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lunedì 6 ottobre 2014

Le cattive ragazze



Spesso in auto ascolto Virgin Radio per la musica rock e per le interessanti rubriche che raccontano la storia delle canzoni, i risvolti dei testi e le vite dei cantanti.
Una di queste è “Rock in Translation” dove proprio poche settimane fa ho scoperto i retroscena della canzone “Dani California” dei Red Hot Chili Peppers (2006).



Nel brano, Anthony Kiedis parla della morte prematura di Dani California, una ragazza povera del Mississippi diventata rapinatrice di banche e vissuta troppo brevemente e tra durezze.

Una ragazza di nome "Dani" è menzionata anche in By the Way e Californication. In quest’ultima è citata semplicemente come "sposa adolescente con un bimbo dentro".

Kiedis ha spiegato che Dani California incarna tutte le ragazze con cui ha avuto relazioni in precedenza: "Quando questo ritmo funky viene fuori, mi induce a raccontare davvero una storia. In un certo senso mi rivela che Dani e quelle donne sono tutte la stessa persona, e che tutte abbiano percorso quella strada di vita. Dapprima non pensavo che stessi parlando della stessa ragazza"
(cit. da Wikipedia)

Così sulla scia di associazioni mentali sono saltata al film “Ragazze interrotte” di James Mangold del 1999, nel quale troviamo la storia di molte giovani come Dani, che al di là della diagnosi della loro cartella clinica sono donne con una storia alle spalle, con difficoltà e un mondo interiore complesso e spesso inaccessibile a loro stesse.



Dani, Lisa, Daisy, Polly, Georgina... sono tutte donne che incarnano l'archetipo della “cattiva ragazza”, così ho pensato di condividere con voi alcune riflessioni tratte dal libro di Linda Schierse Leonard sul rapporto padre-figlia e di come questo possa influenzare i modi di vivere della donna.

“L'emarginata – è la donna che, per la vergogna nei confronti di suo padre, è rifiutata dalla società e/o vi si ribella. […] può essere rimasta identificata con il padre ed essergli rimasta attaccata in modo positivo, cosicché quando la società lo rifiuta lei rifiuta la società.
O può darsi che lei inizialmente abbia rifiutato il padre, ma quando emerge la parte ombra dall'inconscio lei vive comunque questo modello.

In una situazione familiare di questo tipo, la madre spesso si assume un ruolo di moralista e diventa colei che critica il “padre cattivo”.
Quando la figlia non segue i consigli materni, può ribellarsi e seguire il modello paterno, agendo l'aspetto autodistruttivo di lui.
[…]
Queste donne sono inclini a sprecare la loro vita in una passività inerte, con la possibilità di imboccare la strada dell'alcol, della tossicodipendenza, della prostituzione, delle fantasie suicide o magari di cadere in rapporti amorosi dipendenti.
O possono anche sposare un uomo come il padre e lasciarsi andare alla depressione e al masochismo di una vita incompiuta e di un rapporto incompiuto.”
(da “La donna ferita” 1985 – pag. 55-56 )

I motivi per cui la società rifiuta il padre possono essere comportamenti palesemente scorretti – contro la legge, abuso di sostanze, violenza – o per il modello di uomo che rappresenta – abbandono della famiglia, temperamento che incorre in conflitti, esasperazione di posizioni controcorrente...
Se una figlia ha dovuto vivere sulla sua pelle l'ambivalenza dell'amore verso il proprio padre e la rabbia per certi atteggiamenti di lui, è chiaro che in questo conflitto vinca spesso l'amore, così la ragazza può arrivare, in modo inconscio, a portare avanti la posizione paterna, anche a costo di rovinare la propria vita.
Questo avviene perché comunque il maschile interiore è danneggiato: il padre non ha svolto la sua funzione di punto di riferimento sano e di rinforzo per l'autostima di lei, che sta estremizzando il suo modello per avere comunque delle certezze e difendersi dal vacillante senso di sé.

Il percorso che può portare una donna a emanciparsi da questa situazione necessita di tempo, per attraversare un dolore antico, versare lacrime e cogliere gli errori dei genitori ma anche i propri, fatti nel tentativo estremo di salvarli.
Recuperare e incarnare la vera energia guerriera, che porta la cattiva ragazza non a lottare contro il mondo ma ad affrontarlo “vivendo e amando i paradossi della vita, bilanciando il terrore con la meraviglia di essere umani” (L.S.Leonard, pag. 101).



Buona settimana
virginia

lunedì 15 settembre 2014

Aver bisogno non è amare



Questo è il titolo di un paragrafo illuminante del libro “Essere e Amare” di Altea Horner del lontano 1987 (addirittura 1978 nell'edizione in lingua originale), ma come tutte le verità che riguardano la psiche, tutt'oggi valido e chiarificante nella sua profonda semplicità.
L'autrice – psicoterapeuta in California – mostra come le difficoltà che le persone incontrano nelle loro relazioni di coppia, traggano origine dai primissimi rapporti di attaccamento con le figure genitoriali.
Come spesso avete letto su queste pagine virtuali, i nostri precoci legami familiari ci danno l'imprinting per le successive dinamiche affettive, nelle quali tentiamo o di risolvere ciò che è rimasto in sospeso con i genitori oppure riproponiamo lo stesso modello al fine inconscio di riuscire a comprenderlo.

Una relazione adulta e matura fra due persone però, dovrebbe essere il più possibile libera da un tale tipo di proiezioni, altrimenti non ci saranno mai due persone che si amano così come sono, bensì due bambini che fanno ancora i conti con i fantasmi del passato.

Mi soffermerò oggi sulle persone che non riescono a stare da sole, che vivono la mancanza di un partner come una iattura da evitare a tutti i costi, per cui finiscono per aggrapparsi a rapporti insoddisfacenti, pur di aver qualcuno a far loro compagnia.
Attenzione: è implicito che il bisogno di amore, affetto, amicizia e appoggio faccia parte della condizione umana. Non voglio qui fare l'elogio della vita da eremiti sulla montagna.
Occorre però distinguere fra il riuscire a stare un periodo più o meno lungo da soli, per poter scegliere un partner con cui condividere a pieno la propria vita, dal bisogno compulsivo di passare da un partner all'altro quasi senza un momento di contatto con la propria individualità, oppure, il continuare a stare in una relazione che non dà nulla, pur di aver qualcuno.

Ci sono tanti modi di essere dipendenti – alcuni molto ben cammuffati – come ci dimostra la Horner nel suo libro.

Vediamoli insieme:

Ho bisogno di te per convincermi che esisto
questa è la tipologia più palese, anche ad occhi meno esperti.
Si tratta di quelle persone che hanno avuto delle carenze infantili così profonde che adesso hanno sempre la necessità, per sentirsi vivi, di essere nello sguardo dell'altro, al centro del suo mondo e che vivono qualsiasi cosa o persona allontani il proprio amato come un tradimento, perché temono l'annichilimento se l'altro non c'è più per loro.
La conseguenza è che mettono in essere atteggiamenti così richiedenti e spesso assillanti, con pretese irrealistiche, che realmente allontanano l'altro da sé, disperato perché accusato di non far mai abbastanza.
Nel caso in cui non riescano a portare avanti le loro pretese, possono diventare estremamente accondiscendenti per evitare che l'altro se ne vada, ma in questo modo perdono di vista loro stessi, rinunciando alla propria identità.

Ho bisogno di te per sapere chi sono
si tratta di coloro che usano l'altro come specchio che li definisca e gli rimandi un'immagine definita, un ruolo che gli doni sicurezza.
Spesso si tratta di persone che molto precocemente hanno dovuto corrispondere a un ruolo che era funzionale per i genitori (il/la bravo/a bambino/a, l'ometto o la donnina di casa) così da garantirsi l'affetto.
Oggi questa persona non riesce più a prescindere da quel ruolo: spesso sono addirittura incapaci di permettere a qualcuno di prendersi cura di lui/lei e diventano dipendenti da partner cui fanno da genitore, perché la loro autostima è plasmata su questo modello di accudimento inverso.

Ho bisogno di te per non sentirmi perduto
in questo caso, la persona ha bisogno dell'altro perché funga da centro aggregatore della sua vita, la base sicura da cui partire per poter esplorare il mondo.
Si tratta di quelle persone che tendono ad avere un rapporto lungo e sicuro, ma privo di intensità, per poi dedicarsi a relazioni saltuarie dove poter agire altre parti di sé.
Un po' come fa il bambino con la mamma, quando inizia a muovere i primi passi: ogni tanto si volta a vedere se c'è, perché senza di lei che fa da sicurezza, ciò che va ad esplorare diventa insicuro e minaccioso.
Per questo, nel caso il partner non accetti più di fare solo da punto fermo, la persona in questione, tenderà inevitabilmente a trovare subito un valido sostituto per poi poter riprendere il processo come prima.

Ho bisogno di te per sentirmi perfetto
Può darsi il caso che al fine di mantenere l'illusione della propria perfezione, uno dei due partner finisca con l'attribuire all'altro i propri aspetti negativi, facendo in modo che l'altro si senta davvero così, ovvero che sperimenti sulla sua pelle ad es. il sentirsi inferiore, mai all'altezza, poco avvenente ecc... (care lettrici affezionate, vi ricorda qualcuno questo processo?)
A un'osservazione superficiale potrà sembrare che sia il partner “di serie B” ad aver bisogno ed essere dipendente da quello, chiamiamolo “di serie A”, mentre in realtà si tratta di dipendenza in entrambi i casi, ed è per questo che coppie siffatte sono così dure a sciogliersi. Quando il perfetto perde l'imperfetto non riesce più a viversi completo, per cui farà di tutto per recuperare il rapporto.

Ho bisogno di te per stare bene con me stesso
si tratta del caso in cui il partner ha bisogno dell'approvazione dell'altro per sentirsi meritevole d'amore, ma questo diventa spesso un'arma a doppio taglio, perché è davvero così impellente il bisogno di approvazione che la persona intuisce ciò che deve fare per riceverlo e si comporta di conseguenza.
Così da una parte riceve il riconoscimento agognato, ma non per la sua autenticità, bensì per quella maschera che ha indossato pur di riceverlo, condizionato dalla paura della perdita.

Ho bisogno di te per valutarmi per contrasto
in questo difficile modo di relazionarsi, l'altro è sempre necessario come elemento da cui distinguersi: c'è una dipendenza ma è basata sulla competizione.
(Ad es. lei è bella ma io sono intelligente)
L'altro non è mai visto per quello che è, così come se stesso non è percepito con qualità e caratteristiche a se stanti, bensì sempre in contrasto l'uno con l'altro, e per questo dipendenti.
In questa situazione la relazione è un perenne oscillare di alti e bassi, dove se l'uno e su l'altro deve essere giù e viceversa, ma anche qui il doppio legame è così forte che difficilmente la catena si spezza.

L'ultimo caso è quello della dipendenza ostile
la forma più intensa per stare vicini ma allo stesso tempo separati.
Il conflitto e l'eventuale vincita gratifica il bisogno di avere un potere sull'altro, che è visto troppo potente, ma dal quale dipende, proprio come il bambino quando a due anni è nel momento dell'ambivalenza fra la necessità di restare attaccato alla mamma e di avere una propria piccola autonomia.

Non esiste una soluzione facile per risolvere queste dinamiche.
Posso solo lasciarvi con le ultime parole del libro

La lotta per armonizzare l'essere con l'amare, per mantenere il senso della propria identità e integrità, e apprezzare in pari tempo l'interezza della persona che amiamo, è una battaglia che ha inizio nella culla e dura tutta la vita.

Buona fortuna

e, per adesso, buona settimana
virginia

lunedì 9 settembre 2013

Punti di vista. E a capo.



A castle in sky by kazumi Ishikawa on Fivehundredpx
 
Spesso mi capita di parlare in terapia, con uomini e donne che si rivolgono a me, della relatività dei punti di vista.

Di come ciò che per una persona può sembrare una tragedia, per un'altra possa essere una benedizione.

Della possibilità che interpretiamo il pensiero e il sentire altrui sulla base di ciò che noi stessi pensiamo e sentiamo, non solo degli altri ma anche di noi stessi.

Le nostre esperienze subiscono sempre il filtro dei bisogni.

Occorre essere attenti e presenti a noi stessi ed imparare a discernere fra bisogni e sogni, fra aspettative e necessità.

C'è differenza fra scegliere e fuggire. Fra agire e subire. Fra distruggere e modellare.

Per questo ho voluto prendere spunto da queste due storie, sempre a partire da una foto. La stessa.
(se ti sei persa le altre storie a partire dalle finestre le trovi qui)


(Lecce)


Vista da dentro:
Adesso c'è solo il bianco. Essenziale per cominciare una nuova avventura.

Come per le tele candide dell'artista che trepidanti aspettano la prima pennellata, ancora ignare del loro destino.

Bianco come quando tutto è ancora da cominciare, pensare, creare nelle forme che plasticamente si sovrappongono, nell'immaginazione di luoghi che ancora non appartengono a nessuno.

Al momento solo i muri sono miei: confini di un'identità scandita solo nei metri quadri. Sono in cerca di me.

Riuscirò a trovarmi?
Non voglio il legno rustico della cucina dei miei genitori, troppo avvolgente nei viluppi dei nodi che fanno da trama alle ante.

Non sono neppure un'anima minimale come mio fratello, per il quale la casa non deve tradire alcunché di vissuto.

No, non ho neppure la tendenza barocca a strafare di mia sorella, che riempie gli spazi di oggetti feticcio; “per raccontare di me” – dice lei – “per ostentare realtà mascherate” – penso io.

Mi piacerebbe quell'atmosfera che c'era dalla nonna, un profumo di pane e biscotti, pensieri affettivi e carezze di sguardi. Forse è per questo che l'ho scelta sopra un fornaio.

Vorrei quei camei di antiche trine, sfumature arancioni di bianco, come le case del sud baciate dal sole al tramonto.

La voglio essenziale.

Come se ci fosse un ordine prestabilito: come i pianeti che ruotano intorno al loro astro e sanno che quello è il destino. Ogni cosa al suo posto, anche quel libro che sembra lasciato lì a bocca aperta sul divano da un lettore distratto, alzatosi perché hanno suonato e dopo impegnato in tutt'altre faccende.

La voglio accogliente.

Desidero la possibilità per chi varca la porta di tuffarsi in un abbraccio, percepire sulla pelle il benvenuto di un ospite che senza tanti fronzoli ha sempre qualcosa da offrirti, soprattutto un sorriso.

La sogno autentica.

Non da copertina o rivista, piuttosto un cantiere aperto alle novità, capace di trasformarsi senza snaturarsi, flessibile ai bisogni e capace di cogliere le opportunità.

Voglio che cresca con me, che sia una narrazione e non una bella frase ad effetto.

Voglio riempirla di gioia, di colori e di significati.

Che entri la luce da questa grande finestra, il mondo penetri qua dentro con tutta la sua energia, per portare nuove esperienze.

Questo piccolo terrazzo potrebbe essere il trampolino per una vita a due, chissà, magari una tappa provvisoria quando saremo in tre, da lasciare di nuovo a chi – come me adesso – è all'inizio della sua avventura nel mondo.

Ho paura. E se non facessi le scelte giuste? Che ne sarà di me?


Vista da fuori:
Qui sulla panchina, alzo lo sguardo e lo vedo.

Quello sarebbe il posto giusto per ricominciare.

Mimetizzarsi senza tradire niente all'esterno.

Una finestra anonima, nessun fiore da curare, nessun orpello che tradisca le passioni di chi di abita. Magari un'asciugatrice, necessaria per non rivelare con gli indumenti stesi l'identità dell'inquilino.

Ho bisogno di resettare la mia vita in una stanza bianca, con muri bianchi, quei pochi mobili che servono per necessità; all'inizio andrebbe bene anche un materasso poggiato a terra, per sentire con maggior forza la gravità della situazione.

Voglio un rifugio d'emergenza, un riparo dall'implosione della mia vita.

Fuggire da tutti quelli che mi alitano sul collo e mi impediscono di essere.

Ansimo e sogno una tregua.

Mi fermo ma il cuore batte troppo forte per sostare.

Forse non posso più tirarmi indietro, eppure vorrei scappare.

Credevo che quella fosse la mia strada, lui la persona giusta, quello il lavoro che volevo.

Invece mi ritrovo qui, su una panchina del centro, accattona di vite altrui, a immaginare di essere sola, isolata, anche triste se questo è il prezzo da pagare, ma libera.

Se quella casa fosse mia, vorrei nascondermi nel buio: mettere pesanti tende scure a quelle finestre così abbaglianti di luce e come un animale nella tana aspettare tempi migliori. Sperare che il nemico si stufi di stare fuori ad attendermi.

Chiusa ermeticamente dentro un contenitore vuoto, uscire solo per un po' di pane del fornaio, e acqua, come carcerata di me stessa.

Chissà invece chi ci abita... chissà se conosce la fortuna di poter scegliere fra molte possibilità.

Spero che almeno lui o lei, faccia la scelta giusta.

Ma poi mi chiedo, esiste davvero la scelta giusta, o ogni giorno è quello giusto per prendere in mano la propria vita, anche quella che c'è già, e renderla come la vorremmo, senza fuggire?

Questi due punti di vista ci insegnano che  solo partendo dai bisogni realistici e profondi , si possono fare delle scelte.

Spesso non si sa prima se saranno quelle più giuste in assoluto.

È importante conoscersi, prendere consapevolezza dei bisogni propri e allontanare quelli altrui che tarpano le ali, ma allo stesso tempo venir meno dalle illusioni e vedere con obiettività tutti gli aspetti di  una data situazione.
Occorre dipanare le nebbie e uscire dalle aspettative irrealistiche.

La qualità più opportuna in questi casi è la respons-abilità, come capacità di essere abili a dare risposte, sapendo far fronte anche alle conseguenze, perché comunque si è in profonda connessione con se stessi.

“Non è mai troppo tardi per essere chi si sarebbe potuti essere”

G. Eliot

buona settimana
virginia

martedì 16 aprile 2013

i preliminari necessari per qualsiasi rapporto


Escher - vincolo di unione (1956)
 
Se leggendo il titolo vi siete immaginate luci soffuse, scenari languidi e sensuali siete sulla strada sbagliata ;-) : sto parlando di qualcosa di più fondante e meno provvisorio, si tratta della stima di sé e della stima dell'altro.
Questo week end mi stavo preparando per un incontro di condivisione al femminile il cui argomento questo mese era “la comunicazione nella coppia” e rileggendo un vecchio libro (di quelli preziosi, scovati nei mercatini che ormai sapete piacermi tanto) ho trovato delle citazioni tratte da Virginia Satir, la terapeuta americana famosa per le sue terapie con la coppia e la famiglia.

Questa donna fantastica, che ha aperto la strada negli Stati Uniti a un nuovo modo di stare insieme – lasciandosi contagiare dalla psicologia umanistica e la ricerca di significato della vita, che va oltre la mera trasformazione della relazioni disfunzionali – ha creato delle dichiarazioni di stima, condensati di saggezza e riflessioni, da leggere tutti d'un fiato e poi riprendere per sorseggiare riga per riga, associando i propri interrogativi, le proprie affermazioni fino ad ottenere le risposte che ristorano gli animi assetati di benessere e pace nelle relazioni.  Di qualsiasi tipo e tempo esse siano.

Perché è questo il messaggio di Virginia: queste dichiarazioni sono dei veri e propri “progetti”, ma anche mappe che possono aiutare durante il percorso insieme, dal primo giorno, passando per le burrasche e le crisi fino a tempi in cui è necessario il cambiamento approdando a equilibri diversi e necessari.

Come afferma l'autrice del libro da cui sono tratte “non sono specifiche della coppia felice. Sono trampolino che ci lancia in avanti per tutta la nostra vita in tutti i settori” (Sylvie Tenenbaum “Un uomo, una donna. Come gestire la vita a due” Ed. Sei 1993).

Riguardano il “noi” ma anche e soprattutto l'io e il tu che lo fondano.
La mia dichiarazione di stima per me.
Io sono io. In tutto il mondo non c'è una persona esattamente uguale a me. Alcuni posseggono elementi simili ai miei, ma nessuno li organizza nello stesso mio modo. Di conseguenza tutto ciò che proviene da me è autenticamente mio, perché io solo l'ho scelto.
Riconosco come mia l'intera mia persona: il mio corpo, compreso tutto ciò che fa; la mia mente, compresi tutti i suoi pensieri e tutte le sue idee; i miei occhi, comprese le immagini di tutto ciò che vedono; i miei sentimenti, qualunque sia la loro natura – collera, frustrazione, delusione, eccitazione, gioia, amore, ecc..; la mia bocca, e tutte le parole che ne escono – gentili, volgari o cortesi, indecenti o educate; la mia voce, dolce o sbraitante; e tutte le mie azioni riguardanti gli altri o me stesso. Riconosco mie le mie paure e le mie speranze, le mie illusioni, i miei sogni. Riconosco miei tutti i miei insuccessi e gli errori, le mie vittorie e le mie conquiste. Riconoscendo come mio tutto ciò che è mio, posso allora conoscermi più intimamente. Così facendo posso amarmi ed essere in buoni rapporti con ogni parte di me stesso. Posso allora far sì che tutto me stesso lavori per il meglio dei miei interessi. So che in me vi sono aspetti che mi interessano e altri che ignoro. Ma riservando da molto tempo sentimenti amichevoli e affettuosi verso me stesso, posso cercare, con coraggio e speranza, soluzioni ai miei problemi e modi per saperne di più su di me. Poco importa l'aspetto che ho, ciò che dico e ciò che faccio, ciò che penso e provo in un determinato momento: tutto ciò sono io, autentico, e rappresenta dove sono in quel preciso momento. Quando più tardi rivedo qual era il mio aspetto, ciò che dicevo o facevo, ciò che pensavo e provavo, può capitare che alcune mie parti mi appaiano non adatte. Posso scartare ciò che non va, conservare ciò che si è rivelato adeguato, e inventare qualcosa di nuovo per sostituire ciò che ho eliminato. Posso vedere, capire, sentire, parlare e agire. Ho strumenti che mi permettono di vivere bene, di essere vicino agli altri, di essere utile, di dare un significato e un ordine al mondo di persone e di cose esterne a me.

Mi riconosco come mio e posso costruirmi da solo. Sono me stesso e posso apprezzarmi come sono.
(V. Satir, in Tenenbaum, 1993 – pag.110-111)

La mia dichiarazione di stima per te.
È perché sei te stesso, diverso da tutti gli altri e da me, che un bel giorno ti ho scelto. Hai dei punti in comune con me, ma resti unico, e io amo le tue differenze (a me basta uno specchio): mi interessano.

Certe mi meravigliano, altre mi lasciano perplessa, altre ancora mi affascinano. È perché sei te stesso – il tuo corpo, i tuoi pensieri (che io rispetto scrupolosamente), i tuoi progetti (che possono attirarmi o sorprendermi) le tue sensazioni (anche se non le condivido in tutto), ciò che dici di te (con pudore e precisione, perché osi parlare di te senza ostentazione), le tue azioni (anche se trovo che a volte potresti fare in un altro modo, anche se hai molte attività indipendenti da me), le tue creazioni (sei capace di reinventare ogni giorno il quotidiano), i tuoi sogni, le tue realizzazioni (anche se non ne faccio parte) – che io ti scelgo ogni giorno.

È perché sei te stesso – le tue scoperte, le tue conoscenze, le tue lacune; il tuo passato, le tue esperienze, i tuoi desideri riguardo la vita; gli elementi che contribuiscono a farti così come sei; il tuo modo di vivere la vita, la tua curiosità, i tuoi rifiuti, le tue sfumature, le tue attese – che io ti scelgo ogni giorno. È perché sei te stesso, che nessuno avrebbe potuto immaginarti: non sei né un prototipo, né un'immagine, né un mito. È perché sei semplicemente te stesso e tutto te stesso che io scelgo te, ogni giorno, con gioia e con stima.
(V. Satir, in Tenenbaum, 1993 – pag.113)

 
Lasciatevi inondare da queste parole, stampatele e tenetele con voi, possono schiudervi nuovi orizzonti di consapevolezza e bellezza.

Allo stesso tempo però, ricordate che queste affermazioni necessitano reciprocità per donare i loro frutti, non possono essere a senso unico. Entrambi i partner possono farle proprie, per una crescita che sia di coppia.
In caso contrario, l'affermazione più idonea è invece quella di Fritz Perls, nella famosa preghiera della Gestalt:

"Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.

Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare."


Buona settimana

virginia

lunedì 11 marzo 2013

Le sindromi distruttive della coppia




Ho trovato questa interessante categorizzazione in un libro di Roberta Giommi, “Le donne amano la terra e il cielo” (ed. Frassinelli, 2005), dove, in circa duecento pagine si dipanano in modo semplice e accessibile, i temi quotidiani e le spiegazioni dell'arte di vivere al femminile.

Le dinamiche che avvengono all'interno di una coppia sono numerose e complicate, frutto della storia personale, delle esperienze significative, delle proiezioni di caratteristiche necessarie alla propria identità o rifiutate (ne abbiamo parlato qui).

Ritengo però che queste tre sindromi, ben descritte dalla Giommi, siano quelle che, trasversalmente ai casi individuali, possono trovarsi spesso in molte dinamiche fra coniugi o fidanzati, col risultato di rovinare le cose, anche a priori.
La sindrome pedagogica: io ti cambierò, modificherò le tue abitudini e il tuo carattere.

L'altro non viene amato per quello che è, ma per la presunzione di volerlo cambiare. Infondo le sue caratteristiche non ci piacciono e pensiamo di trasformare i suoi difetti in virtù. È una sindrome prevalentemente femminile perché si adatta a un compito genitoriale. È pericolosa proprio perché contraria al fondamento più importante del benessere di coppia, rappresentato dal reciproco riconoscimento: “penso che tu sia una persona di valore e penso di essere anch'io una persona di valore” (Giommi, pag. 153)


All'inizio di questo meccanismo perverso, si viene attratte da almeno qualche caratteristica dell'altro che appare positiva o attraente, ma, al momento in cui ci si accorge che ci sono altre cose che non vanno (nel senso che non corrispondono alle nostre aspettative), ecco che scatta questa sindrome, dove l'obiettivo non è più quello di stare insieme nella libertà di essere se stessi, ma diventa una ricerca maniacale di modificare nell'altro atteggiamenti, comportamenti, insomma, ci si aspetta che rinneghi parte di quello che è stato fino ad allora.
La spiegazione sta in quella frase che la Giommi si limita a esplicitare, ma che necessita di altre parole per essere compresa: È una sindrome prevalentemente femminile perché si adatta a un compito genitoriale.
Questo significa che la donna (ma anche l'uomo se lo fa) si pone in una posizione genitoriale col partner (condensata in una frase del tipo “io sono l'adulto e so cosa è meglio per te”), che presuppone di sapere che cosa è bene per l'altro (che poi, siamo proprio sicuri che il solo fatto di essere genitore, ci dia la possibilità di sapere esattamente che cosa è bene o meno per il figlio? Di decidere cosa deve farne della sua vita e come deve essere? Ma questa è un'altra storia...)
Nella coppia i partner dovrebbero procedere in parallelo, senza che uno prevarichi l'altro arrogandosi ruoli genitoriali: ovvero, possono esserci situazioni in cui si fa leva sulla propria subpersonalità genitoriale per poter essere di conforto e aiuto, nel prendersi cura, ma non può essere uno standard di comportamento.
Ci sono coppie ove uno dei due è considerato alla stregua di un figlio – spesso sono le donne che trattano il marito al pari dei marmocchi di casa – impedendogli di fare delle cose perché loro le fanno meglio, per poi lamentarsi che devono fare tutto da sole e che il compagno è un bambino viziato non cresciuto...(lui dal canto suo conferma questa realtà, adagiandosi in una posizione subordinata e più comoda, se non fosse per il dover sopportare le recriminazioni e lamentele, in un circolo vizioso senza fine...)
Non è lamentandosi che si ottiene il cambiamento: in questi casi è necessario rivedere i ruoli, riconoscere lo scarto di potere e restituire responsabilità a entrambi, facendo fronte alle mancanze e ai bisogni che hanno portato all'instaurarsi di quella situazione. 
Quando uno dei due sente di sapere cosa è meglio per l'altro, occorrerebbe interrogarsi su quali vantaggi personali e quali interpersonali, può portare il fatto che i propri desideri vengano esauditi: nel secondo caso può essere che siano di beneficio alla coppia, nel primo possono invece nascondere bisogni infantili o la sindrome di cui abbiamo parlato sopra.


La sindrome salvifica: io ti salverò, curerò le tue ferite e le tue insoddisfazioni e ti renderò felice.

Indica di nuovo una sopravvalutazione delle nostre forze e una istanza di riparazione che spesso si trasforma in rancore perché l'altro resta infelice, rabbioso, scontento. Tale comportamento prevede spesso la ricerca del male nel partner come parte scissa di noi. (pag.154)


Qui si nascondono tante sfaccettature delle disfunzioni relazionali che maggiormente colpiscono le donne (la sindrome della crocerossina, la sindrome di Wendy di cui abbiamo parlato qui, la sindrome dell'indispensabile... ).
Ancora una frase da spiegare: Tale comportamento prevede spesso la ricerca del male nel partner, come parte scissa di noi.
Semplificando si potrebbe dire che la ricerca spasmodica di occuparsi di questi personaggi difficili e dannati, nasconde la ripetizione di copioni disfunzionali della propria vita: può essere che ci stiamo occupando della nostra parte infelice e rancorosa che non riconosciamo dentro e proiettiamo sull'altro, oppure che, attraverso quell'uomo, inconsciamente ci riconnettiamo con un altro uomo significativo (magari il padre) verso il quale sentiamo – per motivi diversi e complessi – di non essere riuscite a renderlo felice. Ovviamente tutti questi processi sono inconsci, per cui la prima reazione alle mie parole sarà “no. Impossibile. Non è il mio caso...” ma magari, già il cominciare a chiederselo potrebbe aprire a nuove prospettive... (vi ho già parlato del libro Donne forti, deboli con gli uomini forti, qui)

La sindrome dell'indovino: chi ama sa che cosa deve fare perché guidato dal cuore.

Le donne di oggi, che pure possono esprimere i loro desideri e sono in grado di esplicitarli, sognano ancora che il maschio, come il genio della lampada, li capisca e realizzi, senza bisogno di chiedergli nulla. La dimensione relazionale si costruisce invece accettando di leggere e di ascoltare i segnali dell'altro. Ricevere risposta perché si è chiesto per ottenere non toglie niente alla bellezza del dono ricevuto. Non è vero che se non indoviniamo i pensieri del partner non siamo innamorati. (pag. 154)
Questa è la sindrome che mi muove più tenerezza quando la trovo, ovvero l'idea romantica che il partner, siccome mosso dall'amore, abbia il potere di indovinare tutto quello che serve per farci stare bene. La replica che sento dire spesso è: “ma all'inizio succedeva, era più attento, presente...” Io rispondo che all'inizio anche voi eravate disposte diversamente a farvi conoscere e manifestare ciò che vi piaceva o meno, perché nella fase di conoscenza è normale... inoltre non si può pretendere di restare sempre uguali a se stessi. Passa il tempo e magari anche cambiano i bisogni e le modalità di realizzarli ed è bello manifestarsi all'altro in questi nuovi aspetti, condividere, raccontare, invece di aspettare come un segugio i segnali che lascino cogliere che si è accorto che improvvisamente ci piace il colore verde invece che il giallo, che ci piacerebbe andare al cinema a vedere un film che esce oggi con la nostra attrice preferita (ma magari lui non lo sa), che vorremmo ci regalasse un fiore invece di un cactus (ma come, fino a ieri adoravi i cactus!)... e subito dopo poi linciarlo se non riesce a leggere fra le righe o dentro la nostra contorta e al tempo stesso assiomatica testa!


Ricordiamoci che spesso, l'autoironia è ciò che restituisce spontaneità e fluidità ai rapporti interpersonali (e anche con se stessi...)


Vi auguro una splendida settimana

virginia