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martedì 14 febbraio 2012

A...come amore!

A... come amore, cos'altro se no?
Però, proprio oggi posso stupirvi, non dedicandomi alla accezione più inflazionata di amore, inteso nel senso relazionale o di coppia, bensì partendo da un suo aspetto ancora più importante, che funziona da base indispensabile per qualsiasi sano rapporto a due: l'amore di sé.
Cominciamo con il depurare questo concetto con tutto ciò che nel senso comune si è andato a sovrapporre al significato originario.
Spesso si parla di amor proprio, sano egoismo, i quali vengono caldamente suggeriti a ciscuna di noi la quale si è, diciamo, messa in secondo piano rispetto all'uomo di turno o al prevaricare della vita lavorativa su quella privata... e allora in questi casi tutti sono molto bravi a dispensare consigli e incitare all'autoreferenzialità, ma tutto questo se razionalmente viene percepito come giusto, plausibile, addirittura ovvio, sul piano emotivo e animico è ben lungi dall'esser considerato alla stessa stregua.
Che succede in noi, quando permettiamo che qualcosa (qualsiasi cosa! Non sempre e necessariamente una relazione con un uomo...) superi in importanza la dignità della nostra persona, le nostre emozioni, le nostre idee, i nostri progetti? E' un processo che parte da molto lontano, ma vediamo di raccontarne la storia.
Sono sempre stata affezionata all'immagine data da Robert Bly (raccontata ne Il piccolo libro dell'Ombra, 1992) del lungo sacco che ci  tiriamo  dietro e che metaforicamente rappresenta il condensato di tutte le parti di noi che nel tempo abbiamo rinnegato e soppresso perché non consone a quanto ci veniva richiesto dall'ambiente esterno. In questa metafora, ogni bambino alla nascita è una sfera di luce ed energia che si irradia intorno a 360 gradi, una palla di energia, che crescendo però, impara a privarsi di alcune “fette” che corrispondono alle parti inaccettate di sé e che colloca nell'invisibile sacco che faticosamente (ma spesso inconsciamente) si porta sempre appeso alle spalle. La conseguenza di tutto questo, ammonisce Bly, è che “ogni parte della nostra personalità che non amiamo ci diventa ostile” - andando a formare quella che secondo la terminologia junghiana, viene definita “ombra” - e il bambino originario, diventa un adulto che  mostra al mondo solo una minima fetta di quella sfera di luce che lo caratterizzava all'inizio.
Ogniqualvolta le nostre ombre agiscono a nostra insaputa, noi ci comportiamo boicottando noi stesse dalle più piccole azioni quotidiane (non sei capace, così non si fa, vergognati...retaggio delle frasi che ci siamo sentite dire più spesso nella nostra storia) alle più importanti tematiche che possono dare senso alla nostra vita (mi tratta male ma a modo suo mi ama, non lo amo ma mi dà sicurezza, prima o poi credo che lascerà sua moglie... altrettante modalità relazionali apprese e rinforzate nel corso dell'esistenza).
È impossibile un rapporto di coppia sano e libero da proiezioni se prima non si è scandagliato a fondo noi stesse, recuperando anche le parti sommerse, curato le nostre ferite e accettato e amato anche i nostri limiti (lo stesso dovrebbe accadere nel partner).
In ogni caso diventa importante saper “tornare a casa”.
La Clarissa Pinkola Estes usa questa metafora del ritorno a casa nella stupenda storia di Pelle di foca, pelle d'anima (la trovi qui): ciascuna donna deve sapere quando è il momento di dire basta e dedicare del tempo al recupero delle energie della propria anima, altrimenti tutto in lei e fuori di lei perderà vigore, vitalità ed entusiasmo. “Perdiamo la pelle-anima lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, perfezioniste, o facendoci senza necessità martirizzare, o lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, o abbandonandoci all'insoddisfazione – per noi stesse, la famiglia, la comunità, la cultura, il mondo – senza fare o dire nulla, o pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, o non facendo tutto il possibile per aiutarci.” “psicologicamente, essere senza la pelle induce la donna a perseguire quello che pensa di dover fare e non quello che davvero desidera”.
Solo riconoscendo i propri bisogni e ascoltandoli si possono reintegrare nuove energie che ci permettono poi di essere ancora pronte per dedicarsi all'altro, al lavoro, alla casa, ai figli, alle amiche...
L'amore di sé passa per il sapersi concedere degli “spazi altri” - che sia una stanza tutta per sé, come auspicava Virginia Woolf o una poltrona colorata, ologramma di mondi interiori, non importa – perché possiamo amare pienamente qualcun altro quando siamo in connessione profonda con noi stesse, la nostra natura, le nostre necessità. “Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi”. 
Il ritorno a casa può venire frainteso dagli altri come un improvvisa virata di egoismo: in realtà è stato il “prima” ad essere troppo. Nel momento in cui la donna riesce a viversi momenti di pienezza – anche in solitudine – tornerà alla sua vita piena di gioia di fare e di essere.
Così, in questo giorno che di solito celebra l'amore di coppia, vi invito ad individuare il vostro modo di “tornare a casa” dentro di voi. Vi assicuro che poi anche il tornare a casa dall'altro ne sarà arricchito.

virginia
ps. se poi avete voglia di leggere anche un post sull'Amore, quello a due, potete trovarlo qui. ;-)

martedì 18 ottobre 2011

Autostima...questa sconosciuta?


Colgo l'occasione di questo post per parlare dell'autostima – un' ulteriore caratteristica della persona resiliente (se hai perso i post precedenti al riguardo li trovi qui) – e allo stesso tempo riprendere il filo della narrazione delle nutrienti favole del libro “Donne che corrono coi lupi” (vedi i post a partire da qui e la storia originale qui).
Come già vi avevo accennato mesi fa, in “Autostima e dintorni...” (quando questo blog era appena nato!) parlare di questo argomento mi faceva pensare alla favola del Brutto Anatroccolo, ed ecco che oggi, dopo mille intrecci di parole e argomenti raccontati, questa storia torna a blandire le nostre anime, desiderosa di ricordarci “di non perder tempo rimuginando su quanto non ci hanno dato (o riconosciuto – nda) e di dedicarne di più alla ricerca delle persone a cui apparteniamo” (P. Estes, pag. 168)
Nella rielaborazione della storia, scopriamo che in realtà il piccolo anatroccolo non è brutto, ma semplicemente diverso dagli altri.
Ogni bambina che si è sentita diversa, non accettata perché portatrice di desideri e comportamenti lontani da quelli della famiglia di origine, ha vissuto la stessa ferita dell'anatroccolo. Le è stato detto che era necessario conformarsi alla cultura, alla realtà, alle regole di quel ristretto mondo dove “si fa così perché lo si è sempre fatto”, dove occorre uniformarsi per essere accettati, piegarsi per non essere rifiutati, rinnegare se stessi per cercare di essere amati...
Come può nascere la stima di sé in questa situazione?
Ogni bambino nasce con un suo temperamento, caratteristiche proprie uniche e irripetibili, che ne fanno un essere raggiante e speciale. Anche l'anatroccolo era tale, ma giorno dopo giorno è stato obbligato a venir meno al suo essere perché tutto intorno gli rimandava un'immagine di inadeguatezza, diversità e giudizio.
Non sono necessari gravi deprivazioni o traumi per far venir meno l'autostima: a volte basta uno sguardo di riprovazione, una parola di biasimo, un non detto quando era necessario esser difesi e protetti...
Ecco perché è così importante riconoscere tutti i nostri diversi aspetti, da quelli che ci piacciono di più a quelli che non ci piacciono proprio, perché noi siamo il risultato degli uni e degli altri.
Ogniqualvolta ci giudichiamo, ci condanniamo, ci diciamo che non siamo adeguate o non abbiamo fatto abbastanza, fermiamoci.
Un minuto. Un respiro.
Domandiamoci chi è che davvero ci sta giudicando, condannando e boicottando? Siamo davvero noi, o è una parte infantile, ancora legata all'approvazione di qualche persona del passato?
Occorre essere consapevoli di tutto ciò, perché solo in questo modo sarete libere di andare in giro per il mondo a testa alta, di spiccare il volo e poter godere a pieno della vicinanza delle persone che vi amano per quello che siete, e non per quello che vorrebbero che voi foste.
Che queste parole siano di conforto all'anatroccolo che custodite in voi e da sprone al meraviglioso cigno che siete.
virginia

lunedì 10 ottobre 2011

La donna nascosta


“ Nonostante i legami in corso,
le sofferenze, i dolori, i traumi, le iniezioni di
fiducia, le perdite, le conquiste, le gioie,
il luogo in cui siamo diretti è la terra della psiche
abitata dagli avi,
il posto dove gli esseri umani rimangono
pericolosi e divini,
dove gli animali danzano ancora,
dove quel che è abbattuto ricresce,
dove i rami degli alberi più vecchi
fioriscono più a lungo.
La donna nascosta
che custodisce la scintilla d'oro
conosce quel posto.
Lei sa
TU ANCHE.
Clarissa Pinkola Estes “ La danza delle grandi madri”

In quel posto dove non esiste passato, presente, futuro,ma solo ciò che è . ID EST .
Attilio Piazza , mio grande maestro, lo definisce lo spazio della consapevolezza, ossia quello spazio dentro di Noi in cui tutto accade e si riflette poi nel mondo esterno, dove sappiamo tutto e attingiamo alle informazioni del campo morfo-genetico
E voi mi chiederete ma come si fa?
Beh, ragazze, ci vuole un po' di allenamento e un po' di allineamento.
Nel senso che occorre innanzi tutto il silenzio della mente conscia, dei pensieri e non lo si ottiene così, ma con la meditazione . Bastano dieci minuti alla mattina o alla sera riservati a noi , in un angolo tutto nostro e semplicemente ascoltare il respiro , il nostro respiro.
E poi ci vuole l'allineamento ossia il collegamento con la parte più vera di noi, che è l'Amore incondizionato, Dio comunque lo intendiate, l'Intelligenza Cosmica, la Sapienza degli Avi , i Mondi Sciamanici...
E qui, proprio qui Voi porrete delle domande e Vi giungeranno delle risposte.
E' uno spazio di ascolto dove le risposte vi vengono fornite . E' la famosa mente altra che Einstein invoca per risolvere i problemi.
E... lasciatevi stupire!
Tanti sono i modi per definire questo spazio...
Buon viaggio verso la Verità, la Vostra Verità! E quindi verso la Scintilla d'oro.
Con amore
Evi

P.S.  Continuo la mia ricerca sul dolore alla mia spalla destra, che mi fa sempre più male. E' interessante questa domanda per me “ Cosa non prendi ? Cosa congeli o blocchi?”
Le risposte mi stanno venendo e quindi assisto al movimento del mio corpo che segue quello della mia psiche …
Mi sto anche divertendo a dire il vero in quanto ogni volta che mi giunge una risposta il dolore si placa per un giorno o due, ma poi riprende più forte di prima . Mi sento un investigatore che sta, raccogliendo indizi sulla scena di un crimine! CSI Evi!
Che mistero è la VITA, che Mistero Sei Tu . Io Ti avevo definita ed invece Sei di molto di più, sei Creativa, così VIVA... cantava il compianto Lucio Battisti
Questa bellissima poesia riportata da Clarissa Pinkola Estes invita tutte noi a prendere contatto con la donna nascosta che è in Noi, con la Grande Madre o se vogliamo con la nostra Anima o Psiche, la parte più vera di Noi , quella che custodisce la scintilla divina .

lunedì 18 luglio 2011

La donna scheletro, metafora dell'Amore



Care amiche, siamo giunte, nel nostro percorso a tappe fra le pagine del libro Donne che corrono coi lupi, alla storia che ognuna di noi dovrebbe portare sempre con sé, custodirne il segreto nel proprio animo e ricordarsela ogni volta che c'è un problema, ogni volta in cui siamo tentate di lasciar perdere, perché la relazione con l'altro è complicata, perché ci richiede attenzione consapevole e impegno, perché ci obbliga a fare i conti con le nostre ombre e quelle dell'altro.
Questa è una storia da leggere appassionatamente con il vostro compagno, per avere un confronto adulto e maturo sul significato di essere in due e di che cosa significhi sentirsi una coppia, in una relazione fra anime che trascende la visione romantica e attraversa quella concreta delle rispettive ferite di vita, per essere maggiormente uniti e complici, una volta usciti dal guado, perché “per creare un amore duraturo, la Donna Scheletro dev'essere ammessa nel rapporto e abbracciata da entrambi gli amanti”.
Quella che racconta le vicende del pescatore e della Donna Scheletro è una narrazione intensa e carica di pathos, un po' diversa dalle altre storie del libro, dove si avvicendano eventi e sorprese, aspetti magici e rituali. Qui la vera magia è l'incontro, quello vero, libero da proiezioni, dove la paura nelle sue mille sfaccettature ci accompagna fino all'ultima riga, per sciogliersi in una commozione senza eguali.
La storia comincia così:
Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l'aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.” (trovi la storia completa qui)
Sono sicura che molte di voi, solo in queste poche righe abbiano provato un sussulto interiore... da qualche parte queste parole hanno trovato emozioni in risonanza, perché il nostro essere donna oggi ha spesso radici lontane nel rapporto con i nostri padri.
Questo è vero soprattutto quando lo sguardo paterno non ha accettato certe parti di noi, e così le abbiamo cambiate, o esasperate, o rimosse, il tutto per essere amate, in qualche modo.
Ed è lì che ha inizio il processo verso la donna scheletro, portatrice di ferite passate, entrate a far parte del nostro repertorio di essere, ma sul piano inconscio.
Il pescatore che ignaro, prende con il suo amo, non un grosso pesce come crede, ma la donna scheletro che giace infondo al mare, rappresenta l'innamorato nella fase iniziale, colui che crede di aver trovato la situazione perfetta che possa durare sempre uguale a se stessa, in un idillio senza fine... finché non vede davvero l'oggetto della sua preda.
Non è un pesce grosso che gli garantirà nutrimento e ricchezza, ma il teschio calvo di una donna raccapricciante, che lo obbliga a fare i conti anche con le sue parti sommerse dall'inconsapevolezza.
La prima reazione è quella della fuga: nella storia il pescatore fugge dallo scheletro che essendo attaccato alla lenza pare inseguirlo in una corsa senza fine, mentre nella nostra vita questo significa fuggire dall'impegno, dall'intimità, dalla necessaria visione dell'altro così com'è, senza il filtro dei nostri bisogni e proiezioni di ciò che vogliamo vedere in lui/lei.
È in questa fase che appaiono in noi frasi del tipo “non voglio rinunciare a...” “forse con un altro/a potrebbe andare meglio...” “non sono pronto/a a cambiare la mia vita...” “non voglio cambiare se non ho garanzia che la cosa andrà in un certo modo...” e così via.
Vorremmo tutto il bello dell'amore, ma rinnegando la sua parte ombra, rendendolo così un'immagine stereotipata, da cambiare quando non ci corrisponde più.
Il problema è che, intesa in questo senso, la nostra visione dell'amore sarà sempre destinata a essere vissuta “a termine”, perché l'idillio ha necessariamente una scadenza.
Poi deve lasciare il posto alla realtà e al compito fondamentale di guardarla in faccia, anche nei suoi aspetti che più ci inquietano.
Quanto più il pescatore scappa, tanto più ha l'impressione di essere inseguito dallo scheletro, non accorgendosi che in realtà, quel filo invisibile che lega la donna alla sua canna da pesca, è parimenti il filo del desiderio di conoscenza della verità, è la via al cambiamento, che lo può portare verso la radicale trasformazione di sé e del rapporto con l'altro.
Nessuno di noi è mai veramente pronto a fare questo, perché non esiste il momento giusto per farlo: è qualcosa che accade e deve essere preso al volo, con volontà e coraggio.
Ma qual è il “non-bello” dell'Amore?
È il riconoscere la nostra segreta fame di essere amati, la nostra negligenza quanto a lealtà […] i nostri bitorzoli psicologici, le inadeguatezze, gli equivoci e le fantasie infantili
è comprendere che amore non è tutto un luccichio di candeline...”
Per questo si afferma che la donna scheletro rappresenta la natura Vita/Morte/Vita del rapporto a due.
Noi ci lasciamo spaventare dall'aspetto terrifico dell'ombra dell'altro, pensiamo che una volta entrati in contatto con questa, il processo sarà irreversibile e porterà verso la fine, invece occorre comprendere che sbrogliando la donna scheletro si comincia a spezzare l'incantesimo, la paura di essere consumati, resi per sempre morti e si apre la strada ogni volta a una fase nuova di rapporto, basata su altri presupposti, sempre più intimi e saldi.
Vedere i limiti propri e dell'altro, le mancanze, gli errori, non significa perdere tutto quello che si è costruito finora, ma piuttosto rendergli onore in modo diverso, rendendoli pietra d'angolo di nuove modalità di relazione.
In questa lettura delle cose, la fiducia non dipende più dalla certezza che l'amato non ci ferirà. Si tratta di una fiducia più ampia verso la vita, è la fiducia che qualunque ferita si riceva essa potrà essere curata, perché una nuova vita segue la vecchia e le cose possono essere trasformate, insieme, se vogliamo. [stiamo attente però a non voler far questo tutto da sole... è un processo che, per essere vero e duraturo va fatto in due, altrimenti non è altro che una delle mille trappole di Barbablù]
La storia narra inoltre, che durante la notte, il pescatore produce una lacrima che viene bevuta dalla donna scheletro: e questo è il nuovo inizio.
Il contatto da parte della donna col dolore e le ferite dell'uomo, che gli permette di avvicinarle, di avere un contatto profondo con le parti di sé più fragili, che per pudore non ha mostrato mai a nessuno.
Solo così il processo di fiducia è innescato.
Grazie alla donna, anche l'uomo è in contatto col suo dolore e le sue ferite e non le teme più, perché adesso non è da solo ad affrontarle e non se ne vergogna.
Solo adesso può davvero aprirle il suo cuore e permettere che lei lo usi come tamburo per intonare il suo canto di vita. Quando un uomo si apre completamente alla sua donna, significa che la accetta in tutti i suoi aspetti e le permette di rinascere a nuova vita: così come lo scheletro della storia si ricopre di carne e capelli e gioia, così nella propria vita la donna si scopre più vera, completa, capace di donarsi e di amore infinito, per colui che l'ha vista e riconosciuta senza filtri e giudizi.
È il ciclo Vita/Morte/Vita che si compie, fino al prossimo passo insieme, lungo il cammino di crescita a due che non finisce mai.
Amare significa abbracciare e nel contempo sopportare molte molte fini e molti molti inizi – il tutto nella stessa relazione. La donna scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile.

Vi auguro una serena settimana
virginia

lunedì 4 luglio 2011

Quale uomo, per quale donna?

Magritte - Gli amanti


Se le donne vogliono farsi davvero conoscere dagli uomini, devono indottrinarli nella conoscenza profonda. Alcune dicono di essere stanche, di aver già fatto fin troppo.
Umilmente suggerisco che forse hanno cercato di insegnare a un uomo a cui non interessava affatto imparare.” (C. Pinkòla Estés)

Questa l'introduzione a un'altra affascinante storia di Donne che corrono coi lupi, storia interessante perché narra delle donne, ma soprattutto perché indirettamente parla agli uomini, aiutandoli a trovare risposta alla domanda che da sempre attanaglia le loro menti: che cosa desidera davvero una donna?
Le avventure di Manawee, per conquistare due splendide sorelle, le trovate nel dettaglio qui (approfitto per ringraziare il sito donn(ol)a del prezioso lavoro di trascrizione!).
Attraverso l'interpretazione analitica del racconto scopriamo che le sorelle non sono altro che i due aspetti irrinunciabili della psiche femminile: ciò che si mostra fuori e ciò che invece sta dentro, al riparo, perché “per conquistare il cuore della donna selvaggia, un compagno deve saper comprenderne sempre meglio la naturale dualità” e inoltre, essere lui stesso in contatto con la sua parte istintuale, rappresentata dal fido cagnolino di Manawee.
Noi donne, come abbiamo scoperto nei post precedenti (vedi qui), abbiamo poteri eccezionali quando riconosciamo consciamente i nostri aspetti duali – la luce e l'ombra che ci caratterizza – e li eleviamo in una sintesi di bellezza e unità. Ciò avviene quando ci riconosciamo in tutti i nostri elementi e caratteristiche, quando accettiamo i nostri limiti, le nostre parti fragili, trasformandole in aspetti di potenziale ricchezza.
Spesso nella nostra vita incontriamo delle tipologie di uomo (che abbiamo visto incarnati nel personaggio di Barbablù) che non tollerano la dualità, che ricercano un modello di donna perfetto, immutabile e irraggiungibile, così ci sentiamo sbagliate, mai a posto, mai all'altezza di colui che ci vorrebbe diverse e non ci accetta in tutti i nostri aspetti (perché in realtà non accetta nemmeno le stesse parti dentro di sé), che dice di amarci “a condizione che...”.
Concordo con la Pinkola Estes: “se vi capita di incontrare un tipo simile, correte a gambe levate, nella direzione opposta”!
Contrariamente a Barbablù (che si presenta sotto i panni di un ricco principe), Manawee è un selvaggio, per questo è attratto dal numinoso mistero della doppia natura del femminile, agente nella donna selvaggia. Solo un uomo che non si ferma all'apparenza, che è mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere senza preconcetti quale e quante donne si celano dietro la donna che si trova davanti a lui, può arrivare a conquistarla nel profondo. Ma questo non basta: nella storia il giovane e il suo cagnolino sono messi alla prova in numerose occasioni, per dimostrare che vogliono davvero le due donne.
Non basta essere curiosi, occorre darsi da fare e perseverare nella conoscenza, senza lasciarsi adulare dalle mille tentazioni che si possono trovare lungo la strada (bisogna essere consapevoli che di allettanti alternative, a volte anche più semplici, è piena la vita!) restando fedeli alla volontà di andare fino in fondo.
È singolare il fatto che, nella storia, il cagnolino, ogni volta che si lascia tentare, si scordi i nomi delle due donne (simbolo della loro identità più vera) e così debba ricominciare da principio nella sua ricerca di significati, mentre quando lotta contro l'ombra nera (il maschile predatore che vuole la donna come mera proprietà) non solo continua il suo percorso verso il padrone, ma ricorda benissimo tutto, perché con tenacia ha seguito il suo bisogno profondo.
Quindi:
Se una donna vuole un compagno sensibile, deve rivelargli il segreto della sua dualità. Deve parlargli della donna interiore, che aggiunta a sé fa due. E lo farà insegnando al suo compagno a porle due semplicissime domande che la faranno sentire guardata, ascoltata e conosciuta.
Che cosa vuoi?” Quasi tutti pongono una qualche versione di questa domanda, come fosse di ordinaria amministrazione. Ma c'è una domanda ancora più essenziale: “che cosa desidera il tuo io più profondo?”.
Chiedere, in questo caso, corrisponde a far emergere, anche bisogni e desideri che la donna ha lasciato sopiti, o che non ha mai avuto il coraggio di condividere.
Questo all'uomo può far paura, perché “quando la natura selvaggia risale dalle profondità e comincia ad affermarsi, spesso la donna ha interessi, sentimenti e idee molto diversi da quelli che esprimeva prima”, dimostrando anche di non essere quella creatura (solo) innocente e ingenua che l'uomo vedeva.
Questo però non deve essere un processo a senso unico, poiché “per intessere in modo sicuro una relazione, la donna deve porre le stesse due domande al suo compagno” ed essere pronta a ricevere le risposte, figlie della dualità che è propria anche dell'altro.
Non possiamo pretendere di essere comprese a fondo se non siamo pronte a fare altrettanto, a non giudicare, se non riusciamo ad amare l'uomo che abbiamo accanto in tutti i suoi aspetti, limiti e virtù.
Ricordiamo che “l'amante più prezioso […] è colui che desidera imparare […] che continua a tornare per capire, e non si lascia scoraggiare.” Questo vale sia per noi che per loro.
L'amante prezioso è colui che non abusa di quello che conosce per impadronirsi dell'altro e della sua libertà, ma piuttosto lascia che la forza ed energia che ha scoperto, ricadano su di lui e lo sorprendano, scoprendo insieme alla sua anima gemella che ne usciranno entrambi arricchiti e più vicini che mai.

A tutte voi una splendida settimana
virginia

lunedì 27 giugno 2011

Recuperare e coltivare l'intuito femminile


 
L'intuito è il tesoro della psiche femminile. È come uno strumento divinatorio, come un cristallo attraverso il quale si vede con misteriosa visione interiore.”
Con queste parole si apre il nuovo capitolo del libro che pian piano stiamo sfogliando (o ri-sfogliando) insieme settimana dopo settimana: Donne che corrono coi lupi (se hai perso i post precedenti li trovi qui e qui).
Questo nuovo e lungo capitolo si snoda attraverso il significato psicologico attribuito alle nove prove superate da Vassilissa (trovi la storia qui), una sorta di cenerentola-bambina cui la madre in punto di morte regala una bambola di pezza, che si rivelerà salvifica in più di un'occasione e la renderà consapevole del potere munifico del suo intuito, di cui come donna è provvista, ma col quale non ha un immediato contatto.
Il nostro intuito è la risorsa più preziosa che abbiamo: è ciò che ci permette di discernere fra ciò che è e ciò che appare, è la lente magica che ci aiuta a smascherare i Barbablù che incontriamo sul nostro cammino, è il potere di sapere qual è la cosa più giusta da fare.
Purtroppo non siamo sempre e da subito in possesso di questa facoltà, ma piuttosto la possiamo recuperare attraverso un percorso interiore fatto di insegnamenti ed esperienze, come racconta la storia di Vassilissa.
Il primo compito è quello di lasciar morire la madre buona: questo significa lasciare un periodo di sicurezze e protezione verso il rischio di nuove esperienze che potrebbero anche farci soffrire ma sono indispensabili per la propria crescita. In noi c'è sempre una parte che tenderebbe a restare nell'ovatta di un mondo tranquillo e conosciuto, anche se questo significa non evolversi. L'insegnamento della storia in questo caso è invece lo sprone a muoversi verso territori inesplorati, ma non senza il dono della madre: la bambola di pezza.
Una volta risolto il lutto della madre buona (che comunque rappresenta un aspetto della psiche) la piccola Vassilissa si ritrova in una nuova famiglia, perché il padre sposa una matrigna che porta con sé cattive sorelle. Come in cenerentola, troviamo qui la mortificazione dell'anima della giovane donna, da parte di aspetti terribili della psiche, (anche la matrigna e le sorellastre rappresentano parti della nostra psiche) che provocatoriamente la beffeggiano, considerandola incapace e inferiore. A chi di noi non è capitato di farsi tiranneggiare dai propri vissuti di inadeguatezza e inferiorità, ai quali ci siamo piegate con mestizia, credendo che davvero quello fosse il nostro destino? Anche Vassilissa obbedisce ed esegue, senza ribellarsi...finché un bel giorno il fuoco finisce. E quella che può sembrare una tragedia – recarsi nel bosco a chiedere il fuoco alla strega Baba Jaga – diventa il passaggio fondamentale del risveglio.
A volte ci vuole davvero un evento scioccante e improvviso per destarci dal torpore dell'inconsapevolezza dei nostri tesori!
Il terzo compito di Vassilissa è quello di ascoltare (e quindi nutrire di vita) la sua bambola, durante l'avventurarsi nel bosco, luogo di ricerca per eccellenza. La bambola, porta dentro di sé la saggezza profonda della madre, ma è in contatto anche con le nuove potenzialità della figlia, per questo fra loro c'è una magica empatia.
Entrando finalmente in contatto con la Baba Jaga, il femminile di Vassilissa entra nella dimensione dell'eccentrico e sopra le righe. Il compito da portare a termine è proprio il familiarizzare con questa creatura spaventosa, dalla quale però si possono apprendere importanti lezioni. La Baba Jaga altro non è che la natura selvaggia che abita ogni donna, che tanto più è sconosciuta tanto più spaventa e terrorizza. Abita il bosco perché l'abbiamo relegata nell'ombra della psiche, ma la sua forza è grande e giusta (infatti non fa del male alla bambina, ma le dà dei compiti da svolgere, con il fuoco come ricompensa finale).
I compiti della strega sono il complemento della presenza della bambola: senza le prove ardue e impossibili della Baba Jaga anche le mille risorse della bambola divengono senza scopo. Questo significa che senza un percorso di iniziazione del femminile in noi, anche l'intuito che ci abita non può emergere.
La permanenza nella casa della strega fa sì che la bimba ingenua impari da lei e faccia propri alcuni aspetti selvaggi. Vassilissa lava il bucato (= purifica e dà nuova forma alla persona della Baba Jaga, anche dentro se stessa) ramazza (= fa ordine nella psiche) cucina (=nutre la psiche selvaggia) e acquisisce i modi e uno stile di vita finora a lei sconosciuti.
Potrebbe sembrare che la vecchia non faccia altro che ripercorrere le umiliazioni della matrigna e sorellastre, invece, anche se viene espressa come una sfida, la prova che dà alla piccola è un modo per permetterle di superare i suoi limiti. Ogni volta che sfidiamo noi stesse, con la sicurezza che in qualche modo ci sentiamo di essere sulla strada giusta, significa che siamo fuori dalle trappole della matrigna (sterili ricerche di approvazione) e siamo invece nel percorso di crescita, sulle orme della strega selvaggia.
I compiti non sono finiti: ancora Vassilissa deve dividere e separare migliaia di piccolissimi semi, che rappresentano la capacità di discernere e curare le proprie idee. E infine la bambina chiede, perché non si limita solo a fare, ma vuol conoscere, vuol sapere quali sono le leggi del mondo. Dopo tutto questo, ecco che è pronta per l'ottavo compito: saper guardare alle situazioni della propria vita con nuovi occhi ed esser capace di tornare alla vecchia casa, in possesso del fuoco. Gli insegnamenti della donna selvaggia non possono restare relegati nella consapevolezza dell'anima, anzi, necessitano di applicazione concreta nella nostra vita quotidiana, per poterci rendere delle donne nuove, che affrontano anche vecchi problemi con inaspettate risorse. Si tratta dell'acquisizione di un potere (rappresentato dal bastone col teschio di fuoco che illumina il cammino), importante tappa per affrontare gli aspetti ombra che in agguato aspettano un'altra occasione per infierire di nuovo. Una volta che ci siamo scoperte anche capaci di prendere in mano il fuoco della nostra vita, di portare avanti le nostre esigenze, sarà difficile ricadere nelle grinfie delle megere, perché la nostra psiche non è più solo troppo buona e accondiscendente, ma capace di incenerirle all'istante.
La nostra psiche si è scoperta una forza straordinaria, che a tratti fa paura (infatti Vassilissa ha la tentazione di gettare via il bastone) perché ci obbliga ad affrontare e sapere, a non poter tirarsi indietro di fronte alle situazioni sulle quali fa luce.

Per finire, voglio usare una metafora eccezionale della stessa Pinkola Estes, sugli effetti diversi dello scegliere con l'intuito recuperato, piuttosto che con l'inconsapevolezza.
immaginate una grande sala con tavoli carichi di salse e creme, salmone, roast beef, macedonia di frutta, gamberi e riso e curry, yogurt, formaggi. Osservate e vedete che alcune cose vi attraggono e dite a voi stesse: “ecco, prenderò un po' di questo, e un po' di questo e di quest'altro”. Ci sono donne e uomini che per tutta la vita prendono così le decisioni. Attorno a noi c'è un mondo che ci fa continuamente cenno, che si insinua nelle nostre esistenze eccitando e creando appetito dove ve n'era poco, o non ce n'era punto. Quindi scegliamo una cosa solo perché ci è capitata sotto il naso; non è necessariamente quel che vogliamo, ma è interessante, e più la guardiamo e più diventa irresistibile. Quando siamo collegate all'io istintuale, all'anima del femminino che è naturale e selvaggia, invece di guardarci in giro per vedere tutto quel che è per caso in mostra, diciamo a noi medesime: di che cosa sono affamata? Senza guardare quanto c'è all'esterno, ci avventuriamo all'interno e ci domandiamo: che cosa desidero ora? Oppure: a cosa aspiro? Per che cosa mi struggo? [...]
C'è sui tavoli? Forse sì, forse no. Nella maggior parte dei casi probabilmente non c'è. Dovremo andare alla ricerca, per un po' o per molto tempo. Ma alla fine la troveremo, e saremo contente di aver scandagliato i nostri desideri più profondi.
[…] ciò vale in particolare nella scelta del compagno e dell'amante. Un amante non può essere scelto al self service, ma per ardente desiderio dell'anima. Scegliere soltanto perché ci sta davanti qualcosa che ci fa venire l'acquolina in bocca non soddisferà mai la fame dell'anima-Io. Ecco a cosa serve l'intuito: è il messaggero diretto dell'anima.”

A tutte auguro di essere sempre in contatto con l'intuito magico che possedete.
buona settimana 
virginia

lunedì 6 giugno 2011

Barbablù: il predatore interiore delle donne



Sai che stai sbagliando. Sai anche che hai già sbagliato in questo modo... molte volte hai ripetuto questo errore. La tua parte più razionale sa che la cosa migliore sarebbe quella di fuggire via lontano da quell'uomo, da quella situazione che porta dolore e niente più.
E invece resti, perché lui dice che sei tu che sbagli, che hai frainteso, che non lo capisci, che non puoi saltare subito a conclusioni così definitive... perché c'è una parte di te che vuole restare più di ogni altra cosa al mondo, che vorrebbe credergli ancora e vuol sperare che sia
la volta buona, la soluzione definitiva, la strada verso una felicità possibile.
Non accetti che gli altri avessero ragione quando con sguardi biasimanti ti apostrofavano che non eravate fatti l'uno per l'altra, sottintendendo verità malcelate che ferivano come pugnali acuminati nella carne. “Io ce la farò, il nostro amore è più forte di tutto” (mentre dentro ti chiedevi quanto a ragione potessi usare quel “nostro” o se fosse meglio usare un singolare, ma fortissimo “mio”, contro tutto e tutti).
Non è facile arrendersi all'evidenza della sanguinante verità. Provi a nasconderla, a te stessa e agli occhi altrui che giudicano, consigliano, disapprovano, ammoniscono, proiettano indulgenza severa... perché quegli occhi inchiodano i fatti alla luce del sole, mentre tu preferisci non vedere, non sapere, rifiutare ogni realtà.
La storia di Barbablù, raccontata da Clarissa Pinkola Estes la trovi qui
E ora, traiamone insieme degli insegnamenti.
La preda di Barbablù è la donna ingenua, portatrice del potenziale creativo e numinoso, che lui tende a distruggere per definizione. La donna ingenua può essere giovane, ma anche una donna matura, che per vari motivi non ha sviluppato in pieno il suo sistema d'allarme che la dovrebbe portare a temere e allontanarsi dal contatto con il predatore distruttivo: infatti, nella storia la giovane sorella ha un moto di paura e sfiducia all'inizio, segnale che il suo istinto è intatto, prova ad avvertirla, ma non è abbastanza sviluppato per essere ascoltato... così “si convince che non è pericoloso, ma soltanto un eccentrico che soffre di idiosincrasie”.
A quante di noi è capitato?
Abbiamo interpretato (e giustificato) comportamenti condannabili, trasformandoli in debolezze dell'altro (“poverino, non lo fa apposta... in fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto...ha un sacco di problemi a casa, al lavoro..non può pensare anche a me adesso...” ecc..) il tutto riassumibile nella frase “infondo la sua barba non è poi così blu”, non può essere così cattivo come sembra, e via in un gran daffare per dimostrare al mondo che solo noi lo possiamo capire, mentre il nostro mondo perde ogni giorno i suoi colori vitali, pensando che l'unico che conti davvero sia quell'azzurro (infondo non era il colore del famoso principe??) .
Da dove nasce questa tendenza delle donne a voler comprendere a tutti i costi, anche a costo di essere calpestate? Nasce quando siamo bambine, quando ci insegnano ad esser carine e acquiescenti, ma anche quando ci sentiamo naturalmente inadeguate, perché ci viene implicitamente fatto credere che è colpa nostra se le persone intorno a noi non ci amano come dovrebbero... ed ecco che allora, piuttosto che reagire e ribellarsi, ritiriamo gli artigli, ci mettiamo con la coda fra le gambe ad attendere una carezza, una leccata sul muso, (“forse se sarò buona mi amerà...”) che comunque non arriva, (nonostante la nostra speranzosa attesa) o anche se arriva, quanto ci è costata in termini di soppressione di energie vitali?
È qui che nasce il predatore interiore, che prima che fuori, in realtà è dentro di noi.
Questo perverso meccanismo ce lo portiamo dentro, è quello che ci spinge ad accettare il ricatto di Barbablu, la falsa libertà: “puoi fare tutto ciò che vuoi, aprire tutte le cento porte del palazzo, ma non usare questa piccola chiave a spirale”.
È l'accettazione di ciò che l'altro vuol mostrarci, tenendo per sé segreti e ombre che ci porterebbero a scappare via.
Nella storia la sposa si lascia sedurre dal gioco delle sorelle, perché la soluzione non è tanto scoprire il contenuto della stanza segreta, ma il porsi domande giuste che portano la consapevolezza “perché non posso aprire, che cosa mi sta vietando?”: questo è il passaggio dal non voler vedere all'accettare di scoprire, anche se si tratta di una dura verità.
Contrariamente a quanto pensiamo, la parte più difficile da svelare non è tanto la vera natura dell'altro (ci sta ingannando? Tradendo? Usando?) ma il riuscire a sopportare che siamo noi che fino ad oggi gli abbiamo permesso di farlo, perché ci siamo tradite, ingannate e abbiamo rinunciato ad esprimere la nostra anima.
Questa è la sanguinante verità, quella che lascia segni indelebili. E sono segni strazianti ma necessari, poiché spesso, nonostante la scoperta, ci sarebbe una parte di noi che tenderebbe ancora a voler coprire tutto, a voler dire “non può essere così come sembra” “facciamo finta di non aver visto”... invece il sangue dello squarcio di consapevolezza ci impedisce di mettere di nuovo la testa sotto la sabbia e ci spinge ad agire, a progettare la fuga.
Questa fase di organizzazione e osservazione è diversa in ognuna di noi: c'è chi è già pronta a far battaglia e chi invece ha bisogno di più tempo per metabolizzare, chi ha bisogno addirittura di cadere di nuovo in una breve tirannia del predatore, per poi (si spera) dare il colpo finale alla schiavitù e dipendenza...
È durante questa fase che riemerge da un lungo sonno l'aggressività (innata e sana nella psiche di ciascuna!) che è stata repressa, sopita, colpita duramente dalle vicissitudini della propria storia precoce; è qui che emerge una nuova e propulsiva energia di trasformazione, che riuscirà ad uccidere il predatore della psiche, porterà qualsiasi donna al contatto profondo con le sue potenzialità e gli aspetti di sé troppo a lungo negati.
Questa è la rinascita.
Concludo con le parole della stessa Pinkola Estes : “non abbiate paura di indagare il peggio. Soltanto così è garantito un aumento del potere dell'anima”.
E ricordiamo che, una volta iniziate al riconoscimento dei tranelli, nessuno più ci potrà rubare la nostra identità selvaggia e bellissima.

a tutte un augurio di una stupenda settimana
virginia

giovedì 26 maggio 2011

Un rimedio per le ferite e le sofferenze del passato



Scrivendo il post “la sofferenza necessaria: come attraversare il deserto della psiche” (se lo hai perso, lo trovi qui) ho riportato una frase del libro Donne che corrono coi lupi, che cita la possibilità di trovare nel deserto dell'anima, circondato da chilometri di nulla, anche un solo cactus, ma adornato di un unico fiore rosso vivo, sinonimo di speranza.
Questa immagine mi ha fatto inevitabilmente pensare a un rimedio della floriterapia australiana, lo Sturt Desert Pea.
Questo stupendo fiore, di un rosso intenso e vivificante, cresce proprio nelle zone desertiche dell'Australia meridionale, o in altre zone, ma sempre in condizioni climatiche molto secche e difficili, (come presso i laghi salati), per questo rappresenta un'essenza che rimanda al potenziale di forza, resistenza e presenza, nonostante le avversità.
Pensate che i suoi semi possono fiorire anche dopo quarant'anni!
La longevità di questa pianta ne spiega l'utilizzo nella cura di tutte le ferite del passato, soprattutto quelle serbate per molti anni: la sua proprietà principale è infatti quella di risolvere i dolori e i dispiaceri profondi.
Agisce efficacemente in quelle persone che tendono a reprimere la loro tristezza e piangere raramente, quindi rappresenta un rimedio fondamentale per tutte quelle di noi che hanno resistito al dolore per molto tempo, che hanno cercato di guardare avanti senza possibilità di elaborare la sofferenza (che magari si è presentata adesso tutta insieme, con gli interessi).
Ian White, il terapeuta che ha scoperto e divulgato i fiori del repertorio australiano narra una leggenda aborigena che spiega la nascita di questo fiore: curiosamente racconta del loro spuntare “al posto delle ossa” dopo un massacro perpetrato ingiustamente da una tribù su un'altra.
Ho trovato questa analogia con quanto suggerito dalla Pinkola Estes qualcosa in più di una semplice coincidenza. Che siano quelle degli aborigeni australiani o delle curandere sud americane, le storie popolari invitano a recuperare le ossa, il nostro dolore, la sconfitta, per poter poi risorgere.
A conferma di questo, cito ancora Ian White, il quale afferma che questo fiore è un potente rimedio che agisce molto in profondità, favorendo grandi cambiamenti nella vita delle persone.
La sofferenza profonda, quella che sembra annientarci, in realtà ci salva.
Quindi, care amiche, se vi accingete ad attraversare il deserto, Sturt Desert Pea, col suo rosso fiammante, può essere un prezioso e salvifico compagno di viaggio.

P.S. La posologia dei fiori australiani è diversa da quelli di Bach. Si assumono 7 gocce al mattino e 7 alla sera.
virginia 

martedì 24 maggio 2011

La sofferenza necessaria: come attraversare il deserto della psiche



Il post di Evi sulla donna lupo (lo trovi qui) ha risvegliato in me il desiderio di scrivere e riflettere sulle storie di questo libro numinoso e coraggioso, stimolante e a tratti spaventoso, perché ci inchioda, ci obbliga a guardare nell'ombra della nostra psiche, costringendoci a porsi domande che non sempre hanno risposte immediate e quasi mai hanno soluzioni indolori.
Ma il bello sta proprio qui, perché in ogni caso apre mille porte speranzose sulla possibilità di farcela.
In questo nostro mondo edonistico e voluttuario, già feroce e doloroso per certi aspetti della realtà, siamo portate per difesa a fuggire tutto ciò che ci fa soffrire o evoca in noi ricordi inquietanti o sogni infranti... la nostra parte fragile sembra dire “basta, non ne posso più, voglio solo stare bene, non mi interessa sapere perché sto così male! Vorrei dimenticare, cancellare, rimuovere tutto...”.
In realtà, il passaggio attraverso la sofferenza rappresenta una tappa imprescindibile del processo di trasformazione che ci conduce verso aspetti più evoluti e liberi della nostra vita.
Tutte le storie popolari narrate nel libro sono, in certi passaggi, molto crude e violente, per niente edulcorate rispetto alle fiabe che conosciamo dai nostri ricordi dell'infanzia, dove quasi sempre c'è un lieto fine.
La Pinkola Estes, ci mostra testimonianza della saggezza delle cantastorie (impersonate dalla Loba – la lupa – La Que Sabé, colei che Sa), le vecchie senza età che tutto sanno e che possono iniziare le giovani alla vita piena che meritano, al feminino selvaggio che le abita, grazie all'opera di ricostruzione delle ossa, passaggio obbligato attraverso la metafora della morte, come sofferenza e abbandono di parti di sé che non hanno più senso di esistere.
L'autrice ci avverte che è un percorso che passa attraverso il deserto, e non nelle foreste rigogliose e sempreverdi.
E' nel deserto che La Loba trova il mucchietto di ossa, ciò che rimane di ciò che era, l'essenza comunque indistruttibile, e quello cui è possibile donare una vita nuova soffiandovi dentro una vibrante anima, grazie al canto e alle cure della saggia vecchia che ci portiamo dentro.
La donna selvaggia, la vecchia, La Loba, La Que Sabé (colei che sa) sono tutte immagini dell'archetipo dell'eterno feminino, incarnazione della psiche istintuale, necessaria alla nostra sopravvivenza.
Le ossa rappresentano invece la forza indistruttibile: l'anima-spirito che può essere ferita, anche storpiata, ma che è praticamente impossibile uccidere.
Eppure, quando attraversiamo momenti della nostra vita in cui il dolore sembra troppo grande per farvi fronte, crediamo che in noi niente riuscirà a sopravvivere, perché temiamo di essere annientate dalla tristezza, dalla perdita e anche dall'accettazione di ciò che è stato e che è difficile lasciare andare.
Invece, paradossalmente, tutto questo ci libera.
La lupa, la donna selvaggia che ci portiamo dentro, si risveglia nelle crisi e ci spinge ad andare avanti, ad attraversare il deserto consapevoli che avrà una fine e ci permetterà di rinascere a nuova e più rigogliosa vita, piena di energia.
Essere donna significa anche non arrendersi, lottare e guardare avanti, spinte da una forza immane, che esiste perché tutte noi ne possiamo essere testimonianza ed espressione nel mondo.
Si, ce l'hai anche tu che non ci credi, che non la senti, che la rifiuti... ci vuole molto coraggio anche nel riconoscerla, perché una volta scoperta, nulla sarà più come prima, e questo spaventa, perché obbliga a comportarsi di conseguenza.
Certe donne non vogliono trovarsi nel deserto psichico. Ne detestano la fragilità, la sparutezza. Continuano a cercare di mettere in moto un vecchio macinino arrugginito per raggiungere una fantasticata città rilucente della psiche. Ma restano deluse, perché il lussureggiante e il selvaggio non sono qui.
Sono nel deserto,
un luogo in cui la vita è molto condensata. Le radici di ciò che vive sono aggrappate all'ultima lacrima d'acqua. […] la psiche della donna può aver trovato la via del deserto per risonanza, per passate crudeltà, o perché non le era concessa una vita più ampia sopra la terra. Molto spesso la donna sente allora di vivere in uno spazio vuoto in cui c'è forse soltanto un cactus con un bel fiore rosso vivo, e poi, in ogni direzione, cinquecento chilometri di nulla. Ma per la donna che si spingerà a cinquecento e uno chilometri
 c'è qualcosa di più.
Lasciamoci allora prendere per mano e accompagnare dalla Loba, attraversiamo il deserto, soffriamo con dignità, poniamoci domande fondamentali per la nostra rinascita:
che cos'è accaduto alla voce della mia anima? Quali sono le ossa sepolte della mia vita? In che condizioni si trova la mia relazione con l'io istintuale? Quand'è stata l'ultima volta che ho corso libera? Come posso far sì che la vita torni ad essere viva?
E poi, sulla base delle risposte, cantiamo, balliamo, perché in questo modo
“diventiamo”, se versiamo anima sulle ossa ritrovate.
Mentre versiamo il nostro struggimento i nostri crepacuore sulle ossa di quel che eravamo da giovani, di quel che sapevamo nei secoli passati,
e sulla rinascita che percepiamo nel futuro.
Scopriamo la meravigliosa energia che ci appartiene e in ogni caso ci può far dire “Sì” ogni giorno alla vita, in tutte le sue forme.
È vero, siamo a volte fragili e delicate, spaventate e disilluse, ma anche forti, piene di risorse e indistruttibili.
Ricordiamolo.
virginia

PS. a partire da oggi,  dedicherò un post a settimana a ciascuna storia narrata nel libro, quindi se siete pronte a farvi domande...seguiteci!