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lunedì 11 dicembre 2017

il coraggio del cambiamento



Il cambiamento è ciò che maggiormente cerchiamo e allo stesso tempo temiamo nelle nostre vite.
Molte delle richieste di colloquio nella stanza di terapia avvengono da parte di persone che si trovano in questa vischiosa terra di mezzo: guardando indietro ci sono molte cose che non rendono più felici, non sono più soddisfacenti e appaganti per la persona che siamo oggi, ma guardando avanti c'è solo l'incognita di qualcosa di sconosciuto, densa di molti interrogativi sulla persona che vogliamo diventare.

Nel mio lavoro osservo che quando questo processo è in atto, in realtà è qualcosa di irreversibile: qualcuno ci prova a non vedere, non sentire, non agire, ma la spinta diventa in questo modo sempre più intensa e rischia di diventare un sintomo-sofferenza che chiede di essere ascoltato, spesso a qualsiasi costo.

Dove nasce la difficoltà di cambiare?
Penso che nasca dalla convinzione/bisogno infantile di credersi coerenti e sicuri nell'identificarsi con aspetti di sé conosciuti e irrevocabili.
Vi spiego meglio.

Quando siamo piccoli cominciamo a conoscere il mondo e noi stessi alla ricerca di punti fermi che ce lo rendano meno pericoloso e incerto.
Apprendiamo che se siamo in un certo modo o ci comportiamo in una data maniera, accadrà qualcosa di prevedibile e diciamo “controllabile” a priori.
Quindi cominciamo a mettere in atto strategie di adattamento che nel tempo diventano copioni di vita.
In parole semplici, ripetiamo quello che ha funzionato.

Facciamo un esempio.
Di fronte a una certa persona so che se voglio evitare lo scontro devo agire in quel modo che conosco perché l' ho testato nel tempo.
Magari il mio bisogno di evitare il litigio è nato quando ero piccolo e non avrei avuto la possibilità di spuntarla rispetto a un genitore che imponeva il suo volere (sia in maniera diretta con i veti, ma anche in maniera indiretta, dimostrandosi a sua volta bisognoso o sofferente).
Da lì, in maniera automatica, ogni volta che mi trovo con una persona simile nei comportamenti e atteggiamenti al genitore tenderò a riproporre lo stesso schema, anche se oggi potrei fare altrimenti.
Il bisogno prevalente di evitare il conflitto fa parte di quelli infantili, perché legati al timore di perdere l'amore o essere rifiutati da coloro dai quali dipendiamo.
Ma allo stesso tempo, tenendo conto solo di quello, rinunciamo ad altri tipi di bisogni che c'erano già nell'infanzia e che nel tempo si strutturano e maturano con noi, come il bisogno di affermare se stessi, essere rispettati per le nostre posizioni, essere riconosciuti nelle nostre necessità di autorealizzazione.
Semplificando, finiamo per comportarci con il partner, il capo o un amico, come ci comportavamo a cinque anni con il genitore in questione.
La convinzione sottostante e inconscia che fa agire così potrebbe essere una cosa del tipo “non posso litigare con te perché...” “mi schiaccerai/ mi rifiuterai/ ti distruggerò/ finirà tutto/ non l'avrò mai vinta...” ecc... a seconda dell'esperienza dell'infanzia percepita.

Finché il copione e le relative convinzioni restano inconsci, nessun cambiamento sarà possibile.
Nella terra di mezzo dell'insoddisfazione riusciremo a sentire che qualcosa dentro si ribella ma non saremo in grado di dargli spazio come dovremmo.
Perché questo spazio è la parte adulta che deve autorizzarselo.
Occorre modificare il punto di vista, da quello immaturo a quello maturo.
La parte adulta si può concedere un comportamento differente perché sfatando i miti dell'infanzia, si accorge che non accadrà nulla di così catastrofico.
Ma soprattutto può fare esperienza diretta che si può sopravvivere – anzi, vivere meglio – anche senza quelle rigide convinzioni che attanagliano, scoprendo che nella mancanza di certezze, la vita acquista finalmente fluidità e creatività.

lunedì 1 agosto 2016

Quali (buoni) motivi vuoi per lasciar perdere una relazione tossica?



Forse non vi stupirà scoprire che gli articoli del blog più letti sono quelli sul narcisismo e sul fenomeno della dipendenza affettiva.
In tante mi scrivono e descrivono situazioni che si assomigliano: lui sembra quello giusto, si raggiungono emozioni mai provate e poi all'improvviso tutto cade rovinosamente.
Ma la costante più difficile da comprendere anche per le interessate è una constatazione che suona più o meno così: sono consapevole che non è l'uomo giusto, che mi ha fatto del male, ma non riesco a staccarmi da lui.
Per alcune si tratta di un pensiero fisso, per altre di tentativi di contatto, qualche uscita o anche solo telefonate, messaggi, dialoghi alla ricerca dei perché, di risposte a domande che di solito cadono inesorabilmente nel vuoto.
È vero, c'è una parte che non si arrende, che tenta disperatamente di riavere ciò che ha perduto: è la parte che anche solo per un periodo definito si è sentita al centro del mondo di quella persona che ai suoi occhi era tutto, che si specchiava in lui e grazie a lui aveva senso e valore. E questo è un aspetto del problema.
Ma vogliamo anche parlare dell'altro aspetto più subdolo del fenomeno dipendenza?
Mi riferisco alla parte che non vuole accettare la realtà.



Quella che – come l'incredula Lucy – anche di fronte a frasi dure e spietate non vuole accettare che tutto sia finito, anzi, presta il fianco a ulteriori svalutazioni e umiliazioni.
Cosa si può celare dietro a questo atteggiamento?
Come spesso rispondo a chi mi chiede una “soluzione” immediata che sollevi dalla sofferenza, purtroppo il percorso che può lasciar emergere i motivi di questo comportamento non è né semplice né veloce.
Si tratta di scoprire aspetti inconsci che partecipano della dinamica di dipendenza fin dagli albori, non solo nel momento della fine.
Spesso ha radici molto lontane, nell'infanzia e nel mondo interiore della bambina che siamo state.
Proverò qui a darvi alcuni spunti di riflessione, che possano aprire nuovi interrogativi non tanto sul perché lui fa così, bensì perché voi non potete fare a meno di restare attaccate a un'illusione.

  1. I bambini non accettano le frustrazioni e il non essere al centro del mondo dell'altro. Se avete vissuto questa relazione inconsciamente con una parte infantile, risulta chiaro che sia inconcepibile per voi non essere più amate. Conoscete la reazione di un bambino di fronte a quello che crede un abbandono? Piange, si dispera, tenta in ogni modo di catturare l'attenzione fino anche ad attaccarsi letteralmente alle gambe della mamma che lo sta lasciando a qualcuno. So che vi sembrerà un'immagine un po' esagerata, ma a volte questo è ciò che accade dentro ad alcune di voi e che può portare a voler ignorare qualsiasi motivo di spiegazione, logico o meno. Ciò che “lavora” dentro è una convinzione del tipo “non esisto se non con te”.
  2. In altri casi, quella parte di voi non accetta la fine perché questa risveglia ferite più profonde che sono ancora più dolorose di quelle attuali. Riprendendo il tema dell'abbandono, se nella vostra vita ci sono stati episodi di questo tipo da parte di figure significative si può innescare una sorta di coazione a ripetere (vedi anche qui) che vi porta da un lato a cercare situazioni simili a quella vissuta, ma dall'altro a fare qualsiasi cosa per opporvi ad essa, proprio per cambiare le sorti di un evento che da piccole avete solo subito (qui il pensiero è del tipo “questa volta farò di tutto per impedirlo”) .
    Se invece di essere abbandonate vi siete sentite rifiutate, a maggior ragione diventa insopportabile qualsiasi motivazione che l'altro possa dare, soprattutto quando si tratta di critiche e umiliazioni.
    Qui la ricerca di continue occasioni per smentire le sue parole diventano dei salvavita della vostra autostima (“come può avermi amato e poi dirmi/farmi questo?” ) così ciò che ricercate in maniera spasmodica non è tanto la disdetta di quanto detto adesso ma la conferma di quanto provato allora.
  3. Infine può essere anche il caso che la vostra parte che nega la realtà stia proteggendosi dall'accettare che potrà essere sostituita con un'altra donna, che ai vostri occhi avrà tutto quello che avete avuto voi e anche di più. Questa paura affonda le radici in traumi infantili di continuo confronto, con gli altri più bravi, buoni, migliori ecc... o con irraggiungibili prestazioni con le quali non potevate mai competere perché bisognava fare sempre di più.
    Qui il problema diventa non tanto la perdita di lui, ma il fatto che lo avrà un altra, che ai vostri occhi rappresenta tutto ciò che voi non siete riuscite a dare (il pensiero ossessivo sarà del tipo “perché lei si e io no?”).

In ogni caso, il percorso da fare è quello di ricostruire una sana autostima che si basi sulle realistiche potenzialità e sfati modelli irraggiungibili e tossici: innanzitutto ritrovare la propria bambina interiore, curarne le ferite, coglierne i bisogni e osservare nella relazione di coppia, come e quando prende il sopravvento sulla parte adulta.
A volte diventa necessario conoscere per la prima volta e sviluppare questa parte adulta che si può porre nelle relazioni secondo un'emotività matura e indipendente.
Spero di avervi dato i primi germogli di consapevolezza che vi porteranno a vivere relazioni più sane, piene e appaganti.


Buona settimana
virginia

lunedì 10 marzo 2014

Le radici sono importanti



Lunedì scorso abbiamo finito con una frase da “La grande bellezza” di Sorrentino (la trovi qui).
Oggi cominciamo con un'altra frase dallo stesso film, nella scena che lascia un attimo col fiato sospeso, dove la “Santa” all'alba se ne sta in terrazza a contemplare i fenicotteri che di passaggio si sono soffermati a farle un saluto...
In quell'occasione, chiedendo a Jep il perché non abbia più scritto un libro (e la risposta sarà che cercava “la grande bellezza”) gli rivolge un'ulteriore domanda:
“Lei sa perché io mangio solo radici?” e alla sua espressione interrogativa prosegue affermando “perché le radici sono importanti...”
Dopo questo incontro, il film termina con lui che ritorna a Napoli e si riappropria della sua storia, quella di cui avevamo carpito frammenti fra un party e una passeggiata all'alba, fra un incontro troppo breve e una riflessione a voce alta immaginando il mare sul soffitto di camera.
Da qui l'incipit del suo nuovo romanzo.
Finalmente la sua vita è ripartita.
Si è disincagliata da quegli scogli e dagli sguardi di quell'amore mai vissuto.

Le radici sono importanti.
Le radici sono la metafora delle nostre origini.
Le radici sono la famiglia, i genitori, i luoghi che ci hanno visti dare alla luce, l'atmosfera che abbiamo respirato e i sentimenti che abbiamo provato nella nostra infanzia o nella prima giovinezza.
La Santa mangia le radici.
Avete mai riflettuto sul processo di cibarsi?
Per mangiare qualcosa è necessario aggredirlo con i denti, distruggerlo, farne poltiglia che ulteriormente sarà erosa dai succhi gastrici dello stomaco fino ad arrivare all'intestino dove ciò che può essere assorbito diventerà energia vitale e il resto verrà scartato con le feci.
Nella frase della Santa io ci ho visto proprio questo: un simbolo della metafora terapeutica.
Quando in terapia si affronta il passato non è né per fare il processo ai genitori né per trovare colpe e colpevoli con cui prendersela.
Piuttosto si tratta di riuscire a digerire ciò che è successo per poter uscire dai blocchi evolutivi e trasformare in nuova energia ciò che è fermo.
Mangiare le radici significa distruggere qualcosa sotto una determinata forma e assimilarne ciò che è importante.
Ma che cosa si distrugge?
Viene distrutta l'immagine idealizzata e distorta dei genitori da parte di quel bambino/a che siamo stati, che li avrebbe voluti “di più qualcosa”, “di meno qualcos'altro” o semplicemente “diversi” da quello che erano.
Non importa ipotizzare gravi carenze o errori irrecuperabili.
Nessuno è perfetto e spesso non poteva fare altrimenti.
Ma troppo spesso le radici diventano intricati muri di rovi che impediscono di andare oltre: ed ecco il sintomo, il disagio, il blocco, la maschera, le difese.
Tutti modi che ci indicano che qualcosa è rimasto sullo stomaco, che il processo non si è svolto come avrebbe dovuto.
La parte bambina non ha potuto digerire certe cose. Era troppo per lei.
Ma rigettare le radici non è la soluzione. È necessario farle proprie.
Ma chi è invece che oggi può farlo?
La parte adulta che può vedere le cose con altri occhi.
L'adulto di oggi può assimilare il buono e l'importante che è giusto trattenere e invece eliminare quello che non serve.
Un conto è provare a mangiare qualcosa di indigesto coi dentini di latte appena abbozzati e un conto è invece provare a farlo con i denti formati di chi può aggredire e ridurre, o per lo meno ridimensionare.
Ogni esperienza, quando opportunamente elaborata, può essere linfa vitale per continuare a scrivere le pagine del romanzo della nostra vita.
“Dunque, che questo romanzo abbia inizio”

buona settimana
virginia


lunedì 21 ottobre 2013

La sindrome di Monna Lisa


 



Enigmatico sorriso che ci interroga da secoli.

Guardando l'opera non si può fare a meno di chiedersi quale emozione si celi dietro a quelle labbra appena schiuse, a quegli occhi che guardano altrove.

È una felicità inespressa o tristezza malcelata? È fuga in altri mondi o aggressività sotterranea?

Da uno studio del 1954, sembra che nella prima versione del dipinto (che si trova sotto l'originale), l'espressione del volto fosse stata cupa e malinconica, poi corretta successivamente.

Ute Ehrhardt nel suo famosissimo libro (“Le brave ragazze vanno in paradiso le cattive dappertutto”. (1996) Ed. Corbaccio: Milano) ci parla di questo sorriso come sottomesso, segnale identificativo di una temibile trappola in cui molte donne cadono, loro malgrado.

La mentalità di Monna Lisa, secondo lei si esprime in cinque modelli di rapporto, che le donne subiscono o determinano, ovvero:

  1. la comprensione – che avviene ogniqualvolta ci si sente in dovere di comprendere le difficoltà interiori di chi ci circonda, anche se si comporta male nei nostri confronti.
  2. la disponibilità – che si manifesta nel rendersi continuamente utili, affermando che lo si fa con piacere, o perché siamo fatte così... ma in realtà nasconde il desiderio inconscio di avere attenzione, dedizione e riconoscimento.
  3. il sacrificio – quando la vocazione a martirizzarsi per il bene altrui è più forte dell'autoconservazione
  4. la modestia – ovvero fare di necessità virtù quando si rinuncia alle proprie attitudini e aspettative, facendolo passare come un normale anteporre il benessere altrui al proprio.
  5. La compassione – esercita il suo potere quando si crede di poter essere l'unica a portare salvezza, ma allo stesso tempo non se ne è capaci perché ci si identifica con l'altro, deresponsabilizzandolo.

Come accorgersi se si è in trappola? Occorre fare attenzione se, nelle relazioni significative, si incorre ogni volta nella domanda “tu che cosa vuoi?” - chiedendolo direttamente o comunque tenendone conto prima di prendere una decisione – o addirittura se si tende ad anticipare i desideri dell'altro, ancor prima che li esprima (in entrambi i casi dimostrando di anteporre i suoi bisogni ai propri).

Diversi possono essere i motivi per cui questo modo di essere entra a far parte di un automatismo spesso inconsapevole: c'è chi vuole evitare il conflitto e chi vuole ricercare l'armonia a tutti i costi, chi è abituata da sempre a dover anteporre a sé le persone che ama , ad essere obbediente e non avere desideri.

In molti casi ciò che ha condotto al comportamento di oggi sono frasi condizionanti del passato di una bambina alla quale non era concesso essere sopra le righe.

“Questo non sta bene... quello non puoi farlo … se gli altri lo facessero a te non piacerebbe... con questo atteggiamento non otterrai mai quello che vuoi... sembri una furia... ti rendi ridicola... guarda che figure mi fai fare... non sei una brava bambina...” e la peggiore: “se fai così non ti vorrà mai nessuno”.

Ecco che subdola nasce la convinzione limitante che fa cadere tutte le potenti energie, necessarie per portare avanti i propri bisogni. È così che l'impulso subisce una grave amputazione.

Dentro di noi può nascondersi la paura di non essere amate e riconosciute se solo osassimo manifestare la nostra opinione, far vedere che la pensiamo diversamente, col timore di essere considerate donne “cattive” o egoiste.

La “cattiva” è una subpersonalità che molte donne accompagnano come protagonista sul mio divano: la richiesta è di fare qualcosa per modificarla, per non farla più emergere con richieste assurde, chiedendomi di diventare in parte complice di chi ha già sentenziato che “così non va...”.

Io invece accolgo con gioia questa parte, lasciando perplesse la maggior parte delle persone che si rivolgono a me, identificate in quel momento con la “buona”, in attesa di essere lodata e riconosciuta dopo tanti sacrifici e azioni ineccepibili.

In quel momento forse leggono sul mio volto l'altra faccia di Monna Lisa, il suo sorriso beffardo che sembra dire: sei proprio sicura che tutta questa bontà sia sempre positiva? Chi lo ha detto?
 
Lascio anche voi con lo stesso interrogativo...
 
buona settimana
virginia

Scene dal film "Mona Lisa Smile" (2003) :

 
 
 
 
 

lunedì 12 agosto 2013

Fare e disfare


 
 
L'altro giorno al mare osservavo i bambini sulla spiaggia, tutti intenti a costruire, creare forme e realtà tangibili, sia sotto forma di torri inespugnabili, castelli con trincee (per i più grandi) o anche semplicemente labili architetture di sabbia, più simili a piramidi addolcite dagli spigoli, coni di gelato rovesciati sul bagnasciuga – per i più piccoli.

Tutti noi abbiamo costruito sulla riva del mare, ma a volte il momento più bello e atteso era quello della possibilità di distruggere tutto quello che con pazienza e metodo era stato eretto dalle nostre stesse mani.

Quando pongono fine in questo modo alla loro creazione, i bambini hanno una palpabile soddisfazione sulla faccia, molto più densa di significato dell'attenta concentrazione avuta in precedenza. Poi tutto ricomincia, affastellano granelli in varie forme che poi distruggono con le mani, con i piedini, con l'acqua, fondendole in nuovi rivoli che vanno verso il mare. E ancora un nuovo inizio, quasi all'infinito... guai però se l'azione demolitrice avviene da parte di qualcun altro, di un piede distratto o di un'onda anomala: sono pianti inconsolabili, finché non accade un momento di magia che fa rientrare nel ritmo e tutto riparte.

Le teorie psicologiche infantili, ci spiegano che i giochi di questo tipo (soprattutto intorno ai 18-24 mesi) sono fondamentali per fare in modo che nel bambino si crei la possibilità di affermare se stesso, di costruire qualcosa che lo rappresenti e poi farlo venire meno, ma allo stesso tempo, dopo la dispersione, di nuovo la riunificazione degli stessi elementi in una forma simile. Il più famoso gioco in tal senso è quello della torre fatta coi cubetti.
 

Tutte le mamme sanno quanta costanza ci vuole a seguire il proprio bambino in questa scoperta, e quanto sia importante partecipare ad entrambe le fasi, permettergli di ordinare in equilibrio i pezzettini e subito riportarli a terra con un colpo di mano, per poi aiutare il piccolino nella ricostruzione dell'unità dopo la scissione delle parti, rotolate chissà dove.

Questo processo, dialogo motorio fra mamma e figlio, consente lo sviluppo di sé, permette l'espressione di una carica aggressiva e gli dona fiducia sulla possibilità di ricostruire qualcosa, sempre.

Oggi le torri sul mare, domani la sua identità, messa alla prova dagli eventi della vita che molto spesso ci fanno sentire in mille pezzi sparsi.

Ogni volta che una crisi si abbatte su di noi, distrugge le nostre certezze, sembra spazzare via l'identità che con perseveranza e fatica abbiamo costruito giorno dopo giorno, mattone dopo mattone di esperienze, tenuti insieme col collante delle relazioni e delle persone significative.

A volte arriva un evento che è come un onda improvvisa, più lunga delle altre e che non ti aspettavi e ti interrompe sul più bello – e come quando eri bambina ti ritrovi a piangere lacrime amare di ingiustizia – altre volte invece, nonostante la fatica e l'impegno, ti ritrovi a essere l'unica artefice della distruzione, perché forse così doveva andare... quella costruzione necessita di rinnovamento o addirittura di essere rasa al suolo fino alle fondamenta, per poi essere edificata con nuovi criteri, perché tu non sei più quella di prima. A volte è necessario demolire per affermare nuove fasi di vita.
 

Comunque si tratta di momenti fragile e delicati, fatti di equilibri precari, di domande e ricerca di senso... da adulti è sempre difficile ricominciare e ripartire da zero.

Accade perché col tempo vorremmo circondarci di certezze, ci piacerebbe avere sempre una mano solida e carezzevole, come quella della mamma, che ci aiuta nel rimettere insieme i pezzi, oppure accade perché non accettiamo che il cambiamento fa parte della vita, e che a volte ci permette di abituarsi piano piano, mentre altre irrompe senza chiedere il permesso.

Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano) – dice Saint-Exupéry nella dedica iniziale del Piccolo Principe: abbiamo perso quel modo di guardare alle cose che avevamo da piccoli, il riuscire a lasciare i luoghi abituali come fa il bambino del suo romanzo, per scoprire il mondo, per sperimentare l'orgoglio di ripartire e dar vita a qualcosa che può di nuovo svettare all'orizzonte, anche se fosse solo un'idea o un'emozione, oppure tornare di nuovo a casa, ma diversi da quello che eravamo, con nuove prospettive, rimettere insieme i pezzi, senza essere gli stessi.

Ogni volta che accade qualcosa che rompe gli equilibri proviamo a riconnetterci con il bambino interiore che è sempre con noi e diamo spazio anche alla possibilità che dopo che tutto è caduto si possa sempre ricostruire qualcosa.


Buona settimana

virginia


lunedì 13 maggio 2013

Elisir di giovinezza


 
 
Immaginate un vasetto che abbia come contenuto un condensato cosmetico per rimediare a un'interiorità invecchiata e affaticata, messa alla prova dai segni del tempo emotivo, scenario di eventi altalenanti e passaggi repentini da lacrime a sorrisi.

Un siero rigenerante per i pensieri stropicciati, martellati, costellati di immagini piene di tossine della vita.
Forse pensate che un tale elisir non esista.

Invece c'è chi dice che è proprio dentro di noi.

Voi possedete dentro di voi un'eterna fontana di giovinezza, a cui potete attingere in qualsiasi momento, per sempre, semplicemente permettendo a voi stessi di ridiventare bambini.

[ W.W. Dyer – Te stesso al cento per cento. (1981)]

Gli ingredienti fondamentali di questo elisir sono sette:
  • Ridere. Perché tutti per natura cerchiamo l'umorismo e le risate, per cui, è fondamentale provare a vivere e vedere le cose da altri punti di vista, (di fronte a cose che catturano i nostri pensieri, possiamo chiederci “è una cosa di cui un giorno potrò ridere?” perché non farlo adesso...), circondarsi di persone che hanno un effetto benefico sulla nostra vita.
  • Ripristinare la fantasia nella propria vita. La capacità di fantasticare è propria dell'infanzia, mentre da adulti si tende sempre a far finta di... per il bambino tutto è possibile, si crea il suo mondo e si comporta di conseguenza. Possiamo decidere dunque di concedersi questo lusso, ricordando che qualsiasi azione necessita di essere prima pensata e creata altrove, prima di essere eseguita nella realtà. Occorre fare molta attenzione, però: si può godere di una fantasia senza trasformarla in un atteggiamento distruttivo, dove l'immaginazione diventi una sterile programmazione che porta al senso di inadeguatezza o rimuginazioni fini a se stesse. Si può stilare un elenco di cose che desiderate fare da tanto tempo e poi definire quelle realizzabili da quelle non realizzabili, almeno immediatamente. Fra le prime, perché non cominciare a concedersele, da adesso?
  • Essere un po' pazzi. Non si tratta di perdere il controllo di sé e lasciarsi andare a comportamenti nocivi per gli altri. La sana follia, comporta di abbandonare atteggiamenti rigidi, schemi di comportamento che intristiscono, osando essere “sopra le righe” in certi contesti, senza perdere di vista il senso di responsabilità al lavoro, l'essere maturi nelle scelte o seri quando occorre. Si può essere liberi dentro senza perdere di vista la presenza in ciò che si fa e nel modo in cui si fa.
  • Essere spontanei. Può apparire una contraddizione: ogni volta che si dice a qualcuno di essere spontaneo, si perde l'immediatezza dell'esperienza. Qui però si fa riferimento a un atteggiamento interiore che non ponga veti rispetto all'interesse verso il mondo e le cose che ci accadono. A volte capita che ci fermiamo catturati da qualcosa, recuperiamo meraviglia per gli eventi della natura o ci appassioniamo nel dialogo con qualcuno tanto da perdere la cognizione del tempo. Si tratta di sfuggire alla pianificazione a tutti i costi, dai sentieri stabiliti, le regole tracciate... permettersi di perdersi e ammirare quello che capita. Almeno qualche volta.
  • Non aver paura di sbagliare. Da bambini siamo sperimentatori per natura, poi, con l'esperienza e le interazioni sociali, spesso si entra nel sentiero nevrotico del senso di inferiorità, che appare al momento in cui ci si confronta con chi ne sa di più, con chi riesce meglio, ecc... questo porta necessariamente a evitare di fare le cose, farle di nascosto o addirittura a non farle più. Dyer a questo proposito dà delle indicazioni importanti:
    - fare una lista di attività sempre evitate per paura di apparire goffi e provare di nuovo adesso.
    - ricordare che nella vita si può fallire in qualcosa, ma questo non significa essere un fallimento come persona
    - non aver paura di ammettere i propri errori
    - smettere di attribuire un valore altissimo a tutto ciò che facciamo (o che fanno i nostri partner, i figli...)
  • Prendere il mondo per quello che è. I nostri tentativi di voler controllare tutto ciò che accade, soprattutto fuori di noi, non comporteranno alcun cambiamento in ciò che sta accadendo. Certamente si può fare del nostro meglio per modificare ciò che può essere cambiato, ma riguardo al resto, lo si può solo accettare, evitando di entrare nel circolo vizioso del rancore, della recriminazione o sofferenza.
  • Essere fiduciosi. Il nostro atteggiamento nei confronti degli altri fa la differenza nel tipo di rapporti che quotidianamente andiamo ad instaurare. Questo non vuol essere un invito a mettere da parte la prudenza e aprirsi a chiunque capiti sulla nostra strada, ma spesso, lasciando emergere la nostra parte bambina, potremo accedere a un'intuizione migliore di tante strategie da Sherlock Holmes.

Ad alcuni di voi questo elenco potrà sembrare semplicistico. Ad altri utopico.

Io credo che permettersi l'idea di uno spazio di autenticità come possibile, sia il primo passo verso lo scioglimento di nodi che limitano il nostro raggio d'azione, imprigionandoci in catene di atteggiamenti sempre uguali a se stessi.

Saremo sempre giovani finché avremo voglia di imparare cose nuove e trasformarci.


Buona settimana

virginia