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giovedì 9 luglio 2015

parole per il relax °°3°°


Se ami veramente la natura,
potrai trovare la bellezza ovunque.
                             (Vincent Van Gogh)

Ispirata dall'oasi di cui abbiamo parlato lunedi (qui) vi offro scorci di paesaggio che potrebbero essere scelti per nutrire di particolari le vostre immagini di benessere. 
Ricordando - come ci dice Van Gogh - che se sappiamo guardare, la bellezza può essere nel panorama più vasto come nel particolare più piccolo che i nostri occhi possono cogliere. 


















Guarda profondamente nella natura
e capirai tutto meglio 
                                    (Albert Einstein)


buon week end
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 6 luglio 2015

Keep Calm and... RELAX °°3°°



Eccomi rientrata dalle vacanze e quale miglior modo per ricominciare dedicandomi alla nostra rubrica mensile sul rilassamento!
L'atmosfera che c'è quando siamo in vacanza mi ha molto ispirata per questo post: spesso durante i corsi di Training Autogeno, nella lezione sulla Calma, molte persone associano questo stato d'animo con immagini prese a prestito dai luoghi che hanno visitato, che sia mare o montagna, di solito si tratta di un paesaggio evocativo di benessere e pace interiore, dove tutto il resto viene messo come fra parentesi, almeno per un periodo.
Chi mi segue su instagram avrà visto le foto evocatrici di benessere che ho condiviso, associate a frasi o frammenti di testi significativi.
Fra queste una in particolare la voglio riportare qui:



“questo è un altro aspetto rasserenante della natura:
la sua immensa bellezza è lì per tutti”
(Tiziano Terzani)

Quando noi contempliamo un paesaggio naturale veniamo rapiti dal mistero della bellezza dei colori, dalle forme armoniche, dai vissuti di pienezza e completezza, che risuonano dentro di noi e a volte permangono a lungo.
Si tratta di uno spettacolo che è disponibile per chiunque, donando sensazioni universali e particolari allo stesso tempo.

Quindi l'esercizio che vi propongo oggi prende le mosse dalla possibilità di ricostruire dentro di noi un Oasi di pace e serenità, che permetta di accedere a ricordi positivi oppure di costruirne di nuovi, finalizzati al benessere di corpo e mente.

Si tratta di proseguire nel cammino che abbiamo intrapreso nelle puntate precedenti (se le hai perse le trovi qui e qui) e inserire un ulteriore passaggio di visualizzazione.
Dunque iniziate a respirare nella modalità che avete scelto per farlo al meglio, poi iniziate il rilassamento frazionato procedendo fino alle ripetizioni “tutto il mio corpo è completamente e profondamente calmo e rilassato...” escludendo la parte della [ripresa] che andrà inserita successivamente per ritornare all'attenzione nella stanza qui e ora.
Dopo aver percepito tutto il corpo rilassato, si aggiunge invece questa induzione:

In questo stato di quiete, mi immagino un luogo
che nel mio immaginario rappresenta un'oasi di pace e tranquillità,
può essere un luogo conosciuto, che ho visitato, o anche semplicemente un'immagine di fantasia o una foto di un luogo lontano
basta che nell'osservarlo infonda in me una profonda calma...

una volta trovata l'immagine, mi raffiguro vividamente e completamente con tutti i miei sensi all'interno di questa immagine...
respirando colmo di energia i miei sensi...
osservo intensamente le forme e i colori che mi circondano...ascolto i suoni...sento la fragranza dell'aria... e assaporo qualsiasi profumo meraviglioso che faccia parte di questa visione...
con il corpo percepisco la temperatura e riconosco le forme e la consistenza del mondo che mi circonda...
sono consapevole di tutto ciò che sta sopra...sotto...di fronte...di lato...
in questa immagine di rigenerazione e armonia, lascio che ogni respiro mi riempia di calma, energia, chiarezza e tranquillità...e di qualsiasi sensazione io possa avere bisogno...
vi entro e mi sento bene... è la mia oasi interiore...
dentro questo luogo, mi ripeto:
Qui e ora sto bene, va tutto bene, sono al sicuro...
...contemplo e vivo ancora questa immagine per qualche istante...
qui e ora sto bene, va tutto bene, sono al sicuro...

[ripresa]

Vi invito a questo punto, nelle imminenti vacanze o dovunque andiate, a cercare immagini e scorci di paesaggi che possano ispirarvi per la vostra personale oasi di gioia.

Buona settimana
virginia 

lunedì 2 marzo 2015

Rilassamento per mamme e bambini



Qualche giorno fa mi è capitato di condividere su fb questo interessante articolo su alcune forme semplici di meditazione da insegnare ai bambini.
Visto l'interesse di molte di voi e le domande che mi sono state richieste ho pensato di scriverci un post con informazioni più precise rispetto alle diverse fasce d'età dei piccoli, 
partendo dalla prima necessaria tappa per imparare a meditare, ovvero riuscire a rilassarsi e sospendere il tempo.

Comincerei con una frase cui sono molto affezionata e con la quale apro i corsi di Training Autogeno per adulti:

il rilassamento è ciò che accade quando smetti di creare tensione
                                                                                                     (P. Levey)

questo paradosso ci insegna che il rilassamento non è un'azione attiva bensì un lasciar accadere, un abbandonarsi cedendo.
Ma se già è difficile per un adulto, come possiamo insegnare tutto questo ai bambini, così attivi e impegnati a esplorare, osservare, conoscere?
Il primo suggerimento ce lo dà anche Claudia: dare l'esempio.
Vale per tutti gli insegnamenti che vogliamo dare ai più piccoli, ma in questo caso vale ancora di più!
Se noi non siamo in grado di fermarci e sostare, di ritagliarci uno spazio anche piccolo in cui dedicarci al nostro benessere, sarà difficile trasmettere anche a loro la sua importanza.
Se ancora non lo avete imparato, diciamo che non è mai troppo tardi e che può essere la buona occasione adesso per farlo insieme – ma in maniera sistematica.
Il rilassamento necessita di ritualità per essere efficace – e in questo i bambini hanno molto da insegnare a noi grandi!
Un buon momento può essere la sera prima della nanna o dopo il bagno, ritagli di tempo dove già fisiologicamente si rallenta e dove loro stessi richiedono piccole e grandi abitudini da condividere (pensiamo alla storia prima di dormire).

Per essere fruttuoso, il rilassamento per i bambini deve - a mio parere – rispettare queste tre regole:
  • creare contatto e relazione fra loro e il genitore
  • essere interessante ai loro occhi (e divertente)
  • essere semplice
ovviamente queste regole vanno adattate alle diverse età.
Il presupposto di ogni momento di relax è quello di trovare uno spazio tranquillo dove non si viene disturbati, dove poter creare un'atmosfera accogliente e possibilmente sempre la stessa (es. accendere una candelina, la luce soffusa) di modo che sia più facile per il bambino riconoscere il momento di serenità, come entrare in un tempio sacro.

0-1 anno di età: la forma di contatto e rilassamento per eccellenza è il massaggio, che crea prima di tutto la relazione fra mamma e bambino e coinvolge la pelle, il principale organo di senso con cui il bimbo entra in relazione con il mondo. Alle neo mamme consiglio di seguire un corso di massaggio neonatale o di seguire i preziosi consigli di Vimala McClure nel suo libro “Massaggio al bambino, messaggio d'amore” (Ed. Bonomi).

1-3 anni: il canale privilegiato è ancora quello del tocco e del massaggio, ma progressivamente i bambini devono essere coinvolti anche cognitivamente con storielle e filastrocche che ne catturino l'attenzione e creino un ritmo tranquillo al quale uniformarsi.
Un esempio può essere quello di fare un massaggino alle manine e piedini e creare un personaggio per ogni ditino che si va a coccolare, così che il piccolo sia “catturato” dall'interesse per la storia e allo stesso tempo percepisca il piacevole effetto del tocco amorevole.

3-5 anni: man mano che il bambino cresce è sempre più in grado di mantenere l'attenzione su alcuni aspetti di sé, ma come punto di partenza è importante partire sempre dal corpo, aspetto concreto che nel tempo gli faccia cogliere anche i benefici sulle emozioni.
In questa fase si può introdurre qualche piccolo gioco di attenzione al respiro come amico che ci può aiutare quando siamo agitati, stanchi, irritati ecc...
In età di scuola materna si può cominciare anche a spiegare in maniera semplice cosa si può ottenere attraverso quei giochi che si fanno insieme, ad es. “adesso facciamo insieme il gioco del respiro che anche la mamma è molto stanca”.
Molto carino l'esercizio con l'orsacchiotto spiegato da Claudia nel post citato, oppure una variante è quella del “palloncino nella pancia” che si usa per imparare il respiro addominale (che comunque ai bambini viene ancora abbastanza naturale!).
Io uso questa versione:
"adesso immaginiamo di avere un palloncino nella pancia che ci aiuta a respirare bene. Tu di che colore ce l'hai? Il mio è verde e il tuo? (e si lascia che il bambino risponda il suo colore).
L'aria che entra dal nostro naso scende nella pancia e va a gonfiare il palloncino – in questo caso si può poggiare una mano del bambino sulla nostra pancia per fargli capire e poi mettere la nostra a coppetta sul suo pancino e sentire che si gonfia e dare un rinforzo positivo per l'apprendimento – poi si sgonfia e di nuovo esce dal naso."
Dopo qualche respiro di questo tipo condividere che cosa accade in maniera giocosa ad es. io mi sento come le bollicine d'acqua che galleggiano e tu? Lasciando che il bambino esprima a modo suo il risultato dell'esperienza e iniziando un dialogo possibile su quando possiamo usare il palloncino (ad es. trovare un colore per il palloncino da rilassamento e un altro colore per quello delle situazioni d'emergenza. Quali sono? Così potete saperne di più anche sulle situazioni che lo preoccupano o agitano, ma in maniera indiretta e avere un piccolo “codice criptato” con cui comunicare con lui nel bisogno – es. questo mi sa che è proprio una situazione da palloncino rosso).

A partire da questa età si può coinvolgere il bambino anche nella preparazione dello spazio, come fosse un gioco, adattandolo alle sue esigenze (es. costruire una piccola “tenda del rilassamento” dove ci si rifugia per staccare la spina fra cuscini e pelouches).

Dai 6 anni: con la scuola elementare i bambini sono sempre più capaci di usare le funzioni mentali e anche di mantenere l'attenzione più a lungo su un compito.
In questa fase di vita comincia davvero il primo riconoscimento di avere un bisogno di riposo e quiete dopo molte ore di attività impegnative, così come diventa fondamentale la possibilità di sfogare le energie fisiche in eccesso in un'attività di tipo motorio.
Bisogna ricordare che non tutti i bambini sono uguali per cui le attività dovranno essere maggiormente differenziate e adattate all'individualità e alle preferenze di ciascuno.

Bambini molto attivi avranno bisogno di un po' di moto prima di lasciarsi andare al rilassamento, per cui potrebbe essere un'idea quella di giocare a mimare gli animali (da quelli più placidi a quelli più aggressivi, muovendosi per la stanza) per poi finire ad esempio al cucciolo di tigre che si riposa e si fa le coccole con la mamma (di solito gradiscono ancora molto il contatto fisico e per loro sono utili esercizi dove la mamma nomina le varie parti del corpo toccandole e loro fanno sentire che man mano si rilassano e diventano pesanti)

I bambini di temperamento più tranquillo invece, soprattutto se abituati da piccoli a ritagliarsi uno spazio di quiete, saranno quelli che maggiormente cercheranno questo ritaglio dove dedicarsi a se stessi. Per loro sono indicati anche esercizi di visualizzazione attiva guidata, dove dopo un rilassamento anche simile a quello del nominare le parti del corpo toccandole, si evocano immagini piacevoli di un posto magico dei loro sogni, una immagine che li fa sentire bene e al sicuro ecc... (trovate qualche spunto nel libro “Rilassamento per i bambini. Giochi di tranquillità per piccoli e grandi” Red Edizioni)


Un ulteriore strumento di rilassamento da far fare ai bambini in autonomia è quello del colorare i mandala, potenti simboli ad effetto benefico e con ottimi risvolti sulla concentrazione (ne trovate alcuni qui e qui)

Auguro a tutte voi momenti di vicinanza e contatto con i vostri figli,
perché gli farete dono di importanti strategie di benessere che si ricorderanno per sempre.


La felicità è un lavoro interiore


buona settimana
virginia 

lunedì 2 febbraio 2015

L'intelligenza segreta a scuola



Quando termino un libro resto per qualche minuto a meditare sopra quello spazio bianco, dopo l'ultimo punto.
Lì faccio sostare i pensieri e lascio che emergano le immagini che quel testo mi ha lasciato: cosa ricorderò di quelle migliaia di parole fra un po' di tempo?

Finite le ultime righe de “L'intelligenza in-attesa. Interiorità e meditazione a scuola” di Stefano Viviani (Edizioni ETS, 2014 lo trovi qui), nella mezza pagina bianca che restava, ho percepito nitidamente il suo sguardo pieno di interesse per quelle anime in boccio di cui si prende cura ogni giorno fra i banchi di scuola media.


Stefano lo conosco di persona, abbiamo intrapreso insieme i primi passi nella Psicosintesi all'interno di un corso di formazione e crescita personale molti anni fa, lui come insegnante, io come psicologa, insieme ad altri che come noi volevano conoscere meglio se stessi e questo approccio alla vita improntato all'armonia, dentro e fuori di sé.
Il libro di Stefano non è un testo di didattica, né di speculazione teorica, nonostante lui sia animato da uno spirito filosofico che irradia dalla sua persona.
È piuttosto un libro che racconta un'esperienza di scuola vissuta con e per i ragazzi, votata a lasciare emergere le loro potenzialità, testimonianza di un'educazione possibile, pur nelle difficoltà che il mondo scolastico odierno porta con sé.
Quello che ho respirato leggendo, è un'atmosfera in aula piena di curiosità e fiducia: quanto più i ragazzi chiudevano gli occhi per esplorare i loro mondi interiori tanto più quelli di Stefano erano aperti, attenti, pieni di stupore e meraviglia per ciò che stava accadendo.
Come lui stesso sottolinea:

Direi che il presupposto principale è dato dallo «sguardo», dal nostro sguardo, dal modo in cui noi insegnanti vediamo e concepiamo i ragazzi che abbiamo di fronte. Anzitutto, perché poche cose hanno il potere di attivarli e renderli creativi come la nostra attenzione. Sentirsi visti e riconosciuti scioglie blocchi e insicurezze ed è molto spesso sufficiente, da solo, a produrre cambiamenti che hanno davvero del miracoloso.
(pag. 15)

L'insegnante ha un compito delicato e fondamentale, perché accompagna i giovani in fasi decisive della loro esistenza, dove scoprono se stessi e le relazioni col mondo, e come adulto può facilitarli affinché questo svelarsi e rivelarsi sia fondante e pieno di senso.
Questo libro parla della storia di Stefano e di come ha fatto lui a creare questa sinergia coi suoi ragazzi, partendo proprio dagli spunti concreti di lavoro e dalle preziose parole condivise.
Tutto ciò è possibile solo se non ci ferma al primo sguardo.
Occorre andare “dentro”, andare “oltre”:

[…] cosa vediamo, in realtà, quando ci troviamo davanti ai nostri studenti. Riusciamo a vederli come persone, come soggetti, o li percepiamo soltanto come funzioni, come erogatori di prestazioni, spesso in un tutto indifferenziato che non ci permette di distinguerli gli uni dagli altri?
(pag. 16)

Se ci lasciamo ingannare di fronte alla subpersonalità con cui un allievo si identifica – magari per difesa, per paura o perché lo hanno sempre apostrofato così – si rischia di perdere l'occasione di scoprire altro e di farlo conoscere anche a lui.
Chi c'è dietro al “casinista”? Che qualità si celano nella “timidona”? Chi si nasconde fra i libri del “secchione”?
Stefano ha intuito questo “qualcosa in più” che lui chiama «l'intelligenza segreta», ma soprattutto ha sentito l'esigenza di farla emergere in classe e renderla materia viva, energia educativa da plasmare in modo creativo tutti quanti insieme.
In Psicosintesi questo “qualcosa in più” che ci abita viene chiamato Sé, ovvero la nostra essenza più vera e originale, libera da tutti i condizionamenti, che chiede di essere espressa, pena la mancata realizzazione di ciò che siamo.
Introdurre a scuola questo tema significa parlare di vocazioni e passioni, interrogarsi sulla propria identità e su che cosa significa essere se stessi.
Questo però non significa solo mostrare le bellezze rifugiandosi in visioni utopistiche della vita, anzi, come sottolinea l'autore, bisogna porre anche domande scomode e provocatorie:

non possiamo ignorare il disagio che emerge […] si tratta invece di accogliere e contenere, di guidare, di aiutare a risolvere e superare ansie e angosce; non nascondendole, ma affrontandole insieme. Naturalmente è importante per i ragazzi comprendere il valore dell'impegno e della fatica, imparare che certi risultati, nello studio come in futuro nella vita, si ottengono con il lavoro e la disciplina e che sono necessari dei sacrifici. Ma è necessario, al contempo, fornire loro il senso di quello che stanno facendo.
(pag. 38-40)

Come ci dimostrano le pagine del libro, i ragazzi sono assetati di senso, bramano trovare significati interrogandosi con passione anche su questioni che mai ci aspetteremmo

è proprio perché evitiamo le domande a cui pensiamo non sappiano rispondere che spesso sottovalutiamo l'intelligenza dei nostri alunni; l'opinione negativa che abbiamo di loro è molto spesso niente altro che lo specchio di questa sottovalutazione
(pag. 70)

In queste pagine è dunque condensato un percorso educativo all'interiorità, alla socializzazione e al rispetto della diversità, partendo sempre dalla curiosità di sapere cosa ne pensano gli studenti, senza giudizio o regole preconfezionate.
Si tratta di un viaggio dove lo sguardo dell'insegnante si è posato fuori e poi dentro di sé e poi di nuovo fuori, perché prima di tutti Stefano è riuscito ad avere il coraggio di educare se stesso, di condursi in prima persona nel territorio delle domande spinose rispetto al suo ruolo, che non ha voluto ridurre a mero esecutore di programmi ministeriali, diventando compagno di scoperte e sostenitore di talenti.
Finché poi arriva un momento in cui ci si separa, arriva il tempo di affidarli, con fiducia, al mondo (pag. 95).
Infondo, il lavoro dell'insegnante per certi versi è simile a quello del terapeuta, soprattutto nell'epilogo: spesso nessuno dei due conosce cosa succederà dopo (l'ultima seduta o dopo l'ultimo giorno di scuola) nell'esistenza di quelle persone che si sono accompagnate per un tratto di cammino.
Ci si congeda augurandosi di aver contribuito a rendere quel percorso più umano e degno di essere vissuto. 
La vita poi farà il resto.

buona settimana
virginia 

giovedì 9 ottobre 2014

parole per l'anima #37


meditare,
perché non tutte le domande 
possono essere chieste 
a Google

Oggi riflettevo in pausa pranzo sul tema da scegliere per la rubrica del giovedì.
Ci sono due modi attraverso cui lo faccio. 
Ci sono volte in cui trovo una frase in un libro, la riporto nel mio quadernino da borsa e in base a quella cerco poi le immagini. 
Altre volte apro Pinterest e cerco frasi che mi ispirano fra le numerosissime che affollano le bacheche di tante persone in ogni parte del mondo.
Oggi è toccato alla prima opzione. 
E subito in home page ho trovato la frase di apertura. 
Può sembrare un'ovvietà, ma l'ho trovata molto attuale e spunto di grande riflessione. 
Ormai siamo abituati a trovare qualsiasi cosa in rete. 
Anche io che scrivo qui, chissà quante persone raggiungerò...
Dalle parole chiave di ricerca di chi arriva sul blog, posso vedere che nella maggior parte dei casi i miei visitatori non sono tutti intenzionali: c'è chi cerca un'informazione, chi digita il titolo di un libro, chi addirittura postula una vera e propria domanda al motore di ricerca più famoso del mondo. 
Noi ci facciamo continuamente domande. 
Le risposte invece, non sono sempre immediate (ne ho parlato qui tantissimo tempo fa).
Necessitano di un percorso, di uno sguardo dentro più che fuori. 
Quindi è bello cercare stimoli nel web, ma vi invito poi a fare vostri, dare una lettura personale e ponderata di tutto ciò che trovate.
Anche di queste frasi, che potete usare come occasione per una arricchente meditazione riflessiva. 












Buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 28 luglio 2014

Cosa vedi nello specchio?



Quando una donna si guarda allo specchio
racconta sempre qualche verità a se stessa
(P. Almodovar)

Nelle ultime settimane la stampa ci ha dato alcune notizie su un certo cambiamento di tendenza dell'immaginario estetico: o forse sarebbe meglio dire, ci ha dato la ratifica ufficiale che la realtà dei corpi femminili è ben diversa da quella che si prospetta da decenni nella pubblicità e nella moda (vedi il nuovo calendario Pirelli)
Ma lavorando da anni con le donne, non mi sento di attribuire tutta la colpa ai falsi modelli imposti dai media.
Non è solo questione di magrezza e bellezza.
Ci sono donne magre e belle che si percepiscono brutte – e non parlo né di disturbi alimentari né di dismorfofobia – sono donne che incontro in giro, amiche, conoscenti, anche pazienti, sì, ma che vengono da me per tutt'altri problematiche.
Non si piacciono, non si sono mai piaciute, anche se hanno o hanno avuto compagni, mariti, fidanzati o pure solo estranei che le hanno amate, adulate, vezzeggiate.
Il proliferare in età sempre più precoce della chirurgia estetica, ci rende testimonianza del fenomeno che in alcune aree geografiche raggiunge picchi allarmanti.
Soprattutto perché si tratta solo di un primo passo.
Spesso diventa la sola modalità per riuscire a percepirsi.
Ad un certo punto non se ne ha mai abbastanza.
I motivi per cui ci si sente brutte e inadeguate non hanno a che fare con la mera estetica.
Si tratta di un insieme di fattori che includono le esperienze precoci con i genitori, quelle adolescenziali, la capacità critica (in eccesso o difetto), il senso di autoefficacia, la creatività, l'empatia... aspetti che vanno a creare la propria auto-immagine, ovvero quell'immagine che ognuno ha di se stesso, a prescindere dai dati oggettivi, che non è solo individuale ma relazionale, perché entra in gioco ogni volta che entriamo in contatto con gli altri.

Il lavoro sul concetto di autostima è complesso e ricco di sfumature, necessita di tempo e consapevolezza, ma oggi vi voglio semplicemente suggerire una applicazione del principio secondo cui le emozioni e le azioni seguono le immagini corrispondenti (ne abbiamo parlato qui).
Vi riporto una piccola meditazione che ho trovato qualche anno fa in un libretto carino e adatto a tutte:

Meditazione del mi-piaccio
(da fare la sera prima di dormire per un mesetto circa)

Respiro e sento l'aria che entra ed esce...
Rilasso il corpo immaginando di sprofondare nel letto... tutto il corpo è pesante e rilassato...
Poi mi immagino riflessa in uno specchio a figura intera, può essere quello che uso di solito oppure la cornice che sento perfetta per me.
Mi osservo scorrendo lo sguardo dall'alto al basso.
Mi concentro sui miei pregi e sulle qualità che posseggo.
Le elenco e lentamente le enumero osservandomi.
Inserisco tutto ciò che trovo gradevole, e se secondo me non c'è nulla di gradevole, provo a porre attenzione a ciò che gli altri rilevano di piacevole o bello in me.
Mi sento orgogliosa delle mie qualità.
Anche se la mente fa i capricci e magari si sofferma solo su qualche difetto, non mi perdo d'animo e cerco di ricordare che nonostante tutti i limiti che io possa notare, questo è il mio corpo e senza di lui non potrei muovermi, realizzare azioni e progetti, relazionarmi con le persone... non potrei vivere.
Almeno per questo lo amo.
Dedico qualche istante a ripetere mentalmente “io mi piaccio” anche se sento da qualche parte un'antipatica vocina che protesta.
Posso risponderle che nessuno è perfetto, che ho tutte le mie qualità (se voglio le enumero ancora, come rinforzo).
Io mi piaccio.

Liberamente tratto da
“Meditazioni per donne sempre di corsa”
di Anna Talò (Corbaccio 2011)


Se vi va di continuare a sperimentare, provate anche questa visualizzazione di un po' di tempo fa... 

buona settimana
virginia 

lunedì 16 luglio 2012

La tua vita è un'opera d'arte



Sono stata in vacanza.

Ma la mia voglia di scandagliare i significati dell'esistenza non si prende mai una pausa :-)

Uno di questi giorni ero in una stupenda spiaggia di ciottoli neri, davanti a un mare di cristallo azzurro-verde e la mia attenzione è stata catturata da una piccola scultura di sassi sovrapposti, che si ergeva solitaria in una distesa di pietre levigate.

Un piccolo dolmen fatto di equilibri sospesi e tanta attenzione.

Ispirata da quella opera d'arte, ho provato a riprodurla [e mio marito con me ;-) ], usando pietre diverse e cercando trame di sasso che potessero combaciare per rendere possibile la sfida alla gravità.

È un lavoro paziente che non vuole fretta, fatto di concentrazione, esigente maestro di accuratezza, applicazione, impegno.

Non basta mettere le pietre una sopra all'altra, ci vuole mano zelante, mente ferma e placida emozione.

Ecco i nostri  risultati.





Ho scoperto che c'è una vera e propria disciplina zen – la stone balancing – che è anche una forma meditativa.

Infatti, mentre costruivo passo dopo passo la mia opera, sono entrata nelle forme, nei colori, in ogni più minuto particolare, astraendomi da tutto il resto.

Contemplando alla fine il risultato mi è arrivata questa considerazione.

Queste torrette di pietra sono come le nostre vite: ognuna è unica e irripetibile, frutto di quel momento, dell'unione magica di elementi diversi fra loro nella forma e composizione, nei colori, nelle sfumature.

Ogni vita è costituita da elementi sovrapposti, da equilibri precari, da errori che in un momento fanno vacillare la fiducia di farcela, da cadute rovinose che ti obbligano a ripartire da capo, da momenti di euforia dopo un traguardo raggiunto, da attimi di semplice felicità perché tutto va come deve andare.

La vita di ciascuno è una continua opera di costruzione. Un'opera d'arte in progress.

La tappa successiva tiene conto di quella precedente, proprio come il sasso che sovrasta deve fare i conti con quello che sta sotto, per trovare la sua posizione ottimale.

A volte è facile. A volte è difficile. Molto difficile.

Puoi avere a disposizione tante pietre di varie forme e superfici, di modo da poter scegliere quelle più semplici o congeniali, così come averne solo di poche e impossibili, con le quali comunque fare del tuo meglio per creare un equilibrio, o qualcosa che gli si avvicini.

Il problema è che a noi piacerebbe invece, al posto dei vacillanti sassolini, avere sempre a diposizione i cubetti lego, quelli di quando eravamo bambine, che magicamente trovavano l'incastro perfetto sotto le nostre dita, che ogni giorno diventavano sempre più abili a erigere colonne che svettavano fiere e composte.

Siamo alla continua ricerca di certezze e fondamenta di cemento armato per i nostri sogni.

Invece questi si realizzano percorrendo strade tutte loro, oppure non si realizzano, ma anche nel fallimento c'è un significato nascosto, una lezione da imparare.

Contrariamente ai mattoncini perfetti, le tappe dell'esistenza sono imperfette, come le pietre.

Le stesse pietre però hanno una storia. Non nascono con quella forma, ma sono levigate dal mare, dal vento, dalla pioggia... come le nostre vite sono plasmate dalle lacrime, dai sorrisi, dal rapporto con gli altri.

Non sono mai stata incline alla credenza che tutto è già scritto.

Il nostro intervento è fondamentale. Sempre.

Anche se non si possono cambiare le cose, possiamo dar loro la nostra impronta, dare un equilibrio di senso dove apparentemente non c'è, modificare di qualche centimetro la posizione e far sì che ciò che è caduto possa di nuovo provare a sfidare la gravità.

E quando ci riusciamo è un traguardo ancora più grande.

Certamente non è più possibile avere i solidi mattoncini, ma si può invece recuperare lo sguardo con cui da bimbe guardavamo alla nostra piccola e grande costruzione: occhi pieni di soddisfazione e meraviglia.

La nostra vita, così come la torre di sassi, è un'opera d'arte, che acquista bellezza e significato per chi la coglie, non per chi la giudica.

Oggi, voglio rendere onore all'opera d'arte che c'è in ogni vita. Anche nella tua.

Ben ritrovate e buona settimana a voi.

virginia