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lunedì 11 dicembre 2017

il coraggio del cambiamento



Il cambiamento è ciò che maggiormente cerchiamo e allo stesso tempo temiamo nelle nostre vite.
Molte delle richieste di colloquio nella stanza di terapia avvengono da parte di persone che si trovano in questa vischiosa terra di mezzo: guardando indietro ci sono molte cose che non rendono più felici, non sono più soddisfacenti e appaganti per la persona che siamo oggi, ma guardando avanti c'è solo l'incognita di qualcosa di sconosciuto, densa di molti interrogativi sulla persona che vogliamo diventare.

Nel mio lavoro osservo che quando questo processo è in atto, in realtà è qualcosa di irreversibile: qualcuno ci prova a non vedere, non sentire, non agire, ma la spinta diventa in questo modo sempre più intensa e rischia di diventare un sintomo-sofferenza che chiede di essere ascoltato, spesso a qualsiasi costo.

Dove nasce la difficoltà di cambiare?
Penso che nasca dalla convinzione/bisogno infantile di credersi coerenti e sicuri nell'identificarsi con aspetti di sé conosciuti e irrevocabili.
Vi spiego meglio.

Quando siamo piccoli cominciamo a conoscere il mondo e noi stessi alla ricerca di punti fermi che ce lo rendano meno pericoloso e incerto.
Apprendiamo che se siamo in un certo modo o ci comportiamo in una data maniera, accadrà qualcosa di prevedibile e diciamo “controllabile” a priori.
Quindi cominciamo a mettere in atto strategie di adattamento che nel tempo diventano copioni di vita.
In parole semplici, ripetiamo quello che ha funzionato.

Facciamo un esempio.
Di fronte a una certa persona so che se voglio evitare lo scontro devo agire in quel modo che conosco perché l' ho testato nel tempo.
Magari il mio bisogno di evitare il litigio è nato quando ero piccolo e non avrei avuto la possibilità di spuntarla rispetto a un genitore che imponeva il suo volere (sia in maniera diretta con i veti, ma anche in maniera indiretta, dimostrandosi a sua volta bisognoso o sofferente).
Da lì, in maniera automatica, ogni volta che mi trovo con una persona simile nei comportamenti e atteggiamenti al genitore tenderò a riproporre lo stesso schema, anche se oggi potrei fare altrimenti.
Il bisogno prevalente di evitare il conflitto fa parte di quelli infantili, perché legati al timore di perdere l'amore o essere rifiutati da coloro dai quali dipendiamo.
Ma allo stesso tempo, tenendo conto solo di quello, rinunciamo ad altri tipi di bisogni che c'erano già nell'infanzia e che nel tempo si strutturano e maturano con noi, come il bisogno di affermare se stessi, essere rispettati per le nostre posizioni, essere riconosciuti nelle nostre necessità di autorealizzazione.
Semplificando, finiamo per comportarci con il partner, il capo o un amico, come ci comportavamo a cinque anni con il genitore in questione.
La convinzione sottostante e inconscia che fa agire così potrebbe essere una cosa del tipo “non posso litigare con te perché...” “mi schiaccerai/ mi rifiuterai/ ti distruggerò/ finirà tutto/ non l'avrò mai vinta...” ecc... a seconda dell'esperienza dell'infanzia percepita.

Finché il copione e le relative convinzioni restano inconsci, nessun cambiamento sarà possibile.
Nella terra di mezzo dell'insoddisfazione riusciremo a sentire che qualcosa dentro si ribella ma non saremo in grado di dargli spazio come dovremmo.
Perché questo spazio è la parte adulta che deve autorizzarselo.
Occorre modificare il punto di vista, da quello immaturo a quello maturo.
La parte adulta si può concedere un comportamento differente perché sfatando i miti dell'infanzia, si accorge che non accadrà nulla di così catastrofico.
Ma soprattutto può fare esperienza diretta che si può sopravvivere – anzi, vivere meglio – anche senza quelle rigide convinzioni che attanagliano, scoprendo che nella mancanza di certezze, la vita acquista finalmente fluidità e creatività.

lunedì 30 ottobre 2017

A gambe all'aria



Un po' di tempo fa vi ho parlato della mia passione di fotografare finestre e panni stesi ad asciugare (qui).
Qualche weekend fa, durante una gita a Chioggia ho immortalato questo scorcio di calle che mi ha affascinato per questo curioso modo di stendere i pantaloni sul filo sospeso.
Subito mi è sorto un titolo “Gambe all'aria” e immediatamente si sono accavallate dentro di me associazioni di tenore opposto: da un lato mi ha fatto sorridere e dall'altro no.
Nell'uso comune si è soliti indicare con questa espressione una caduta improvvisa che dopo averti tolto l'equilibrio ti manda letteralmente col sedere per terra se non a capo all'ingiù.
Fa pensare a una gag ironica o anche a un ruzzolone infantile.
Ma cosa succede quando a gambe all'aria ci andiamo perché qualcosa o qualcuno ci scaraventa a terra con una forza che ci travolge?
Nella mia stanza di terapia accolgo molte persone che si trovano metaforicamente in questa situazione.
A volte si rivolgono a me subito dopo essersi rialzati, doloranti e ammaccati, ma capaci di camminare ancora con le proprie gambe.
Altre volte invece mi trovo ad intervenire ancora prima, come se potessi avvicinarmi a quella persona ancora a terra e con manovre di cautela – proprio come accade in quelle scene che cogli passando per strada dopo un incidente d'auto o moto – accertarmi che sia possibile qualche movimento, per poi curare le ferite e pian piano tornare a camminare di nuovo.
Sono molti gli eventi della vita che “obbligano” a cadute, soste prolungate, superamento di ostacoli o cambiamenti di rotta.
Il filo sospeso che tiene insieme tutte queste situazioni è quello della sofferenza e del dolore.
Aggancia identità e storie senza un criterio apparente, lasciando senza fiato chi si trova catapultato “ad inferos”.
Qualcuno pensa che sia la disfatta e si arrende, qualcun altro lotta con tutte le proprie forze anche se si sente come una tartaruga capovolta che non trova più la via per raddrizzarsi.
Ed è proprio questa metafora che mi ha fatto venire in mente una vignetta che avevo salvato molto tempo fa



Quella che all'apparenza può sembrare un messaggio ilare e fin troppo ottimistico, nasconde una grande verità.
Quando siamo simbolicamente a gambe all'aria, se non ci lasciamo sopraffare dall'ansia e dallo sconforto, o magari subito dopo esserci lasciati sopraffare e averli elaborati, ci possiamo rendere conto che da lì si possono osservare le cose da una diversa prospettiva.
Qualcuno mi dice “tutto questo in realtà c'era anche prima ma io non lo coglievo, o non volevo coglierlo” oppure “in tutta questa situazione ho scoperto mie risorse (o persone vicino a me) che non avrei mai creduto possibili” e ancora “una volta attraversata questa crisi che all'inizio combattevo, ho capito che era necessaria per cambiare finalmente in maniera radicale molte cose che non andavano più bene o equilibri precari”.

La qualità che maggiormente si impara dopo un'esperienza che ribalta tutte le certezze è la resilienza (ne avevamo parlato anche qui) ovvero la capacità di riscoprirsi più solidi di prima, perché ciò che è accaduto ha permesso – una volta elaborato – di accedere a una maggiore riorganizzazione e armonizzazione delle proprie caratteristiche interiori.
Se siamo disposti ad aprirci a nuovi punti di vista possiamo scoprire il dono trasformativo di ogni evento, anche quello che all'apparenza sembra solo un errore, un problema o una avversità. 

buona settimana
virginia

martedì 2 maggio 2017

parole per l'anima #3



Una cosa è certa.
Il cambiamento - come abbiamo visto qui - affascina e spaventa al tempo stesso: ci sono momenti in cui lo riteniamo necessario ma siamo anche consapevoli che non sarà indolore né semplice da attraversare.
Questo avviene quando si ha la sensazione che andando avanti così, rischiamo di essere semplici cloni di se stessi e di ripetere all'infinito comportamenti o atteggiamenti che ormai non hanno più ragion d'essere e che spesso ci portano solo sofferenze.


Ed è proprio qui che la paura attanaglia.
La tentazione sarebbe quella di nascondersi e far finta di non accorgersi dell'impellente bisogno di rinnovare e trasformare se stessi e ciò che ci circonda 
Arriva comunque il tempo in cui è necessario toccare con mano quell'energia che preme per essere vissuta ed espressa nel nostro quotidiano, perché se non le diamo spazio rischiamo che se lo prenda, magari sotto forma di sintomo


Occorre prendere consapevolezza che il nostro mondo, che magari fino ad allora aveva avuto un suo equilibrio, se non viene ampliato e integrato di nuovi aspetti rischia di farci sentire asfissiati e senza vita


Comincia dunque da qui:


Porta luce nelle zone d'ombra della tua personalità che fino ad oggi non hanno avuto spazio e modo di esprimersi.
Lascia emergere bisogni e necessità, senza giudicare, senza preoccuparti se sono o meno realizzabili subito. 
Intanto è importante portarli alla luce del sole, anche se solo con te stesso.


E poi giorno per giorno, comincia dalle piccole cose


Puoi sfidare una regola che non hai mai infranto


oppure puoi concederti di sperimentare due aspetti apparentemente contrastanti di te


L'importante è cominciare, osare piccole trasformazioni che porteranno col tempo più leggerezza e libertà 


Buona trasformazione
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 17 aprile 2017

Effetto Matrioska



Quando qualcuno si accinge a iniziare un percorso di terapia spesso viene assalito da un dubbio o timore: quello di dover cambiare totalmente la persona che è stata fino a poco prima (ne abbiamo già parlato anche qui).
Detto così può sembrare un paradosso.
Il motivo per cui le persone arrivano dallo psicoterapeuta in generale ha a che fare con qualcosa che nella loro vita necessita di essere trasformato o perché un sintomo sta alterando la quotidianità di un tempo o perché una fase, una relazione o esperienza è terminata e va rielaborata per poter tornare a guardare avanti.

Premesso questo appare contraddittorio il desiderio di restare tali e quali.
A volte qualcuno può arrivare ad affermare “toglimi il sintomo ma tutto il resto va lasciato così com'è”, ignorando che se quella sofferenza si è presentata è proprio perché “il resto” - inteso come quell'equilibrio che ha funzionato fino ad allora – non regge più “così com'è” e quindi è necessario trovarne uno più armonico e maturo.

Nascosta dietro questa idea di conservazione dello status quo c'è la paura della perdita, di dover abbandonare ciò che per molto tempo ha donato comunque certezze e fatto percepire il senso di sé – possono essere aspetti dell'identità ma anche legami interpersonali strutturati in un certo modo.
Esiste un pregiudizio che fare terapia voglia dire mettere in crisi il proprio mondo, rompere con alcune persone o magari accusare i familiari di errori irreparabili, da qui l'idea di dover effettuare un taglio netto con chi siamo stati e dover rinunciare alle persone e alle relazioni di sempre (soprattutto se sono o sono stati la fonte della sofferenza).

Per questo ho pensato alla metafora della matrioska per sfatare questa paura, comunque legittima.
La bambola di legno russa può diventare il simbolo per eccellenza dell'inclusione e dell'integrazione ma anche al contempo dello svelamento .

Quando qualcuno arriva in terapia è come la bambola più grande: si presenta con una identità dominante, con una storia recente da raccontare che motiva la venuta sul mio divano, poi man mano che le parole si dipanano è come se si aprisse la prima “corazza” e cominciasse a emergere anche altro, altri periodi di vita, altre storie, persone, emozioni, pensieri, tutte conservate dentro, in nuclei sempre più profondi fino ad arrivare alla matrioska più piccola, che come fosse una bambina, protetta da stratificazioni successive, narra la parte più vulnerabile e segreta di quell'esistenza.
Questa microscopica bambolina, non più riducibile, viene chiamata “seme” e mi piace pensarla come la parte unica e originale di quella persona, prima che qualsiasi evento avesse potuto influenzarla, portatrice di una energia primigenia, da recuperare per poter dare nuova linfa vitale alla vita.

Questa è la fase del togliere, dell'aprire, del guardar dentro, riscoprire, rivedere da altri punti di vista, mettere ordine e guardare dall'esterno in fila indiana quelle varie sfaccettature dell'esistenza in uno sguardo d'insieme che colga significati nascosti fino a poco prima.



Questa è anche la fase più critica, perché una volta fatto questo immane lavoro – dove si tocca con mano il dolore e la fatica con cui siamo arrivati a essere quello che siamo – si presenta il tema della perdita.
Per qualcuno può essere un sollievo e un'urgenza, per altri un incubo.
I primi vorrebbero far fuori aspetti dolorosi e inaccettati e magicamente cancellare parti della propria storia come se non fosse mai accaduta.
I secondi non vogliono rinunciare a parti dell'identità che rappresentano sicurezze – pur se fanno soffrire, perché sono conosciute – perché il futuro ignoto spaventa di più.
La soluzione, in entrambi i casi, non è buttare o eliminare, bensì includere.

“Ognuno può e deve fare del materiale vivente della sua personalità, non importa se marmo, argilla o oro, un oggetto di bellezza, in cui possa manifestarsi adeguatamente il suo Sé transpersonale”
(Roberto Assagioli)

In questa frase del padre della Psicosintesi c'è tutto il processo descritto fino ad ora.
Possiamo associare il concetto di Sé transpersonale a quella bambola-seme portatrice dell'energia unica e irripetibile che va riscoperta ed espressa nel quotidiano.
È un lavoro di spoliazione ma successivamente anche di ricomposizione.
Ovvero ricollocare tutto il materiale psichico in un armonica visione che permetta il benessere.
Usando la metafora, si tratta di riunificare in una le diverse bambole di legno, con pazienza e amorevolezza, contenere tutta la stessa esperienza di prima, cogliendone ora non solo i limiti ma anche le opportunità e potenzialità.

Vi ricordate la sensazione di riprendere le varie bamboline, a partire dalla più piccola e rimetterle al loro posto, una dentro l'altra? A me dava un senso di pienezza, soddisfazione e compimento.
È quello che accade anche quando riusciamo ad accogliere e trasformare gli eventi della nostra vita in doni preziosi, potendo dar loro una collocazione, permettendo alla parte più adulta e matura di integrarli nel disegno più ampio di senso personale.



È finalmente il sentirsi completamente “a casa”.

buona settimana
virginia

martedì 15 novembre 2016

parole per l'anima #13


A chi non farebbe paura un drago? 
Nella simbologia archetipica, il drago rappresenta l'energia del materno castrante, della simbiosi uroborica, dalla quale occorre uscire per individuarsi e fondarsi come identità autoaffermativa. 
In questo senso va interpretata la frase di Rilke. 
Come il drago dell'immaginario sorveglia la grotta che cela un tesoro, così le nostre paure ci impediscono di accedere a contenuti interiori spaventosi ma che allo stesso tempo ci attraggono inspiegabilmente, ed è per questo che ci troviamo a spiarle da un posto sicuro: stiamo cercando un modo per metterci in contatto con loro. 


Poi però, molto spesso ce ne difendiamo: 
"è troppo tardi per dedicarmi a questa cosa che avrei tanto desiderato quando ero giovane..."


"Ne soffro ma devo frapporre fra me e il mondo una maschera che dimostri che va tutto bene"...
"Non si può mostrare la propria vulnerabilità"...


"Se non conosco dove mi porta questa strada non la inizio neppure..."


E potrei citare moltissime altre affermazioni che ciascuno di noi si racconta per riuscire a tollerare lo scarto fra la paura e il desiderio. 

Ma che succederebbe se per un po' di tempo provassimo a tenere per mano quegli aspetti che temiamo di più?  No, non dico ancora viverli, ma semplicemente sentire che effetto fa non combatterli, lasciare che almeno una parte di quella paura si trasformi in curiosità. 


Qualora lo facessimo, ci accorgeremmo che quel terrore non è altro che una "chiamata" repressa.
La paura dell'ignoto, una tensione verso qualcosa di più evoluto che si manifesta.
Il blocco, un'energia congelata.


Rispondi a ogni chiamata che emoziona 
la tua anima.

E come la sirena che è attirata dalla terraferma, sapremmo che nonostante ci siano molti aspetti che ci rassicurano, ce ne sono altri che ci portano altrove.
A dover fare delle scelte.


Si tratta di un sacrificio, ma nel senso di sacrum - facere rendere sacro qualcosa 
di davvero importante. 
Se infondo alla grotta c'è un aspetto di noi che vuole emergere, dobbiamo affrontare la realtà che non si può essere e avere tutto. O per lo meno, non si può lasciare tutto com'è e allo stesso tempo cambiare. 
E' necessario rinunciare ad aspetti conosciuti.
Come in tutti i processi trasformativi chimici, qualcosa si perde e si distrugge, 
ma quello che si ottiene è una sintesi completamente nuova che contiene in sé 
anche ciò che è perduto.  

La soluzione non è sconfiggere il drago uccidendolo, 
bensì integrandolo nella propria vita in una visione più armonica e completa. 
Scoprendone i lati gioiosi e vitali.


Con quale drago vuoi fare amicizia da domani?



Che i prossimi mesi possano essere un periodo 
di meravigliosa trasformazione.

Buona settimana
virginia 

martedì 22 marzo 2016

parole per l'anima #7





Stamattina alle 7.00 camminando con Golem per la prima passeggiatina quotidiana ho cominciato a imbattermi ad altezza di sguardo in tanti foglietti bianchi appesi ad alberi, cancelli e anche sul marciapiede. 
All'inizio credevo che in quelle fitte parole si celassero volantini di qualche animaletto smarrito o di offerte di prestazioni varie, poi, soffermandomi e guardando più attentamente, ho letto che si trattava di una improvvisata installazione di poesia su strada: tante opere citate sui foglietti in onore della Giornata mondiale della poesia, che cade proprio oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera e anniversario della nascita di Alda Merini (come ci ricorda il sapiente Google).
Qualche appassionato di poesia, aveva tappezzato il paese di questi messaggi per protestare contro lo scarso numero di volumi poetici nella biblioteca e chiedeva così che i concittadini ne richiedessero l'acquisto per incrementarli.
La prima poesia che ho letto non ho potuto fare a meno di fotografarla, perché parlava proprio di strade e di viaggi: 




è di Antonio Machado e mi ha fatto venire in mente il post dello scorso lunedì (qui) dove parlavamo di vie d'uscita. 
Così le parole per l'anima di oggi saranno dedicate a simboli di ingresso e uscita in nuove vie e possibilità. 
Scegliete la vostra porta preferita verso il cambiamento.

















Poi scrivete questo incipit "io sono la porta che conduce verso..." e lasciatevi trasportare dalla penna trovando parole per descrivere i vostri desideri e obiettivi.
Mettete l'immagine come sfondo del telefono o del desktop del computer.
Lasciate che la sua energia si sprigioni giorno dopo giorno e schiuda alla trasformazione. 

Buona settimana
virginia 

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 14 marzo 2016

Vie d'uscita



Il tempo che posso dedicare alla scrittura negli ultimi tempi è sempre più ristretto, quindi mi scuso se la mia presenza sul blog si fa un po' desiderare.
Ma ieri facendo una pulizia di foto sul telefono ho trovato questa vignetta di Cavez



che mi ha fatto venire in mente la tendenza tutta umana a voler sapere prima e con certezza dove ci porteranno certe scelte.
A volte si tratta di decisioni prese nostro malgrado perché la situazione è insostenibile, altre volte sono subite dolorosamente, altre ancora studiate per mesi o anni, alla ricerca del modo migliore o della via migliore.
Il fatto è che quando tutto diventa incerto e vacillante è normale che cerchiamo appigli su tutto ciò che è conosciuto e definito.
Spesso però il “conosciuto e definito” coincide con quel qualcosa o qualcuno che è nocivo psichicamente o emotivamente per noi: una relazione insoddisfacente, un lavoro opprimente, una famiglia limitante...
Un po' di anni fa vi avevo parlato della comfort zone (qui) ovvero quell'area psichica fatta di azioni, sensazioni, emozioni, comportamenti, la cui ripetizione ci fa sentire sicuri, nella quale la dimensione del rischio è pressoché nullo.
In quanto esseri tendenti all'equilibrio, vorremmo che mai nulla modificasse questa sorta di base sicura – anche se parti di noi la vivono stretta o scomoda o addirittura superata.
Il conflitto fra le parti rinnovatrici e quelle conservatrici è una delle lotte interiori più faticose da sostenere: c'è chi tende a ignorare i segnali di insoddisfazione chi invece li esalta e condivide, ma può essere comunque che in entrambi i casi, prima di arrivare a un cambiamento concreto, la strada sia lunga e tortuosa.
Così, per aiutarvi a definire e chiarire le vostre resistenze alla trasformazione e allo stesso tempo definire gli aspetti positivi e propulsivi, vi chiedo di prendervi qualche minuto tutto per voi e definire mentalmente una situazione in cui vorreste avere una via d'uscita.
Una volta delineata, chiudete gli occhi e dopo un breve rilassamento (trovi qui una base) o anche rispondendo direttamente senza filtrare troppo alle domande di seguito, provate a immaginare una possibile via d'uscita per questa realtà:
Cosa vedete?
Una strada? Una porta? (o qualsiasi immagine vi appaia)
Che tipo di strada o che tipo di porta (o che tipo di via di uscita?)
Vi ricorda qualcosa di familiare?
C'è qualche particolare che colpisce la vostra attenzione?
Cosa temete e cosa sperate se la attraversate?
Se la imboccate riuscite a vedervi una volta fuori?
Cosa vi aspettate di trovare?
Quale vostra qualità può guidarvi in questo cammino?
Quale scoperta potete fare?
Quale limite potete superare?
Riuscite a immaginarvi fra qualche anno, quando tutto questo sarà un ricordo?

Poi tornate al qui e ora e riflettete su ciò che è emerso.
A volte si pensa di dover cambiare tutto, stravolgere la propria esistenza mentre è importante saper cogliere i piccoli mutamenti nel quotidiano, fonte inesauribile di momenti significativi di pienezza.
Vi lascio a un'altra vignetta



Ricordando che quando è il momento, bisogna avere il coraggio di guardarsi meglio e magari scoprire che non si deve uscire fisicamente da qualche parte bensì uscire dalle vecchie modalità di vedere se stessi e gli altri, perché spesso i più grandi passi si compiono dentro ancora prima che fuori.

Buona settimana
virginia

lunedì 7 settembre 2015

Settembre e i buoni propositi



Abbiamo finito con il primo lunedì di luglio la serie di suggerimenti per il rilassamento (qui).
Avete provato? Come è andata?
Non dimenticate mai che la regola che sottende ogni tecnica di questo tipo può essere riassunta in una sola parola: costanza.
La ripetizione consapevole crea la sana abitudine, dunque non si può assolutamente prescinderne, pena la scarsa efficacia degli effetti desiderati.

Ecco perché mi trovo oggi, primo lunedì di settembre a parlare di buoni propositi.
Ormai questo mese, forse anche di più di gennaio, rappresenta l'Inizio per antonomasia.
Sarà perché segna spesso un passaggio climatico dal caldo torrido alle prime giornate terse dal vento fresco, oltre che ospitare la ripresa di molte attività che affondano le loro significative origini nell'inconscio collettivo di ciascuno – la scuola, la fine delle vacanze, l'inizio di progetti o hobby...

Quante volte avete ripetuto la frase “a partire da...(settembre, gennaio, lunedì, dopo le vacanze/feste ecc...) comincio”?
(ne avevamo già parlato qui ) .
Molte volte è rimasto tutto arenato nella spiaggia dell'estate, cancellato dalla prima onda lunga che ha raggiunto i pochi ombrelloni rimasti a contemplare il mare.

O magari avete anche cominciato, avete individuato i vostri bisogni, stabilito una data, fatto il primo o i primi passi... e poi, che cosa è successo?
“Non ho abbastanza tempo” “devo prima fare quest'altro” “Oggi salto ma domani riprendo” e varie altre versioni sui generis hanno riportato tutto, inesorabilmente, come prima.

Qualsiasi sia stata la modalità con cui vi siete bloccate, oggi proverò a darvi qualche suggerimento per uscire da questo impantanamento – e da quelli che verranno.
Si tratta di piccole strategie che si possono applicare a qualsiasi situazione, dunque con un po' di flessibilità, potete utilizzarle ogni volta in cui vi sentite ferme, in stallo o blocco.

  1. Cambiare il punto di vista e procedere a piccoli passi.
Potrà sembrare ovvio, ma quando ci accingiamo a iniziare un progetto tendiamo a considerarlo nella sua globalità, vedendolo già definito, perfetto, con la conseguenza di restare impigliate nella rete del “non ce la farò mai” - fissandoci sul risultato, sulla performance – dimenticando che occorre in realtà pianificare delle tappe intermedie, da rivedere, modificare, correggere, fino a che tutti questi passaggi insieme daranno vita all'obiettivo nella sua totalità.
  1. Stimolare il processo.
Esistono alcune tecniche da usare per scovare e affrontare l'eventuale sabotatore interiore (vedi anche qui).
Nello specifico potreste iniziare a scrivere – senza pensare alla forma e alla grammatica – quello che sentite e che pensate, ad es. “sono molto in difficoltà nell'iniziare …........ sento che ogni volta che mi accingo a definire una data qualcosa dentro di me si ribella, è come.....” : questa è solo una possibilità, ciascuna dovrebbe scrivere le proprie sensazioni, dubbi, paure o frustrazioni, il più sinceramente possibile, senza filtri, in un dialogo interiore che può lasciare emergere il nucleo profondo del blocco, offuscato da altre sovrastrutture.
Una opportunità diversa è lasciare spazio alle immagini invece che alle parole, creando così un disegno libero che rappresenti la resistenza, oppure fare un collage che stimoli l'obiettivo, ritagliando e incollando su un foglio le figure che lo definiscano (funzionerà secondo le leggi delle parole evocatrici, secondo i principi che abbiamo delineato qui)
  1. Autodisciplina, ovvero verba volant scripta manent.
Create un diario o un'agenda dell'azione alla quale volete dedicarvi, con orari, giorni, spunti di riflessione una volta praticata, di modo che lentamente possiate toccare con mano i benefici e allo stesso tempo evitare di procrastinare, affermando “devo fare altro”.

  1. Priorità.
Fate un elenco di ciò che volete realizzare in base all'importanza che gli attribuite.
Può essere anche l'elenco che si riferisce a una giornata in particolare, e non a tutta la vita (vedi punto 1).

  1. Lasciate spazio al divertimento.
In qualsiasi cosa facciamo, anche la più faticosa, c'è sempre un aspetto che ci fa piacere, ad es. scrivere al computer in questo momento mi può annoiare dopo una giornata di lavoro, ma adoro il rumore delle dita sulla tastiera. Se riuscite a trovare anche un piccolo elemento di piacere in ciò che fate, la vostra attenzione si sposta su quello e tutto il resto ne trarrà enormi vantaggi.

Adesso non vi resta che mettervi all'opera e iniziare!

buona settimana
virginia