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lunedì 16 gennaio 2017

La neve se ne frega



Lo scorso giovedì sono uscita dallo studio e ad attendermi fuori dalla porta c'erano milioni di fiocchi ghiacciati che scendevano lenti lenti dal cielo.
L' impatto è stato quello che si ha ogni volta che cade la prima neve: un senso di stupore e smarrimento insieme, perché quel bianco improvviso altera i punti di riferimento di un paesaggio conosciuto.
Anche Golem si guardava in giro un po' frastornato, col naso all'insù a cogliere i nuovi odori che quell'aria lattiginosa portava con sé.

È stato un viaggio di ritorno a casa diverso dal solito, la mezz'ora è diventata quasi un'ora, la strada conosciuta, ma piena di dislivelli, l'ho modificata con un'altra più sicura, il telefono che di solito mi permette di sentire voci amiche ha lasciato spazio alla musica, perfetto sottofondo per una serie di riflessioni su quel momento magico.

La neve ci concede (e ci obbliga) a rivedere alcuni aspetti della nostra esistenza che di solito viviamo in automatico.
Per prima cosa il tempo.
Mentre la nostra parte infantile reagisce sempre con meraviglia alla nevicata, la parte adulta ne vede subito dopo le rotture, i disagi, la perdita di tempo prezioso appunto.
Abbiamo la percezione che questa corsa a perdifiato che è la nostra quotidianità venga irrimediabilmente danneggiata da questa scocciatura metereologica.
Il dato oggettivo è sicuramente che subiamo una alterazione alla normale routine, che siamo costretti ad annullare qualche appuntamento, magari a non andare al lavoro, oppure ad andarci di più (penso ai manutentori delle strade) ma alla fine non è niente di inaffrontabile o irreparabile.
Per alcuni può addirittura rappresentare la possibilità di una pausa, un momento da dedicarsi.

Poi l'attenzione.
Camminare sotto la neve ci porta a dover essere cauti sui nostri passi per non cadere o scivolare, per non affondare e trovare qualcosa di inaspettato.
Ci fa muovere passi in un territorio che diventa sconosciuto anche se lo sappiamo a memoria.
Ma anche ci fa osservare diversamente quello che ci circonda.
Tutto si trasforma: i colori, gli spessori, le consistenze, i suoni.
Il riflesso candido porta a osservare di più, perché anche un ambiente cittadino, ricoperto dal manto bianco, sembra più vicino alla natura, spettacolo unico ai nostri occhi abituati all'asfalto e cemento.

E dall'osservare fuori, è inevitabile farlo anche dentro, dunque infine arrivare all' l'introspezione.
Passeggiare o guidare sotto la neve ci avvicina a noi stessi, ci fa guardare con calma ciò che si muove dentro, perché l'atmosfera ovattata permette il risuonare dei vissuti.
Ci sono volte in cui il freddo fuori rispecchia quello interiore, momenti difficili che vanno attraversati con cautela, altre in cui all'esterno ci sono temperature polari ma sei talmente pervaso da un fuoco interiore che tutto è relativo.
Oppure semplicemente vorresti che quel momento restasse eterno, coi fiocchi che scendono e impediscono al tempo di proseguire.
A mio avviso, i poeti che maggiormente riescono a dare testimonianza di questa unione fra l'uomo le emozioni e la natura sono i maestri degli Haiku giapponesi.
Versi semplici che con poche parole riescono a sintetizzare immagini sublimi.

Musica di neve
grillo d'inverno
sotto i miei passi
(Yuko)

Solo perché esisto
sono qui
tra la neve che cade
(Issa)

Forse la nevicata, fra i fenomeni naturali, è quello che maggiormente ci mette in contatto con l'anima.
La lentezza con cui cade ci contamina e affascina, sospendendo un ritmo che spesso ci travolge.
Copre senza nascondere del tutto. Ci siamo ma possiamo anche non esserci.
Riflette e abbacina quando ritorna il sole, dissolvendosi poi col suo calore.
Ci ricorda così che nessun gelo dura per sempre.

Buona settimana
virginia

ps. Seguendo il tema del giappone, una storia poetica è raccontata nel libro “Neve” di Maxence Fermine (Bompiani, 2008) 
Oppure una poesia in musica la trovate qui sotto 


lunedì 7 novembre 2016

il coraggio di una vita autentica



Sarà perché sto leggendo il libro “Così è la vita” di Concita De Gregorio (che vi consiglio, perché parla in maniera lieve e poetica dell'argomento profondo e doloroso che è la morte) o forse perché non dimentico mai gli anni di lavoro nel reparto dei morenti quando mi trovo a fare i conti con tutte le altre sofferenze quotidiane dei viventi – non tralasciando mai di portare testimonianze di significato di ciò che ho appreso in quei giorni ospedalieri – o forse è solo per questo week end piovoso che mi porta a riflessioni sfumate di grigio, che mi trovo a scrivere oggi sul senso del vivere.

Spesso mi interrogo, se dietro all'apparente ricerca della soluzione di un problema o di un sintomo, in realtà la terapia non sia altro che un continuo tentativo di trovare un significato a quell'insieme di eventi, persone, vissuti e azioni che solo alla fine potremo chiamare la “nostra” unica e irripetibile vita.
Ritengo che l'obiettivo finale di qualsiasi terapia sia quello di riuscire a vivere più pienamente la propria identità, ovvero vivere riuscendo ad essere se stessi, senza lasciarsi bloccare o frenare da aspetti interiori boicottanti.
Vivere e non sopravvivere.

Se dovessi riassumere in tre frasi le parole che maggiormente ho ascoltato in quelle corsie ospedaliere di cui vi parlavo poco sopra, sarebbero:
  • Ho dedicato poco tempo a me e troppo agli altri, mettendo i miei bisogni sempre dopo i loro
  • Ho lavorato molto ma mi accorgo che ho perso tante altre cose importanti della vita
  • Non ho coltivato i miei rapporti come avrei desiderato: ci sono molte cose che non ho detto o non ho fatto, pensando di avere sempre tempo per farlo

Questi temi sono spesso oggetto di riflessione nella stanza di terapia, ma mai li ho trovati così importanti e urgenti come nel momento della malattia o della fine.
Quindi mi chiedo: perché dobbiamo necessariamente attendere il bilancio definitivo per rendersi conto che qualcosa sarebbe potuto essere altrimenti?
Non è possibile rendere oggi la nostra vita più piena e auto-realizzativa?
Per farlo è necessario operare delle scelte.
E quando dico questo alle persone che siedono davanti a me, mi ritrovo occhi perplessi e smarriti che mi fissano lasciando trapelare timori da cataclisma.
In realtà non mi riferisco a cambiamenti radicali o colpi di testa.

“la vita vera è vissuta quando vengono fatte le piccole scelte. Ma è solo con i cambiamenti infinitesimali, quelli che nessun altro percepisce, che hai la speranza della trasformazione” (Lev Tolstoj)

Il cambiamento vero e duraturo è paziente e costante, è un processo, non un atto.
L'atto arriva solo quando tutto dentro è pronto per il grande passo, e in quel momento sarà così spontaneo e naturale che vi stupirà, perché quell'azione sarà il gesto della nuova persona che siete diventati, non quello disperato di chi eravate prima.
E se state facendo qualcosa di intimamente affine alla vostra anima, qualcosa che appaga profondamente i vostri desideri, anche il tempo sarà relativo.
L'importante è sentirsi vivi durante il viaggio, perché niente vada sprecato.

Non scegli come morire. O quando.
Puoi solo decidere come vivere. Ora.
(Joan Baez)

buona settimana
virginia 

lunedì 28 dicembre 2015

Che cosa hai imparato nell'anno appena trascorso?



Questo è il penultimo post del 2015.
Negli ultimi giorni prima delle vacanze di Natale, nella mia stanza di terapia si parla spesso di bilanci e riepiloghi, per fare il punto del lavoro fatto insieme e per riflettere sulle esperienze avvenute nell'anno che sta per finire.
È un momento che piace molto quando lo propongo, perché tutti sappiamo cosa è successo, ma non abbiamo mai il tempo di fermarci con la consapevolezza di uno sguardo più ampio, attento e partecipe: tendiamo sempre a guardare oltre, ma in questo modo perdiamo il valore di ciò che abbiamo ottenuto e raggiunto.

Così oggi propongo anche a voi un esercizio di riflessione, una variante della visualizzazione guidata che faccio in terapia, ma che può essere altrettanto valida per guardarci dentro.

Prendi un foglio bianco.
Pensa a quest'anno e individua tre esperienze che secondo te sono state significative e importanti, in positivo o in negativo (eventi che ti hanno segnato, persone che hai incontrato, intuizioni o progetti che hai intrapreso ecc...).
Annotale sul foglio e poi, per ciascuna di esse individua almeno due aggettivi che descrivano come hai reagito, come ti sei comportato, quali aspetti di te hanno prevalso.
Successivamente cerca di riflettere se relativamente a questi eventi sono emersi anche alcuni tuoi modi di essere che hai scoperto e che non conoscevi, se ti sei concesso/a di agire uscendo da copioni conosciuti o stereotipati, se ti sei lasciato/a aiutare da qualcuno ad esplorare nuove modalità più costruttive o semplicemente ti sei accorto/a di aver risposto spontaneamente con risorse nuove e inaspettate.
Definisci ciascuna scoperta con una parola o aggettivo che la qualifichi.
(Es. se di solito reagivi a un evento difficile chiudendoti a riccio e hai sperimentato la possibilità di parlare apertamente con qualcuno di fiducia, la parola potrebbe essere “condivisione” o “incontro” o “apertura”).
Nel caso in cui non trovassi alcun comportamento nuovo, prova a immaginare in quale altro modo ti sarebbe piaciuto comportarti, e poi crea la parola a partire da qui, come se tu lo avessi fatto.

Le parole individuate, potrebbero essere i concetti evocatori di trasformazione da portare con te nel nuovo anno, secondo la tecnica delle parole evocatrici della Psicosintesi (qui).
Si tratta di nuovi semi di cambiamento, da coltivare giorno per giorno, da espandere in nuove aree della vita, per permettere alla tua personalità di essere più ricca e armoniosa.

Se vuoi continuare a lavorarci in maniera più creativa, potresti creare un collage a tema, ritagliando immagini che evochino ogni concetto nel tuo immaginario e porre questo quadretto in un posto visibile, di modo che lavori sul subconscio anche quando non ci fai attenzione.

Spero di avervi dato spunti interessanti per finire il 2015, trattenendo gli insegnamenti che la vita ci dona, e allo stesso tempo per iniziare al meglio l'anno che verrà.

Prima di qualunque cambiamento
poniti queste semplici domande:
1) Perché sono qui?
2) Vale la pena di restare?
                                    (G.I. Gurdjieff)

Buona settimana
virginia

venerdì 12 giugno 2015

parole per l'anima #18


Riesci a ricordare chi eri 
prima che il mondo ti dicesse
chi dovevi essere? 

Le parole di oggi, più che una citazione per riflettere, sono una domanda aperta verso nuove possibilità (non perdetevi dunque la seconda parte giovedì prossimo!) 
In un gioco di parole potrei dirvi che questa domanda è la risposta che potrei dare nella stanza di terapia quando qualcuno - con aria smarrita - arriva a chiedere: "allora io chi sono?" 
Perché in un percorso terapeutico, almeno all'inizio, è normale percepire la confusione determinata dal disagio che ha condotto lì, ma anche dal cominciare a mettere in discussione quelle che fino a poco tempo prima venivano definite "certezze". 


L'immagine di sé è stata costruita nell'incontro col mondo e con gli altri, a volte anche a scapito della propria vera natura, così può accadere che ad un certo punto si percepisca forte la necessità di una metamorfosi,  che però conduca - contrariamente a Gregor Samsa (nell'allegorico romanzo di Kafka) -  verso la vita invece che verso la morte di se stessi.  


L'influenza del mondo può manifestarsi in proibizioni e soprusi altrui... 


Oppure nel nostro accondiscendere e farsi "carine" per essere accettate... 


Oggi vi chiedo di andare in fondo a voi stesse e riprendere contatto con bisogni e desideri, 
per cominciare a recuperare le energie che sono la chiave della trasformazione e dell'amore di sé.
(se volete ulteriori spunti per rispondere a questa domanda potete leggere anche qui , qui e qui )


buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest )
- le trovi sul mio profilo cliccando nel banner qui a lato - 

lunedì 8 giugno 2015

“L'insostenibile leggerezza dell'essere” (ancora sul narcisismo patologico)



Ieri la mia amica Sara ha pubblicato un post sui dettagli di cui amiamo circondarci nelle nostre case (lo trovi qui).
Come lei ha notato, i dettagli sono delle forti connotazioni della nostra personalità e unicità che mostriamo anche semplicemente adornando le abitazioni.

Leggendo il suo post (e forse influenzata dal tema delle parole per l'anima di giovedi - qui) mi è venuto in mente un fondamentale passaggio del magistrale libro “L'insostenibile leggerezza dell'essere” (1985), in cui Kundera descrive il “criterio” con cui Tomàš cerca in maniera coatta di fare sesso con moltissime donne:

Non è ossessionato dalle donne, ma da quello che in ciascuna di esse c'è di inimmaginabile, in altre parole, è ossessionato da quel milionesimo di diversità che distingue una donna dalle altre donne.

[…] e poi, l'inseguimento dell'inimmaginabile non termina con la scoperta della nudità, va oltre: come si comporterà con lui quando l'avrà spogliata? Che cosa dirà facendo l'amore? Che tono avranno i suoi sospiri? Che spasmo contrarrà il suo viso nell'istante di piacere?
Ciò che l'io ha di unico si cela appunto in ciò che l'uomo ha di inimmaginabile. Noi possiamo immaginarci solo ciò che nelle persone è uguale, ciò che è comune. L'io individuale è ciò che si differenzia dal generale, quindi ciò che non si può indovinare o calcolare in precedenza, ciò che nell'altro si deve svelare, scoprire, conquistare.
(Milan Kundera, op. cit. pag. 203-204)


Il personaggio creato da Kundera vuole impadronirsi di questi dettagli che fanno la differenza e diventa così un “collezionista di curiosità” finendo per rendere oggetti le donne che le posseggono.
L'unica cui rimane legato è Tereza, ma solo perché ai suoi occhi apparirà sempre come un cucciolo abbandonato, qualcuno da proteggere, arrivata a lui grazie a sei stupide coincidenze, ma che comunque umilierà per tutta la vita, tradendola ad ogni occasione.

Kundera distingue in due categorie gli uomini che inseguono una moltitudine di donne (oggi però, con la maggiore libertà di costumi, si potrebbe ampliare il discorso anche al femminile):

gli uni cercano in tutte le donne la donna dei loro sogni, un'idea soggettiva e sempre uguale.
Gli altri sono mossi dal desiderio di impadronirsi dell'infinita varietà del mondo femminile oggettivo.
L'ossessione dei primi è la lirica: nelle donne essi cercano se stessi, il proprio ideale, e sono sempre e continuamente delusi perché l'ideale, com'è noto, è ciò che non è mai possibile trovare.
[…]
l'altra ossessione è un'ossessione epica e in essa le donne non trovano nulla di commovente: l'uomo non proietta sulle donne alcun ideale soggettivo, perciò ogni cosa lo interessa e nulla può deluderlo.
(op. cit. pag. 205)

E' chiaro che in entrambi i casi si tratta di modi per non scegliere mai un oggetto d'amore esclusivo e appagante, riconosciuto e amato come altro da sé.
Sono due modalità attraverso le quali si esplica un aspetto narcisistico della personalità.
Da una parte la ricerca di un altro se stesso – proprio come capitato al Narciso del mito, innamorato del suo riflesso sull'acqua – per riconoscersi e amarsi attraverso di lui/lei e rinforzare la propria vacillante autostima, e dall'altra l'impossessamento della diversità altrui per avere l'illusione di poter essere e avere tutto, in una versione più aggressiva e distruttiva dell'altro per poter placare il proprio senso (inconscio) di impotenza.

La nostra società, sta virando verso una narcisizzazione ( ne avevo parlato anche qui) una corsa all'avere per essere, a impossessarsi di qualcosa o qualcuno per riuscire a sentire di esistere, in una eterna corsa alla (pseudo)libertà, all'eterna possibilità.
Mai come oggi risulta attuale “l'insostenibile leggerezza dell'essere”, perché nel nostro tempo si consuma il “dramma della leggerezza”, del quale purtroppo la maggioranza degli attori resterà inconsapevole.
Le donne e gli uomini come Tomàš generano vittime sulla loro strada, le uniche però che dopo un lavoro su di sé possono uscire dalla condizione di oggetti e recuperare per se stessi la consapevolezza di essere soggetti.
I seduttori e le seduttrici epiche possono restare collezionisti per tutta la loro vita, inseguendo, come su una ruota da criceti, l'impossibile.

Una persona può tradire i genitori, il marito, l'amore, la patria, ma quando poi non ci sono più né genitori, né marito, né amore, né patria, che cosa resterà da tradire?
(op.cit. Pag. 128)
Vi lascio continuare la riflessione con le parole di C.G. Jung

Ogni amore vero e profondo è un sacrificio.
Si sacrificano le proprie possibilità, o meglio, l'illusione di avere delle possibilità.

Buona settimana
virginia

lunedì 1 giugno 2015

Keep calm and... RELAX °°2°°



Allora, com'è andata in questo mese di respiri e consapevolezze?
(se vi siete persi la prima parte la trovate qui)
Se siete riusciti a educare la vostra attenzione grazie ai suggerimenti di maggio, è arrivato il momento di dedicarci al rilassamento dell'apparato muscolo-scheletrico.
Il nostro corpo ci può dare alcuni importanti segnali di stress, che opportunamente mediati possono contribuire a sentirsi meglio anche durante le attività quotidiane.

Quando siamo “stressati” tutto il nostro sistema muscolare è in uno stato di continua attivazione e tensione, perché deve essere pronto a una risposta immediata in caso di necessità.
Questa eventuale reazione biologica nasce grazie all'amigdala – parte del nostro cervello emotivo che elabora la paura – la quale invia impulsi all'ipotalamo che a sua volta attiva il sistema nervoso simpatico e fa mettere in tensione i muscoli, per scappare di fronte a un pericolo o attaccare il nemico.
Questi meccanismi arcaici, risalenti a quando eravamo in mezzo alla giungla, possono sembrare anacronistici oggi, ma in realtà, il nostro organismo reagisce ancora secondo schemi elementari, sia che ci sia un animale feroce che ci insegue o che ci sia il capoufficio che fa continue vessazioni o anche se abbiamo una preoccupazione che non ci fa dormire la notte.
Tutto il nostro corpo è teso e pronto a una risposta (attacco o fuga).
Quindi in generale la risposta di stress nasce come processo adattivo a un imprevisto, a un evento che modifica il corso delle cose.
Nei casi più gravi e cronici, quando le paure risalgono a periodi vulnerabili della nostra vita, nei quali non ci sentivamo in grado né di attaccare né di fuggire (pensiamo a un bambino maltrattato in famiglia) il sistema neurologico assume un comportamento di blocco totale: proprio come l'animale che cerca di mimetizzarsi o fare il morto di fronte a un pericolo troppo grande.
Questo blocco può rivelarsi con tensioni della postura, con rigidità del diaframma, fino ad arrivare a somatizzazioni importanti anche a carico delle funzionalità biologiche.
Questo ha ripercussioni grandissime sul corpo e sulla capacità della persona di reagire agli eventi stressanti, perché l'apprendimento precoce tenderà a riprodursi in tutte le situazioni vissute come analoghe, anche da adulto.

In questo quadro anche le psicopatologie rivelano il loro iniziale valore adattivo.
Ad es. una forma depressiva potrebbe derivare dal bisogno di essere sottomessi per aumentare la sopravvivenza in una situazione di minaccia incontrollabile;
un'ansia cronica potrebbe essere nata come controllo necessario dell'atteggiamento altrui, per capire se si tratta di un pericolo o meno;
anche la rabbia e un comportamento oppositivo possono essere spiegati come reazione difensiva a una minaccia che si è fissata e generalizzata.

Perché vi ho raccontato questa premessa?
Perché adesso vi chiederò di fare attenzione alle vostre spalle e di sentirle “pesanti”.
Sono sicura che si sono abbassate di qualche centimetro.
Questa è la “riprova” della continua attivazione cui è sottoposto il nostro corpo, anche se magari siamo sul divano a leggere...
Le nostre spalle cronicamente sollevate sono come il pelo dritto sulla schiena del gatto quando ha paura. Solo che non ce ne accorgiamo più, perché in una vita di mille cose da fare, di tempi velocissimi e relazioni imprevedibili, ci abituiamo a essere sempre “pronti” a reagire in ogni situazione.
A cosa serve questa scoperta? Ogni volta che sarete dedite a rimuginare su qualche aspetto della vostra vita che vi fa preoccupare, l'esercizio delle spalle che cedono alla gravità vi solleverà l'animo per qualche minuto: noterete che abbassandole riprenderete anche a respirare, perché le preoccupazioni ci fanno andare in apnea!

Concludo, scrivendovi l'esercizio della pesantezza, semplice ma efficace, di rilassamento frazionato, che serve a rilasciare le varie parti del corpo, per un effetto generalizzato di ciò che avete provato con le spalle.

chiudo lentamente gli occhi...
comincio ponendo l'attenzione sul respiro...
eseguo due respiri profondi e lenti...
l'aria entra...trattengo un attimo... ed esce...
l'aria entra... trattengo... ed esce...
lascio che lentamente il mio respiro torni normale...
...
immagino di inspirare la calma e la serenità...
e immagino di espirare via con l'aria tutte le tensioni e le preoccupazioni...
inspiro calma e serenità...
espiro via tensioni e preoccupazioni...
e ancora calma e serenità...
e via lontano tensioni e preoccupazioni...

Percepisco la mia testa e il suo peso in linea con la colonna
rilascio i muscoli della fronte che cedono alla gravità...
anche la mascella si allenta... (respiro)
sento le spalle pesanti e i muscoli che si rilasciano ad ogni espirazione,
sento le braccia pesanti (respiro)
respiro e sento l'addome morbido e rilassato...
sento il peso delle spalle e del busto che scarica sul bacino (respiro)
sono consapevole del peso del bacino... i muscoli dei glutei che si rilassano
e ad ogni espirazione sento tutta la parte superiore del corpo sempre più pesante e rilassata... (respiro)
Porto l'attenzione alle gambe... i muscoli delle cosce che si abbandonano alla gravità e si fanno pesanti... (respiro)
tutte le mie gambe sono pesanti e immagino di scaricare a terra attraverso i piedi ogni residua tensione... (respiro)

respiro e sento che adesso tutto il mio corpo è completamente e profondamente calmo e rilassato...
tutto il mio corpo è completamente e profondamente calmo e rilassato...
tutto il mio corpo è completamente e profondamente calmo e rilassato...

[ripresa] e quando mi sento pronto, sempre con gli occhi chiusi,
comincio a riprendere contatto con la stanza...
il contatto del corpo con i punti d'appoggio...
muovo leggermente le dita... stringo e apro le mani... fletto le braccia
muovo un po' i piedi... fletto le gambe...
faccio due respiri profondi... apro gli occhi


Come usarlo: potete imparare il testo – non è necessario sapere a memoria le parole esatte, ma ricordarsi la successione di consapevolezza corporea abbinata alla pesantezza – e ripetervelo mentalmente nel momento del relax, a occhi chiusi, dopo qualche minuto dedicato alla respirazione. (Per i più tecnologici, potete registrare la vostra voce e poi ascoltarvi – anche se dopo diverse ripetizioni l'avrete già imparato e sarete autonomi).

Dove: nel vostro spazio di relax, in una posizione comoda seduta (non quella del loto, a meno che non siate esperti) oppure direttamente a letto, supini, per una pausa rigenerante oppure per facilitare il sonno.

Quanto: la “posologia” migliore sarebbe almeno una volta al giorno in fase di apprendimento (il vostro corpo si allena come in palestra, anche nel rilassamento, quindi tanto più siete costanti quanto più sentirete gli effetti benefici).

Quando: dipende da voi. Vale quanto detto il mese scorso, in base alle vostre preferenze e necessità. Se lo volete usare per dormire, basterà saltare l'ultima parte della [ripresa] di contatto con il corpo, ma forse non ci arriverete nemmeno perché di solito ci si addormenta prima!

Non mi resta che augurarvi una buona settimana e buon relax!
virginia

lunedì 25 maggio 2015

Sfumature di femminilità



Fino al 19 luglio c'è una stupenda mostra a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti: “La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudì” (qui)

Le opere sono state suddivise nelle sale in un'alternanza simbolica di spazi pubblici e privati, gli esterni e gli interni, l'esteriorità e l'intimità.
Le figure femminili sono rappresentate lo stesso da diversi punti di vista che si susseguono con sfumature di significato tutte da scoprire.
Si passa dall'architettura vera e propria di Gaudì ai manifesti pubblicitari dell'art nouveau dove, grazie all'uso sapiente delle immagini delle Affiches, anche la tragicità della casa di cura per la sifilide acquista un'aria poetica e surreale.



Le donne erano già utilizzate come soggetto della pubblicità, eteree e seducenti figure che invogliavano ad acquistare sigarette e liquori



Mi ha colpita la differenza di espressioni del femminile, tra le invoglianti affiches e quelle delle donne vere, ritratte dai pittori all'interno degli spazi pubblici nei café, i cabaret o durante il carnevale.

Le donne di Santiago Rusinol al Gran Bal o all'Interno di un caffé, hanno volti amimici che virano alla tristezza, sembrano quasi rassegnate e relegate ai margini da quegli uomini che si trovano protagonisti dello spazio pubblico, pur se in un acquario...




E poi repentinamente si viene trasportati grazie a specchi e gioielli, nella dimensione domestica delle toilettes dove le protagoniste si ornavano i capelli e curavano il loro aspetto da mostrare al mondo.
Questa è una stanza di passaggio che apre al mondo privato dove la donna riacquistava la sua dignità e padronanza.
Significativa è l'opera di Rusinol che si chiama “Si può?” (1891) [purtroppo non ho trovato l'immagine] nella quale un uomo fa capolino in una stanza dove la protagonista è una signora composta che riempie lo spazio semplicemente standovi seduta in mezzo.
In tutta la sala 6 i quadri rappresentano scene di vita domestica dove i volti femminili riprendono energia e le emozioni sono a fior di pelle


Santiago Rusinol - Romanzo d'amore (1894)

e anche i corpi si appropriano del contesto con spontaneità, come è il caso di “Dopo il ballo” (1899) di Ramon Casas



mentre l'apice più elevato lo raggiunge sempre Rusinol con “La morfinomane” (1894) di fronte alla quale ci si chiede se sia davvero effetto della droga o piuttosto di un amplesso quell'espressione beata...



Dopo qualche sala dedicata alla natura, si torna a un altro tipo di femminile “le lucciole” che rappresentavano il modello della femme fatale tanto cara al decadentismo.
Si tratta di donne al centro di uno spazio pubblico, ma come dispensatrici di prestazioni, rappresentate con abiti vaporosi e appariscenti, ma con volti spettrali e occhi spiritati.


H. Anglada Camarasa "Champs Elysée" (1904)


H. Anglada Camarasa "Il pavone bianco" (1904)


Questo percorso nell'arte mi ha fatto riflettere su quante sfumature di donna possono esistere, anche all'interno della stessa persona.
Perché ciò che appare all'esterno non è sempre specchio esatto dell'interiorità e viceversa.
Ci sono rigogliose apparenze costruite sapientemente per nascondere dolorosi segreti.
E ci sono semplici esteriorità che celano profonde e nascoste ricchezze.
Il compito della vita di ciascuno diventa quello di riuscire ad esprimere con onestà ciò che ci appartiene, proprio come espresso dal curatore nella presentazione della “Ragazza in camicia” di Picasso (1904-05)



“una straordinaria figura femminile appena delineata su un astratto fondo blu, che ha la forza assoluta di un simbolo universale.
Gracile eppure orgogliosa, è un'icona della fragilità e della dignità umana [...]”

Non ha bisogno di apparire, perché semplicemente "è". 

buona settimana
virginia