Visualizzazione post con etichetta Evi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Evi. Mostra tutti i post

lunedì 24 febbraio 2014

Cosa sono i condizionamenti?

Magritte - Tentando l'impossibile

Care amiche , vi riporto un interessante articolo che ho trovato nel sito di OSHO, ma vi consiglio di non perdervi il post di lunedì prossimo, dove Virginia ce ne parlerà dal punto di vista della Psicosintesi.
Cosa sono i condizionamenti?
È una domanda molto significativa perché porta alla luce due diversi approcci rispetto alla realtà interiore dell’uomo.
L’approccio occidentale è quello di pensare al problema, scoprirne le cause, esplorare la storia, il passato del problema, sradicarlo dalla base, decondizionare oppure ricondizionare la mente, ricondizionare il corpo, eliminare tutti gli ‘imprint’ rimasti nel cervello. Questo è l’approccio occidentale. La psicoanalisi entra nella memoria e lì svolge il suo lavoro. Va nell’infanzia, nel passato; torna indietro nel tempo e scopre da dove è nato il problema. Magari il problema è nato cinquant’anni fa, quand'eri bambino, nella relazione con tua madre. La psicoanalisi va indietro nel tempo.
Cinquant’anni di storia! È una faccenda lunga, che si trascina per anni. E comunque non ti può aiutare molto, perché esistono milioni di problemi. Non si tratta di un problema solo. Puoi esplorare la storia di un problema; puoi osservare la tua autobiografia e trovare le cause del problema, e magari eliminarlo, ma ce ne sono milioni! Se devi esplorarli tutti per risolvere i problemi della tua vita, ti serviranno milioni di vite. È assurdo!
Ora lo stesso approccio psicoanalitico viene adoperato anche per il corpo: il rolfing, la bioenergetica, e altri metodi, possono eliminare gli imprint rimasti nel corpo, nella muscolatura. Anche qui, dovrai esplorare la storia del corpo. Una cosa però è certa in entrambi gli approcci – che seguono la stessa linea logica – ed è che il problema arriva dal passato, e quindi dev’essere in qualche modo affrontato nel passato.
In Oriente la prospettiva è completamente diversa. In primo luogo, si pensa che non esista un problema serio. Nel momento in cui affermi che nessun problema è serio, il problema è per il novanta per cento già morto. Il modo in cui lo vedi cambia completamente. La seconda cosa che si sostiene in Oriente, è che il problema esiste perché sei identificato con esso. La sua esistenza non ha nulla a che fare con il passato, con la storia. Sei identificato: questo è il fatto reale. E questa è anche la chiave per risolvere tutti i problemi.
Per esempio sei una persona piena di rabbia. Se vai dallo psicanalista, ti dirà: “Vai nel passato. Da dove è nata questa rabbia? In che situazione è diventata sempre più impressa nella tua mente? Dobbiamo ripulire tutte quelle impressioni, cancellarle completamente. Dobbiamo ripulire tutto il passato”.
Ma se vai da un mistico orientale, ti dirà: “Pensi di essere rabbia, ti senti identificato con la rabbia. È proprio lì che le cose vanno storte. La prossima volta che la rabbia emerge, sii un osservatore, un semplice testimone. Non identificarti con la rabbia, non dire: ‘Sono rabbia’, oppure: ‘Sono arrabbiato’. Osservala come se stesse accadendo sullo schermo della televisione. Osserva te stesso come se stessi osservando qualcun altro.
Sei pura consapevolezza. Quando la nuvola della rabbia arriva a circondarti, osservala e rimani sveglio, in modo da non identificarti. Il punto principale è come non identificarsi col problema. Quando hai imparato questo… e allora non si porrà nemmeno la questione di avere ‘tanti problemi’ perché la chiave, la stessa chiave, aprirà tutte le serrature. Funzionerà con la rabbia, con l’avidità, con il sesso: funzionerà con tutto ciò di cui la mente è capace”.
La domanda è: “Recentemente hai parlato del ‘non-problema’, del fatto che i nostri problemi non esistono. Sono stato allevato in una famiglia cattolica e repressiva…”
Puoi, esattamente in questo momento, diventare non-cattolico. Ora!, ti dico. Non dovrai tornare nel passato per disfare ciò che i tuoi genitori, la società, i preti e la chiesa hanno fatto. Questa sarebbe una pura perdita di tempo, prezioso tempo presente. Ha già distrutto tanti anni passati; e ora, di nuovo, distruggerà il momento presente. Puoi semplicemente uscirne come un serpente si libera della sua vecchia pelle.
“Stai dicendo che tutti gli strati di armatura, tutti i condizionamenti e le repressioni non esistono, e possono essere lasciati andare immediatamente?” No, esistono. Ma esistono nel corpo oppure nella mente, non nella consapevolezza, perché la consapevolezza non può essere condizionata. La consapevolezza rimane libera. La libertà è la sua qualità più intrinseca, la libertà è la sua natura. In realtà, col semplice fatto di fare questa domanda, mostri proprio quella libertà.
Quando dici: “Ventun’anni in un sistema educativo folle”, quando dici: “Sono stato allevato in una famiglia cattolica e repressiva”… In questo momento non sei identificato. Puoi osservare i tanti anni di repressione cattolica, i tanti anni di un certo tipo d’educazione. Ma in questo momento, quando l’osservi, questa consapevolezza non è più cattolica; altrimenti chi potrebbe essere consapevole? Se fossi veramente cattolico, chi potrebbe essere consapevole? Non ci sarebbe alcuna possibilità di diventare consapevole.
Se puoi affermare: “Ventun’anni in un sistema educativo folle”, una cosa è certa: non sei ancora folle. Il sistema ha fallito; non ha funzionato. Non sei pazzo, ecco perché riesci a vedere la follia di tutto il sistema. Un pazzo non può riconoscere di essere pazzo. Solo una persona sana di mente può vedere che questa è follia. Per vedere la follia come tale, devi essere sano. Quei ventun’anni di sistema folle hanno fallito; tutto quel condizionamento repressivo ha fallito. Non può veramente avere successo. Ha successo solo in proporzione alla tua identificazione con esso. In qualsiasi momento puoi rimanere distaccato… esiste, non dico che non esiste, ma non è più parte della tua consapevolezza.
Proprio questo è il fascino della consapevolezza: essa può uscire da qualsiasi situazione. Per essa non ci sono barriere, né confini. Un momento fa eri un inglese; quando, un momento dopo, comprendi che il nazionalismo non ha senso, non sei più un inglese. Non dico che non avrai più la pelle bianca; rimarrà bianca, ma tu non sarai più identificato con l’essere bianco; non sarai più ostile alla pelle nera. Riconoscerai la stupidità di questo fatto. Non sto dicendo che non sarai più un inglese e dimenticherai la tua lingua. Essa sarà ancora lì nella memoria, ma la tua consapevolezza riuscirà a sgaiattolare fuori; prenderà dimora sulla collina e da lì potrà osservare la valle. Ora l’inglese sarà nella valle, morto, e tu sarai sulla collina, lontano, distaccato, inalterato.
Tutta la metodologia orientale può essere ridotta a una parola: testimoniare. Tutta la metodologia occidentale può essere ridotta a una sola cosa: analizzare. Quando analizzi, continui ad andare in tondo. Testimoniando, salti fuori dal circolo.
L’approccio orientale è quello di spostare l’attenzione sul cielo. L’approccio occidentale ti rende sempre più consapevole delle nuvole; può aiutarti un po’, ma non può renderti consapevole del tuo nucleo più intimo. Della circonferenza, sì – diventi un po’ più consapevole della circonferenza – ma non del centro. E la circonferenza è un ciclone. Devi trovare il centro del ciclone, e questo accade solo con il testimoniare.
Testimoniare non cambierà il tuo condizionamento, non cambierà la muscolatura, ma ti darà un’esperienza del fatto che sei al di là della muscolatura e del condizionamento. In quel momento di trascendenza, non c’è nessun problema – non per te. Ora dipende tutto da te. Il corpo avrà ancora con sé la muscolatura, e la mente il suo condizionamento. Ora dipende da te: se a volte ti sorge il desiderio di avere un problema, puoi andare nel sistema corpo-mente e avere il problema e godertelo. Se non vuoi averlo, puoi rimanerne fuori. Il problema rimarrà come ‘imprint’ nel corpo-mente, ma tu rimarrai distaccato e distante da esso.
È così che opera un Buddha. Tu usi la memoria; anche un Buddha usa la memoria, ma non è identificato con essa: usa la memoria come meccanismo.
Quindi, ciò che dici nella tua domanda è giusto: i problemi esisteranno, ma solo in forma potenziale nel corpo e nella mente. Come puoi cambiare il passato? Nel passato sei stato cattolico; se per quarant’anni sei stato cattolico, come puoi cambiare quei quarant’anni e non essere più cattolico? Quei quarant’anni rimarranno come periodo in cui sei stato cattolico. Ma puoi venirne fuori; ora sai che era solo un’identificazione. Quei quarant’anni non possono essere cancellati, e non c’è alcun bisogno di farlo. Ora sei il padrone di casa, quindi non è necessario. Puoi persino usare quei quarant’anni in un certo modo, un modo creativo. Persino quell’educazione folle dev’essere usata in modo creativo.
“Che mi dici degli ‘imprint’ che rimangono nel cervello e nella muscolatura?”
Saranno ancora lì, ma solo come seme, solo in potenza. Se ti senti solo e vuoi qualche problema, potrai procurartelo. Se ti senti troppo infelice senza l’infelicità, potrai averla. I problemi saranno sempre a tua disposizione, ma non dovrai averli per forza. Potrai scegliere.
(The Tantra Vision
)

con amore 
evi

lunedì 27 gennaio 2014

Il tempo dell' anima



Care amiche,
vi voglio raccontare una storia, per capire meglio insieme i fenomeni sottesi alle Costellazioni Familiari (ne avevamo già parlato qui e qui).
Questa è la storia di una bella donna che chiameremo Alessandra, sposata con un uomo che ama e dal quale ha 3 figli.
Alla nascita del terzo figlio, un maschio, Alessandra comincia ad essere insofferente nei confronti di suo marito e si innamora di un altro. Viene da me come costellatrice e facciamo una costellazione. Rappresentiamo la sua famiglia attuale e anche il suo amante. Ma da alcuni segnali corporei ( manifestazioni esterne del suo inconscio) noto che c è un lutto, una persona morta. Le chiedo se abbia mai avuto aborti e mi risponde negativamente e poi le dico francamente che il suo corpo e la sua costellazione mi danno dei segnali di un morto.
Alessandra si mette a piangere e mi racconta che lei, terzogenita, è nata dopo due anni da suo fratello Alessandro, morto a sei mesi di morte bianca di cui porta il nome a ricordo. 
Rappresentiamo quindi la sua famiglia d' origine e nella rappresentazione tutta la famiglia , specie la madre, sono sdraiati accanto ad Alessandro. 
La nascita di Alessandra e il suo nome non sono altro che un ricordare quel bambino morto. Noi nelle costellazioni chiamiamo questo fenomeno “irretimento”, gli psicologi lo chiamano “tempo intra psichico”, a me piace definirlo il “tempo dell'anima”.
Cosa era accaduto? Quella famiglia e Alessandra stessa erano ancora fermi a quarant'anni fa. Era stato talmente troppo il dolore per la morte di quel bambino che tutto quello che era accaduto negli anni successivi aveva perso colore, era sbiadito rispetto a questo evento tragico. Eppure erano trascorsi quarant'anni, ma quel lutto non era stato mai elaborato realmente. 
La nascita del terzogenito di Alessandra , un maschio dopo due femmine, fa ripiombare Alessandra nella colpa inconscia di essere nata e rimasta viva dopo Alessandro e nella paura di sua madre , ossia nella possibilità che anche suo figlio maschio muoia; questo può averla portata ad attuare dei comportamenti esteriori (come la crisi matrimoniale), segnale di disagio interiore. 
Abbiamo celebrato quindi la morte di Alessandro a livello simbolico e lo abbiamo lasciato andare riassegnandogli un suo posto e ricordandoci che ora siamo nel 2014.

Un cambiamento esterno, specie se improvviso e tragico, fa fermare il nostro tempo interiore.
L'anima non lo accetta, il tempo si ferma sebbene il calendario vada avanti.

Ho visto in anni di costellazioni che questo avviene molto spesso. 
Cosa fa la costellazione? 
Semplicemente fa prendere consapevolezza all'anima di quell'evento e vedendolo lo porta a compimento.
Chiude un ciclo che la nostra anima teneva aperto , permettendoci di vivere nel qui ed ora e così la vita può continuare.

Vi abbraccio tutte e attente all'orologio e ai calendari!
Con amore
Evi  

lunedì 16 dicembre 2013

Chiudere i cicli della propria vita



Oggi vi pongo questa domanda : cosa è per voi un "ciclo"?
Per quanto mi riguarda rispondo che è aprire una stanza della propria vita, esplorare, avere consapevolezza di ciò che si è sperimentato e poi chiudere quella stanza, con la consapevolezza di ciò che che abbiamo imparato, dove abbiamo fatto un goal e dove ci sono delle aree di miglioramento.
Ci sono cicli chiusi a livello fattuale ma non energetico, come quello con le relazioni precedenti non chiuse bene e ci sono cicli chiusi a livello energetico, ma non fattuale, come quando, molto spesso, si sente dentro di noi che una cosa è finita, non attrae più la nostra energia, la nostra passione, il nostro entusiasmo ma per abitudine, per regole morali o sociali, per ragioni economiche continuiamo a farla.

Ma perché è importante chiudere quella porta?
Perché se qualcosa resta aperto sia a livello fattuale che energetico, non consapevolizzato, se sentiamo rispetto a una situazione quel malessere non identificabile, quel boh, quelle farfalline nello stomaco, quel disagio che dentro ci muove, significa che la nostra energia è risucchiata ancora lì.
E se rimane lì, dovremo fare altra esperienza simile e non apriremo una nuova porta, ma solo una porta che ci sembra nuova ma ripropone lo stesso tema .

E quando un ciclo è chiuso?
Quando ci sentiamo in pace e tranquille, quando ci è chiaro che quello che potevamo fare e dipendeva da noi lo abbiamo fatto, ossia abbiamo comunicato quello che vi era da comunicare, ci siamo prese la responsabilità delle nostre scelte, abbiamo riconosciuto le nostre aree di vantaggio e le nostre aree di miglioramento.

Nelle costellazioni tutto ciò mi accade spesso con chi non ha chiuso il ciclo con le relazioni sentimentali precedenti.
Il semplice far enunciare al cliente nei confronti dei partners precedenti " ok vi vedo, mi prendo la mia responsabilità nella fine della nostra storia e lascio a voi la vostra" ha effetti positivi nella relazione di coppia attuale perché in questo modo si chiude a livello energetico un ciclo .
Ma se rimane ancora quel certo non so, quel fantasma si riproporrà.
O magari chi continua a stare in una relazione sentimentale da anni perché gli conviene, per abitudine per mille motivi, ben sapendo che non c è più nulla.
E quindi vi chiedo:
Ci sono dei cicli rimasti aperti nella vostra vita? Quando vi sentite?
Sapete enunciare una situazione che avete chiuso ? Come vi siete sentite ?

Con amore
Evi

lunedì 9 dicembre 2013

Invictus



Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.
Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto le randellate della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.
Oltre questo luogo d'ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino;
Io sono il capitano della mia anima.
                                              (W. E. Henley, 1888)

Care amiche,
Questa poesia di Henley inspirò Mandela nei lunghi anni trascorsi in carcere.
All'età di 12 anni, Henley rimase vittima del morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra.
Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che all'età di 25 anni lo costrinse all'amputazione di una gamba per sopravvivere.
Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all'età di 53 anni.
La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.

Mandela, Henley due lottatori, come mio padre durante la sua malattia...
Ma cosa fa la differenza , da cosa scatta la resilienza che tanto piace a Virginia?
Cosa rende un uomo Invictus, ossia mai battuto?
La risposta è nell'accettazione e nel ringraziamento comunque, a prescindere.

Per non avere paura in primis devo accettare profondamente gli eventi.
Vedere ciò che è senza veli, senza scuse e respirare profondamente e dire dentro di noi ok vi vedo.
Questo è.
L' accettazione e la consapevolezza dell'evento fa sì che io mi senta più al sicuro.
Sì perché prima vedo, mi rendo conto dell'evento prima attuo le strategie per combatterlo.
E non è semplice, credetemi perchè l'ho provato.
Dire sì comunque a quello che è senza autoinganni, senza cadere nel rifiuto, nelle fantasie .
Noi non vediamo a volte, molte volte perché è troppo, ma ci dimentichiamo che la verità rende liberi.
Posso raccontarmela in qualunque momento della vita e attuare mille strategie per costruire la mia vita intorno agli inganni, ma dentro di me la verità la conosco e alla fine diverrò vittima degli inganni che io stessa mi sono costruita.
Quando per me è troppo qualcosa, semplicemente prendo atto che al momento è troppo, mi allontano , ma quel qualcosa lo vedo comunque e ne prendo consapevolezza.
Io infatti non ho alcun potere sugli eventi esterni, che posso essere belli o brutti, sugli altri che possono essere buoni o cattivi, sul destino, sulla morte, sulla malattia, l'unico potere che posso esercitare è su di me, sulla mia anima.
Dalla visione prima di ciò che è e poi dalla consapevolezza o se volete dal vedere la realtà nuda e cruda senza veli e scusanti, scatta la resilienza, perché solo io sono il padrone della mia anima, ossia dipende da me cosa fare di quell'evento, come comportarmi con quella persona, lottare o no contro una malattia,ma finché non li vedo, non li accetto sarò cieco e soccomberò.
Solo se accetto e vedo ho scelta e quindi sono Invictus.
E quindi in primis

Benvenuto a me così come sono
Perché mi devo accettare con i miei limiti e punti di forza
Benvenuta ad ogni persona che incontrerò oggi
Perché la vedrò così come è e non come io vorrei che fosse e quindi imparerò qualcosa di me
Benvenuta a ogni sfida che oggi mi si presenterà
Perché ogni evento va affrontato e visto e prenderò consapevolezza di qualcosa grazie a quell'evento.

Partiamo da qui senza paura con il ringraziamento , ossia dando il benvenuto a ciò che è e saremo i padroni del nostro destino.

Con un respiro magari e facendo attenzione alle reazioni del corpo.

Con amore
Evi


lunedì 16 settembre 2013

Storia del mio abuso


 
E questa ve la voglio proprio raccontare.

Nella mia incessante ricerca o meglio, nella mia tensione evolutiva, ho incontrato molti maestri e terapeuti.

Tutti riscontravamo in me i segnali fisici e psichici dell'abuso, ma sinceramente io abusata non sono mai stata, almeno fisicamente.

Respingevo al mittente queste intuizioni finchè...

Un giorno durante una seduta di coaching con Anna alla sua domanda" cosa ti serve ora per essere felice? " le dissi "togliermi la sensazione di avere sempre qualcuno in agguato alle spalle! "

Di lì un sogno e quindi finalmente l'insight ....

Non sono stata mai abusata fisicamente, ma energeticamente sī. Avevo 7 anni e fino ai 12anni abitava di fronte a casa mia un ragazzino di 7 anni più vecchio di me. Era un ragazzino di quelli un po' sfortunati, sempre da solo, con gli occhiali e il vespino di un colore indecente. Lavorava già e portava la busta a casa dal papà operaio e dalla mamma donna delle pulizie per pagare l' affitto. La condizione economica della mia famiglia era migliore: mio padre era un commerciante e mia madre una casalinga e avevamo una casa di proprietà.

Il ragazzino mi diceva a mala pena un ciao, ma mi osservava in continuazione, mi spiava dalla sua finestra, mi seguiva al mio ritorno da danza e da inglese, sentivo sempre il rumore di quel maledetto vespino dietro di me...

Ero troppo piccola per capire, ma l' ultimo tratto di strada - quello di fronte a casa sua - che mi separava dal portone di casa mia lo facevo sempre di corsa e con il fiatone infilavo la chiave nella toppa, chiudendo con un sospiro la porta dietro di me.

Ero salva! Da chi, da che cosa?

Lo odiavo, mi faceva paura , ma sua madre mi fermava per strada alla mattina quando andavo a scuola e con il suo sguardo di rimprovero misto a disapprovazione di fronte al mio abitino nuovo mi diceva " Tu faresti una bella vita con il mio figliolo, lui ti vuole, gli piaci e lui è buono è bravo, ma tu sei ricca e cattiva e non lo vorrai mai! Stupida e cattiva !"

Io non capivo, ma mi sentivo in colpa...in colpa per il mio abitino, in colpa per la mia casa , in colpa perché io studiavo, frequentavo un corso d'inglese e andavo a danza , in colpa per non amare un ragazzino tanto buono e bravo...

Cinque anni di stalking, di inseguimenti, di sensi colpa ....che mi hanno graffiato l' anima e che avevo rimosso...perché in fondo ero io la cattiva, la " ricca" e quindi era giusto che uno sfigato quattr'occhi mi inseguisse con un vespino e mi spiasse da dietro la tenda della sua casa magari masturbandosi, immagino ora!

Con grande consapevolezza urlo ora " Ma vaffa.... Tu sfigato di merda e tua madre con le sue paranoie sociali!"

Non permettete mai a nessuno di varcare i vostri limiti, di invadere il vostro spazio, di giudicarvi! Ognuno di noi è una meravigliosa creatura! Non abbiate paura della vostra Luce.

Siete bellissime perché siete uniche, che siate belle, brutte, magre,grasse, ricche o povere siete voi e siete qui per fare esperienza!

Un abbraccio

Con amore

Evi

mercoledì 4 settembre 2013

Facebook, la diffamazione e la privacy


 
Un commento poco elegante a una foto caricata su Facebook può costare un risarcimento di 15 mila euro. Tale è stata, infatti, la condanna che il Tribunale di Monza ha inflitto ad un utente del social network blu per la sua condotta diffamante nei confronti della ex fidanzata.

La sentenza, che tratta il tema oggi assai discusso dell’offesa all’onore e alla reputazione per mezzo di un social network, offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sui rischi della navigazione in Internet: in particolare sulle conseguenze di un uso troppo disinibito della rete e degli strumenti che essa offre.

Il giudice ha ritenuto le parole postate sul social network come un insulto al decoro, all’onore e alla reputazione della donna, che ne avrebbero determinato un danno morale.

D’altronde, il crescente sviluppo dei social network come Facebook, Twitter e Netlog se da una parte consente una rapida diffusione di nuove forme di comunicazione e circolazione di informazioni, dall’altra crea una sorta di “terra di nessuno” che facilita la commissione di condotte illecite, dove il legislatore e il giudice si muovono con difficoltà.

Ma quando si può parlare di diffamazione su Facebook?

In generale si può dire che il reato di diffamazione ricorre in presenza dell’inserimento di frasi offensive, battute personali gravi, notizie riservate (la cui divulgazione provoca pregiudizi), foto denigratorie o la cui pubblicazione ha ripercussioni negative (anche solo potenziali) sulla reputazione della persona ritratta.

È diffamatorio, per esempio:

- creare il gruppo “Quelli che odiano il proprio professore di matematica”;

- rivelare sulla propria o altrui bacheca una relazione extraconiugale del proprio collega di lavoro con la segretaria;

- inserire la foto della propria ex fidanzata nuda o in atteggiamenti piccanti.

Per parlare di diffamazione, l’offesa deve essere rivolta a un soggetto determinato o determinabile (cioè ad esempio menzionando nome e cognome). Se si parla male di una persona senza far capire di chi si tratta non c’è reato. Il reato invece sussiste se si inseriscono riferimenti che consentano di risalire alla persona offesa.

Le pene previste per la diffamazione a mezzo internet sono la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore ad euro 516.

Inoltre la giurisprudenza è orientata a ritenere responsabile anche colui che, venutone a conoscenza e avendo i poteri per farlo, non cancella la pubblicazione.


Il vero problema non è però rappresentato tanto dalla pena (che il più delle volte viene sospesa con la “condizionale”), ma dai costi connessi al procedimento penale.

In caso di condanna occorre infatti pagare:

- il legale della parte civile;

- il proprio legale

- il risarcimento dei danni provocati alla parte lesa.

Inoltre prima di pubblicare foto di amici in fb chiedete loro il permesso:potrebbero citarvi in sede per lesione della loro privacy !!!

Per fare un banale esempio, la pubblicazione su facebook di foto di amici e conoscenti va ad incidere su alcuni diritti fondamentali relativi all’immagine e alla riservatezza della persona.

Il diritto all’immagine è un diritto personale avente ad oggetto il segno distintivo essenziale dell’individuo volto a rappresentarne le sembianze, l’aspetto fisico, l’espressione e, più in generale, la sua personalità.
Esso trova disciplina nel combinato disposto dell’art. 10 del codice civile e degli artt. 96 e 97 della legge 633/1941 (legge sul diritto d’autore).
Dalla normativa in esame si ricava che il ritratto di una persona non può essere esposto, pubblicato o messo in commercio senza il consenso (espresso o tacito) dell’interessato.

E’ inoltre necessario che la pubblicazione/esposizione/commercializzazione non determini un pregiudizio al decoro e alla reputazione del soggetto rappresentato.

Qualora la fotografia di un ritratto (ovvero del viso) di un individuo (o dei genitori, del coniuge o dei figli dello stesso) sia pubblicata senza il suo consenso, questi potrà rivolgersi al giudice per ottenere l’inibizione della pubblicazione stessa oltre al risarcimento dei danni ad essa conseguenti.

Il consenso, a seconda dei casi, può essere dato per iscritto, oralmente o per fatti concludenti e può essere sempre revocato.
Bisogna tenere presente che il consenso ad essere fotografati non equivale al consenso alla pubblicazione e alla diffusione della fotografia.
Esistono tuttavia eccezioni per le quali il consenso non è necessario e quindi la pubblicazione dell’immagine è lecita: ciò accade quando la riproduzione è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico ricoperto dalla persona ritratta, quando sussistono necessità di giustizia o di polizia, ove siano perseguiti scopi scientifici, didattici o culturali ovvero quando la pubblicazione risulti collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie d’interesse pubblico o svoltisi in pubblico.

Resta salvo, anche nelle eccezioni, il limite del rispetto del decoro e della reputazione del soggetto rappresentato, trattandosi di valori che attengono alla dignità della persona.

La pubblicazione su facebook della fotografia di un soggetto rileva anche sul profilo del diritto alla riservatezza in quanto la divulgazione di un’immagine costituisce una forma di trattamento dei dati personali lesiva del diritto alla privacy, come tutelato dal D.lgs. n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) che stabilisce il principio fondamentale per cui “chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”.

Per “dato personale” s’intende, secondo l’art. 4 lettera b) del predetto decreto, qualunque informazione riguardante una “persona fisica identificata o identificabile.


A tal proposito il Garante della privacy ha chiarito che le fotografie, così come le riproduzioni di immagini (ivi comprese le videoriprese), rientrano nella nozione di dato personale (decisioni del 15 maggio 2002 e 19 febbraio del 2002).

Per quanto concerne la natura del dato personale, esso normalmente costituisce un “dato comune”.

Qualora l'immagine consenta di rilevare talune informazioni che la normativa sulla privacy inquadra nella categoria dei “dati sensibili” (art 4. comma 1, lett. d) del D. Lgs. 196 del 2003: “i dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”), anche l'immagine avrà tale natura e pertanto sarà oggetto di più stretta tutela.

Tutto ciò comporta che, colui che intenda pubblicare una fotografia rappresentativa di un soggetto identificabile, dovrà ottenerne il consenso scritto, ove tale fotografia riveli dati sensibili; negli altri casi il consenso potrà essere dato in forma diversa.  
Esistono eccezioni anche nella normativa sulla privacy e cioè quando il trattamento del dato è giustificato in assenza del consenso dell’interessato: si tratta delle fattispecie previste dall’art. 24 del decreto n. 196.

Qualora si commettano violazioni della normativa citata si può incorrere in una causa di risarcimento danni, che potranno essere sia di natura patrimoniale che non patrimoniale (c.d. danno esistenziale), indipendentemente dalla configurabilità di un reato.
Il danni patrimoniali sussistono nel caso in cui la persona ritratta (ad esempio, un personaggio famoso) avrebbe potuto ottenere un lucro utilizzando la fotografia a fini commerciali e promozionali.
La voce del danno non patrimoniale, invece, si riferisce a chiunque e consiste nel danno esistenziale o morale che la persona rappresentata ritenga di aver subito.

La persona che reputi di essere stata lesa dalla pubblicazione di una fotografia potrebbe anche tutelarsi sul piano del diritto penale, qualora si configuri il reato di cui all’art. 615 bis c.p. (“interferenze illecite nella vita privata”) secondo cui “chiunque, con l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procuri indebitamente notizie o immagini relative alla vita privata nell’abitazione (o in altro luogo privato), deve essere punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.

Qualche esempio:

Il comportamento tenuto dall’individuo, che ha pubblicato su Facebook le generalità e le foto del battesimo di un infante/minore, senza il preventivo consenso dei genitori del “neonato”, è idoneo a violare le norme di legge dettate a tutela della personalità altrui , “sub specie” di lesione della normativa a tutela dei minori, come approvata dalla convenzione di New York ,e recepita nel nostro ordinamento giuridico con la legge 27 maggio 1991 n. 176. Lo ha deciso il Giudice di Pace di Foggia, accogliendo la richiesta di risarcimento del “danno morale” , avanzata da una giovane coppia di neo-genitori foggiani nei confronti di un loro ex amico, reo di aver pubblicato sul proprio “profilo” di Facebook una serie di foto che ritraevano il bambino dei medesimi durante la celebrazione del battesimo e la festa al ristorante, alla quale egli stesso aveva partecipato come ospite/invitato.

Il giovane foggiano, convenuto in giudizio, si era difeso sostenendo di aver ricevuto un “implicito consenso” alla pubblicazione di quelle foto da parte dei genitori nonchè suoi ex amici, i quali, oltre ad averlo regolarmente invitato al “pranzo battesimale” in ristorante , non avevano avuto nulla da ridire nei confronti di quegli “scatti fotografici”, realizzati durante tutta la cerimonia relativa all’evento religioso. Di contro, i neo-genitori avevano sostenuto e provato, durante il giudizio, di non aver mai acconsentito alla “pubblicazione” delle foto del proprio minore su Facebook, a disposizione di pressoché chiunque volesse “accedere” alla loro visione ,“collegandosi” al link relativo al “Profilo” del loro ex amico ed inesperto “fotografo fai da te”.

Ed il Giudice di Pace di Foggia ha accolto la loro richiesta di risarcimento del danno , considerando illecita la pubblicazione su Facebook di quelle foto ed affermando, in sentenza, che “..l’ art. 16 della Convenzione di New York espressamente ribadisce, in armonia con i principi espressi dagli articoli 2 e 31 della Costituzione italiana , che nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione, e che il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti”. Il magistrato foggiano ha,poi, evidenziato come l’art. 3 della medesima Convenzione internazionale sottolinea che in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, della autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.

Pur essendo, pertanto, il servizio fotografico, pubblicato su Facebook, ad avviso dell’Autorità Giudicante, non tale da ledere la dignità del minore nè quella dei propri genitori, tuttavia, l’art. 16 della convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge n. 176 del 1991, fa divieto di interferenze arbitrarie nella vita privata del minore ,quale è la pubblicazione della foto del bambino, in cui questi sia riconoscibile, salvo che la riproduzione dell’immagine non sia giustificata dall’utilità sociale della notizia, circostanza quest’ultima non ravvisabile nella fattispecie oggetto di valutazione . ( in tal senso vedasi Cassazione civile , sez. III, 05 settembre 2006, n. 19069; ed ancora Tribunale Milano, 12 luglio 2001). Proprio perché l’interesse superiore del fanciullo deve essere una “considerazione preminente”, il Giudice di Pace di Foggia ha concluso affermando che il consenso allo scatto fotografico non “implica” necessariamente la susseguente autorizzazione alla pubblicazione della foto che ritrae il minore , nè vale come scriminante dell’illecito di violazione del diritto all’ immagine del minore stesso (in questo senso vedasi, altresì, Cassazione penale , sez. V, 19 giugno 2008, n. 30664).
E quindi...postate e taggate con parsimonia!

Evi

lunedì 26 agosto 2013

A lezione da nonna strega... (2 parte)


 
 
Orbene, nonna strega (se hai perso la prima parte la trovi qui) mi aveva invitato a guardare con occhi puri e audacia la realtà per andare al di là di ciò che appare...di andare oltre il famoso velo di Maya.

Riprendo il vecchio manuale di filosofia e mi immergo quindi nello studio di Schopenhauer , il filosofo che riprese il concetto del velo di Maya.

Schopenhauer ricava da Kant i concetti di fenomeno e noumeno.

Il fenomeno è il prodotto della nostra coscienza, esso è il mondo come ci appare, mentre il noumeno è la cosa in sé, fondamento ed essenza vera del mondo.

Il fenomeno materiale è dunque per Schopenhauer solo parvenza, illusione, sogno: tra noi e la vera realtà è come se vi fosse uno schermo che ce la fa vedere distorta e non come essa è veramente: il velo di Maya di cui parla la filosofia indiana, alla quale Schopenhauer spesso si rifà.

Il mondo dunque è una propria rappresentazione, una propria illusione ottica. Schopenhauer ritiene che la rappresentazione, cioè la realtà che ci si para davanti, sia nient'altro che una fotocopia mal inchiostrata, celante la vera realtà delle cose (da questa asserzione traspare l'influenza dello studio di Platone).

Per poter giungere alla realtà noumenica, quella vera, non si può quindi percorrere la strada della conoscenza razionale.

Secondo il filosofo, è attraverso il corpo che scopriamo che la realtà delle cose ci concerne, siamo nel mondo come una sua parte; difatti vogliamo, desideriamo certe cose e certe altre le evitiamo, rifuggiamo il dolore e ricerchiamo il piacere.

Proprio questo ci permette di squarciare il velo del fenomeno e cogliere la cosa in sé. Infatti, ripiegandoci in noi stessi, scopriamo che la radice noumenica del nostro io è la volontà: noi siamo volontà di vivere, un impulso irrazionale che ci spinge, malgrado noi stessi, a vivere e ad agire. Tuttavia la volontà di vivere produce incessantemente nell'uomo bisogni che richiedono soddisfazione: desideri, che sono dunque reazione ad un senso di mancanza, di sofferenza.

Difficilmente tutti i desideri si realizzano, e la mancata realizzazione di alcuni di essi causa un'ulteriore, più acuta sofferenza. Ma, anche quando un desiderio viene soddisfatto, il piacere che ne deriva risulta essere solo di natura negativa, soltanto, cioè, un alleviamento della sofferenza provocata da quel prepotente bisogno iniziale; bisogno che subito riappare in altra forma, pronto a pungolare con nuovi desideri l'affannata coscienza umana.

E quando pure l'uomo non viva nel bisogno fisico e nella miseria, quando nessun effimero desiderio (invidia, vanità, onore, vendetta) gli riempia i giorni e le ore, subito la noia, la più orrenda e più angosciosa di tutte le sofferenze, si abbatte su di lui:

«Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno.»

«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia.»

La vita umana è quindi un alternarsi di dolore e di noia, passando per la momentanea sensazione meramente negativa del piacere.

Il dolore è la realtà prima, e la felicità non è che la negazione di questo positivo ontologico e antecedente cronologico, per cui la negatività della felicità sta nel fatto che sarà sempre liberazione da un desiderio, un dolore, un bisogno (sempre deficiente rispetto all'incolmabilità del desiderio).

Questo secondo Schopenhauer. E per me?

Non posso che riconoscermi in lui, almeno in questo momento.

Butto metafisicamente a mare tutti i libri di Positive Thinking di cui ho cercato invano di nutrirmi in questi molti anni.

Mi viene l'orticaria pensando a tutti quei corsi con persone sorridenti e di cuore a cui ho partecipato, il cui unico bieco fine era solo fare leva sul tuo cuore per rimpinguare il loro portafoglio.

Ma riconosco in essi una valenza: mi hanno insegnato a fidarmi del mio intuito e del mio sentire , ad avere fiducia in me e nelle mie sensazioni.
 
 

Prima di parteciparvi, mi mettevo sempre in discussione.

Possedendo una mente aperta al dialogo e al confronto,molto spesso mi facevo convincere dagli altri e intraprendevo esperienze che non mi appartenevano...

Ora non più! Se qualcosa sento non fa per me semplicemente non la faccio,anche se è socialmente utile e pregevole o politicamente corretta.
 

Ad esempio le cene. Io odio andare a cena, perché preferisco alla sera mangiare a casa, andare a letto e leggere un libro piuttosto che aspettare due ore un cameriere che mi serva la cena ed ingannare il tempo facendo conversazioni per lo più inutili.

Se devo parlare di lavoro preferisco il pranzo e se voglio parlare con un amico lo invito da me o vado da lui. Sono così e semplicemente lo dico, sorbendomi a volte occhiate di stupore e se mi va male di disapprovazione.

Ma questo perché ho eliminato, o almeno tentato di eliminare, il concetto cristiano del sacrificio che porta al bene, sostituendolo al principio del rispetto e dell'amore verso di me in primis e poi verso gli altri.

Gesù, che per inciso per me è stato un grande Profeta, predicava "Ama il prossimo tuo come te stesso" , ma prima bisogna imparare ad amare se stessi .

E non è così scontato o facile amarsi quando si è nati con il peccato originale e in un collettivo dove bisogna sacrificarsi ...

Ma di questo ne parlerò al prossimo post.

Con amore

Evi
 
(Foto da Pinterest)
 
Max Gazzé - Sotto Casa (2013)