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domenica 2 luglio 2017

parole per l'anima #5





Uno dei motivi che può spingere qualcuno a chiedere il mio aiuto può essere la difficoltà ad accettare ed elaborare la fine di una storia d'amore. 
Soprattutto quelle relazioni tormentate, dove uno dei due si trova all'improvviso abbandonato senza nemmeno sapere bene il perché. 
In questi casi spesso l'altra persona è ambivalente, oscilla fra sparizioni e ricomparse, oppure afferma di volersene andare ma poi cede di fronte a richieste di spiegazioni (o risponde a provocazioni o addirittura scrive e chiama per sapere "come va").
Inutile dire che il partner lasciato tende a interpretare tutto ciò come motivi di incertezza e segnali di sentimento o attaccamento e quindi di un possibile ripensamento.
Si instaura così il meccanismo perverso del cercare modalità di contatto, del volere spiegazioni che mettano a tacere definitivamente quella voce interiore che porta a dire "ma forse infondo ci tiene".
La realtà è che l'abbandono provoca una dolorosa "sindrome dell'arto mancante" emotiva.
Come chi viene amputato di un arto percepisce per molto tempo sensazioni cenestesiche come se ciò che non c'è più ci fosse ancora, così chi viene privato della presenza di un amore continua a "vedere e immaginare" realtà che non hanno più senso di esistere. 
Tutto viene interpretato in base ai propri bisogni.


E' il tentativo di conservare e tenere ancora in vita qualcosa che ormai è impossibile da ricostruire. 


Milioni di episodi, di frasi, di gesti affollano la mente. Accompagnati da altrettanti "Perché?"
Perché quella volta mi ha detto così se poi ha fatto il contrario?
Perché adesso da la colpa a me se prima la stessa cosa la faceva lui/lei?
Perché non mi dice chiaramente che non mi vuole invece di raccontarmi che è confuso/a?
E così via secondo multiformi sfaccettature di incomprensioni.



Il problema è che accecati dal bisogno di credere qualcosa che consoli, si rischia, chiedendo all'altro, di continuare a perpetrare l'inganno.
E allo stesso tempo si ottiene la necessità più grande: non rompere il legame - anche se solo per avere risposte vaghe o rimandare il dolore definitivo.



Qualsiasi messaggio arrivi è sempre meglio che niente.
E se non arriva forse c'è stato un guasto delle linee, oppure gli è successo qualcosa di importante da non aver tempo per rispondere. Oppure avrà bisogno di tempo.
Ma intanto tu sospendi la tua vita in attesa di qualcosa che non verrà. 
O per lo meno non come vorresti tu.


L'unica cosa da fare in questi casi è guardare alla realtà per quella che è.
Poter fare a meno anche dei perché.
Non ha importanza il motivo per cui ha fatto quello che ha fatto.
Resta che non ti da ciò di cui hai bisogno per essere felice.



Invece che perdere il senno nelle domande, è più importante mettere insieme i fatti per quelli che sono stati. 


Ha senso ricostruire tutta la storia da un punto di vista obiettivo, 
affrontare il dolore che ne deriva e ripartire da sé,
 passo necessario per poter andare avanti.



Lascia andare tutto.
E vedi cosa resta.

(E se non resta, è un bene che se ne sia andato/a.
ti meriti di essere felice. Davvero.)

buona settimana
virginia 

(Fonte immagini: Pinterest)

lunedì 22 febbraio 2016

il/la manipolatore e il/la dipendente: una coppia perfettamente disfunzionale



Ci sono molti modi per essere fatti l'uno per l'altra: purtroppo quello di cui parliamo oggi è uno dei più dolorosi e tristemente noti.
Quella fra il manipolatore affettivo e il partner dipendente è una delle coppie più difficili da separare, nonostante l'infelicità.
In altri articoli qui sul blog si è parlato molto del primo tipo – nelle varie sfumature di personalità ricoperte – dal peter pan (qui) al narcisista (qui, qui e qui) – ma anche della sua controparte necessaria affinché la relazione sia perfettamente disfunzionale (vedi qui , qui e qui).

Oggi voglio parlarvene affrontando il tema della coppia, ovvero analizzando la modalità con la quale queste due personalità entrano in relazione, innescando una spirale di disagio che fatica a terminare.

Con il termine manipolatore affettivo, si intende qualsiasi persona che con il suo comportamento e modo di essere riesce a estorcere agli altri molte attenzioni, o azioni che spontaneamente non avrebbero fatto, disponibilità di tempo e a volte anche di denaro, oppure un investimento esclusivo che elude altre relazioni significative.
Spesso si parla del manipolatore al maschile, ma in realtà anche molte donne rientrano in questa categoria.
Possono esserci molti modi attraverso i quali questo personaggio – maschio o femmina che sia – agisce, situandosi lungo un continuum che va dal mostrarsi molto sicuro, arrogante, indipendente e (finto-altruista) fino a essere pessimista, bisognoso e richiedente.
Anche il partner dipendente – contrariamente al senso comune che lo vede solo come vittima passiva – può dimostrarsi lungo lo stesso continuum di sicurezza-inermità.
Ovviamente assisteremo nel corso della storia a un continuo gioco di ruoli inconscio.
Quando il manipolatore è onnipotente la partner sarà nella posizione di sudditanza, quando lui si mostra bisognoso sarà lei a prendere la situazione sotto controllo per confortarlo (in questo caso non c'è una vera volontà di potenza) ma comunque avrà indirettamente una gratificazione della sua indispensabilità.
La dipendenza in questo modo assume due valenze: da una parte il bisogno di essere riconosciuti e amati da una persona che viene creduta forte, sicura, realizzata e “superiore”. Dall'altra il bisogno di essere considerati dal partner necessari, di avere un ruolo fondamentale e sentirsi importanti e degni di amore per questo.
In entrambi i casi, il terrore della perdita dell'altro, si basa sulla convinzione che “se non sono come lui/lei vuole (es. avvenente o senza una vita propria ecc...) o come lui/lei ha bisogno che io sia (es. disponibile e rassicurante), alla fine troverà una persona meglio di me e sarà felice con lei”.
Le radici di questa convinzione vanno ricercate nei legami di attaccamento primari, spesso nella relazione con un genitore (o entrambi) rifiutante o critico – quando si cerca il partner svalutante – oppure parassita delle energie emotive del figlio – quando si cerca un partner bisognoso di essere il centro del mondo in maniera vittimistica.
Questi genitori hanno lasciato nei figli la certezza di non essere mai abbastanza, per cui essi si rivolgono continuamente alla ricerca di uno sguardo di approvazione che faccia loro percepire un minimo di riconoscimento, che li salvi dalla sensazione di essere sbagliati e in colpa per qualsiasi cosa.
Il partner dipendente crede di dimostrare amore verso il manipolatore rendendosi suo schiavo, (e ottenendo in cambio svalutazione e umiliazione) invece non fa altro che dimostrare un disperato dis-amore verso se stesso.
Per questo è così difficile interrompere queste relazioni: perché consciamente la persona dipendente non si capacita di come l'altro possa non accorgersi di quanto fa per lui e di quanto sia degno d'amore per questo, ma inconsciamente non si sente assolutamente amabile (da qui i dubbi del tipo “se non fossi così – es. insistente, gelosa/o, grassa/o – mi amerebbe...”).
Se il dipendente aspetta che l'altro si accorga del suo valore e finalmente lo/la ami, può attendere all'infinito. Il ruolo di subalterno (bisognoso, adorante, supplicante) che egli ricopre è proprio funzionale alla necessità di sentirsi importante del manipolatore.
Non importa che lo faccia seguendo la via del potere diretto (schiacciando) o indiretto (intrappolando l'altro nel ruolo del salvatore): si tratta in entrambi i casi di modalità patologiche di relazionarsi che non tengono conto dei bisogni altrui.
L'unica via di salvezza dell'individuo dipendente, sta proprio nella ricostruzione di sé, nell'affrontare le ferite del passato e finalmente affrancarsi dalla necessità che sia un'altra persona a definire il suo valore e decidere della sua felicità. 

buona settimana
virginia

lunedì 16 marzo 2015

Mosse da fili invisibili



Questo week end, sul treno verso la meta di un corso di formazione, ho ripescato appunti dall'ultima mostra che sono andata a visitare, ovvero quella di Tina Modotti a Verona, terminata l'8 marzo.
Se volete conoscere di più di questa donna, artista e fotografa ma soprattutto militante politica, trovate qui la biografia.
Tina è stata ritratta nuda dal famoso fotografo Edward Weston e provocò scandalo negli anni '20, e poi lei stessa si dedicò alla fotografia immortalando spesso le donne sudamericane nella loro vita quotidiana, eroine fiere, sia che si trattasse di madri che di ribelli.






Una delle foto che ha colpito la mia attenzione è questa



perché evoca la metafora attraverso cui alcune donne si presentano in terapia, quando affermano di sentirsi “come un burattino”.
Coloro che raccontano questa impotenza di agire in maniera autonoma non sono sempre donne vittime di situazioni violente o dolorose, succubi di un uomo che decide al posto loro e tiene le fila della loro esistenza.
A volte sono donne che si descrivono forti e capaci, anche risolute, ma preda della necessità di doversi comportare in un certo modo, pena l'insoddisfazione o forti sensi di colpa.
Questo accade perché il "burattinaio" è scaltro e fa leva su aspetti inconsci e molto profondi che necessitano di un lavoro approfondito per essere portati alla coscienza.

Prendendo ispirazione dalle storie ascoltate cercherò di dare voce alla loro interiorità attraverso questo monologo da me inventato, sul significato di questi fili invisibili nella vita di queste donne.

È difficile ammetterlo. Ho sempre pensato che tu facessi il meglio per me.
Mi sono fidata e affidata, io che non sono mai stata brava a decidere in prima persona, quel giorno sono rimasta abbagliata dalla tua sicurezza, dalle tue capacità di cavartela in ogni situazione.
È lì che ho sbagliato.
Non ho imparato, ma solo adempiuto.
Sono passati gli anni e mentre all'inizio ero fiera di ciò che creavi per me – mi rendo conto solo ora che mi hai modellata – nel tempo qualcos'altro da dentro mi ha impedito di gioirne.
Ero in trappola perché cominciavo da burattino a diventare una persona reale, con bisogni desideri e una lieve abbozzata identità che si ribellava alle tue mani.
Tuo il copione, tue le battute dei dialoghi, tuoi i personaggi che potevo o non potevo incontrare nello scenario della vita.
Per un po' ho taciuto, ho continuato in silenzio a eseguire i tuoi movimenti, ma più progredivo più mi appesantivo legata ai tuoi fili.
Più diventavo pesante da condurre e più ti sei arrabbiato: la tua bambolina adorabile non rispondeva più diligente ai comandi.
Dalle allusioni sottili – invisibili ai più come i tuoi fili – siamo passati a parole di piombo, accuse, recriminazioni – che li rendevano evidenti catene.
Ma comunque resistevo. Chi potevo essere senza di te?
Un giorno ti sei stufato, perché ero troppo triste, troppo pesante, troppo limitante.
Mi hai lasciata sola perché hai trovato un altro burattino più facile da manovrare.
E quel giorno mi sono afflosciata, accasciata, e credevo davvero di essere morta.
Poi lentamente mi sono accorta di non avere più fili.
Ho cominciato a muovermi, sì impacciata nel mondo, ma per la prima volta potevo dire di essere “io”.
È rischioso, avevi ragione. La responsabilità a volte mi assale e ho paura.
Spesso sento ancora le tue parole, quelle di un tempo “povera piccola, se non ci fossi io...” e quelle più recenti “dove vuoi andare senza di me? Cosa credi di poter fare?” e lì più di tutto stringo i denti e penso alla possibilità di muovermi sulle mie gambe, incerte sì, ma vere.

Infondo mi hai fatto un regalo.
Credevo di morire e invece sono rinata.
I tuoi fili giacciono inermi sul pavimento della mia vita passata.

Buona settimana
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 23 febbraio 2015

Essere "l'Altra"



Molte che si raccontano davanti a me si trovano nel ruolo de “l'Altra donna”.
A volte da pochissimo tempo – e mi guardano smarrite, in cerca di risposte che mettano pace al cuore: “andare o restare?” – altre volte da lunghissimi anni – e in questo caso può essere che il ruolo se lo siano cucito addosso, ormai come un secondo abito, oppure che siano di fronte a me perché finalmente se lo vogliono sfilare.
Ad ogni modo è necessario cominciare semplicemente ad osservare ed osservarsi.
In ogni caso, anche quando questa maschera è ostentata con disinvoltura, io mi sono abituata a cogliere e decriptare la sofferenza che è stata malcelata, oppure anche a rilevare, dietro lo smarrimento iniziale, la soddisfazione narcisistica per la conquista appena ottenuta.
Tutto questo lo rimando come uno specchio, perché il primo assunto è: astenersi dal giudizio.
E lo propongo anche a loro.
Ciò che diventa importante è comprendere, e non accusare o accusarsi.
Comprendere significa accogliere ciò che si muove dentro di noi, cogliere il desiderio che porta ad agire certe parti e a non altre, conoscere i bisogni – molto spesso inascoltati – che necessitano appagamento nei modi che più sono accessibili.
È importante rilevare e descrivere insieme come questo ruolo di “Altra” viene agito e gestito da entrambi i partner.
Quali emozioni provoca? Quali desideri appaga? Quali contraddizioni porta con sé?
Quali sub-personalità vengono evocate in questa relazione da quest'uomo? Hanno qualcosa a che fare col proprio passato?
Dietro a qualsiasi ruolo, anche il più stereotipato socialmente come può essere quello dell'amante, c'è sempre una storia, una vita.
Ed è lì che possiamo trovare i segnali grandi o piccoli che ci orientino e aiutino a uscire dal bosco dell'incanto magico che ferma il tempo in una storia sospesa.

È come se le Selvatiche, anche nei loro rapporti con gli uomini, fossero interessate alla vita in sé, alla sua crescita e al suo sviluppo e non desiderassero in alcun modo rimanere intrappolate in quelle dinamiche di legame, possesso e timori per la perdita che generalmente avvelenano le relazioni fra gli uomini e le donne.
(C. Risé, M. Paregger “Donne Selvatiche”
Frassinelli – 2002. pag. 77)

Dalle parole che ciascuna mi narra, emerge spesso la bellezza e la leggerezza del “giocare a fare la coppia” senza però “cadere” nella monotonia.
Prendono solo il “meglio” e si sentono riconosciute come “il meglio” ovvero ciò che risolleva giornate pesanti, umori cupi e situazioni complicate da cui sfuggire.
Vivono momenti speciali, a tempo determinato.
Il lato oscuro di questa levità sta però nel non vivere mai davvero fino in fondo, spesso per la paura di rischiare una perdita: sembrano dire “se non è davvero mio in realtà non soffrirò quando lo perdo”.
A volte è vero. A volte è solo uno stillicidio quotidiano a dosi omeopatiche, diluito negli anni.
Alcune mi confidano di sentirsi, paradossalmente, il motivo che tiene in piedi l'unione ufficiale.
Di recente ho trovato questa storia, che può spiegare come questo possa accadere:

Un uomo di Greting, vicino a Salisburgo, che viveva in discordia con sua moglie e ne veniva maltrattato, va verso la Caverna delle Donne (Frauenshoehle) a Untenberg, e rimane una notte sdraiato lì. Allora gli compare una vergine, mezza nera e mezza bianca, alla quale racconta che sta litigando con la sua donna. La vergine gli si siede vicino e gli parla confidenzialmente. Quando lui vuole andar via gli dice che, poiché ha saputo ascoltarla, può tornare tranquillamente a casa, dove troverà la sua donna di buon umore. E così è.
(opera cit. pag. 77-78)

Di fronte all'altra, molti uomini sono più disposti ad accedere ai chiari e scuri del femminile (la vergine metà bianca e metà nera), grazie alla condivisione di dialoghi e svelamenti che mai riuscirebbero a tollerare dalla propria moglie.
Siccome fanno fatica ad accettarli nella loro compagna ufficiale, vi accedono grazie all'unione e la conoscenza dell'amante, riuscendo a volte a integrare dentro di sé una dimensione femminile che arricchisce e non toglie.
È chiaro che si tratta di un processo di perpetuazione della scissione nella psiche maschile, (che al suo culmine diventa quella fra sante e puttane) ma in alcuni casi, nel tempo, accade proprio che grazie all'amante, l'uomo conosca meglio sua moglie, in tutte le sfaccettature di donna e quindi che il rapporto si salvi.

La domanda che ora vi pongo però è questa:
perché limitarsi a nutrire rapporti altrui e boicottare invece una felicità personale, svelandosi a un uomo che possa conoscere, accettare e amare ogni parte di voi? (se vi va di approfondire leggete qui e qui). 

buona settimana
virginia 

lunedì 9 febbraio 2015

Un amore tossico: Frida e Diego



E' finita da poco la mostra a Genova “Frida Kahlo e Diego Rivera” (qui) e la cosa che mi ha colpita – ancor prima delle opere, stupende e struggenti – è stato proprio il titolo e la scelta della grafica.
Il nome di lei che campeggia in grassetto e quello di lui sotto, con un tratto sottile, l'esatto contrario delle loro caratteristiche di allora.
Mi sono chiesta se in Europa, una mostra solo su Rivera avrebbe avuto lo stesso successo.
Diego è stato famosissimo come muralista e anche simbolo di lotte politiche in un Messico dove imperava il tema della rivolta comunista con l'attenzione al valore sociale dei soggetti ritratti.
L'opera di Frida invece è di carattere introspettivo, specchio del suo mondo intimo e dolorosamente trasposto sulla tela, attraverso quel corpo dilaniato dalla malattia.

La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo tutto quello che mi passa per la testa, senza prendere in considerazione nient'altro.”
(F. Kahlo)

Credo che il valore della sua opera abbia risieduto proprio nella capacità di esporre senza reticenze e con coraggio tutta se stessa, perché ogni autoritratto è diventato un simbolo (e come tale polisemico), di sofferenze, valori, speranze, rielaborazione personale e unica di eventi di vita densi di conflitti insanabili.
Uno di questi è stato il legame col suo amato “rospo” Diego.


Il loro è stato un amore sempre tormentato e mai confortante.
Frida conosceva le sue amanti precedenti e la sua fama di uomo mai sazio di sedurre, incapace di trattenere i suoi istinti e smanioso di ottenere l'ennesima conquista, arrivando anche a essere scoperto con Cristina, la sorella di Frida.
Nella mostra di Genova, c'è una foto che lo ritrae seduto sull'impalcatura di uno dei suoi murales e poco più sotto delle donne che lo guardano adoranti.



Lui invece guarda altrove. 
Lui guarderà sempre altrove in tutta la sua vita, in cerca di nuove conquiste.
Questa era l'energia di Diego Rivera.
Frida ne era consapevole, ma nonostante tutto ha scelto di sposarlo.

"Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto. L'altro fu Diego"
(Herrera – Frida, pag.80)

Nelle foto che li ritraggono insieme, lei è sempre alla ricerca di un riparo sotto quel corpo mastodontico – l'elefante e la farfalla, li definivano – ma l'impressione è quella di un gattino abbandonato che elemosina una carezza.



[…] non riuscirei mai a fare a meno di Diego. Lui è la vita che mi è mancata, lui è l'unico che, quando mi tiene tra le braccia, riesce a far scomparire la Pelona (la morte ndr) che mi danza intorno giorno e notte”
(P. Cacucci – ¡Viva la vida! Pag. 35)

Quante versioni diverse di queste parole ho ascoltato da molte donne che si sono avvicendate sul mio divano!
Una costante della loro ossessione è proprio quella di sentirsi sperdute senza quell'uomo attorno al quale gravitano come satelliti.
E come Frida, che in quanto colomba avrebbe potuto volare lontano – a che mi servono i piedi se ho ali per volare? Scriverà nel suo diario – si riducono a svolazzare intorno a quell'elefante-zavorra partecipando per tutta la vita di una pesantezza che le rende schiave.
Frida se da un lato era consapevole della sua energia e delle infinite risorse che le avevano permesso di superare la morte in diverse occasioni, dall'altro si sentiva inferiore a causa delle menomazioni che la malattia le aveva lasciato.
Forse per questo aveva accettato tanto a lungo che Diego cercasse altrove il suo appagamento: lei infondo si sentiva menomata, soprattutto perché non era riuscita a dargli un figlio.
Molte donne in una relazione tossica condividono con lei questo sentimento.
È la legge del “se fossi...” secondo la quale ipotizzano di riuscire a ottenere l'amore pieno a patto di diventare come lui desidera, di riuscire ad accettare tutto di lui, anche i comportamenti più aberranti, nel continuo sforzo di essere “più qualcosa” (buona, paziente, femminile, accogliente, magra... ognuno ha la sua impietosa versione).
Nei casi più manipolatori, questi uomini finiscono con il far sentire in colpa la compagna quando riesce ad ottenere un minimo di rispetto – proprio come è successo a Frida nel momento in cui è riuscita a far rientrare Diego in Messico dagli Stati Uniti, episodio a cui è seguita una specie di febbre nervosa di lui senza fine, che lo rendeva svogliato, apatico, insostenibile da guardare per gli occhi di lei, che non tollerava di essere la causa indiretta di quell'assenza di ispirazione artistica.
Forse per vendicarsi si è intrattenuto in una relazione con sua sorella?
Il colpo più basso e aggressivo fra tutti gli altri, la cui elaborazione ha dato vita al quadro “Qualche piccolo colpo di pugnale”.



Nonostante tutto questo, dopo un periodo di rinascita dalle sue ceneri, dopo altri interventi dolorosi, amanti che le si sono donati con passione, Frida comunque torna da lui.
Ciò che accadeva dentro di lei è simbolicamente ritratto in questo quadro.


Autoritratto come Tehuana. 
(Diego nei miei pensieri o pensando a Diego)” 1943

Si tratta di un vero e proprio paradosso.
Le donne di Tehuantepec sono famose per la loro società matriarcale, addirittura si narra che il mercato sia loro appannaggio e che gli uomini vengano derisi se vi mettono piede.
Disegnandosi con l'abito tradizionale Frida sembra voler incorporare questa energia femminile di supremazia, ma allo stesso tempo risulta “imbrattata” dal pensiero di Diego che concretamente prende il sopravvento su tutta la composizione.
I fili che circondano il suo volto fanno pensare alla tela del ragno e qualche critico afferma che rappresenti il desiderio di lei di trattenere in questo modo l'amato, mentre a me viene da dire che lui posto al centro non è altro che il ragno stesso che intrappola le bianche ali della colomba...
Questo è ciò che risulta nella vita di ogni donna che ha a che fare con un predatore di tal guisa: nonostante i suoi sforzi, egli cercherà sempre di occuparne i pensieri, tanto più se coglierà l'allontanamento, i suoi tentativi di svincolo e indipendenza.

Il bisogno di Frida, soprattutto nei momenti dolorosissimi delle sue permanenze in ospedale sarebbe stato di averlo accanto, di essere accudita, confortata e amata più che mai.
Lui invece andava a trovarla con ancora addosso la scia di profumo di qualche donna.
Nel suo diario, campeggia tristemente fra i colori, i bozzetti e il nome di Diego ripetuto come un mantra, la scritta “Soy sola”.
Come tutte le donne intossicate dal vampiro di energie, credono che sia lui a tenerle in vita mentre non si accorgono che è proprio della loro linfa vitale che si nutre.
E forse infondo, anche Frida lo aveva capito, quando arriva a ritrarsi ne “L'abbraccio amorevole dell'universo” 1949, affidandosi a un potere più grande, quello della natura e della vita stessa, mentre lei si occupa di un Diego bambino, l'unico modo per farlo un po' suo, mentre il suo cuore zampilla sangue.




Fra le sale della mostra si respira l'energia di questa donna tenace e caparbia, che ha saputo fare dell'arte la sua ancora di salvezza, ma anche della sofferenza il filo conduttore di tutto il suo esistere.
Già provata nel corpo, si è inferta numerose ferite nell'anima, restando in un rapporto tossico e distruttivo, che sì ha dato vita al suo genio artistico e l'ha resa famosa, anche più famosa di lui, ma a quale prezzo per la donna stessa?

Spero che per tutte le donne invischiate in relazioni di questo tipo ci possa essere uno sviluppo diverso, che faccia diventare tutta la loro vita in un grassetto evidente, non solo l'epigrafe postuma di gesta “eroiche” del passato.

Buona settimana
virginia


lunedì 16 giugno 2014

I legami patologici: come uscirne? [2 parte]




Avevamo lasciato la nostra protagonista ancora annebbiata dai veli (se hai perso la prima parte la trovi qui) in balia dei primi dubbi circa l'ambivalenza e l'incoerenza del suo “uomo ideale”.
Questa è la fase in cui arrivano da parte sua le prime richieste, i tentativi di ripetere alcune esperienze che hanno caratterizzato gli albori del rapporto e che, inspiegabilmente da un certo momento sono sparite. Il predatore non sembra minimamente disponibile a concedere il bis... finché è lui che “concede” e decide di intraprendere imprese esaltanti per sentirsi l'unico va tutto bene, ma quando invece è la partner a chiedere qualcosa allora le sue reazioni sono quelle di un animale braccato senza via d'uscita: cominciano le assenze, gli impegni, i problemi che immancabilmente lo impegnano a non finire, lo stress che gli impedisce di stare bene... così la richiedente non può fare altro che dietro-front, pena altrimenti l'accusa di non amarlo per quello che è, di non capirlo, di pensare solo a se stessa...
E' in questa fase che possono cominciare a instaurarsi in lei una serie di sintomi, di malesseri che la avvertono che qualcosa non va... anche se ingoia il rospo, questo si ripresenta come ansia, crisi di pianto, momenti di tristezza profonda.
La risposta di questo tipo di compagno di fronte alla sofferenza di lei può oscillare dalla negazione, alla derisione, alla svalutazione – come a dire “se stai così, se sei così non sei alla mia altezza. Io ho bisogno di una donna positiva che mi faccia stare bene”
E il vortice della poveretta si fa sempre più stretto e invischiante, soprattutto perché per vergogna o nella speranza che sia solo un momento di passaggio, vive tutto questo in solitudine, oppure se lo racconta a qualcuno trova sempre una scusa per giustificarlo.
Nel caso in cui il predatore abbia già tessuto la sua tela in maniera perfetta, la vittima è già abbastanza isolata e poco in grado di avere spunti di autonomia o svincolo.
Nel caso invece in cui la donna abbia mantenuto una sua vita relazionale, se ha un lavoro che la appaga, amicizie che la sostengono, allora l'uomo dovrà porre in essere manipolazioni più aggressive per limitare la libertà, denigrando gli amici, facendola sentire un niente come compagna, oppure sminuendone il ruolo che ricopre, magari confrontandolo con quello di lui, che apparirà sempre come più importante.
Nei casi più gravi, potrebbe arrivare anche a farle abbandonare il lavoro (“ci sono io che penso a te, che motivo hai di farlo?”), in modo da porre in essere una dipendenza economica da lui che ne sancirebbe il controllo assoluto.
Non importa se il predatore sia nella posizione di compagno/marito o in quella di amante: tenderà sempre a voler controllare la sua vittima. Per lui varrà un peso e per lei un altro. Lui potrà avere degli spazi propri e lei no. A lui sarà concesso essere di cattivo umore e pretendere che lei comprenda, mentre lui al primo accenno di malumore avrà sicuramente altro da fare.
Il tutto condito con battute spiacevoli sui difetti di lei, su quel chiletto in più, oppure la battuta sull'avvenenza di un'altra, giusto per far stare la poveretta nell'incertezza e nel timore che se non sarà alla sua altezza... il mondo offrirà di meglio.
Per la sua donna questo è il peggio che può accadere. Dato che si tratta spesso di una persona che non crede molto in se stessa, l'essere rifiutata per qualcuna migliore rappresenta un incubo, quindi farà di tutto per sfuggirlo.
In realtà, (come abbiamo visto anche qui) anche lui ha un bisogno disperato della sua partner, purtroppo non come lei desidera, bensì come specchio che gli rimandi un immagine di sé grandiosa e appagante, che compensi la sua scarsa autostima che si nutre affondando il prossimo.
L'uomo di questo tipo, spesso ha avuto un'infanzia in cui ha subito ciò che adesso perpetra alla sua amata: il ricatto del tipo “se non sei perfetto, non ti amerò”. Dove perfetto sta per riuscire a soddisfare tutto ciò che il genitore si aspetta da lui, magari veniva usato per gratificare uno dei genitori oppure esaltato ma per alcuni aspetti cui doveva sempre tendere, pena il rifiuto.
A questo punto, mie care lettrici, non pensate di usare questa scoperta per cercare di fargli da crocerossine e salvarlo perché vi dico già che sarebbe tutto inutile: negherebbe qualsiasi verità al riguardo, ostentando sicurezza e raccontando un'infanzia esemplare, oppure adducendo amnesie sul suo passato.
Che fare allora?
Lo scopriremo lunedì prossimo. 

buona settimana
virginia