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lunedì 7 novembre 2016

il coraggio di una vita autentica



Sarà perché sto leggendo il libro “Così è la vita” di Concita De Gregorio (che vi consiglio, perché parla in maniera lieve e poetica dell'argomento profondo e doloroso che è la morte) o forse perché non dimentico mai gli anni di lavoro nel reparto dei morenti quando mi trovo a fare i conti con tutte le altre sofferenze quotidiane dei viventi – non tralasciando mai di portare testimonianze di significato di ciò che ho appreso in quei giorni ospedalieri – o forse è solo per questo week end piovoso che mi porta a riflessioni sfumate di grigio, che mi trovo a scrivere oggi sul senso del vivere.

Spesso mi interrogo, se dietro all'apparente ricerca della soluzione di un problema o di un sintomo, in realtà la terapia non sia altro che un continuo tentativo di trovare un significato a quell'insieme di eventi, persone, vissuti e azioni che solo alla fine potremo chiamare la “nostra” unica e irripetibile vita.
Ritengo che l'obiettivo finale di qualsiasi terapia sia quello di riuscire a vivere più pienamente la propria identità, ovvero vivere riuscendo ad essere se stessi, senza lasciarsi bloccare o frenare da aspetti interiori boicottanti.
Vivere e non sopravvivere.

Se dovessi riassumere in tre frasi le parole che maggiormente ho ascoltato in quelle corsie ospedaliere di cui vi parlavo poco sopra, sarebbero:
  • Ho dedicato poco tempo a me e troppo agli altri, mettendo i miei bisogni sempre dopo i loro
  • Ho lavorato molto ma mi accorgo che ho perso tante altre cose importanti della vita
  • Non ho coltivato i miei rapporti come avrei desiderato: ci sono molte cose che non ho detto o non ho fatto, pensando di avere sempre tempo per farlo

Questi temi sono spesso oggetto di riflessione nella stanza di terapia, ma mai li ho trovati così importanti e urgenti come nel momento della malattia o della fine.
Quindi mi chiedo: perché dobbiamo necessariamente attendere il bilancio definitivo per rendersi conto che qualcosa sarebbe potuto essere altrimenti?
Non è possibile rendere oggi la nostra vita più piena e auto-realizzativa?
Per farlo è necessario operare delle scelte.
E quando dico questo alle persone che siedono davanti a me, mi ritrovo occhi perplessi e smarriti che mi fissano lasciando trapelare timori da cataclisma.
In realtà non mi riferisco a cambiamenti radicali o colpi di testa.

“la vita vera è vissuta quando vengono fatte le piccole scelte. Ma è solo con i cambiamenti infinitesimali, quelli che nessun altro percepisce, che hai la speranza della trasformazione” (Lev Tolstoj)

Il cambiamento vero e duraturo è paziente e costante, è un processo, non un atto.
L'atto arriva solo quando tutto dentro è pronto per il grande passo, e in quel momento sarà così spontaneo e naturale che vi stupirà, perché quell'azione sarà il gesto della nuova persona che siete diventati, non quello disperato di chi eravate prima.
E se state facendo qualcosa di intimamente affine alla vostra anima, qualcosa che appaga profondamente i vostri desideri, anche il tempo sarà relativo.
L'importante è sentirsi vivi durante il viaggio, perché niente vada sprecato.

Non scegli come morire. O quando.
Puoi solo decidere come vivere. Ora.
(Joan Baez)

buona settimana
virginia 

lunedì 16 novembre 2015

Quanti modi per affrontare il dolore?



È stato un fine settimana traumatico per le nostre vite.
Ciascuno è stato fortemente toccato nelle corde più profonde della sopravvivenza e del valore della vita.
Mai come in questi momenti l'oggetto computer è diventato il tramite per dimostrare al mondo la nostra presenza: ma qui non voglio demonizzare in senso assoluto il voler mettere una foto del profilo colorata di Francia, ci sono già troppe diatribe al riguardo.
Mi sono detta che forse, così come i buddisti si ritrovano a pregare per modificare l'energia dei luoghi delle stragi, la nostra occidentalizzata civiltà fa marce di consapevolezza, oppure ogni persona esprime attraverso un'immagine simbolica il cordoglio per chi non c'è più, come se fosse un modo per dirigere intenzionalità consapevoli di pace e di cambiamento.
Ogni trauma ci mette in contatto con la vulnerabilità e la finitezza umana.
È un gioco crudele del destino, essere nel posto sbagliato nel momento giusto.
Che ci piaccia o no nessuno di noi ha il controllo su quello che sarà.
E continuamente cerchiamo modi per non contattare questa verità: il postare compulsivo è uno di questi.
È un fare qualcosa per sentire meno l'angoscia per ciò che è accaduto.
C'è da chiedersi magari, come poterlo fare per usare strumenti potenti in modo costruttivo.
Slogan razzisti o debacle per decidere se aveva ragione Terzani o la Fallaci, accuse separatorie – noi i buoni e voi i cattivi – dove ci portano?
Sono ulteriori elementi di scissione, scariche impulsive che attenuano sul momento la frustrazione ma non hanno alcun effetto riparatore, né su ciò che è accaduto, né tanto meno su quello che sarà.
Credo fortemente nella potenzialità di ciascuno di poter cambiare qualcosa ma a partire dalla propria realtà, ponendosi quesiti e cercando risposte cariche di senso.

Negli ultimi tempi sto assistendo a un fenomeno sempre più diffuso: la gestione del lutto online.
La persona non ha nemmeno fatto in tempo ad esalare l'ultimo respiro che già si leggono commenti al riguardo, manifestazioni di disagio e messaggi di commemorazione.
E non sto parlando solo di Valeria Solesin.
Parlo degli amici, parenti, conoscenti che vivono il nostro quotidiano.
Rimango inizialmente turbata quando vedo il saccheggio di immagini che popolano le bacheche di facebook per ricordare una persona cara scomparsa.
Una volta il dolore era un fatto intimo e privato.
Adesso mi chiedo, a cosa serve questa condivisione compulsiva? E soprattutto, a chi serve?
Il mio lavoro mi ha abituata a non giudicare, bensì trovare significati in ogni nuovo modo che nella società viene creato per far fronte a situazioni antiche.
Quindi spesso accade questo: mille commenti e condivisioni e poi imbarazzo e silenzio il giorno del funerale.
Purtroppo siamo tutti pronti a mostrare al mondo attraverso i social la nostra indignazione, il nostro dolore e reticenti a raccontare le stesse cose guardandosi negli occhi quando succede nella porta accanto. Perché?
Perché il contatto diretto col dolore è lacerante e senza pietà.
Guardare negli occhi chi ha perso qualcuno ci fa sprofondare nella nostra paura di perdere chi ci sta vicino, ma allo stesso tempo ci fa sentire impotenti e senza strumenti: nonostante le migliori intenzioni non riusciremo a cacciare via la sofferenza, perché anche nell'era della tecnologia il dolore resta un processo lento e soggettivo, e ognuno deve farci i conti dentro se stesso.
Il paradosso moderno però sta proprio qui: nella dimostrazione – a volte ostentazione – di un dolore urlato al mondo via internet, che diventa paura di ferire qualcuno nell'incrociare lo sguardo di un altro essere umano per dire “anche io sto male, anche io sono arrabbiato, anche io mi sento rotto dentro” oppure “io in questo momento non ho alcuna soluzione per te” “ho paura di farti del male parlandone”.
Quindi è come se affidandolo all'etere per lo meno trovasse uno sfogo, milioni di occhi che leggono ma che non guardano, ma soprattutto non rispecchiano.
È questo che in realtà paventiamo di più.
Lo specchio dello sguardo di chi accoglie le parole, materializza il dolore che invece vogliamo allontanare il più possibile.
Ma è proprio nella condivisione profonda, anche delle emozioni più difficili da raccontare che può esserci l'incontro più vero.
È solo nell'incontro di sguardi che – forse – al di là delle ideologie e delle differenze, potremo riscoprirci tutti più umani.

Buona settimana
virginia 

giovedì 5 novembre 2015

parole per l'anima #30


Il guaio è 
che si pensa 
di avere tempo



Se c'è una cosa che ho imparato negli anni in cui ho prestato servizio in ambito oncologico è il valore profondo e commovente della vita umana, che in ciascuno assume sfumature di senso ineguagliabili e meravigliose.
Di fronte a una sofferenza così grande, che mette a rischio la propria esistenza, le persone che ho accompagnato hanno affrontato con coraggio il percorso medico e allo stesso tempo dedicato spazio a rivedere episodi significativi della propria esperienza, cercando significati e spesso volendo modificare o portare a termine alcune cose lasciate per troppo tempo mai iniziate, sospese o interrotte. 
Le nostre paure ci condizionano ogni giorno, ognuno di noi ha delle piccole o grandi zone d'ombra che non vuole affrontare e che procrastina seguendo l'adagio "lo farò poi..." 



la paura non ferma la morte,
ferma la vita.

Perché non fare adesso qualcosa che desideriamo, che non ci siamo mai concessi o che finalmente può aiutarci ad essere pienamente noi stessi?




La vita o è un'audace avventura o niente.

In ciascuno il concetto di "avventura" virerà secondo una personale sfaccettatura, in base al vibrare delle corde dell'anima. 
Nella frase iniziale, il Buddha ci ricorda che è fondamentale vivere nel "qui e ora".
Ma che sia un salto nello spazio o l'osare un vezzo inaspettato, non è mai troppo tardi per vivere a pieno secondo la propria natura. 



Buon week end
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 2 novembre 2015

il valore della perdita




Oggi è il giorno della commemorazione dei defunti.
Nella stanza di terapia il tema del lutto è molto presente: a volte è proprio il motivo che porta le persone a varcare la mia soglia, altre volte diventa una tappa necessaria da rivedere insieme per riuscire a comprendere meglio la sofferenza e il disagio attuali, anche se la perdita è avvenuta molti anni indietro.
L'elaborazione della dipartita di una persona cara è un processo complesso e difficile, perché non si è mai pronti per il distacco definitivo, una parte di noi vorrebbe che la vita fosse eterna e che non ci fosse mai da assistere al dolore di chi amiamo.
Ogni esperienza di morte ci mette di fronte anche a mille dubbi sul significato della vita, ci fa toccare con mano la finitezza umana e – spesso all'improvviso – ci fa piombare coi piedi per terra rispetto all'illusione che saremo qui per sempre.
Per questi motivi non esiste un processo di elaborazione del lutto uguale a un altro.
Ogni persona ha tempi e modalità tutte sue, in base alla storia di vita e al sistema valoriale che la accompagna, però può essere utile conoscere le cinque fasi teorizzate da Elisabeth Kubler Ross nel 1970 – fasi che individuano tappe necessarie per l'evoluzione positiva di qualsiasi evento luttuoso, ma che non necessariamente avvengono secondo l'ordine con cui sono descritte, e che anzi, possono avvenire anche diverse volte in un arco di tempo variabile.
La Kubler Ross ha descritto queste fasi sostenendo persone cui veniva diagnosticata una malattia che avrebbe messo a repentaglio la sopravvivenza, ma poi con l'esperienza, si è potuto generalizzare il processo a ogni evento traumatico.

  1. La fase della negazione – è quella che segue lo shock di una diagnosi o la perdita vera e propria di una persona cara. La persona vive un momento di confusione, smarrimento e alterna momenti di incredulità ad altri di confronto con una realtà troppo difficile da affrontare. In questi momenti emergono frasi del tipo “non è possibile... non ci credo... è un brutto incubo...”
  2. La fase della rabbia – periodo caratterizzato da forti emozioni aggressive che possono rivolgersi contro le persone vicine, il personale medico, le divinità alle quali ci si era affidati e a volte anche contro se stessi. Il quesito che più di tutti ricorre è “perché proprio a me?” o “perché sei andato/a via e mi hai lasciato/a da solo/a?”
  3. La fase del patteggiamento – giunge quando si comincia a reinvestire su aspetti costruttivi e si accendono elementi di speranza sul da farsi, per poter andare avanti.
  4. La fase della depressione – è il momento di maggiore consapevolezza e di contatto profondo col dolore. È un passaggio necessario da attraversare per riuscire a comprendere con tutti noi stessi il senso di ciò che è accaduto, per donare significato alla nostra e all'altrui esistenza.
  5. La fase dell'accettazione – può trattarsi di una fase intermedia che apre a ulteriori tappe in un ciclo che porti lentamente alla rinascita oppure la parte finale di un processo attraversato con coraggio e umiltà, dove ciò che resta della persona perduta mette radici dentro di noi e ci accompagna nella nostra vita futura.

Uscendo dalle teorie che possono risultare sterili, come altre volte affiderò il compito di trasportarvi nelle profondità dell'animo umano ad un racconto che ho scritto partendo da questa foto.



Questa mattina ho fatto il bucato.
Non ho seguito alla lettera le regole implicite che negli anni mi hai insegnato, quando osservavo i nostri panni stesi, perché c'erano faccende solo tue – a ognuno i suoi compiti, dicevi – ma io l'ho sempre saputo che infondo temevi risultati imprevedibili qualora mi fossi impegnato.
E forse avevi ragione.
Non so perché l'ho fatto.
Sentivo la tua voce “a ognuno i suoi compiti”, ma adesso era suono sbiadito nella mia mente, un'allucinazione del mio desiderio.
Le mie mani non si muovevano calme ed esperte come le tue, quando con amore adagiavi ogni capo nella culla della lavatrice; in preda a un raptus fulmineo di rabbia e furore ho gettato alla rinfusa quei panni sgualciti dalle ultime notti, per non tenerli fra le dita, quasi mi contaminassero.
90° incurante delle conseguenze. Non volevo essere delicato.
Volevo lavar via la morte da te. Separare il dolore da noi, centrifugando i gironi infernali che mi avviluppano.
Sterilizzare tardivamente ogni germe di sofferenza – come se la tua malattia potesse essere estirpata col calore, dopo tutto quel veleno iniettato.
O forse era un modo per non sentire io quel gelo polare che mi abita da quando non sei più qui con me.
Il risultato è tetraggine e grigiore assoluti, in tinta coi giorni di solitudine che mi attendono.
Solo il tuo pigiama ha mantenuto un colore dignitoso e ho pensato che ti somiglia, discreta e garbata fino alla fine.
Nonostante il dolore.
Nonostante la paura.
Nonostante me, che incredulo assistevo alla tua fine senza poter far niente per salvarti.
Ho steso tutto al filo sospeso sul cielo, quello più alto: lo vedi anche tu?
Ammetto così le mie colpe, avevi ragione, non sarei stato un buon casalingo.
Spero solo di essere stato un degno compagno nella tua vita troppo breve.

Buona settimana
virginia 

lunedì 28 settembre 2015

Gli Attacchi di Panico e la rilettura del sintomo



Non sono un'amante delle indagini demografiche e nemmeno ho molta simpatia per i numeri statistici, che danno solo uno sguardo di un certo tipo sulle situazioni, ma a quanto pare il Disturbo da Attacchi di Panico sta diventando sempre più diffuso, colpisce una persona ogni 75 e in una proporzione di 2-3 volte di più le donne rispetto agli uomini.

Quando uno o più sintomi colpiscono l'ignara vittima, la reazione più frequente è quella di recarsi al pronto soccorso più vicino, dove spesso viene fatta la prima diagnosi.
Ma in che cosa consiste un attacco di panico (AdP) e qual è la differenza con il più comune attacco di ansia (AdA)?
Intanto si differenziano per la presenza o meno di un oggetto o situazione cui si riferiscono.
L'AdP si presenta all'improvviso, spesso senza segnali che facciano presagire un disturbo – questo la prima volta, mentre successivamente si ha sempre un'ansia anticipatoria pervasiva che impedisce lo svolgimento delle normali attività quotidiane e porta all'evitamento di luoghi che si ritengono scatenanti (ad es. quello dove è avvenuto il primo episodio). L'AdP irrompe spesso in situazioni di normale vita quotidiana – spesso alla guida, mentre ci si sta recando da qualche parte, ma anche sul divano di casa – senza alcun motivo che possa giustificare lo sconvolgimento emotivo in atto.
L'AdA invece è sì un forte momento di crisi acuta che ricalca i sintomi di AP ma avviene di solito come reazione a eventi, incontri o anche solo pensieri su situazioni che creano disagio, quindi la persona sta male ma ne conosce il motivo, o per lo meno può addurre il malessere a un momento di angoscia, di paura per qualcosa di concreto o conosciuto.
Si può parlare di AdP quando sono presenti almeno 4 di questi sintomi:
  • Palpitazioni/tachicardia
  • Paura di perdere il controllo o di impazzire
  • Paura di morire
  • Tremore
  • Sudorazione (estesa anche alle mani)
  • Sensazione di soffocamento
  • Dolore o fastidio al petto
  • Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
  • Sensazioni di sbandamento, instabilità nell'equilibrio
  • Brividi o Vampate di calore
  • intorpidimento o formicolio degli arti
  • Nausea
  • Costrizione alla gola

Ecco, una volta premesse queste nozioni necessarie a inquadrare il fenomeno, come ho fatto altre volte voglio riflettere con voi su una possibile sfumatura di significato celata dietro tanta sofferenza.
Uno dei sintomi più riportati da chi vive un episodio del genere è quello della paura di morire. Ed è il motivo che porta la maggior parte delle persone a rivolgersi ai medici del Triage piuttosto che direttamente a uno psicologo.
Molti restano sbalorditi di scoprire, dopo un primo momento di terrore per la propria salute, che in realtà le radici della sofferenza non sono da cercare nel corpo bensì nell'anima.
Come abbiamo visto qui, il paradosso dell'AdP è la straripante vita che da sotto preme per emergere alla luce del sole.
Il panico, all'inizio odiato nemico, se ascoltato e interpretato può donare significati preziosi (qui).

Ma come conciliare tutto questo con la paura di morire che inevitabilmente ti assale?
All'inizio è fondamentale riuscire a gestire i sintomi in maniera concreta: cercare un posto tranquillo, fermarsi e respirare. Anche se risulterà difficilissimo, occorre fare respiri profondi, col diaframma, che riescano a far passare più aria di quelli affannati e corti che vengono in automatico.
Chiedere aiuto e non vergognarsi di farlo, a volte il contatto con una persona che ancori alla realtà è un toccasana per chi entra nella confusione.
Una volta passata la crisi, dopo l'ospedale, quando ci si trova sul divano dello psicologo, uno degli aspetti fondamentali da riuscire ad apprendere è l'attribuzione di senso a qualcosa che di per sé pare non averlo.
Di solito una volta decriptato, sciolti i nodi inconsci che lo hanno provocato, si dirada e anzi, il più delle volte sparisce.
Ogni storia ovviamente è diversa, non c'è un significato univoco che vada bene per tutti, ma se soffrite di questo disagio, potreste già chiedervi, invece di soccombere alla paura di morire: che cosa in me deve morire? Quali aspetti della mia vita hanno fatto il loro tempo e chiedono di essere sostituiti? Come posso farlo nel rispetto della mia persona e di chi mi sta vicino?
Se c'è una cosa che ho imparato nei reparti oncologici è che non è mai troppo tardi per cambiare qualcosa, una qualsiasi cosa che porti profondità e senso, per quella persona unica, in quella vita particolare.

Vi lascio con queste parole tratte dal commovente romanzo di E.E. Schmit “Oscar e la dama in rosa”

[...] la vita è uno strano regalo.
All'inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna.
Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe pronti a gettarlo.
Infine ci si rende conto che non era un regalo ma solo un prestito.
Allora si cerca di meritarlo.
[…] Più si invecchia più bisogna dar prova di gusto per apprezzare la vita.
Si deve diventare raffinati, artisti.
Qualunque cretino può godere della vita a dieci o vent'anni, ma a cento, quando non ci si può più muovere, bisogna avvalersi della propria intelligenza.

buona settimana
virginia

lunedì 3 febbraio 2014

le mamme e i papà "speciali"



Qualche week end fa ho partecipato a un corso di formazione.
In verità chiamarlo corso di formazione è molto riduttivo.
È stato un piccolo e grande percorso dove ho potuto conoscere e sapere informazioni ma anche vivere, elaborare e sentire tante emozioni, col cuore ma anche con tutto il resto del mio corpo.
Ho conosciuto Claudia Ravaldi, fondatrice dell'Associazione CiaoLapo Onlus, di cui potete trovare il sito e tutte le info qui.
Si, era un corso sul lutto.
Su uno dei lutti più difficili da accettare: quello in gravidanza e dopo il parto.
È durante questi giorni che ho scoperto il significato nuovo di un accostamento di parole conosciuto: “genitori speciali”.
Sono mamme e papà speciali, tutti quei genitori che affrontano il dolore più straziante e lacerante: la perdita del proprio bambino quando ancora non ha visto la luce o quando cause incomprensibili lo rubano alla vita appena nata.
Accompagnare una donna e una famiglia che ha subito questa esperienza è un cammino intimo e delicato, un percorso che segue strade e tempi diversi, perché il lutto non è patologia, fa parte della nostra vita.
Le risposte mediche o il desiderio comune di spingere a guardare oltre, non vanno di pari passo alle ragioni dell'anima.
È difficile trovare parole che descrivano momenti così personali, privati e profondi.
Come altre volte, proverò ad affidarmi alla narrazione di una storia, che è nata sì nella mia immaginazione, ma radicandosi nelle storie ascoltate dalle mamme, in quelle lette fra le pagine di testimonianza di CiaoLapo, risuonando dentro di me e uscendo di nuovo come parole da leggere insieme, per provare a dare uno spazio alla sofferenza, perché non venga vissuta in solitudine e isolamento, di fronte alla quale si può almeno ascoltare in silenzio e sostare, con rispetto e pudore.


Ho sempre pensato che finché tu fossi stato qui dentro alla mia pancia, saresti stato al sicuro, che io ti avrei protetto dal mondo, dai pericoli... cosa più difficile una volta che tu fossi uscito fuori.
Mi sentivo forte, onnipotente e in grado di fare tutto per te.
Eri dentro di me ancora prima di esserci.
Ti ho pensato, sognato, immaginato e amato milioni di volte, creando ogni volta per te e per noi una vita possibile, una storia diversa, o semplicemente un futuro, dove ti avrei insegnato a crescere e io sarei cresciuta con te.
Invece non c'è mai stato neppure un presente.
Io, in quel buio che tu abitavi qua dentro, non ci ho mai capito granché.
Il dottore spiegava, “qui c'è questo, qui c'è quest'altro...” in quel monitor nero pieno di graffi bianchi che ti disegnava.
L'unica cosa che mi ha rassicurata fin dalla prima volta che ti ho visto, era quella macchiolina pulsante, il tuo cuore, che come un piccolo tamburo scandiva il ritmo della mia gioia.
Vuol sapere il sesso? No non lo volevo sapere, mi bastava sapere che c'eri.
Vuole fare l'amniocentesi? No, era già un miracolo che tu ci fossi.
Ma un giorno non ci sei stato più.
Come nelle brutte storie, quel buio che prima mi affascinava, dopo mi ha risucchiata.
Con lo stesso garbo gentile con cui mi descrivevano i tuoi piccoli organi, mi hanno detto che avevi smesso di vivere.
E io sono caduta in un pozzo di dolore.
Hanno aggiunto che non dovevo preoccuparmi e che non eri ancora ben formato... ci sarebbero stati altri bambini... meglio così che danni più gravi... meglio così che malformazioni e una vita-non vita... infondo io ero sana e avremmo potuto tentare di nuovo...
Ero incredula, confusa: quelle voci mi arrivavano infondo al pozzo con un'eco devastante.
Volevo farli tacere ma ero impotente, perché a volte erano amplificate anche da quelle di chi, da vicino, avrebbe dovuto capire, sapere... o per lo meno tacere.
Che ne sanno tutti quanti di quanto amore c'era in quel fagiolino che custodivo nel ventre?
Come possono pensare che una vita vale l'altra solo perché ancora non ha visto la luce?
È una questione di settimane, di mesi, di giorni? Oppure di sentimenti? Di tempi o di profondità?
Nella mia mente di mamma tu esistevi, nei progetti miei e di papà tu eri già un piccolo tesoro, un grande ponte verso il futuro, che immaginavamo roseo, come quello di tutti i bambini.
Ti ho dato alla luce, e, nonostante il buio che mi attanagliava, è stato un dono.
Ho voluto vederti, toccarti, provare che non mi ero sbagliata... c'eri stato davvero, così piccolo e fragile.
Ti abbiamo dato un nome. Ho voluto una foto con te.
Le persone non capiscono, mi guardano smarrite quando lo dico e il loro sguardo di biasimo ferisce.
Non capiscono che per me quegli atti sono gli unici spiragli in questo nero denso che ancora non si è dissolto.
Anche i referti sono sterili parole, perché non voglio una causa, cerco un “significato” e nemmeno la fede mi aiuta a mettere pace in questo mio cuore agitato.
Solo leggere le storie delle altre “mamme speciali” mi aiuta.
A volte mi fa disperare, a volte mi aiuta a sperare.
E così il tempo passa, misura l'assenza.
Dal fondo del pozzo vedo le stelle e ci sono giorni in cui mi sento in colpa.
Per un sorriso, per aver recuperato il piacere di una serata con il papà, per immaginare di poter amare anche un altro bambino...
Poi mi dico che tutte le madri hanno qualche senso di colpa, si fanno domande sul male e il bene per i loro figli... e in questo mi sento vicina e uguale alle mamme “normali”, perché infondo lo sono, una mamma, la tua, dovunque tu sia.



Invio un abbraccio virtuale ai genitori di bambini che abitano la loro memoria, tracce indelebili di amore incommensurabile.

Buona settimana
virginia

In collaborazione con l'Associazione Madreluna di Vicenza è attivo uno Sportello di sostegno al lutto perinatale (trovi qui maggiori info) 

lunedì 7 ottobre 2013

Partenze e addii


 
Non siamo mai pronti per la partenza di qualcuno che amiamo.

Lo osservavo in questi giorni in cui ho frequentato le stazioni ferroviarie.

Lì è tutto un brulicare di persone e storie, traiettorie intrecciate di destinazioni e valigie su ruote che sembrano cagnolini al guinzaglio di padroni frettolosi.

Osservare i modi in cui le persone interagiscono, mi rende più amica l'attesa.

Quando il treno arriva, chi aspetta è più disposto a sostare in cima alla banchina, col naso all'insù, come un antenna semovente, a destra e sinistra, nell'attesa di scovare gli occhi conosciuti per abbracciarli già da lontano con un sorriso, oppure slanciarsi in una corsa che finisce in un bacio.

Quando il treno parte invece si approfitta delle ultime briciole di tempo per cui la sosta è proprio a pochi passi, di fronte a quella porta rialzata che fra pochi minuti inghiottirà la persona che si è venuti ad accompagnare.

Non solo gli innamorati hanno questa abitudine.

A volte anche i genitori e i figli, le amiche, gli amici...
 
Una volta si riusciva ad affacciarsi ai finestrini per lanciare l'ultimo bacio volante... oggi sono bloccati, per cui  come tanti pesci si inviano frasi mute attraverso i vetri doppiati.   


Diverso è l'aereoporto.

Lì ci sono dei varchi, dei confini invalicabili, anche per l'amore.

Se non vai nella stessa direzione ti è proibito condividere il tempo dell'attesa.

Così all'arrivo tutti si ammassano dietro le porte scorrevoli che separano il tempo del viaggio da quello di chi attende. E poi il processo è lo stesso. Sorriso, abbraccio, baci.

Gli unici impassibili sono i portatori di cartello: Miss.... Mister..... Dottore.... Ingegnere.

Chissà se nella loro fantasia avevano immaginato un volto.

Alla partenza dei voli invece, occorre separarsi molto prima, tollerare che nonostante il tempo del viaggio non sia ancora arrivato, esiste un limbo di tempo sospeso, condiviso solo da chi se ne va.

Così, lungo il serpentone del controllo bagagli, si assiste al languore degli sguardi che si cercano fino all'ultima curva, prima che un poliziotto introduca uno ad uno attraverso la porta del limbo, che per la sicurezza deve suonare se rileva metalli indossati.

È una fortuna che non riesca a cogliere la pesantezza degli umori plumbei di chi è costretto a stare lontano... altrimenti chissà che confusione!

Una volta senza telefonini si rimaneva incapsulati nel non-tempo, con solo il filo dei pensieri rivolti all'altro. Oggi grazie alla tecnologia si può continuare a restare in relazione, trasferirsi affetto attraverso onde wireless.


Persa in queste riflessioni, ho pensato a quando qualcuno ci lascia.

Definitivamente.

No, non perché ha preferito esplorare il mondo.

Ma perché suo malgrado ha dovuto lasciarlo.

Sarebbe bello poter accompagnare chi amiamo fino all'ultimo gradino prima che salga per il suo ultimo viaggio.

Essere consapevoli che è arrivato il momento e riuscire a dire qualcosa che sia di conforto, per provare a dare un senso all'esperienza che nessuno è preparato a vivere.

Questo non è sempre possibile.

Non abbiamo sempre il tempo dei saluti, neppure se siamo a pochi passi dal varco.

Pensavo a quella donna a Grosseto alla quale un torrente in piena ha portato via il marito e il figlio, fino a pochi istanti prima lì con lei.

Pensavo ai parenti di coloro che la disperazione ha fatto salire su quel barcone naufragato a Lampedusa, partiti in cerca di una vita migliore.

La morte è il viaggio che nessuno di noi può programmare.

Si può però dare significato ai giorni che abbiamo a disposizione.

Non aspettare l'ultimo momento per dichiarare il nostro amore, per chiudere situazioni incompiute, per chiarire incomprensioni.

Sperando che chi se ne va, magari abbia un limbo dove sostare, per dedicarci ancora qualche messaggio d'amore, prima di volare verso la pace.
 
buona settimana
virginia