericolosa mi ha lasciata in pace.. ma ormai tutto era perso..
l'innocenza.. la purezza... tutto svanito.. Ha lasciato spazio solo a sentimenti di vendetta verso il sesso maschile..
Troppo lunga la storia ma gli uomini nella mia vita spesso li ho usati..
annientati.. mi sono fatta amare e poi li distruggevo lasciandoli nel loro dolore.. si sono sempre stata brava a farmi amare perche' sapevo come farli cadere ai miei piedi... perche' conoscevo l'arma per annientarli... ho anche amato ma poi si spegneva l'amore.. quando mi sento in trappola devo fuggire ..
devo volare.. devo respirare liberta'.. devo essere io la mia padrona...
A 33 anni mi hanno detto di non progettare il futuro. di vivere alla giornata...a 33 anni avevo gia' un divorzio alle spalle e una convivenza appena finita e ..3 figli... a 33 anni non potevo pensare di mollare tutto..a 33 anni io dovevo lottare per loro per me per i miei.. Io solo questo so fare,,lottare per qualche cosa.. il mio amico tumore ha patteggiato con me.. io gli do in affitto il mio cervello e lui sta li ogni tanto da una festa e quindi mi porta in ospedale ma poi tutto rientra.. a 35 anni mentre sola andavo a ballare incontro un ragazzo che diventera poi mio marito.. a 39 anni ... la tragedia ... la morte della mia anima... scopro casualmente che mia figlia la secondogenita e' stata abusata e violentata dal mio orco.. dal mio stesso carnefice.. Un urlo partito dallo stomaco che mi ha attraversato ogni singola cellula.. pure il mio tumore s'e' spaventato.. a allora ho alzato la testa..
basta silenzi..basta basta basta..
Con grande forza ho preso questa bambina ormai cresciuta e assieme abbiamo denunciato.. Si ! Abbiamo portato tutto alla luce del sole... rispolverato le ragnatele della memoria.. abbiamo pianto abbiamo sopportato domande cattive e insidiose. ci siamo sottoposte a confronti demolitori ma sempre a testa alta..
perche' le donne non devono piu' subire..perche non ci deve essere piu' omerta'' perche' la nostra forza siamo noi...
Abbiamo sopportatato per 5 lunghi anni tra rinvii e burocrazie lente poi.. poi la luce e' tornata.. poi la giustizia e' stata fatta.. poi e' arrivata la parola magica.... CONDANNATO!!!!!
Ecco .. ho aperto il libro delle fiabe.. mi sono seduta sul letto ... ho ascoltato il cantastorie...e ho pianto..perche' ora sia io che mia figlia possiamo guardare con serenita' al futuro e possiamo chiudere con un sorriso il libro e dire... e vissero felici e contenti
"angela"






mercoledì 13 giugno 2012

Storia di Angela, Storia di Abuso.



Questa è Angela . Il suo nome è inventato, ma per me lei è Angela. La incontro in una giornata che sa di pioggia che non vuole bagnare, come i suoi occhi, che sanno di lacrime che non vogliono uscire (1) .

È una bella quarantenne con occhi neri e capelli neri,esageratamente neri. Il tono della sua voce è deciso, forte e monocorde, il suo eloquio risulta forbito e la sua narrazione precisa.

Mi sembra di avere davanti un imprenditore che mi spiega i fatti che lo hanno portato a me per un recupero di un credito.

Invece Angela mi racconta la storia della sua vita , una vita di Abuso.

Mi dice queste parole "Ho subito violenza dall età di otto anni fino ai tredici da un amico di famiglia, abuso che non ho mai rivelato a nessuno , poi mi sono sposata in giovane età in quanto era rimasta incinta di mio figlio, il maggiore di altre due , mi sono separata e ora mi sono risposata. Anche mia figlia ha subito violenza dall 'età di otto anni dallo stesso uomo che aveva abusato me, quando l ' ho lasciata dai nonni mentre ero al lavoro.Non appena l 'ho scoperto, perché mia figlia non me lo avrebbe mai detto,ho denunciato quell'uomo e tra due giorni ci sarà il verdetto. Le chiedo di farmi una costellazione familiare per capire "

Guardo questa donna, osservo questa madre e vedo una bambina.Una bambina senza bambina.

Vorrei intimamente fuggire da quella bambina senza bambina dai capelli troppo neri ...mi fa troppo male vedere e ascoltare quella bambina senza bambina diventata donna senza donna che ha a sua volta generato una bambina senza bambina e chiedo aiuto all'universo perchè ci protegga,ma non so se basti...

E poi faccio parlare il mio cuore con il suo e tutto fluisce.

Lascio che la forza dell'amore ci avvolga e ci parli, ci faccia riconoscere ciò che è ed andare avanti nella strada della consapevolezza, mettendo la bambina senza bambina al posto della bambina e invitandola a riprendersi il suo posto di bambina, il suo spazio, quello violato...

Alla fine della costellazione Le chiedo di riprendersi la sua forza, la forza delle donne, che quell ' uomo le aveva rubato per due volte. Sì perché quell 'uomo voleva portarle via la forza della vita e dell' amore e prova ne sia il fatto che ha abusato anche di sua figlia.

La legge umana questa volta non é stata cieca: quell' uomo è stato condannato grazie al coraggio di una madre che ha denunciato, che ha parlato.

Il silenzio complice della colpa della donna di essere donna, di secoli di abusi perpetrati nella quotidiana normalità, di archetipi virginali e religiosi è stato a sua volta violato dall'amore di Angela per sua figlia.

Grazie ad Angela, a sua figlia e alla forza dell ' amore e della vita.

Evi

(1) Angela ha dato il suo consenso alla pubblicazione di queste righe, come testimonianza che dal dolore e l'ingiustizia se ne può uscire, con coraggio.

martedì 22 novembre 2011

Una carezza in un pugno


Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Vogliamo dedicare i post di questa settimana al tema della violenza e delle tante forme nelle quale si può subdolamente declinare.
Comincio con questa riflessione sulla violenza fisica, nata sotto forma di parole a ruota libera sulla tastiera, un po' di tempo fa, proprio partendo dall'osservazione di questa vignetta dei Peanuts. 

Ci sono volte in cui qualcosa di solido, pesante e denso, si raggruma all'altezza dello stomaco, ci rende impossibile il pensiero, fa sentire solo il male, il dolore insopportabile di qualcosa che fa fatica a uscire dalla nebbia del cuore e trovare la strada della gola, per poter essere espresso, urlato, gettato fuori in qualche modo.
Ci sono volte in cui sembra che il corpo sia sciolto dalla mente, reagisca in modo autonomo e indipendente, una lucidità al contrario, dove i gesti sono più veloci dei pensieri.
Si tratta di un corto-circuito delle emozioni, innescato in maniera improvvisa da una frase,un gesto, una presenza,  oppure è la scintilla di una situazione strofinata, giorno dopo giorno, come un fiammifero umido sulla pietra... sembra che non si accenda, e quando meno te lo aspetti, rischi di infuocarti la mano.
Un'atmosfera delicata e rarefatta squarciata da sentimenti taglienti che provano a stare in equilibrio su un filo sospeso.
Il dolore è troppo grave per essere espresso nell'aria, attraverso la lingua che arrotola parole evanescenti...le mani sono strumenti più prossimi e veloci per arrivare a infrangere la superficialità di specchi di colui che ci rimanda un'immagine distorta, pericolosa, terribile, della nostra identità.
Mi hai ferito”: la usa chi colpisce e chi è colpito, grottesca condivisione quando il resto è impossibile da considerare.
Può capitare... è da evitare... senza parole... ho paura... se lo meritava... non succederà più... attenzione a quello che fai... sei un mostro... è stata colpa mia...  quante sono le letture possibili?
Non giustifico, non biasimo, non condanno.
Solamente osservo, lasciando una scia di interrogativi dietro i miei sguardi.
La violenza ha tante maschere, più o meno terrificanti, indossate per un momento o per tutta la vita,  ma, che si nasconda dietro all'immagine di topolino o quella del diavolo, deve farci comunque riflettere.
Dietro ogni gesto che esplode ci sono mille emozioni intricate, che sono impossibili da decifrare, in un tempo che permetta la frustrazione dell'atto.
È capitato a tutti di perdere il controllo.
Si, è vero, può succedere.
Non può succedere però come modalità di reazione ciclica a certi tipi di eventi o situazioni (anche se questi avvengono una volta ogni mille anni!) perché questo ci avverte che abbiamo un problema con quella realtà, persona o vissuto.
Non si può mettere la testa sotto la sabbia, perché sarebbe come lasciare fuoco sotto la cenere.
Il groviglio va sciolto con pazienza, con quelle stesse mani che veloci rispondono all'impulso, rieducandole così al cadenzato ritmo del cuore, all'armonioso respiro che permette l'attesa e può soffiar via le nebbie, consentendo ai pensieri di penetrare in quel denso dolore, scaldandolo, donando nuova vita ai sentimenti.
La nostra consapevolezza può così prendere per mano le emozioni, in un moto ascendente verso le labbra, rendendole trampolino di lancio di coraggiose parole trapeziste, che aspettano di essere prese saldamente da altre labbra, e restituite, in un dialogo che paziente costruisce relazione, mentre tutto intorno, si sta col fiato sospeso, fino agli applausi finali.

virginia