lunedì 30 marzo 2015

Non è mai troppo tardi



Avevo usato questo stesso titolo per un post di qualche tempo fa (qui) dove riflettevo a partire da un articolo di cronaca nel quale un'anziana signora finalmente aveva denunciato suo marito per violenza.
Ci ho ripensato quando ho trovato un inciso di Jung che si riferisce alla “donna matura che riflette sulla sua vita e così vede il mondo per la prima volta”.

Sempre più spesso accedono alla terapia donne mature, che – contrariamente ai tempi di Freud, per il quale l'analisi non doveva avvenire oltre i cinquant'anni – sentono l'esigenza di guardare indietro e volgere domande alla loro interiorità, donando risposte anche a interrogativi sospesi da molto tempo.
A volte ciò che le porta è un sintomo, apparso all'improvviso dopo anni di quiete apparente.
Altre volte sono costrette a guardarsi dentro perché una malattia le mette di fronte all'importanza della vita.
Oppure arrivano a chiedere aiuto in una fase di profonda trasformazione, perché un lutto o una separazione fanno cadere tutte le certezze sulle quali si era basata la loro esistenza fino ad allora.

Tutte all'inizio mi guardano smarrite, qualcuna azzarda una frase del tipo “ormai, alla mia età quello che è fatto è fatto” oppure “sono fatta così, non voglio cambiare” o ancora “non posso guardare indietro perché non oso vedere i miei errori”, ma poi il desiderio di narrare prende sempre più spazio nella stanza e quei sessanta minuti che all'inizio sembravano incolmabili, si riempiono di scene di vita, ricordi, aneddoti, lacrime, emozioni, persone, luoghi, domande e ancora domande...

Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano quelle giuste” affermava Oscar Wilde.
E la verità che quelle donne scoprono nel percorso a ritroso è che ogni fase della vita porta con sé nuove prospettive attraverso cui osservare gli stessi eventi.
La donna di cinquanta o sessant'anni che mi siede di fronte ha nuovi strumenti e consapevolezze per rivedere ed elaborare eventi accaduti a quella ragazzina di un tempo, ma anche può avere la possibilità di rivalutare le domande di allora e – anche se non può più prendere la strada alternativa – può sempre trovare significati che le permettano di fare pace con i sospesi e dare nuova linfa al presente.
La verità – riconosciuta con un misto di sorpresa e stupore – è che non c'è un tempo che determina il confine fra ciò che è già scritto e ciò che può essere scoperto di sé: in ogni fase della nostra vita si possono sviluppare potenzialità e risorse che guardano al presente con altri occhi e al futuro senza per forza cadere nell'ansia e nella tristezza.
Forse la parte più difficile consiste nel rievocare certi eventi passati per poi lasciarli andare, affrontare ancora una volta la sofferenza e sopravvivergli.
Scoprire, come dichiara Jung, che

Una parte della vita è andata perduta,
ma il senso della vita è stato recuperato.

Buona settimana
virginia 

giovedì 26 marzo 2015

Parole per l'anima #11


Solo quando siamo abbastanza coraggiosi
da esplorare l'oscurità
potremo scoprire l'infinita potenza 
della nostra luce.

Lunedì abbiamo parlato di psicoterapia (qui) così oggi ho deciso di pubblicare qualche frase e diverse immagini che possano esprimere alcune delle sfaccettature di questo affascinante percorso dentro se stessi [e anche per sfatare qualche pregiudizio e stereotipo (in terapia ci vanno i pazzi...)] 




Tutto ciò che attraversi
ti fa crescere

perché in terapia si impara a vedere le cose da altri punti di vista 


Si impara a dare nuovi significati al tempo e a viverlo in maniera più viva e creativa, in contatto con la propria interiorità


Si possono stabilire mete e realizzare progetti, con la consapevolezza di ogni passo


Ci si può sorprendere ancora, stupirsi e scoprire meraviglie inaccessibili, in sé e negli altri, a tutte le età



Il miglior terapeuta 
ha la pelliccia e quattro zampe

(Questa frase mi è piaciuta perché mi ha fatto venire in mente il libro "Donne che corrono coi lupi"! )


Buon week end 
virginia

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 23 marzo 2015

Che cos'è la psicoterapia?



Nella giungla quotidiana di teorie, terapie, percorsi di cura, mi capita spesso che le persone mi chiedano in che cosa consiste esattamente il lavoro di psicoterapia.
Mi trovo sempre un po' smarrita nel dover dare una definizione netta, perché non esiste un percorso di terapia uguale a un altro e spesso uso questa frase: “è come un vestito su misura che va cucito addosso”.

La sofferenza è una dimensione dell'animo umano che ci porta a una regressione, ci rende così vulnerabili che è come se tornassimo bambini inermi di fronte a un mondo troppo difficile e pericoloso.
Quando le persone giungono in terapia si trovano in questa complessa fase, nel pieno di un conflitto interiore che le porta da un lato a chiedere aiuto, dall'altro a sperimentare la frustrazione di non farcela da soli.
L'essere umano ha bisogno di conforto e di contatto fin dagli albori della sua vita, quando l'avere qualcuno che si occupa di lui è una vera e propria questione di sopravvivenza.
Nel dolore – fisico o emotivo – questi bisogni si fanno di nuovo prepotenti, prendono il sopravvento e nonostante i tentativi di essere autonomi, ci permettono di entrare in relazione con gli altri chiedendo aiuto.
Ci sono persone per le quali è più facile, altre che vivono molto male il ricevere, sono più abituate a dare.
Altre ancora arrivano in terapia pensando di ottenere risposte precise, definite e risolutorie.

Il paziente psicoterapeutico può cominciare […] cercando di costringere il terapeuta a dirgli cosa deve fare per essere felice e come deve vivere senza essere pienamente responsabile della sua vita
(S.B. Kopp “Se incontri il Buddha per strada uccidilo” 1975)

La terapia in realtà non è un luogo di risposte, perché diventa utile quando è un incontro, ovvero quando si fa dialogo.
Il terapeuta, secondo la definizione dello stesso Kopp, non è altro che un pellegrino di professione, perché proprio nella metafora del viaggio troviamo il significato profondo di ogni percorso psicologico.
Il paziente diventa a sua volta pellegrino e nel viaggio che compiamo insieme – un po' come Dante e Virgilio nella Commedia – ritrova un senso alla propria vita, grazie alla narrazione e riformulazione delle esperienze.

L'intreccio paradossale di potenza e vulnerabilità, che rende un uomo massimamente umano, dipende dal suo sapere chi è adesso lui, poiché può ricordarsi chi è stato, e poiché sa chi spera di divenire.
Tutto ciò deriva dalla sua capacità meravigliosa di raccontare la propria storia.
(Kopp, pag. 25)

Il percorso verso il centro della terra, quel territorio oscuro e magmatico del nostro inconscio fa emergere tutti gli aspetti del nostro essere umani e ci aiuta a vederli con altri occhi e infine anche ad accettarli.
Ma la premessa a tutto questo è il volersi liberare dalle false immagini di sé, quelle imposte dall'esterno o quelle alle quali ci siamo adattati per essere riconosciuti, accettati, rinunciando a energie importanti per la nostra vita.

Prima che l'uomo possa essere libero, deve innanzitutto scegliere la libertà. Allora comincia il lavoro duro.
(Kopp, pag. 30)

Il lavoro duro è tutto quello che sta in mezzo fra l'inizio – che non è necessariamente la prima seduta – e la fine di una terapia.
Il vero inizio è quando accettiamo di correre il rischio di abbandonare le certezze conosciute e avventurarsi alla scoperta di altro, accettando che possa essere anche doloroso. Il viaggio terapeutico è accedere insieme a contenuti che il paziente teme di contattare da solo, è il riscoprire il passato con nuovi occhi ma anche svelare potenzialità nascoste, finora coperte dalla sofferenza.

E la fine? Quando finisce la terapia?
Io dico che finisce quando il motivo per cui la persona è arrivata è finalmente risolto, ovvero sciolto, secondo il significato etimologico.
Precisando che non significa che nella realtà il problema non c'è più, bensì vuol dire che la persona è in grado di affrontarlo e gestirlo in autonomia, senza che questo sconvolga il suo equilibrio.
Il nostro processo di conoscenza e ricerca di sé dura tutta la vita, ma non credo che le persone debbano andare in terapia per sempre.
Sarebbe come accompagnare in eterno un figlio per mano impedendogli di camminare da solo.

Uccidere il Buddha in strada significa distruggere la speranza che qualcosa all'infuori di noi possa essere il nostro padrone. Nessuno è più grande di nessun altro. Non ci sono madri e padri per gli adulti, soltanto fratelli e sorelle. […]
Ciascuno di noi deve rinunciare al maestro, senza rinunciare alla ricerca.
(Kopp, pag. 168)

Ogni persona “guarisce” nella misura in cui accoglie su di sé la responsabilità della propria esistenza, quando da figlio o figlia diventa uomo o donna, capace di trovare il suo significato di senso a ciò che è accaduto, che accade e che accadrà.
Vi lascio con una frase che racchiude in maniera sublime la consapevolezza del processo terapeutico

è proprio così, 
io sto cercando un tetto che mi ripari,
ma dovrò costruirmi una casa, 
pietra su pietra”
(Etty Hillesum)

buona settimana
virginia 

giovedì 19 marzo 2015

parole per l'anima #10


La luce del sole
è la migliore medicina

Stanno iniziando le belle giornate, una iniezione quotidiana di gioia e benessere. 
Domani è l'equinozio di primavera, per cui inondiamoci della natura intorno a noi, facciamo attenzione alla bellezza dei fiori e godiamoci il risveglio, fuori, ma soprattutto dentro di noi. 







vernorexia: un umore romantico ispirato dalla primavera





E dico a me stessa che è un mondo meraviglioso


buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 16 marzo 2015

Mosse da fili invisibili



Questo week end, sul treno verso la meta di un corso di formazione, ho ripescato appunti dall'ultima mostra che sono andata a visitare, ovvero quella di Tina Modotti a Verona, terminata l'8 marzo.
Se volete conoscere di più di questa donna, artista e fotografa ma soprattutto militante politica, trovate qui la biografia.
Tina è stata ritratta nuda dal famoso fotografo Edward Weston e provocò scandalo negli anni '20, e poi lei stessa si dedicò alla fotografia immortalando spesso le donne sudamericane nella loro vita quotidiana, eroine fiere, sia che si trattasse di madri che di ribelli.






Una delle foto che ha colpito la mia attenzione è questa



perché evoca la metafora attraverso cui alcune donne si presentano in terapia, quando affermano di sentirsi “come un burattino”.
Coloro che raccontano questa impotenza di agire in maniera autonoma non sono sempre donne vittime di situazioni violente o dolorose, succubi di un uomo che decide al posto loro e tiene le fila della loro esistenza.
A volte sono donne che si descrivono forti e capaci, anche risolute, ma preda della necessità di doversi comportare in un certo modo, pena l'insoddisfazione o forti sensi di colpa.
Questo accade perché il "burattinaio" è scaltro e fa leva su aspetti inconsci e molto profondi che necessitano di un lavoro approfondito per essere portati alla coscienza.

Prendendo ispirazione dalle storie ascoltate cercherò di dare voce alla loro interiorità attraverso questo monologo da me inventato, sul significato di questi fili invisibili nella vita di queste donne.

È difficile ammetterlo. Ho sempre pensato che tu facessi il meglio per me.
Mi sono fidata e affidata, io che non sono mai stata brava a decidere in prima persona, quel giorno sono rimasta abbagliata dalla tua sicurezza, dalle tue capacità di cavartela in ogni situazione.
È lì che ho sbagliato.
Non ho imparato, ma solo adempiuto.
Sono passati gli anni e mentre all'inizio ero fiera di ciò che creavi per me – mi rendo conto solo ora che mi hai modellata – nel tempo qualcos'altro da dentro mi ha impedito di gioirne.
Ero in trappola perché cominciavo da burattino a diventare una persona reale, con bisogni desideri e una lieve abbozzata identità che si ribellava alle tue mani.
Tuo il copione, tue le battute dei dialoghi, tuoi i personaggi che potevo o non potevo incontrare nello scenario della vita.
Per un po' ho taciuto, ho continuato in silenzio a eseguire i tuoi movimenti, ma più progredivo più mi appesantivo legata ai tuoi fili.
Più diventavo pesante da condurre e più ti sei arrabbiato: la tua bambolina adorabile non rispondeva più diligente ai comandi.
Dalle allusioni sottili – invisibili ai più come i tuoi fili – siamo passati a parole di piombo, accuse, recriminazioni – che li rendevano evidenti catene.
Ma comunque resistevo. Chi potevo essere senza di te?
Un giorno ti sei stufato, perché ero troppo triste, troppo pesante, troppo limitante.
Mi hai lasciata sola perché hai trovato un altro burattino più facile da manovrare.
E quel giorno mi sono afflosciata, accasciata, e credevo davvero di essere morta.
Poi lentamente mi sono accorta di non avere più fili.
Ho cominciato a muovermi, sì impacciata nel mondo, ma per la prima volta potevo dire di essere “io”.
È rischioso, avevi ragione. La responsabilità a volte mi assale e ho paura.
Spesso sento ancora le tue parole, quelle di un tempo “povera piccola, se non ci fossi io...” e quelle più recenti “dove vuoi andare senza di me? Cosa credi di poter fare?” e lì più di tutto stringo i denti e penso alla possibilità di muovermi sulle mie gambe, incerte sì, ma vere.

Infondo mi hai fatto un regalo.
Credevo di morire e invece sono rinata.
I tuoi fili giacciono inermi sul pavimento della mia vita passata.

Buona settimana
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

giovedì 5 marzo 2015

parole per l'anima #9


il tempo di rilassarsi 
è quando non hai tempo per farlo

Una verità che vale per tutte noi, impegnate in milioni di attività, ciascuna a modo suo.
Per non dimenticare che è fondamentale riuscire a ritagliarsi del tempo per sé, a tutte le età.
Nel frattempo godiamoci queste immagini, fonte di benessere anche solo per lo sguardo... non vi fanno già tirare un sospiro di sollievo? 
Continuate a seguirmi perché presto inizierà una nuova rubrica sul rilassamento e  se vi siete perse il post sul relax per mamme e bambini lo trovate qui









buon week end
virginia 

(fonte immagini: pinterest)

lunedì 2 marzo 2015

Rilassamento per mamme e bambini



Qualche giorno fa mi è capitato di condividere su fb questo interessante articolo su alcune forme semplici di meditazione da insegnare ai bambini.
Visto l'interesse di molte di voi e le domande che mi sono state richieste ho pensato di scriverci un post con informazioni più precise rispetto alle diverse fasce d'età dei piccoli, 
partendo dalla prima necessaria tappa per imparare a meditare, ovvero riuscire a rilassarsi e sospendere il tempo.

Comincerei con una frase cui sono molto affezionata e con la quale apro i corsi di Training Autogeno per adulti:

il rilassamento è ciò che accade quando smetti di creare tensione
                                                                                                     (P. Levey)

questo paradosso ci insegna che il rilassamento non è un'azione attiva bensì un lasciar accadere, un abbandonarsi cedendo.
Ma se già è difficile per un adulto, come possiamo insegnare tutto questo ai bambini, così attivi e impegnati a esplorare, osservare, conoscere?
Il primo suggerimento ce lo dà anche Claudia: dare l'esempio.
Vale per tutti gli insegnamenti che vogliamo dare ai più piccoli, ma in questo caso vale ancora di più!
Se noi non siamo in grado di fermarci e sostare, di ritagliarci uno spazio anche piccolo in cui dedicarci al nostro benessere, sarà difficile trasmettere anche a loro la sua importanza.
Se ancora non lo avete imparato, diciamo che non è mai troppo tardi e che può essere la buona occasione adesso per farlo insieme – ma in maniera sistematica.
Il rilassamento necessita di ritualità per essere efficace – e in questo i bambini hanno molto da insegnare a noi grandi!
Un buon momento può essere la sera prima della nanna o dopo il bagno, ritagli di tempo dove già fisiologicamente si rallenta e dove loro stessi richiedono piccole e grandi abitudini da condividere (pensiamo alla storia prima di dormire).

Per essere fruttuoso, il rilassamento per i bambini deve - a mio parere – rispettare queste tre regole:
  • creare contatto e relazione fra loro e il genitore
  • essere interessante ai loro occhi (e divertente)
  • essere semplice
ovviamente queste regole vanno adattate alle diverse età.
Il presupposto di ogni momento di relax è quello di trovare uno spazio tranquillo dove non si viene disturbati, dove poter creare un'atmosfera accogliente e possibilmente sempre la stessa (es. accendere una candelina, la luce soffusa) di modo che sia più facile per il bambino riconoscere il momento di serenità, come entrare in un tempio sacro.

0-1 anno di età: la forma di contatto e rilassamento per eccellenza è il massaggio, che crea prima di tutto la relazione fra mamma e bambino e coinvolge la pelle, il principale organo di senso con cui il bimbo entra in relazione con il mondo. Alle neo mamme consiglio di seguire un corso di massaggio neonatale o di seguire i preziosi consigli di Vimala McClure nel suo libro “Massaggio al bambino, messaggio d'amore” (Ed. Bonomi).

1-3 anni: il canale privilegiato è ancora quello del tocco e del massaggio, ma progressivamente i bambini devono essere coinvolti anche cognitivamente con storielle e filastrocche che ne catturino l'attenzione e creino un ritmo tranquillo al quale uniformarsi.
Un esempio può essere quello di fare un massaggino alle manine e piedini e creare un personaggio per ogni ditino che si va a coccolare, così che il piccolo sia “catturato” dall'interesse per la storia e allo stesso tempo percepisca il piacevole effetto del tocco amorevole.

3-5 anni: man mano che il bambino cresce è sempre più in grado di mantenere l'attenzione su alcuni aspetti di sé, ma come punto di partenza è importante partire sempre dal corpo, aspetto concreto che nel tempo gli faccia cogliere anche i benefici sulle emozioni.
In questa fase si può introdurre qualche piccolo gioco di attenzione al respiro come amico che ci può aiutare quando siamo agitati, stanchi, irritati ecc...
In età di scuola materna si può cominciare anche a spiegare in maniera semplice cosa si può ottenere attraverso quei giochi che si fanno insieme, ad es. “adesso facciamo insieme il gioco del respiro che anche la mamma è molto stanca”.
Molto carino l'esercizio con l'orsacchiotto spiegato da Claudia nel post citato, oppure una variante è quella del “palloncino nella pancia” che si usa per imparare il respiro addominale (che comunque ai bambini viene ancora abbastanza naturale!).
Io uso questa versione:
"adesso immaginiamo di avere un palloncino nella pancia che ci aiuta a respirare bene. Tu di che colore ce l'hai? Il mio è verde e il tuo? (e si lascia che il bambino risponda il suo colore).
L'aria che entra dal nostro naso scende nella pancia e va a gonfiare il palloncino – in questo caso si può poggiare una mano del bambino sulla nostra pancia per fargli capire e poi mettere la nostra a coppetta sul suo pancino e sentire che si gonfia e dare un rinforzo positivo per l'apprendimento – poi si sgonfia e di nuovo esce dal naso."
Dopo qualche respiro di questo tipo condividere che cosa accade in maniera giocosa ad es. io mi sento come le bollicine d'acqua che galleggiano e tu? Lasciando che il bambino esprima a modo suo il risultato dell'esperienza e iniziando un dialogo possibile su quando possiamo usare il palloncino (ad es. trovare un colore per il palloncino da rilassamento e un altro colore per quello delle situazioni d'emergenza. Quali sono? Così potete saperne di più anche sulle situazioni che lo preoccupano o agitano, ma in maniera indiretta e avere un piccolo “codice criptato” con cui comunicare con lui nel bisogno – es. questo mi sa che è proprio una situazione da palloncino rosso).

A partire da questa età si può coinvolgere il bambino anche nella preparazione dello spazio, come fosse un gioco, adattandolo alle sue esigenze (es. costruire una piccola “tenda del rilassamento” dove ci si rifugia per staccare la spina fra cuscini e pelouches).

Dai 6 anni: con la scuola elementare i bambini sono sempre più capaci di usare le funzioni mentali e anche di mantenere l'attenzione più a lungo su un compito.
In questa fase di vita comincia davvero il primo riconoscimento di avere un bisogno di riposo e quiete dopo molte ore di attività impegnative, così come diventa fondamentale la possibilità di sfogare le energie fisiche in eccesso in un'attività di tipo motorio.
Bisogna ricordare che non tutti i bambini sono uguali per cui le attività dovranno essere maggiormente differenziate e adattate all'individualità e alle preferenze di ciascuno.

Bambini molto attivi avranno bisogno di un po' di moto prima di lasciarsi andare al rilassamento, per cui potrebbe essere un'idea quella di giocare a mimare gli animali (da quelli più placidi a quelli più aggressivi, muovendosi per la stanza) per poi finire ad esempio al cucciolo di tigre che si riposa e si fa le coccole con la mamma (di solito gradiscono ancora molto il contatto fisico e per loro sono utili esercizi dove la mamma nomina le varie parti del corpo toccandole e loro fanno sentire che man mano si rilassano e diventano pesanti)

I bambini di temperamento più tranquillo invece, soprattutto se abituati da piccoli a ritagliarsi uno spazio di quiete, saranno quelli che maggiormente cercheranno questo ritaglio dove dedicarsi a se stessi. Per loro sono indicati anche esercizi di visualizzazione attiva guidata, dove dopo un rilassamento anche simile a quello del nominare le parti del corpo toccandole, si evocano immagini piacevoli di un posto magico dei loro sogni, una immagine che li fa sentire bene e al sicuro ecc... (trovate qualche spunto nel libro “Rilassamento per i bambini. Giochi di tranquillità per piccoli e grandi” Red Edizioni)


Un ulteriore strumento di rilassamento da far fare ai bambini in autonomia è quello del colorare i mandala, potenti simboli ad effetto benefico e con ottimi risvolti sulla concentrazione (ne trovate alcuni qui e qui)

Auguro a tutte voi momenti di vicinanza e contatto con i vostri figli,
perché gli farete dono di importanti strategie di benessere che si ricorderanno per sempre.


La felicità è un lavoro interiore


buona settimana
virginia