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lunedì 16 gennaio 2017

La neve se ne frega



Lo scorso giovedì sono uscita dallo studio e ad attendermi fuori dalla porta c'erano milioni di fiocchi ghiacciati che scendevano lenti lenti dal cielo.
L' impatto è stato quello che si ha ogni volta che cade la prima neve: un senso di stupore e smarrimento insieme, perché quel bianco improvviso altera i punti di riferimento di un paesaggio conosciuto.
Anche Golem si guardava in giro un po' frastornato, col naso all'insù a cogliere i nuovi odori che quell'aria lattiginosa portava con sé.

È stato un viaggio di ritorno a casa diverso dal solito, la mezz'ora è diventata quasi un'ora, la strada conosciuta, ma piena di dislivelli, l'ho modificata con un'altra più sicura, il telefono che di solito mi permette di sentire voci amiche ha lasciato spazio alla musica, perfetto sottofondo per una serie di riflessioni su quel momento magico.

La neve ci concede (e ci obbliga) a rivedere alcuni aspetti della nostra esistenza che di solito viviamo in automatico.
Per prima cosa il tempo.
Mentre la nostra parte infantile reagisce sempre con meraviglia alla nevicata, la parte adulta ne vede subito dopo le rotture, i disagi, la perdita di tempo prezioso appunto.
Abbiamo la percezione che questa corsa a perdifiato che è la nostra quotidianità venga irrimediabilmente danneggiata da questa scocciatura metereologica.
Il dato oggettivo è sicuramente che subiamo una alterazione alla normale routine, che siamo costretti ad annullare qualche appuntamento, magari a non andare al lavoro, oppure ad andarci di più (penso ai manutentori delle strade) ma alla fine non è niente di inaffrontabile o irreparabile.
Per alcuni può addirittura rappresentare la possibilità di una pausa, un momento da dedicarsi.

Poi l'attenzione.
Camminare sotto la neve ci porta a dover essere cauti sui nostri passi per non cadere o scivolare, per non affondare e trovare qualcosa di inaspettato.
Ci fa muovere passi in un territorio che diventa sconosciuto anche se lo sappiamo a memoria.
Ma anche ci fa osservare diversamente quello che ci circonda.
Tutto si trasforma: i colori, gli spessori, le consistenze, i suoni.
Il riflesso candido porta a osservare di più, perché anche un ambiente cittadino, ricoperto dal manto bianco, sembra più vicino alla natura, spettacolo unico ai nostri occhi abituati all'asfalto e cemento.

E dall'osservare fuori, è inevitabile farlo anche dentro, dunque infine arrivare all' l'introspezione.
Passeggiare o guidare sotto la neve ci avvicina a noi stessi, ci fa guardare con calma ciò che si muove dentro, perché l'atmosfera ovattata permette il risuonare dei vissuti.
Ci sono volte in cui il freddo fuori rispecchia quello interiore, momenti difficili che vanno attraversati con cautela, altre in cui all'esterno ci sono temperature polari ma sei talmente pervaso da un fuoco interiore che tutto è relativo.
Oppure semplicemente vorresti che quel momento restasse eterno, coi fiocchi che scendono e impediscono al tempo di proseguire.
A mio avviso, i poeti che maggiormente riescono a dare testimonianza di questa unione fra l'uomo le emozioni e la natura sono i maestri degli Haiku giapponesi.
Versi semplici che con poche parole riescono a sintetizzare immagini sublimi.

Musica di neve
grillo d'inverno
sotto i miei passi
(Yuko)

Solo perché esisto
sono qui
tra la neve che cade
(Issa)

Forse la nevicata, fra i fenomeni naturali, è quello che maggiormente ci mette in contatto con l'anima.
La lentezza con cui cade ci contamina e affascina, sospendendo un ritmo che spesso ci travolge.
Copre senza nascondere del tutto. Ci siamo ma possiamo anche non esserci.
Riflette e abbacina quando ritorna il sole, dissolvendosi poi col suo calore.
Ci ricorda così che nessun gelo dura per sempre.

Buona settimana
virginia

ps. Seguendo il tema del giappone, una storia poetica è raccontata nel libro “Neve” di Maxence Fermine (Bompiani, 2008) 
Oppure una poesia in musica la trovate qui sotto 


lunedì 28 ottobre 2013

Resistere al cambiamento


Evi qualche ora fa ha postato questa riflessione sulla pagina Facebook del Progetto Wonder Woman (se non lo conosci, clicca sul banner fb nella colonna qui a destra):

E di queste serate quale mi è piaciuta di più e quale di meno? E in quella che mi piaceva di meno cosa in specifico non mi è piaciuto? Quello che non mi è piaciuto ha a che fare con i meccanismi di difesa al mio cambiamento ? E se anche fosse stata " l'energia del gruppo", se siamo tutte collegate, cosa mi risuona in quell'energia?

L'ho vista come una buona occasione per scrivere qualcosa sulla paradossale tendenza a lasciare le cose così come sono, nonostante tutti gli sforzi e le manifestazioni di desiderio di cambiare.

A qualcuno sembrerà assurdo, ma la resistenza è un fenomeno pervasivo, è ciò che ci porta a mantenere lo status quo, anche se abbiamo voglia di trasformare ciò che percepiamo come catene, anche se ci vogliamo liberare di inutili pesi che portiamo da troppo tempo, e anche se con tutte noi stesse dichiariamo al mondo di voler cambiare.

Già Freud la definiva “il maggior ostacolo al lavoro terapeutico”, dato che si strutturava come vera e propria difesa dal cambiamento.

Perché? Cosa si cela dietro a questa insopprimibile tendenza?

Intanto vediamo come si manifesta.

Non solo in terapia ma nella nostra vita di tutti i giorni.

Negazione e opposizione. Ogni volta in cui vi trovate a opporvi con tutte voi stesse a una frase, un'affermazione o interpretazione di qualcuno su di un vostro atteggiamento o comportamento, ecco, lì dietro potrebbe celarsi una resistenza a vedere che anche quell'aspetto fa parte di voi.

Mancato ascolto. Quando all'improvviso vi ritrovate a pensare ad altro, oppure non vi ricordate ciò che una persona vi stava dicendo, soprattutto se si parlava di voi e di qualcosa che vi sta a cuore...

Perdita di interesse. Se avviene un mutamento di prospettiva, quando tutta l'attenzione che prima era verso una tematica, una persona, un'idea viene meno senza un motivo particolare, ma sentite che la vostra energia è sospinta altrove, può essere indizio di una resistenza in atto...

Reazioni emotive contro qualcosa o qualcuno. Inspiegabilmente vi trovate a provare una forte irritazione, oppure noia mortale, o ancora sentite l'inspiegabile impulso a fare qualcos'altro da ciò che state facendo... ma non riuscite a stabilire un motivo preciso che vi porta a comportarvi così. A volte questo modo di difendersi avviene sentendo la necessità di criticare un sentimento o comportamento altrui, quando ad esempio, un vissuto di un'amica ci porta ad allontanarla da noi, perché magari allontanando lei, allontaniamo anche il sentimento che rischia di risuonarci dentro...

Inoltre vi sono maniere ancora più subdole in cui le nostre difese inconsce filtrano furtive: magari attraverso sensi di colpa (“non posso affrontare questo problema, so che starebbe male e poi non me lo perdonerei”), ripetizione inconscia di copioni sempre uguali a se stessi (“sono consapevole che dovrei lasciar perdere ma è più forte di me, ci ricasco sempre...”) e infine con benefici secondari ottenuti dal perpetrarsi del problema (semplificando – che cosa ottenete dal permanere dello status quo? Qualcuno può avere l'attenzione, altre l'affetto e la cura, altre ancora il non sentire la solitudine ecc...) 
 
Ogni momento di consapevolezza porta una piccola o grande crisi di identità.

Lo scoprire di avere dentro di sé aspetti finora sconosciuti o per lo più rimossi (proprio perché alcune persone ci hanno ferite in altri tempi più remoti) porta a percepirsi di nuovo vulnerabili e fragili, verità dalla quale tutti cerchiamo di salvarci attraverso strategie che si stratificano in maniera originale negli anni della nostra vita.

Pur di non cadere di nuovo in quello stato di insicurezza siamo tentati di esacerbare quegli aspetti difensivi conosciuti, pur se disastrosi, perché il cambiamento ci fa più paura ancora.

In natura tutto è trasformazione ed evoluzione continua, mentre noi esseri umani ci arrocchiamo su convinzioni, atteggiamenti stereotipati e rigidità emotive.

Piuttosto che prendere in considerazione una via alternativa ci sediamo imbronciati dicendo che l'altro è un brutto cattivo che vuole ostacolarci.

Piuttosto che accogliere nuove parti che, oltre allo shock iniziale, possono portarci nuove forme di energia, preferiamo tenerci strette quelle prosciugate dal tempo, che ormai non hanno più risorse da offrirci.

Io non sono così.

Questo non mi appartiene.

È lui/lei quello sbagliato/a.

Non voglio pesantezza nella mia vita. Voglio solo stare bene.

Sono fatto/a così e non posso farci nulla...

potrei andare avanti all'infinito, ma è giusto per citare alcune frasi tipiche.
 
In realtà la stabilità è un'illusione.

Ma tutto ciò che è nuovo ci destabilizza e ci fa sentire incerti.

Allo stesso tempo ci costringe a lasciare emergere nuove forme di interazione con l'ambiente e con gli altri, che mai avremmo scoperto se tutto restasse sempre uguale a se stesso.

Se utilizziamo il nostro sguardo critico per conoscere meglio noi stessi, non sarà tempo speso invano, anche se abbiamo fatto una cosa che all'apparenza sembra non piacerci, o corrisponderci come vorremmo.

Non è detto che tutto ciò che conosciamo e che ci piace sia per sua natura buono e perenne.

Chiudo lasciandovi con una citazione per riflettere:

Gli uccelli nati in una gabbia, pensano che volare sia una malattia

(A. Jodorowsky)

Buona settimana

virginia

lunedì 14 ottobre 2013

Sul silenzio e la parola


 
Sarà che in questa settimana terrò ben due corsi sul rilassamento, così mi trovo a entrare in risonanza con l'argomento e i suoi presupposti.

Sarà che a volte sento la necessità fisica, impellente di assaporarlo con tutti i sensi, quando gli stimoli fuori sono invadenti.

Il silenzio è un isola felice. Almeno per me, in certi momenti.

Per molti è invece il vuoto, l'abbandono, la mancanza.

Per altri è l'imposizione, l'obbligo a tacere di fronte a chi è più forte di te e non permette repliche.

Per qualcuno può anche rappresentare una difesa, uno spazio privato dove trovare riparo.

Per un altro ancora è il modo alternativo per lottare.

Pensando a tutti coloro che narrano la loro storia a parole nella mia stanza, vado con la mente anche ai silenzi che hanno riempito lo spazio fra le pareti: silenzi densi oppure liquidi, silenzi duri come pietra e altri ricchi di commozione, silenzi falsi e altri più schiaccianti di mille parole...

silenzi pieni di respiri, silenzi in apnea, silenzi rotti dal pianto oppure come puntini sospesi, in cerca di risposte sfuggenti.

Proverò a tratteggiare parole sul silenzio, romanzando sulle storie di chi me lo ha raccontato:

Pensavo che tacere verità scomode potesse essere una forma silenziosa di rispetto dell'altro, poi ho scoperto che se avessi urlato a squarciagola avrei fatto meno male.

Credevo che chiudermi in un mutismo provocatorio avrebbe fatto accorrere gli altri, preoccupati perché non esprimevo il mio sentire. In realtà hanno sempre creduto che non avessi niente da dire, né tanto meno che riuscissi a percepire alcunché.


Quando gli chiedevo il perché di certi gesti, interpretavo i suoi silenzi come difficoltà a rivelarmi particolari che mi avrebbero permesso di comprendere, per perdonarlo ancora e ancora... Poi ho scoperto che non conosceva le risposte, non possedeva il dizionario emotivo per dare un senso al dolore, né il suo, né il mio.


I silenzi di mia figlia mi spaventavano. Frustrata non avevo appiglio che mi facesse da ponte fra me e lei... c'era un baratro e molte volte ho avuto la tentazione di caderci.
Le parole di mia mamma mi stordivano. Avevo bisogno di difendermi, costruire una trincea per ripararmi dalla sua ingombrante presenza nella mia vita.


Odio i silenzi. Entro in casa e accendo la tv, perché mi sembra di avere compagnia. In auto c'è la radio, al lavoro quel brusio di sottofondo mi culla. Non sopporto quando qualcuno mi guarda e non dice alcunché...


Amo quegli sguardi che dicono tutto. Adoro ritagliare spazi privati di riserbo e ovatta. Il silenzio nella mia casa dove creare un'oasi, un rifugio. Spegnere tutto e semplicemente stare.


Non ho mai potuto dire quello che volevo. Ho fatto del silenzio la mia virtù, non potendo fare delle grida il mio difetto. Oggi mi ritrovo a dover fare una logopedia delle emozioni: incapace di esprimere qualsiasi vissuto, per poter tornare a comunicare col mondo.


Quante sfaccettature ha il silenzio?

Spesso lo si vive solo in negativo, come l'assenza di suoni, parole, pensieri... mentre in realtà può nascondere immense ricchezze. Svelare aspetti di noi inaccessibili.

Viviamo in un mondo in cui ormai non esiste più nemmeno il silenzio della scrittura, dato che siamo continuamente interconnessi con il resto del mondo.

Entrare nel silenzio come dimensione, è un atto di volontà. Diventa una scelta. Sempre più ardua.

Perché entrare nel silenzio è fare un passo dentro se stessi, avere un'attenzione consapevole per quello che c'è dentro, invece che fuori.

Tutto quello che c'è. Ma soprattutto “come” c'è.

Non si può cercare il “vuoto” se prima non si è scandagliato e conosciuto il “pieno”.

Il silenzio interiore, chimera forse irraggiungibile, può avvicinarsi quando facciamo la pace con noi, accettando tutti i suoni che il nostro animo produce.


Fa' silenzio intorno a te, se vuoi udir cantare l'anima tua

A. Graf


buona settimana

virginia


Oceano di silenzio - F. Battiato 

lunedì 30 settembre 2013

La voce del corpo


 
 
Vi sono molti modi per “sentire” il proprio corpo.

Spesso siamo così abituate ad “usarlo” che ne ascoltiamo davvero i segnali solo quando ci manda qualche dolore o sintomo di malattia, oppure nell'estasi del piacere del rapporto d'amore.

Possiamo guardarlo attraverso lo specchio, con occhi di approvazione, di rifiuto o di sfida... Possiamo conoscerlo attraverso le mani altrui, quando ci concediamo un massaggio rigenerante, o quando il nostro partner ci accarezza in maniera tenera o appassionata....

Possiamo conoscerne le prestazioni quando lo impieghiamo nello sport, mezzo per superare i nostri limiti...

Possiamo pure far finta che non sia affar nostro, finché lui non si fa sentire...

Ne subiamo le trasformazioni nell'arco del tempo, a volte accorgendoci tutto d'un tratto che c'è qualcosa che non riconosciamo, qualcosa di più o di meno, o semplicemente diverso...

Possono essere milioni le sfumature di ascolto.

Possono essere altrettanti i tipi di relazioni che si vengono ad instaurare fra noi e questo prezioso strumento che ci permette di muoverci, trasformarci, entrare in contatto con il mondo, nutrirci, riposare, godere, soffrire...ma soprattutto Essere.

Nel nostro incessante ritmo giornaliero, ci strapazziamo come non mai, anche se ci sembra normale così... l'uso e abuso delle nostre energie mette a dura prova il nostro organismo, che lascia sedimentare su di sé qualsiasi esperienza.

Il nostro corpo racconta chi siamo.

Volenti o nolenti affidiamo a lui la custodia dei nostri più profondi stati d'animo, delle nostre tensioni interiori che si fanno muscoli e tendini tesi come corde di violino fino a renderci difficili certi movimenti.

Siamo nate per manifestarci come essere armonico, fluido e libero.

Spesso invece ci ritroviamo divise, bloccate o frenate nel movimento.

Ci imbarazza dare libero spazio al nostro corpo, perché troppo frequentemente siamo vincolate da compromessi o giudizi esterni: occorre recuperare lentamente la possibilità di sciogliersi, ognuna come preferisce.

La danza libera, apre a varie possibilità.

In base al tipo di musica si possono raggiungere differenti stati d'animo o cogliere delle difficoltà. Questo può portarci a chiudersi di nuovo o a porci domande per poter andare oltre, e scoprire parti di sé inesplorate.

Quando un bambino piccolo, che appena appena riesce a stare in piedi, sente la musica, comincia a seguire il ritmo... inevitabilmente... e quello è l'approccio più innocente col quale si può fare esperienza del piacere del movimento.

Per alcune, la danza diventa un modo per esprimersi e creare attraverso il corpo delle coreografie dell'anima. Per altre forse occorrerà più tempo, ma potrebbe essere una buona idea coltivare comunque una piccola abitudine come questa, anche il sabato mattina, mentre ci si dedica alle pulizie... farlo al ritmo di una musica che ci fa ridere il cuore e ci mette in connessione con la nostra donna primordiale (o bambina, come preferite!).

Un altro modo per entrare in contatto col corpo è l'esperienza del rilassamento.

Anche se ce ne stiamo sdraiate sul divano, a leggere un libro o guardare la tv, in realtà il nostro corpo non è mai completamente rilasciato. Possiamo aiutarlo in tal senso solo ponendo un'attenzione consapevole e silenziosa sulle sue varie parti, di modo da permettere loro di allentarsi pian piano. L'esercizio del rilassamento una volta appreso, è utilissimo e semplice da usare, per prendersi una pausa rigenerante, per addormentarsi meglio, per godere appieno del riposo dopo un'attività motoria.

Le forme di rilassamento praticate in maniera costante (anche 10min al giorno!) riescono a riequilibrare i nostri parametri vitali (circolazione, respiro, attività cerebrale) e quindi donano salute e benessere.

A me piace dare voce al corpo anche nella stanza di terapia, perché spesso il punto di vista della nostra parte materica rimanda a memorie inaccessibili dal semplice verbo.

Riuscire ad entrare in un contatto profondo con il proprio corpo rappresenta una via d'accesso alla comprensione di sé, qualsiasi sia la strada che scegliate.

Ogni volta che succede qualcosa, provate a fermarvi e osservare la vostra postura, i movimenti, come il corpo partecipa in un dialogo... vi darà sicuramente delle nuove chiavi di lettura degli eventi.


Buona settimana

virginia

lunedì 18 febbraio 2013

il sabotatore interiore




incontro n.1
Annalisa: “sono qui perché ormai non riesco più a fare niente. Vivo bloccata e terrorizzata dal prendere qualsiasi iniziativa”
Marco: “non riesco a lasciarmi andare, sento sempre che gli altri mi stanno giudicando per quello che faccio o dico”

Maria: “la mia vita è uno schifo, non credo più a nulla, le persone sono tutte meschine e cattive”

[…]
incontro n. 10
Annalisa: “ogni volta che mi appresto a fare qualcosa, è come se ci fosse una voce dentro di me che mi dice – ma cosa ti sei messa in testa... non ci riuscirai mai, non sei brava abbastanza – e così qualsiasi mia decisione viene bloccata in partenza, perché mi sembra impossibile riuscire a realizzare quello che desidero, anche se è qualcosa di semplice, ma solo diverso dal solito”
Marco: “è come se sentissi una presenza costante che mi giudica, mi osserva biasimandomi fino a criticare tutto quello che faccio, una sorta di Grande Fratello che mi tiene sotto tiro, arrivando fino a boicottarmi nei pensieri, perché a volte ritengo anche di non potermi permettere neppure di fantasticare su certe cose, dato che è qualcosa che non si fa
Maria: “quando mi accade un evento bello, vivo nel terrore che possa accadere qualcosa di brutto, che la situazione si capovolga da un momento all'altro e io torni nel mio normale stato di insoddisfazione. Un pensiero insistente mi assale quando tutto scorre liscio: non te lo meriti! So che è assurdo e ci sono giorni che mi ribello con forza a questo automatismo, ma poi non posso farne a meno, perché nella mia vita niente è mai andato come doveva andare e ormai ci ho quasi fatto l'abitudine.”
 

incontro n. 11

Annalisa: “ci ho pensato, sai, al sabotatore, a questo personaggio interiore che mi porto sempre dietro e mi boicotta... il mio si chiama “Ernesto”, immagino che faccia il professore, un tuttologo, di quelli che ti fanno sempre sentire inferiore... ah, si, e ho anche pensato a quando è nato dentro di me. Credo sia nato quando mia madre mi diceva sempre di guardare a mio fratello maggiore, lui si che era bravo, esperto, preparato, lui era il modello da seguire ma anche la perfezione, quindi io non ero mai all'altezza...”
Marco: “l'ho smascherato sai, quel Grande Fratello! Ci ho pensato a quale personaggio si nasconde dietro quell'occhio che tutto giudica... credo che venga dal collegio dove ho passato gran parte della mia infanzia...lì eravamo trattati come signorini inamidati, ligi alle regole dei religiosi che ci istruivano, ma lì mancava qualsiasi esperienza d'affetto. Ci sono entrato a sei anni e uscito a venti.  L'unico modo che avevo per farmi benvolere era essere irreprensibile, per lo meno avrei avuto qualche parola di elogio. Ma forse, nella mia mente di bambino di allora, avevo attribuito a quell'istituzione un potere enorme, anche quello di potermi vedere dentro – attenti a peccare! Dio vi vede in ogni momento! – intimava il padre confessore, così ancora oggi, non sono libero di pensare o desiderare fuori dai canoni, che immagino le reazioni sdegnate degli altri.
 
Maria: “è doloroso pensare che in tutto questo tempo mi sono rovinata la vita da sola, succube di un mostriciattolo che viene da chissà dove nel mio passato e che si ostina a impedirmi di essere felice. Io l'ho chiamato la “sanguisuga” perché sento che quando emerge mi succhia tutta la linfa vitale, tutto diventa nero, difficile, e io cado in preda a un pessimismo cosmico... quando è nato? Non lo so, è talmente subdolo che ancora faccio fatica a credere che possa esistere nel mio mondo interiore qualcosa di simile... qualcosa che rema contro la mia volontà (o forse lo so, ma è ancora troppo difficile ammetterlo)”


Ho voluto iniziare creando delle ipotetiche storie di terapia**, per parlarvi di un personaggio scomodo, una subpersonalità – in termini psicosintetici – che impedisce il benessere della maggioranza delle persone, in maniere diverse e con gradi differenti di disagio.

Credo che nella nostra vita, tutti abbiamo avuto esperienza degli effetti del sabotatore interiore, anche se solo in un periodo oppure in un settore dell'esistenza, o in certi tipi di relazioni interpersonali.

Le storie di Annalisa, Marco e Maria ci forniscono solo alcuni esempi, ma i modi in cui possiamo impedirci di stare bene sono innumerevoli, a volte anche paradossali!

Roberto Assagioli invitava a trovare i diversi personaggi che abitano il nostro animo molteplice (per approfondire questo tema, clicca qui e qui) in modo da ampliare la nostra conoscenza dei meccanismi che ci permettono di entrare in comunicazione col mondo.

Il sabotatore, come ci dice la storia di Maria, è subdolo e nascosto, è faticoso riconoscerlo, perché ci identifichiamo con lui, di modo da lasciargli prendere il sopravvento. Quando stiliamo l'elenco cosciente delle nostre subpersonalità non lo inseriamo quasi mai subito, perché spesso dimora nell'inconscio e agisce a nostra insaputa, fondando convinzioni limitanti, emozioni negative e atteggiamenti disfunzionali.

Il riconoscerlo funziona da primo fondamentale passo verso il cambiamento, perché attraverso un'osservazione consapevole lo si può anche tenere sotto controllo.

Una volta smascherato è possibile relativizzare la sua influenza, rendere oggettivo quello che fino ad ora ci è parso “la verità” e iniziare a vedere le cose da altri punti di vista.

Gli incontri dei nostri ipotetici pazienti non finiscono qui, a volte è necessario un approfondimento e un'integrazione di quanto scoperto durante le sedute, ma queste poche righe ci hanno permesso di scoprire che il dare un nome al sabotatore, ricostruirne la storia, conoscerne i bisogni nascosti può permettere davvero di invertire il processo negativo e dirigere le proprie energie verso un ritrovato benessere.

Adesso tocca a voi, ogni volta che vi trovate a tentennare di fronte a qualcosa, a fare il contrario di quello che vorreste, o a non affrontare qualcosa che vi sta a cuore, chiedetevi “quale mio auto-sabotatore sta agendo in questo momento?”
Buona settimana

virginia

** I nomi, i dialoghi e le storie sono puro frutto di fantasia

lunedì 4 febbraio 2013

La difficile arte dell'ascolto


 
 
La mia professione ha come presupposto fondamentale la capacità di ascolto, preziosa e delicata arte che coinvolge, trasporta, permette di entrare in punta di piedi nelle emozioni dell'altro, in una vita che fino a poco tempo prima era straniera ed ora è così intima, svelata , riconoscibile a se stessa anche grazie al mio sguardo.

Si, avete capito bene, ho detto sguardo, non solo orecchio.

Perché, quando ci si accinge ad ascoltare qualcuno, lo si può fare ponendo l'attenzione alle sole parole, alla storia, ai dettagli, oppure ampliare l'orizzonte ed includere gli occhi, la testa, la pancia, il corpo tutto.

Si può “sentire” ma non ascoltare. Si può ascoltare ma non “sentire”.

Per comprendere davvero qualcuno è necessario ascoltare e sentire insieme, partecipare in maniera globale a quello che sta succedendo, dentro e fuori, in noi e in lui/lei.

Nella vita di tutti i giorni molte sono le occasioni per ascoltare davvero.

Sicuramente è necessario scegliere e selezionare le situazioni, i luoghi e le persone – non possiamo pretendere di essere sempre presenti ed empatici in assoluto! - per poter dedicare un'attenzione amorevole a chi ci sta a cuore.

Non importa che stiate affrontando una divergenza di opinione al lavoro, un conflitto in famiglia, un confronto col partner, una confidenza di un figlio o uno sfogo di un'amica: il punto fondamentale è esser-ci.

La presenza è ciò che fa la differenza fra un dialogo profondo e uno superficiale.

Presenza significa essere sinceramente interessati a quello che sta accadendo, anche se muove dentro delle emozioni contrastanti, se risveglia sentimenti sopiti, se allude a ricordi personali dolorosi o esperienze elettrizzanti.

Presenza è riconoscere tutte queste cose e nonostante tutto restare in quell'incontro, senza assecondare l'impulso che porterebbe a fuggire via, con le gambe o anche con la mente, cercando pensieri più docili da sostenere.

È difficile tacere, imbrigliare il tumulto che si agita dentro, donare sollievo in qualche modo a quell'ansia che attanaglia, non importa se te o lui.

Altrettanto difficile non aprire la bocca e prendere il sopravvento sull'altro, raccontando di te, agganciandoti a un ricordo meraviglioso simile al suo, prendendo il posto sul palcoscenico della gioia, fuori dal tuo turno.

Fondamentale è esser-ci: essere con l'altro, in quel preciso momento, in quel preciso luogo, dentro quelle parole o quei silenzi, dentro a quegli occhi che cercano risposte, inesorabili, o riflessi in quei sorrisi che aprono le porte di mille nuove speranze.

Quando ascolti puoi essere uno specchio.

Rimandare un'immagine cristallina oppure distorta, opaca o accecante.

Occorre essere obiettivi.

Aiutare l'altro a trovare la sua strada, la sua versione, attraverso una chiarificazione di quello che gli accade dentro, ma senza perdere di vista te stessa, il tuo sentire, i tuoi punti fermi.

Una volta, una ragazzina, che oggi è “quasi” una donna, mi ha insegnato un modo di dire che può aiutarci a comprendere.

Parlando di un'altra persona affermò: non mi capisce, legge solo dal suo libro.

Ovvero, non è disposta a cambiare punto di vista, interpreta il mondo secondo criteri irrevocabili, scritti sulle pagine del suo libro immaginario, depositario della verità, unico riferimento per capire (o non capire) gli altri.

Quindi un'altra necessaria caratteristica dell'ascolto è la flessibilità.

Se vuoi ascoltare davvero, occorre accettare, almeno in un primo momento che ciò che l'altro ti sta dicendo può essere plausibile, che nella sua concezione delle cose è una sofferenza o una cosa estremamente importante, accogliendo tutto ciò che questo comporta.

Se lo inquadri già nella griglia dei tuoi valori, pregiudizi o lo banalizzi, relativizzandolo, non aiuti l'altro a uscire dall'impasse, anzi, può essere che tu lo faccia sentire ancora di più in difficoltà, anche se il tuo intento era all'opposto.

Quando qualcuno ti chiede di ascoltarlo, so che può sembrare strano, ma a volte si aspetta “solo” quello. A volte ha bisogno di esprimere quello che pensa o che prova, a voce alta, magari raccontare le paure per poterle finalmente vedere, condividere una gioia perché si espanda e duri nel tempo. Essere in due fa da cassa di risonanza quando siamo felici, contiene e ripara quando siamo tristi.

Molti teorici affermano che più del dolore e della sofferenza, fa male la solitudine nel dolore e la sofferenza. Sapere che qualcuno ti ascolta è già un sollievo.

Non è sempre necessario trovare soluzioni ai problemi.

Se gli dai consigli risolutori è probabile che non ti ascolti.

La risposta arriva dentro ciascuno, quando le domande hanno trovato terreno fertile dove germogliare.

Voi potete essere quel terreno. Accogliente, umile, paziente e generoso.


Termino con uno scritto di un autore anonimo che si intitola “Listen” (Ascolta).

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli,

non fai ciò che ti chiedo.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo, calpesti le mie sensazioni.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover fare qualcosa per risolvere i miei problemi, mi deludi, anche se questo può sembrare strano.

Forse per questo la preghiera funziona, per molti.

Perché Dio è muto, non dà consigli, né prova ad aggiustare le cose.

Semplicemente, ascolta e confida che tu risolva da solo.

Quindi ti prego, ascolta e sentimi.

E se desideri parlare, aspetta qualche istante il tuo turno

e ti prometto che ascolterò.

Buona settimana

virginia


domenica 2 dicembre 2012

Sguardi e confini


Christina's world - A. Whyet


Ciò che è fuori è anche dentro;
e ciò che non è dentro non è da nessuna parte.
Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori.
E’ inutile andare a cercare nel mondo
quel che non si riesce a trovare dentro di sé.
T. Terzani – Un altro giro di giostra


Sono stata finalmente a vedere la mostra alla Basilica Palladiana “Da Raffaello a Picasso. Storie di sguardi, volti e figure”.

Le mie visite a musei e mostre temporanee suscitano sempre qualche spunto di scrittura e anche questa volta, tra opere di una bellezza incommensurabile, appese su un riposante color malva, c'è n'è stata qualcuna che ha fatto breccia più di altre: sono stati gli ultimi due quadri, a pochi passi dall'uscita, verso il meraviglioso loggiato che si affaccia su Piazza dei Signori.

Sono opere di un pittore americano scomparso recentemente, Andrew Whyet.

Chambered Nautilus - A. Whyet

Christina Olson - A. Whyet


Dove si posa lo sguardo di queste due donne?

Sono immobili ma sono altrove. Sono dentro ma anche fuori.

Inducono a porsi domande. Sono tese verso l'infinito.

Cosa vogliono? Cosa cercano? Che senso ha la loro vita?

Entrambe mi fanno pensare che siano assorte in una ricerca, di significato e di sogno.

Quante donne che ascolto sono in questo equilibrio precario.

Accompagno i loro sguardi e li vedo posarsi in molti luoghi.

Alcune stanche di essere dove sono, cercano nuovi lidi cui approdare.

Altre in cerca di senso, trovano punti fermi per restare.

Altre ancora si posano inquiete su interrogativi, per donare certezze alle maree interiori che da troppo tempo si infrangono sulle rive delle loro anime.

Poi ci sono quelle che portano sguardi altrui, lame taglienti che segnano confini.

In ogni caso i loro occhi non si limitano a posarsi solo su ciò che già hanno davanti.

Esplorano verità nascoste, oltre i limiti prestabiliti dalle convenzioni, dai pregiudizi, dai dover essere.

La mia stanza diventa così una finestra sul mondo, quello fuori, ma soprattutto quello dentro.

A volte ci si affaccia e non si scorge alcuna luce.

Altre volte si resta abbagliate.

Col tempo si impara a cercare, osservare, trovare.

Trovare conforto nel tiepido sole che scalda.

Lasciarsi inondare da una brezza sottile portatrice di liete novelle.

Scorgere la vita in un dettaglio fra quattro mura che fino ad allora sembrava nascosto.
 
Con lo sguardo puoi donare attenzione o toglierla. Riconoscere o riconoscerti.

Accettare che non tutto ciò che riluce è prezioso.

E non tutto quello che è ombra è dolore.

 
Buona settimana

virginia

[ps. Christina Olson era una vicina di Whyet che per una malattia non ha mai potuto camminare, ma si spostava trascinandosi  a terra con la forza delle braccia. L'altra donna era sua suocera, costretta a letto da una malattia. In entrambi i casi il pittore ci mostra la bellezza e la dignità di ogni vita, nel virtuosismo della verità così com'è, senza romanticismo.]