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lunedì 31 marzo 2014

Non è facile essere una donna



La scorsa settimana abbiamo visto insieme quali possono essere alcuni temi con cui gli uomini si accompagnano sul divano del terapeuta (se lo hai perso lo trovi qui).
Questo lunedì proviamo a dare voce alle donne invece...

Non è facile essere una donna quando in questo paese devi lavorare di più per guadagnare di meno.
Non è facile essere una donna quando troppo spesso devi scegliere: o mamma o lavoratrice.
Non è facile essere una donna quando anche tuo marito ti ha imposto una scelta: o la famiglia o il lavoro (e il sottotitolo alla seconda opzione era: in tal caso quella è la porta).
Non è facile essere una donna quando sedicenti teorie raccontano che parli troppo e vuoi sempre avere ragione. E così nell'immaginario maschile sei qualcuno che è necessario sopportare senza ascoltare, per sopravvivere.
Non è facile essere una donna quando ci sono uomini che feriscono, umiliano, stuprano, prevaricano. E tu ne sei stata vittima.
Soprattutto non è facile essere una donna quando quelle violenze le hai subite da bambina e quelle mani hanno violato in maniera indelebile la tua innocenza.
Non è facile essere una donna quando alcuni ti odiano solo perché lo sei: perché qualcuno prima li ha feriti, traditi, usati. Ma quella non sei tu.
Non è facile essere una donna quando tuo marito non ti desidera più, quando ti tradisce e pensa che non te ne accorgi.
O quando ti sbatte in faccia che c'è un'altra perché tu lo hai trascurato diventando solo una mamma. (E tu lo hai “trascurato” perché pensavi che occuparti dei bambini fosse il tuo ruolo).
Non è facile essere una donna quando tradisci e sai che stai sbagliando, ma lo fai lo stesso.
Non è facile essere una donna quando i ruoli cambiano così velocemente e ci si aspetta da te tutto e il contrario di tutto: pensi di dover fare la moglie e ti ritrovi a fare l'uomo di casa.
Non è facile essere una donna quando ci sei sempre stata, nel bene e nel male, ma questo non è bastato per far funzionare le cose.
Non è facile essere una donna quando vorresti un abbraccio, una carezza, un po' d'amore e quando lo chiedi ti viene detto che sei troppo appiccicosa o non è il momento o semplicemente “non mi va”.
Quando non trovi le parole per esprimere il tuo disappunto perché tua madre ti ha detto che le donne sono educate e non gridano, accettano, non chiedono e che infondo gli uomini “sono fatti così”.
Non è facile essere una donna quando il tuo desiderio, la passione, la complicità che cerchi viene travisata: quando la tua sessualità cresce e si evolve e il tuo uomo ti guarda con sospetto, e leggi nel suo sguardo un giudizio che condanna.
Non è facile essere una donna quando hai letto negli occhi di tuo padre il rifiuto perché voleva un maschietto, oppure l'avversione e il rancore, perché appartenevi a quel genere incomprensibile ai suoi occhi, pieno di paure e depressioni, come tua madre.
Non è facile essere una donna quando una mamma non ce l'hai mai avuta, e quell'assenza non riesci a colmarla, così ti senti sbagliata, in difetto, e cerchi per tutta la vita di rimediare a un errore non tuo.
Non è facile essere una donna se la tua femminilità si esprime diversamente da quella imposta dagli stereotipi, se non ti piacciono le scarpe e i vestiti, se vuoi fare carriera, se non vuoi essere madre o se vuoi essere solo quello in una società controcorrente, se ami gli sport avventurosi, se non sei gentile e accondiscendente come tutti si aspettano...
Non è facile essere una donna quando il tuo ex fa di tutto per screditarti agli occhi dei tuoi figli, e una rabbia furiosa si impossessa di te.
Non è facile essere una donna se ti piacciono le donne, perché sai già che in molti non ti accetteranno.
Non è facile essere una donna se sei ancora una ragazza, se le aspettative degli altri ti schiacciano, se il mondo non è quello che immaginavi da bambina.
Non è facile essere una donna se ogni volta che provi rabbia la reprimi e la ricacci giù, perché non vuoi essere etichettata un'isterica, come succedeva a tua madre.
Non è facile essere una donna se hai paura. Se soffri. Se sei disperata. Se non ce la fai più. E non hai nessuno a cui dirlo.
Non è facile essere una donna se a volte sei fragile, vulnerabile, bisognosa.
Ma non è altrettanto facile essere una donna quando sei forte, perché vieni vista sfuggire al loro controllo, perché vuoi avere uno spazio, delle idee, realizzarti ed esistere secondo i tuoi bisogni.
Forse non è facile ammettere semplicemente che vuoi essere amata, così come sei.


Si, esattamente.
Le due versioni sono molto simili.
Perché le nostre vite, nonostante siano uniche e irripetibili, possono avere le stesse ferite, svelare traumi più vicini di quanto crediate.
Non è una questione di sesso.
È una questione di umanità.
Nella sofferenza siamo tutti ugualmente vulnerabili, indifesi.
Ma anche capaci di rinascere.
Donne e uomini più consapevoli.  

Buona settimana
virginia

lunedì 24 marzo 2014

Non è facile essere un uomo



Contrariamente a quanto potreste pensare, il mio divano ospita spesso anche uomini.
Per questo il mio lavoro è meraviglioso, mi permette di conoscere e condividere le emozioni, i pensieri, i vissuti delle persone da diversi punti di vista, di conoscere le sfumature di significato che in ogni persona virano in una vasta gamma di esperienze, mai uguali, sempre uniche, portatrici di interrogativi più che di risposte definitive.

Essendo una donna, poter entrare nel mondo interiore di un uomo, lo considero a maggior ragione un dono prezioso (ne avevo già parlato qui): si sa che non è facile per molti uomini esprimere se stessi a parole, mostrare quello che provano o dire apertamente quello che pensano, né tanto meno entrare in contatto con le loro ferite, con le ombre nascoste, con i propri limiti.
Per questo oggi ho deciso di provare a trasferire quello che a volte immagino come un dialogo immaginario, un monologo dove ogni uomo possa riconoscere un frammento di sé e farlo proprio, per ricominciare da un contatto col mondo femminile, con la propria donna o con tutte le donne, liberi di essere quello che sono, consapevoli delle loro paure, dei loro bisogni, per un incontro davvero possibile.

...Non è facile essere un uomo quando oggi le donne sanno fare tutto, e a volte meglio di te.
Non è facile essere un uomo quando le donne vogliono fare tutto, e non ti lasciano alcuno spazio, entrando in competizione in ogni campo.
Non è facile essere un uomo quando sedicenti teorie raccontano che hai un solo neurone e vieni da Marte. E hai già perso in partenza.
Non è facile essere un uomo quando ci sono uomini che feriscono, umiliano, stuprano, prevaricano. E tu ti senti impotente due volte: perché vorresti difendere chi ami e perché non capisci come arginare il pericolo per tutte.
Non è facile essere un uomo quando alcune ti odiano solo perché lo sei: perché qualcuno prima le ha ferite, tradite, usate. Ma quello non sei tu.
Non è facile essere un uomo quando tua moglie non ti desidera più, quando ti tradisce e pensa che non te ne accorgi.
O quando ti sbatte in faccia che c'è un altro perché tu non c'eri mai. (E tu non c'eri perché pensavi che lavorare per mantenere tutti fosse il tuo ruolo).
Non è facile essere un uomo quando tradisci e sai che stai sbagliando, ma lo fai lo stesso.
Non è facile essere un uomo quando i ruoli cambiano così velocemente e ci si aspetta da te tutto e il contrario di tutto: pensi di dover fare il padre e ti ritrovi a fare il mammo.
Non è facile essere un uomo quando ci sei sempre stato, nel bene e nel male, ma questo non è bastato per far funzionare le cose.
Non è facile essere un uomo quando vorresti un abbraccio, una carezza, un po' d'amore e non sai come fare per chiederlo.
Quando non trovi le parole per dirlo perché tuo padre ti ha detto che gli uomini sono forti e non piangono, non chiedono, non fanno le “femminucce”.
Non è facile essere un uomo quando il tuo desiderio, la passione, la complicità che cerchi viene travisata in interesse sessuale fine a se stesso.
Non è facile essere un uomo quando hai letto negli occhi di tua madre l'avversione e il rancore, perché nei tuoi tratti somatici c'era il ricordo di chi l'aveva abbandonata.
Non è facile essere un uomo quando una mamma non ce l'hai mai avuta, e quell'assenza non riesci a colmarla, nemmeno con cento donne ai tuoi piedi, che finisci per punire per una colpa non loro.
Non è facile essere un uomo se la tua virilità si esprime diversamente da quella imposta dagli stereotipi, se non ti piace il calcio, se non bevi, non fumi, non te ne vai in giro con l'aria di chi la sa lunga.
Non è facile essere un uomo quando la tua ex fa di tutto per screditarti agli occhi dei tuoi figli, e una rabbia furiosa si impossessa di te.
Non è facile essere un uomo se ti piacciono gli uomini, perché sai già che in molti non ti accetteranno.
Non è facile essere un uomo se sei ancora un ragazzo, se le aspettative degli altri ti schiacciano, se il mondo non è quello che immaginavi da bambino.
Non è facile essere un uomo se ogni volta che provi rabbia temi di essere violento, per non cadere nello stesso comportamento che tanto hai biasimato in tuo padre.
Non è facile essere un uomo se hai paura. Se soffri. Se sei disperato. Se non ce la fai più. E non hai nessuno a cui dirlo.
Non è facile essere un uomo se a volte sei fragile, vulnerabile, bisognoso.
Forse non è facile ammettere semplicemente che vuoi essere amato, così come sei.

Buona settimana
virginia

ps. la settimana prossima scriverò la versione femminile

lunedì 18 novembre 2013

Riflessioni a voce alta per genitori di adolescenti




“ […] i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. […]

Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa.

Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.”

(U. Galimberti “L'ospite inquietante” 2007 pag. 11)


Chi ci segue sulla pagina fb del “Progetto Wonder Woman” sa che questa è la settimana in cui ci troveremo per affrontare un tema delicato e complesso, quello della comunicazione e del rapporto con i figli adolescenti, tema che comunque ha già provato a insinuarsi nelle serate precedenti, perché è inevitabile che la responsabilità di essere genitore faccia capolino ogniqualvolta una donna si interroghi su “che cosa è bene per me? Quali sono i miei bisogni?”.

Inutile opporre resistenza a quelle domande che subito emergono come un contrappasso: “E loro? È giusto anteporli a tutto? È corretto chiedere di comprendere che anche il genitore ha delle necessità che possono scontrarsi con le loro? Ma poi, devono comprendere o semplicemente accettare? E se poi soffrono? E che esempio posso dargli? E cosa succederà? Mi amerà ancora?”

Potrei continuare all'infinito, perché nell'elucubrazione genitoriale gli interrogativi sul da farsi non sono mai abbastanza, ti assalgono quando meno te lo aspetti, mossi anche solo da uno sguardo di quella tua creatura che a volte sembra osservare solo per coglierti in fallo...

Come scriveva qualche giorno fa Daria Bignardi su Vanity Fair (la trovi qui):

Nessuno ti fa crescere, capire chi sei, nessuno ti mette in crisi e ti guarda dentro come un figlio. I figli ti mettono con le spalle al muro. Se sei scemo, se sei egoista, se sei pigro, se sei superficiale, se sei nevrotico, un figlio te lo fa capire.

Questo è quello che succede nel confronto con un adolescente, che ha sete di valori assoluti, che cerca modelli cui tendere, ma allo stesso tempo ha bisogno di distruggere dentro di sé quell'immagine di mamma e papà onnipotenti, onniscienti, onnipresenti della sua infanzia.

“[...] è quando tuo figlio (l'angelo inetto che ti faceva sentire dio perché lo nutrivi e lo proteggevi: e ti piaceva crederti potente e buono) si trasforma in un tuo simile, in un uomo, una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d'animo, l'autorevolezza, la severità, la generosità, l'esemplarità... troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”

(M. Serra “Gli sdraiati” 2013 pag. 21)

È così che tu genitore ti ritrovi impotente.

Ti sembra di parlare a un muro di gomma che implacabile ti rimanda indietro qualsiasi parola tu gli scagli contro, in più con gli interessi, perché anche quell'episodio, testimonianza di un tuo limite, che pensavi (speravi) fosse passato inosservato anni prima, o che gli avevi raccontato per fargli accettare una sua fragilità, torna prepotentemente alla ribalta, sottolineato, esasperato e usato come un arma.

Oppure ti trovi a fare i conti con il silenzio, i non detti o le bugie, arma bianca che taglia ogni possibilità di incontro, di dialogo, di vicinanza.

E il paradosso è che tutto questo sta succedendo perché questo figlio lo vuoi aiutare.

Perché senti sul tuo cuore il peso del suo malessere e vorresti alleggerirlo, prenderlo su di te come facevi da bambino, quando lo accoglievi in braccio e bastava quello per donargli pace.

Adesso il rapporto con te passa solo attraverso l'oggetto tecnologico del momento, prolungamento sociale di sé (verso il mondo) e verso di te (in quanto esauditore di desideri), come se quelle onde wireless davvero bastassero a colmare le distanze.

In alternativa c'è l'arcobaleno di filigrana che sta nel tuo portafoglio, per la cui richiesta per lo meno c'è uno scambio diretto di sillabe giornaliero.

Così mentre tu frequenti corsi per imparare a stare nel “qui e ora”, per non farti cogliere dall'ansia e dalle preoccupazioni galoppanti di questi tempi cupi, ti accorgi che tuo figlio sa vivere solo nell'oggi, che sembra non accorgersi di quello che ogni giorno ci viene bombardato su tutti i fronti e il domani pare non sfiorarlo... dorme, ascolta suoni da microcuffie ma non le parole che escono dalla tua bocca, chatta ma non parla, studia (...studia?? diventa il tuo pallino ma non il suo).

Per lui o lei esistono solo la sua passione del momento, i suoi amici, le sue idiosincrasie quotidiane e in continua mutazione...

Ti ritrovi a condividere pensieri che non avresti mai creduto, quelle frasi da vecchia generazione che non può fare a meno di esclamare “ai miei tempi...” e per la prima volta simpatizzi coi tuoi genitori, li vedi con altri occhi quando tu eri al posto di tuo figlio e loro quelli che impazzivano.

Ma davvero impazzivano? O sfiora anche a te, come a Serra, “il forte sospetto – quasi una certezza – che le generazioni precedenti, quanto all'arte di non farsi sopraffare dai figli, fossero molto più attrezzate della nostra”? (Serra, pag. 21)

E “Se – invece - un qualche radicale cambiamento dell'assetto neuronale avesse prodotto non un normale avvicendarsi di culture e di mode e di pensieri, ma una separazione definitiva tra il passato e il futuro degli umani? (Serra, pag. 32)

 
La risposta forse può darcela Galimberti: si tratta, purtroppo, di una crisi della società.

“Un cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro, […] quando il futuro chiude le sue porte, o se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora, come dice Heiddeger, «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l'energia vitale implode” (pag. 26).

In una frase “meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva” (pag. 28) che sembra quasi il dictat dei nuovi giovani. 
Possiamo ipotizzare ancora, che loro, come noi alla loro età, scrutino il mondo adulto come un regno da espugnare? E che il “conflitto” fra giovani e vecchi avvenga sullo stesso campo di battaglia?

In questa nostra realtà dove nessun adulto può e vuole invecchiare, dove la lotta all'ultimo posto di lavoro è un affare che riguarda più i grandi che i giovani, dove nessuno può andare più in pensione per lasciar spazio alle nuove generazioni, dove tutto il mondo è paese e resta poco da scoprire, dove genitori e figli fanno le stesse esperienze perché siamo “come amici”, con questi orizzonti davanti agli occhi, quale speranza di un mondo da conquistare si apre per loro? E come possiamo aiutarli?

Prendo ancora a prestito le parole di Galimberti

  • “Non interrompete mai la comunicazione, buona o cattiva che sia, qualunque cosa i vostri figli facciano” (pag. 42)
  • “tra una palestra e un corso di nuoto, perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora un po' imbrogliata, perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte al nostro fianco, nei primi momenti un po' impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell'intelligenza, ma quanta cura dell'anima?” (pag. 46)
  • “i giovani, anche se mai lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare che attraversano è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato” (pag. 55)
Non so se la risposta sta per tutti sul Colle della Nasca (non voglio togliervi il piacere della lettura de “Gli sdraiati”!), ma compito di un genitore potrebbe essere quello di permettere al figlio di vedere nuovi orizzonti, accettare che faccia il suo cammino, la sua strada e vada oltre, voltarsi e non vederlo, perché non è più dietro ma davanti a te, ti ha superato, con le sue scarpe che a te paiono inadeguate e coi suoi percorsi fuori dalla “via maestra” che avevi studiato per lui, ce l'ha fatta, non sei più tu quello che sa tutto, che conduce, ma può voltarsi, cercarti e specchiarsi nel tuo sguardo, e leggerci comunque un “sono fiero di te, adesso vai avanti da solo".

I giovani hanno bisogno di sentire che crediamo in loro, nonostante tutto.


“Dove andiamo non lo so,
ma dobbiamo andare”

(J. Kerouac)

buona settimana
virginia

lunedì 11 novembre 2013

Di cosa parlano le donne quando parlano d'amore


Torno a parlare di libri.

Questo è il titolo di quello scritto da Iaia Caputo nel 2001 (“Di cosa parlano le donne quando parlano d'amore” ed. Corbaccio).

Tanto tempo fa ne avevo tratto una storia che trovate qui, che fa cogliere con una bella metafora la complessità del rapporto fra uomini e donne, che si incontrano (o scontrano?!) in questo grande mistero chiamato “amore”.

Oggi non ho molto tempo per scrivere, così vi lascio alle ultime pagine del libro, conversazione immaginaria fra le idee di molte donne che si interrogano su che cosa significhi per loro parlare d'amore, ovviamente alla luce della loro storia ed esperienza di vita...






E voi, di cosa parlate quando parlate d'amore?

Parlate proprio dell'amore, parlate di voi o finite per parlare degli/sugli (contro gli) uomini?

Provate a sentire le differenze...


Buona settimana
virginia


lunedì 14 ottobre 2013

Sul silenzio e la parola


 
Sarà che in questa settimana terrò ben due corsi sul rilassamento, così mi trovo a entrare in risonanza con l'argomento e i suoi presupposti.

Sarà che a volte sento la necessità fisica, impellente di assaporarlo con tutti i sensi, quando gli stimoli fuori sono invadenti.

Il silenzio è un isola felice. Almeno per me, in certi momenti.

Per molti è invece il vuoto, l'abbandono, la mancanza.

Per altri è l'imposizione, l'obbligo a tacere di fronte a chi è più forte di te e non permette repliche.

Per qualcuno può anche rappresentare una difesa, uno spazio privato dove trovare riparo.

Per un altro ancora è il modo alternativo per lottare.

Pensando a tutti coloro che narrano la loro storia a parole nella mia stanza, vado con la mente anche ai silenzi che hanno riempito lo spazio fra le pareti: silenzi densi oppure liquidi, silenzi duri come pietra e altri ricchi di commozione, silenzi falsi e altri più schiaccianti di mille parole...

silenzi pieni di respiri, silenzi in apnea, silenzi rotti dal pianto oppure come puntini sospesi, in cerca di risposte sfuggenti.

Proverò a tratteggiare parole sul silenzio, romanzando sulle storie di chi me lo ha raccontato:

Pensavo che tacere verità scomode potesse essere una forma silenziosa di rispetto dell'altro, poi ho scoperto che se avessi urlato a squarciagola avrei fatto meno male.

Credevo che chiudermi in un mutismo provocatorio avrebbe fatto accorrere gli altri, preoccupati perché non esprimevo il mio sentire. In realtà hanno sempre creduto che non avessi niente da dire, né tanto meno che riuscissi a percepire alcunché.


Quando gli chiedevo il perché di certi gesti, interpretavo i suoi silenzi come difficoltà a rivelarmi particolari che mi avrebbero permesso di comprendere, per perdonarlo ancora e ancora... Poi ho scoperto che non conosceva le risposte, non possedeva il dizionario emotivo per dare un senso al dolore, né il suo, né il mio.


I silenzi di mia figlia mi spaventavano. Frustrata non avevo appiglio che mi facesse da ponte fra me e lei... c'era un baratro e molte volte ho avuto la tentazione di caderci.
Le parole di mia mamma mi stordivano. Avevo bisogno di difendermi, costruire una trincea per ripararmi dalla sua ingombrante presenza nella mia vita.


Odio i silenzi. Entro in casa e accendo la tv, perché mi sembra di avere compagnia. In auto c'è la radio, al lavoro quel brusio di sottofondo mi culla. Non sopporto quando qualcuno mi guarda e non dice alcunché...


Amo quegli sguardi che dicono tutto. Adoro ritagliare spazi privati di riserbo e ovatta. Il silenzio nella mia casa dove creare un'oasi, un rifugio. Spegnere tutto e semplicemente stare.


Non ho mai potuto dire quello che volevo. Ho fatto del silenzio la mia virtù, non potendo fare delle grida il mio difetto. Oggi mi ritrovo a dover fare una logopedia delle emozioni: incapace di esprimere qualsiasi vissuto, per poter tornare a comunicare col mondo.


Quante sfaccettature ha il silenzio?

Spesso lo si vive solo in negativo, come l'assenza di suoni, parole, pensieri... mentre in realtà può nascondere immense ricchezze. Svelare aspetti di noi inaccessibili.

Viviamo in un mondo in cui ormai non esiste più nemmeno il silenzio della scrittura, dato che siamo continuamente interconnessi con il resto del mondo.

Entrare nel silenzio come dimensione, è un atto di volontà. Diventa una scelta. Sempre più ardua.

Perché entrare nel silenzio è fare un passo dentro se stessi, avere un'attenzione consapevole per quello che c'è dentro, invece che fuori.

Tutto quello che c'è. Ma soprattutto “come” c'è.

Non si può cercare il “vuoto” se prima non si è scandagliato e conosciuto il “pieno”.

Il silenzio interiore, chimera forse irraggiungibile, può avvicinarsi quando facciamo la pace con noi, accettando tutti i suoni che il nostro animo produce.


“Fa' silenzio intorno a te, se vuoi udir cantare l'anima tua”

A. Graf


buona settimana

virginia


Oceano di silenzio - F. Battiato 

lunedì 30 settembre 2013

La voce del corpo


 
 
Vi sono molti modi per “sentire” il proprio corpo.

Spesso siamo così abituate ad “usarlo” che ne ascoltiamo davvero i segnali solo quando ci manda qualche dolore o sintomo di malattia, oppure nell'estasi del piacere del rapporto d'amore.

Possiamo guardarlo attraverso lo specchio, con occhi di approvazione, di rifiuto o di sfida... Possiamo conoscerlo attraverso le mani altrui, quando ci concediamo un massaggio rigenerante, o quando il nostro partner ci accarezza in maniera tenera o appassionata....

Possiamo conoscerne le prestazioni quando lo impieghiamo nello sport, mezzo per superare i nostri limiti...

Possiamo pure far finta che non sia affar nostro, finché lui non si fa sentire...

Ne subiamo le trasformazioni nell'arco del tempo, a volte accorgendoci tutto d'un tratto che c'è qualcosa che non riconosciamo, qualcosa di più o di meno, o semplicemente diverso...

Possono essere milioni le sfumature di ascolto.

Possono essere altrettanti i tipi di relazioni che si vengono ad instaurare fra noi e questo prezioso strumento che ci permette di muoverci, trasformarci, entrare in contatto con il mondo, nutrirci, riposare, godere, soffrire...ma soprattutto Essere.

Nel nostro incessante ritmo giornaliero, ci strapazziamo come non mai, anche se ci sembra normale così... l'uso e abuso delle nostre energie mette a dura prova il nostro organismo, che lascia sedimentare su di sé qualsiasi esperienza.

Il nostro corpo racconta chi siamo.

Volenti o nolenti affidiamo a lui la custodia dei nostri più profondi stati d'animo, delle nostre tensioni interiori che si fanno muscoli e tendini tesi come corde di violino fino a renderci difficili certi movimenti.

Siamo nate per manifestarci come essere armonico, fluido e libero.

Spesso invece ci ritroviamo divise, bloccate o frenate nel movimento.

Ci imbarazza dare libero spazio al nostro corpo, perché troppo frequentemente siamo vincolate da compromessi o giudizi esterni: occorre recuperare lentamente la possibilità di sciogliersi, ognuna come preferisce.

La danza libera, apre a varie possibilità.

In base al tipo di musica si possono raggiungere differenti stati d'animo o cogliere delle difficoltà. Questo può portarci a chiudersi di nuovo o a porci domande per poter andare oltre, e scoprire parti di sé inesplorate.

Quando un bambino piccolo, che appena appena riesce a stare in piedi, sente la musica, comincia a seguire il ritmo... inevitabilmente... e quello è l'approccio più innocente col quale si può fare esperienza del piacere del movimento.

Per alcune, la danza diventa un modo per esprimersi e creare attraverso il corpo delle coreografie dell'anima. Per altre forse occorrerà più tempo, ma potrebbe essere una buona idea coltivare comunque una piccola abitudine come questa, anche il sabato mattina, mentre ci si dedica alle pulizie... farlo al ritmo di una musica che ci fa ridere il cuore e ci mette in connessione con la nostra donna primordiale (o bambina, come preferite!).

Un altro modo per entrare in contatto col corpo è l'esperienza del rilassamento.

Anche se ce ne stiamo sdraiate sul divano, a leggere un libro o guardare la tv, in realtà il nostro corpo non è mai completamente rilasciato. Possiamo aiutarlo in tal senso solo ponendo un'attenzione consapevole e silenziosa sulle sue varie parti, di modo da permettere loro di allentarsi pian piano. L'esercizio del rilassamento una volta appreso, è utilissimo e semplice da usare, per prendersi una pausa rigenerante, per addormentarsi meglio, per godere appieno del riposo dopo un'attività motoria.

Le forme di rilassamento praticate in maniera costante (anche 10min al giorno!) riescono a riequilibrare i nostri parametri vitali (circolazione, respiro, attività cerebrale) e quindi donano salute e benessere.

A me piace dare voce al corpo anche nella stanza di terapia, perché spesso il punto di vista della nostra parte materica rimanda a memorie inaccessibili dal semplice verbo.

Riuscire ad entrare in un contatto profondo con il proprio corpo rappresenta una via d'accesso alla comprensione di sé, qualsiasi sia la strada che scegliate.

Ogni volta che succede qualcosa, provate a fermarvi e osservare la vostra postura, i movimenti, come il corpo partecipa in un dialogo... vi darà sicuramente delle nuove chiavi di lettura degli eventi.


Buona settimana

virginia

lunedì 24 giugno 2013

Narcisismo del vivere quotidiano


 
 
Quando non posso tornare a casa per pranzo, perché sono nello studio più lontano, mi fermo a mangiare in un bar – il solito – perché sono un'abitudinaria cui piace circondarsi di luoghi familiari. Qui mi ritaglio una pausa di tempo e, mangiando, sfoglio il settimanale Io donna, dove a volte trovo qualche spunto di riflessione per i post del blog.

Una delle rubriche che leggo volentieri è quella nell'ultima pagina, scritta da Serena Dandini, la quale, utilizzando metafore floreali, tratta di temi politici, culturali e di genere – usando il titolo evocativo di antiche lotte per i diritti civili: “il pane e le rose”.

Così qualche settimana fa mi ero appuntata a matita sul ritaglio d'agenda che accoglie i pensieri fuggenti, questo titolo che ho dato al post di oggi, con questa frase:

i nuovi mezzi hanno aiutato questa trasformazione antropologica che fa sì che un essere umano, quando ne incontra un altro, possa chiedere serafico: «Ciao, come sto?». [Trovi l'articolo completo qui ]

indice che ormai il narcisismo è diventato non solo disturbo di personalità che invalida le relazioni a due, bensì calamità sociale, auto-referenzialità allo stato puro, che rischia di impedire ogni incontro con gli altri.

La stessa Dandini, dice di partecipare a un corso per imparare ad ascoltare, dove si parte da semplici esercizi di buon senso:

Il più antico, che non delude mai, è di contare fino a dieci prima di parlare e l’altro, che va di pari passo, è di imparare ad ascoltare qualcuno che stranamente non sta parlando di voi. All’inizio è difficile, vorreste subito interrompere con un bel: «Anch’io, sai…». O, peggio, mentre fate finta di mostrare interesse, cominciare a frugare nella borsa per controllare le email sullo smartphone.

Così mi è venuta in mente una frase del filosofo Martin Buber che recitava più o meno così: la vita vera è solo nell'incontro.

Questa semplice frase riassume tutto il suo pensiero, l'invito a non fare dell'incontro con l'altro uno sterile confronto fra oggetti, bensì rendere onore alla soggettività e unicità, riconoscendo nella persona che si ha di fronte, un “tu” e non un “esso”.

Altrimenti si cade nella trappola del narcisismo, dove l'altro finisce per avere un senso solo come specchio, come mezzo per confermare, affermare, rafforzare la propria identità.

Se permetto all'altro di esser-ci nel rapporto, può nascere un dialogo, altrimenti si tratta di uno sterile monologo (ne avevo già parlato anche qui ).

Ma cosa c'è alla base di questa tendenza che permea le relazioni di una patina impermeabile che non permette di andare oltre la superficie riflettente?

C'è un malcelato bisogno di essere al centro delle attenzioni di qualcuno, per acquistare valore e significato. C'è la ferita originaria di un mancato riconoscimento, quando gli occhi di chi ci doveva riconoscere non lo hanno fatto a sufficienza. C'è il desiderio di essere visto, di essere riconosciuto come importante e degno di ascolto.

Perché, dietro a tutto questo, c'è la paura che, se il mondo non ti guarda, potresti non esistere.

Allo stesso tempo però, se il mondo ti osserva, ti senti in dovere di corrispondere a ciò che si aspetta da te, altrimenti non vieni preso in considerazione.

L'anonimato, nella nostra società mediatica, viene fuggito ormai come la peste.

Meglio contatti mordi e fuggi che il non-contatto, meglio un tweet che racconti il pensiero in diretta – anche se non richiesto – che tacere e riflettere in solitudine, perché ormai, guardarsi dentro, non è più molto di moda.

Il problema è che tutti questi mezzi, nonostante i “mi piace” e i commenti, sono inevitabilmente autoreferenziali. C'è una platea che legge, che assiste, condivide anche, ma l'incontro della “vita vera” di Buber è tutta un'altra cosa.

Anche queste mie parole affidate alla rete sono tutt'altro dai vissuti che palpabili, si fanno sentire con tutti i sensi nella mia stanza, ogni volta che entra una persona e racconta la sua vita.

Il rischio di una società narcisista è di voler mostrare solo la bella facciata, la copertina traslucida, colorata e accattivante delle esistenze, rigettando tutto quello che non gli corrisponde, escludendo le pagine in bianco e nero, oppure al lato opposto esaltandole, come unica via possibile in una gara di esasperazione, che fa della vita tragedia o commedia, l'importante è che lo share sia alto.

Oggi voglio celebrare invece la bellezza di un'esistenza fuori dal palcoscenico, il recupero delle esperienze semplici, come il chiedere a qualcuno come stai, solo se si ha voglia davvero di saperlo (e ascoltarlo), non come sterile copione di una parte recitata; oppure "proteggere" un pensiero, un'esperienza, una riflessione, trattenendosi dall'impulso di postarlo da qualche parte, permettendogli di metter radici interiori, invece di affidarlo subito al vento delle relazioni virtuali, che può farlo atterrare su terra feconda, ma anche sull'asfalto. Che di questi tempi, con queste temperature, sarebbe davvero un peccato.


Buona settimana

virginia