lunedì 16 febbraio 2015

"Prova a prendermi", ovvero la fuga all'infinito del Narcisista



Avete letto molte volte nei miei post di Narcisismo e relazioni tossiche, di dipendenza affettiva come fenomeno disfunzionale di stare in coppia (gli ultimi qui, qui e qui).
Mi rendo sempre più conto nel lavoro con le donne (ma a volte anche con gli uomini), quanto sia necessario e indispensabile far cadere il prima possibile il velo che rende il narcisista agli occhi dell'innamorata/o l'uomo (o la donna) ideale.
Prima ancora di lavorare insieme sui perché si è caduti in quella trappola, occorre riuscire a vedere la trappola stessa, a trasformare gli occhi che non vedono la realtà per quella che è.
Smascherare il principe azzurro e rilevare che di azzurro ha solo la barba e non è un buon segno (vi ricorda qualcuno? lo trovi qui).

Stamattina, nel preparare l'anteprima su instagram (qui) del post, ho modellato l'omino dell'ikea adattandolo a parodia di un famoso film di Spielberg “Prova a prendermi” (2002) dove Leonardo di Caprio interpreta la storia del falsario Frank Abagnale Jr.



La continua fuga del protagonista di quel film mi ricorda i racconti delle donne che si trovano in una relazione con un narcisista.
La sensazione è quella di rincorrerlo perennemente e di non prenderlo mai, perché soprattutto se messo alle strette, riesce a far sentire l'inseguitrice una pazza visionaria, convincendola che lui è sempre stato fermo nello stesso punto, magari ad aspettarla!
Inoltre il personaggio del film è un falsario, non solo di assegni ma anche di ruoli, identità e professioni.
Pur di raggiungere il suo scopo ha la capacità camaleontica di diventare ciò che l'altro si aspetta, ha la rara dote di captare i bisogni e le aspettative del suo interlocutore, per confonderlo e ottenere ciò che si è prefissato.
Anche il narcisista patologico ricalca in pieno queste caratteristiche.
Ma chi è davvero il narcisista?
Prima di leggere oltre, dovrei farvi impegnare a non usare queste informazioni contro voi stesse.
Si, avete letto bene.
Perché occorre guardarsi bene dall'usare la conoscenza di lui per giustificarlo e cercare di salvarlo. Vi trascinerà giù. 
E per di più, quando a voi sembrerà il sacrificio necessario per dimostrargli il vostro amore, in realtà all'ultimo momento lui risalirà in superficie e vi lascerà negli abissi.

Molte donne mi chiedono se chi ha questo tipo di personalità si renda conto del male che provoca e magari possa arrivare a chiedere aiuto e intraprendere una terapia.
Occorre premettere che la personalità umana è complessa e ricca di sfumature, per cui è sempre riduttivo parlare per etichette, oltretutto perché non esiste una sola forma di narcisismo (c'è anche una forma sana, individuata da molti autori, per primo Freud) bensì il suo svilupparsi lungo un continuum.
Ma se volete togliervi il dubbio di dove si situi il vostro lui (o la vostra lei) lungo questo continuum potete porgli la domanda fatidica - che forse più di quella di matrimonio lo farà innervosire: “che ne dici di andare in terapia per affrontare i nostri disagi?”
Se la risposta è una variante fra “io non ne ho bisogno, vacci tu” e “io non ho bisogno, sono perfetto” ecco, diciamo che la fuga la dovreste fare voi. Per salvarvi.
Altrimenti, come accade di solito, ci verrete voi in terapia, sulle prime per farvi dire da me come meglio relazionarvi con lui (o capirlo, o cambiarlo ecc...), poi per cominciare un duro percorso di recupero di voi stesse e della vostra identità.

Torniamo ora al nostro narcisista.
Lui vuole essere il migliore. Non gli basta essere bravo, deve sentirsi adorato e l'unico.
Questo accade perché dietro all'apparente sicurezza e grandiosità in realtà c'è un ex bambino che ha rinunciato alla sua identità per far piacere ai genitori, che lo hanno amato “a patto che” rispecchiasse l'immagine che loro volevano per lui.
Per questo è così bravo a diventare qualcos'altro da sé e incarnare – almeno nell'idillio iniziale – l'uomo dei sogni.
Per questo ci tiene così tanto all'apparenza esteriore, a essere fisicamente attraente, perfetto, perché ha imparato che in base a quello potrà ottenere amore e attenzioni.
E quell'amore a patto che... è quello che oggi tu subisci da lui, in un circolo vizioso senza fine, dove ti fa provare ciò che lui stesso ha provato.
Proprio perché è stato profondamente tradito nell'affettività, dato che non è mai stato amato per quello che era ma in virtù della maschera che portava, come può fidarsi oggi dell'amore e aprirsi all'altro? A nulla varranno le vostre profferte di amore eterno e sudditanza.
Ha imparato a difendersi creando una corazza del cuore, per cui non si lascia mai andare, anche quando sembra che sia sincero.
Nonostante tutta questa incapacità affettiva, in ogni caso non accetta il rifiuto, a meno che non sia lui a darlo, ma comunque torna sempre perché non può accettare che vi dimentichiate così presto di lui.
Deve ogni volta rimettere in piedi il meccanismo di fuga da voi, quindi agganciare per poi scappare, cosa che gli garantisce di essere unico, indispensabile e necessario alla vostra vita. Una manna per il suo ego.
Voi siete le deboli e lui il vincente.

Quando un soggetto si identifica con un'immagine, vede l'altro come un'immagine che in molti casi rappresenta alcuni aspetti rifiutati dal proprio sé. Il narcisismo spacca la realtà di un individuo: alcuni aspetti vengono accettati e altri respinti, e questi ultimi proiettati sul prossimo. L'aggressione verso gli altri ha in parte origine dal desiderio di distruggere questi aspetti respinti. […]

Il comportamento offensivo e distruttivo nei confronti degli altri può essere capito fino in fondo solo ipotizzando una condizione di negazione dei sentimenti, in cui l'unico scopo è vincere e l'immagine è quella del potere. […] Non vedono gli altri come persone reali. Ai loro occhi, gli altri esistono soltanto in quanto oggetti da usare. [...] Che mentano o imbroglino è irrilevante ai fini dello scopo, vincere, e dell'immagine dell'io, che è un'immagine di superiorità basata sulla capacità di approfittare degli altri.

(A. Lowen “Il narcisismo. L'identità rinnegata” 1985)

Quindi la risposta alla domanda se si accorge di ferirvi è: no.
Se anche ammette di farvi soffrire lo sta dicendo con la testa, ma non lo sente nei sentimenti.
Perché se riconoscesse la sofferenza in voi, questa entrerebbe in risonanza con la sua.
E lui non può permettersi di entrare in contatto con la propria vulnerabilità.
Ecco perché non viene in terapia.

Finendo con la metafora del film, la soluzione non è allenarvi alla maratona, bensì semplicemente fermarvi e lasciarlo a fare il giro del mondo da solo. 

Buona settimana
virginia 

giovedì 12 febbraio 2015

parole per l'anima #6


Scegli un amore che ti guardi 
come se tu fossi magica 

A questa frase non c'è molto da aggiungere. 
Possiamo vederla come l'insegnamento di una donna che ha sofferto in amore (ne abbiamo parlato qui)  e che invita così altre donne a non fare altrettanto e scegliere un uomo che le rispetti e le ami profondamente. 








buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 9 febbraio 2015

Un amore tossico: Frida e Diego



E' finita da poco la mostra a Genova “Frida Kahlo e Diego Rivera” (qui) e la cosa che mi ha colpita – ancor prima delle opere, stupende e struggenti – è stato proprio il titolo e la scelta della grafica.
Il nome di lei che campeggia in grassetto e quello di lui sotto, con un tratto sottile, l'esatto contrario delle loro caratteristiche di allora.
Mi sono chiesta se in Europa, una mostra solo su Rivera avrebbe avuto lo stesso successo.
Diego è stato famosissimo come muralista e anche simbolo di lotte politiche in un Messico dove imperava il tema della rivolta comunista con l'attenzione al valore sociale dei soggetti ritratti.
L'opera di Frida invece è di carattere introspettivo, specchio del suo mondo intimo e dolorosamente trasposto sulla tela, attraverso quel corpo dilaniato dalla malattia.

La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo tutto quello che mi passa per la testa, senza prendere in considerazione nient'altro.”
(F. Kahlo)

Credo che il valore della sua opera abbia risieduto proprio nella capacità di esporre senza reticenze e con coraggio tutta se stessa, perché ogni autoritratto è diventato un simbolo (e come tale polisemico), di sofferenze, valori, speranze, rielaborazione personale e unica di eventi di vita densi di conflitti insanabili.
Uno di questi è stato il legame col suo amato “rospo” Diego.


Il loro è stato un amore sempre tormentato e mai confortante.
Frida conosceva le sue amanti precedenti e la sua fama di uomo mai sazio di sedurre, incapace di trattenere i suoi istinti e smanioso di ottenere l'ennesima conquista, arrivando anche a essere scoperto con Cristina, la sorella di Frida.
Nella mostra di Genova, c'è una foto che lo ritrae seduto sull'impalcatura di uno dei suoi murales e poco più sotto delle donne che lo guardano adoranti.



Lui invece guarda altrove. 
Lui guarderà sempre altrove in tutta la sua vita, in cerca di nuove conquiste.
Questa era l'energia di Diego Rivera.
Frida ne era consapevole, ma nonostante tutto ha scelto di sposarlo.

"Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto. L'altro fu Diego"
(Herrera – Frida, pag.80)

Nelle foto che li ritraggono insieme, lei è sempre alla ricerca di un riparo sotto quel corpo mastodontico – l'elefante e la farfalla, li definivano – ma l'impressione è quella di un gattino abbandonato che elemosina una carezza.



[…] non riuscirei mai a fare a meno di Diego. Lui è la vita che mi è mancata, lui è l'unico che, quando mi tiene tra le braccia, riesce a far scomparire la Pelona (la morte ndr) che mi danza intorno giorno e notte”
(P. Cacucci – ¡Viva la vida! Pag. 35)

Quante versioni diverse di queste parole ho ascoltato da molte donne che si sono avvicendate sul mio divano!
Una costante della loro ossessione è proprio quella di sentirsi sperdute senza quell'uomo attorno al quale gravitano come satelliti.
E come Frida, che in quanto colomba avrebbe potuto volare lontano – a che mi servono i piedi se ho ali per volare? Scriverà nel suo diario – si riducono a svolazzare intorno a quell'elefante-zavorra partecipando per tutta la vita di una pesantezza che le rende schiave.
Frida se da un lato era consapevole della sua energia e delle infinite risorse che le avevano permesso di superare la morte in diverse occasioni, dall'altro si sentiva inferiore a causa delle menomazioni che la malattia le aveva lasciato.
Forse per questo aveva accettato tanto a lungo che Diego cercasse altrove il suo appagamento: lei infondo si sentiva menomata, soprattutto perché non era riuscita a dargli un figlio.
Molte donne in una relazione tossica condividono con lei questo sentimento.
È la legge del “se fossi...” secondo la quale ipotizzano di riuscire a ottenere l'amore pieno a patto di diventare come lui desidera, di riuscire ad accettare tutto di lui, anche i comportamenti più aberranti, nel continuo sforzo di essere “più qualcosa” (buona, paziente, femminile, accogliente, magra... ognuno ha la sua impietosa versione).
Nei casi più manipolatori, questi uomini finiscono con il far sentire in colpa la compagna quando riesce ad ottenere un minimo di rispetto – proprio come è successo a Frida nel momento in cui è riuscita a far rientrare Diego in Messico dagli Stati Uniti, episodio a cui è seguita una specie di febbre nervosa di lui senza fine, che lo rendeva svogliato, apatico, insostenibile da guardare per gli occhi di lei, che non tollerava di essere la causa indiretta di quell'assenza di ispirazione artistica.
Forse per vendicarsi si è intrattenuto in una relazione con sua sorella?
Il colpo più basso e aggressivo fra tutti gli altri, la cui elaborazione ha dato vita al quadro “Qualche piccolo colpo di pugnale”.



Nonostante tutto questo, dopo un periodo di rinascita dalle sue ceneri, dopo altri interventi dolorosi, amanti che le si sono donati con passione, Frida comunque torna da lui.
Ciò che accadeva dentro di lei è simbolicamente ritratto in questo quadro.


Autoritratto come Tehuana. 
(Diego nei miei pensieri o pensando a Diego)” 1943

Si tratta di un vero e proprio paradosso.
Le donne di Tehuantepec sono famose per la loro società matriarcale, addirittura si narra che il mercato sia loro appannaggio e che gli uomini vengano derisi se vi mettono piede.
Disegnandosi con l'abito tradizionale Frida sembra voler incorporare questa energia femminile di supremazia, ma allo stesso tempo risulta “imbrattata” dal pensiero di Diego che concretamente prende il sopravvento su tutta la composizione.
I fili che circondano il suo volto fanno pensare alla tela del ragno e qualche critico afferma che rappresenti il desiderio di lei di trattenere in questo modo l'amato, mentre a me viene da dire che lui posto al centro non è altro che il ragno stesso che intrappola le bianche ali della colomba...
Questo è ciò che risulta nella vita di ogni donna che ha a che fare con un predatore di tal guisa: nonostante i suoi sforzi, egli cercherà sempre di occuparne i pensieri, tanto più se coglierà l'allontanamento, i suoi tentativi di svincolo e indipendenza.

Il bisogno di Frida, soprattutto nei momenti dolorosissimi delle sue permanenze in ospedale sarebbe stato di averlo accanto, di essere accudita, confortata e amata più che mai.
Lui invece andava a trovarla con ancora addosso la scia di profumo di qualche donna.
Nel suo diario, campeggia tristemente fra i colori, i bozzetti e il nome di Diego ripetuto come un mantra, la scritta “Soy sola”.
Come tutte le donne intossicate dal vampiro di energie, credono che sia lui a tenerle in vita mentre non si accorgono che è proprio della loro linfa vitale che si nutre.
E forse infondo, anche Frida lo aveva capito, quando arriva a ritrarsi ne “L'abbraccio amorevole dell'universo” 1949, affidandosi a un potere più grande, quello della natura e della vita stessa, mentre lei si occupa di un Diego bambino, l'unico modo per farlo un po' suo, mentre il suo cuore zampilla sangue.




Fra le sale della mostra si respira l'energia di questa donna tenace e caparbia, che ha saputo fare dell'arte la sua ancora di salvezza, ma anche della sofferenza il filo conduttore di tutto il suo esistere.
Già provata nel corpo, si è inferta numerose ferite nell'anima, restando in un rapporto tossico e distruttivo, che sì ha dato vita al suo genio artistico e l'ha resa famosa, anche più famosa di lui, ma a quale prezzo per la donna stessa?

Spero che per tutte le donne invischiate in relazioni di questo tipo ci possa essere uno sviluppo diverso, che faccia diventare tutta la loro vita in un grassetto evidente, non solo l'epigrafe postuma di gesta “eroiche” del passato.

Buona settimana
virginia


venerdì 6 febbraio 2015

parole per l'anima #5


Lunedì abbiamo parlato di adolescenti e di come si importante che qualcuno creda in loro, soprattutto a scuola (lo trovi qui), e investa nelle potenzialità nascoste oltre tutte le apparenze.
Non bisogna però mai dimenticare che quella parte giovane e piena di vita resta sempre con noi, anzi, a volte occorrono molti anni per poterla esprimere con consapevolezze e libertà - proprio perché spesso quando siamo giovani non ci si rende subito conto dell'immenso potenziale a nostra disposizione.
Oggi approfittiamo di queste immagini per ricordare quale "intelligenza nascosta" possiamo far riemergere dalle cantine della nostra psiche, che vada a donare nuovo slancio alla nostra vita? 






Non si è mai troppo vecchi 
per fissare un nuovo obbiettivo
o per sognare un nuovo sogno





Buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 2 febbraio 2015

L'intelligenza segreta a scuola



Quando termino un libro resto per qualche minuto a meditare sopra quello spazio bianco, dopo l'ultimo punto.
Lì faccio sostare i pensieri e lascio che emergano le immagini che quel testo mi ha lasciato: cosa ricorderò di quelle migliaia di parole fra un po' di tempo?

Finite le ultime righe de “L'intelligenza in-attesa. Interiorità e meditazione a scuola” di Stefano Viviani (Edizioni ETS, 2014 lo trovi qui), nella mezza pagina bianca che restava, ho percepito nitidamente il suo sguardo pieno di interesse per quelle anime in boccio di cui si prende cura ogni giorno fra i banchi di scuola media.


Stefano lo conosco di persona, abbiamo intrapreso insieme i primi passi nella Psicosintesi all'interno di un corso di formazione e crescita personale molti anni fa, lui come insegnante, io come psicologa, insieme ad altri che come noi volevano conoscere meglio se stessi e questo approccio alla vita improntato all'armonia, dentro e fuori di sé.
Il libro di Stefano non è un testo di didattica, né di speculazione teorica, nonostante lui sia animato da uno spirito filosofico che irradia dalla sua persona.
È piuttosto un libro che racconta un'esperienza di scuola vissuta con e per i ragazzi, votata a lasciare emergere le loro potenzialità, testimonianza di un'educazione possibile, pur nelle difficoltà che il mondo scolastico odierno porta con sé.
Quello che ho respirato leggendo, è un'atmosfera in aula piena di curiosità e fiducia: quanto più i ragazzi chiudevano gli occhi per esplorare i loro mondi interiori tanto più quelli di Stefano erano aperti, attenti, pieni di stupore e meraviglia per ciò che stava accadendo.
Come lui stesso sottolinea:

Direi che il presupposto principale è dato dallo «sguardo», dal nostro sguardo, dal modo in cui noi insegnanti vediamo e concepiamo i ragazzi che abbiamo di fronte. Anzitutto, perché poche cose hanno il potere di attivarli e renderli creativi come la nostra attenzione. Sentirsi visti e riconosciuti scioglie blocchi e insicurezze ed è molto spesso sufficiente, da solo, a produrre cambiamenti che hanno davvero del miracoloso.
(pag. 15)

L'insegnante ha un compito delicato e fondamentale, perché accompagna i giovani in fasi decisive della loro esistenza, dove scoprono se stessi e le relazioni col mondo, e come adulto può facilitarli affinché questo svelarsi e rivelarsi sia fondante e pieno di senso.
Questo libro parla della storia di Stefano e di come ha fatto lui a creare questa sinergia coi suoi ragazzi, partendo proprio dagli spunti concreti di lavoro e dalle preziose parole condivise.
Tutto ciò è possibile solo se non ci ferma al primo sguardo.
Occorre andare “dentro”, andare “oltre”:

[…] cosa vediamo, in realtà, quando ci troviamo davanti ai nostri studenti. Riusciamo a vederli come persone, come soggetti, o li percepiamo soltanto come funzioni, come erogatori di prestazioni, spesso in un tutto indifferenziato che non ci permette di distinguerli gli uni dagli altri?
(pag. 16)

Se ci lasciamo ingannare di fronte alla subpersonalità con cui un allievo si identifica – magari per difesa, per paura o perché lo hanno sempre apostrofato così – si rischia di perdere l'occasione di scoprire altro e di farlo conoscere anche a lui.
Chi c'è dietro al “casinista”? Che qualità si celano nella “timidona”? Chi si nasconde fra i libri del “secchione”?
Stefano ha intuito questo “qualcosa in più” che lui chiama «l'intelligenza segreta», ma soprattutto ha sentito l'esigenza di farla emergere in classe e renderla materia viva, energia educativa da plasmare in modo creativo tutti quanti insieme.
In Psicosintesi questo “qualcosa in più” che ci abita viene chiamato Sé, ovvero la nostra essenza più vera e originale, libera da tutti i condizionamenti, che chiede di essere espressa, pena la mancata realizzazione di ciò che siamo.
Introdurre a scuola questo tema significa parlare di vocazioni e passioni, interrogarsi sulla propria identità e su che cosa significa essere se stessi.
Questo però non significa solo mostrare le bellezze rifugiandosi in visioni utopistiche della vita, anzi, come sottolinea l'autore, bisogna porre anche domande scomode e provocatorie:

non possiamo ignorare il disagio che emerge […] si tratta invece di accogliere e contenere, di guidare, di aiutare a risolvere e superare ansie e angosce; non nascondendole, ma affrontandole insieme. Naturalmente è importante per i ragazzi comprendere il valore dell'impegno e della fatica, imparare che certi risultati, nello studio come in futuro nella vita, si ottengono con il lavoro e la disciplina e che sono necessari dei sacrifici. Ma è necessario, al contempo, fornire loro il senso di quello che stanno facendo.
(pag. 38-40)

Come ci dimostrano le pagine del libro, i ragazzi sono assetati di senso, bramano trovare significati interrogandosi con passione anche su questioni che mai ci aspetteremmo

è proprio perché evitiamo le domande a cui pensiamo non sappiano rispondere che spesso sottovalutiamo l'intelligenza dei nostri alunni; l'opinione negativa che abbiamo di loro è molto spesso niente altro che lo specchio di questa sottovalutazione
(pag. 70)

In queste pagine è dunque condensato un percorso educativo all'interiorità, alla socializzazione e al rispetto della diversità, partendo sempre dalla curiosità di sapere cosa ne pensano gli studenti, senza giudizio o regole preconfezionate.
Si tratta di un viaggio dove lo sguardo dell'insegnante si è posato fuori e poi dentro di sé e poi di nuovo fuori, perché prima di tutti Stefano è riuscito ad avere il coraggio di educare se stesso, di condursi in prima persona nel territorio delle domande spinose rispetto al suo ruolo, che non ha voluto ridurre a mero esecutore di programmi ministeriali, diventando compagno di scoperte e sostenitore di talenti.
Finché poi arriva un momento in cui ci si separa, arriva il tempo di affidarli, con fiducia, al mondo (pag. 95).
Infondo, il lavoro dell'insegnante per certi versi è simile a quello del terapeuta, soprattutto nell'epilogo: spesso nessuno dei due conosce cosa succederà dopo (l'ultima seduta o dopo l'ultimo giorno di scuola) nell'esistenza di quelle persone che si sono accompagnate per un tratto di cammino.
Ci si congeda augurandosi di aver contribuito a rendere quel percorso più umano e degno di essere vissuto. 
La vita poi farà il resto.

buona settimana
virginia