martedì 22 marzo 2016

parole per l'anima #7





Stamattina alle 7.00 camminando con Golem per la prima passeggiatina quotidiana ho cominciato a imbattermi ad altezza di sguardo in tanti foglietti bianchi appesi ad alberi, cancelli e anche sul marciapiede. 
All'inizio credevo che in quelle fitte parole si celassero volantini di qualche animaletto smarrito o di offerte di prestazioni varie, poi, soffermandomi e guardando più attentamente, ho letto che si trattava di una improvvisata installazione di poesia su strada: tante opere citate sui foglietti in onore della Giornata mondiale della poesia, che cade proprio oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera e anniversario della nascita di Alda Merini (come ci ricorda il sapiente Google).
Qualche appassionato di poesia, aveva tappezzato il paese di questi messaggi per protestare contro lo scarso numero di volumi poetici nella biblioteca e chiedeva così che i concittadini ne richiedessero l'acquisto per incrementarli.
La prima poesia che ho letto non ho potuto fare a meno di fotografarla, perché parlava proprio di strade e di viaggi: 




è di Antonio Machado e mi ha fatto venire in mente il post dello scorso lunedì (qui) dove parlavamo di vie d'uscita. 
Così le parole per l'anima di oggi saranno dedicate a simboli di ingresso e uscita in nuove vie e possibilità. 
Scegliete la vostra porta preferita verso il cambiamento.

















Poi scrivete questo incipit "io sono la porta che conduce verso..." e lasciatevi trasportare dalla penna trovando parole per descrivere i vostri desideri e obiettivi.
Mettete l'immagine come sfondo del telefono o del desktop del computer.
Lasciate che la sua energia si sprigioni giorno dopo giorno e schiuda alla trasformazione. 

Buona settimana
virginia 

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 14 marzo 2016

Vie d'uscita



Il tempo che posso dedicare alla scrittura negli ultimi tempi è sempre più ristretto, quindi mi scuso se la mia presenza sul blog si fa un po' desiderare.
Ma ieri facendo una pulizia di foto sul telefono ho trovato questa vignetta di Cavez



che mi ha fatto venire in mente la tendenza tutta umana a voler sapere prima e con certezza dove ci porteranno certe scelte.
A volte si tratta di decisioni prese nostro malgrado perché la situazione è insostenibile, altre volte sono subite dolorosamente, altre ancora studiate per mesi o anni, alla ricerca del modo migliore o della via migliore.
Il fatto è che quando tutto diventa incerto e vacillante è normale che cerchiamo appigli su tutto ciò che è conosciuto e definito.
Spesso però il “conosciuto e definito” coincide con quel qualcosa o qualcuno che è nocivo psichicamente o emotivamente per noi: una relazione insoddisfacente, un lavoro opprimente, una famiglia limitante...
Un po' di anni fa vi avevo parlato della comfort zone (qui) ovvero quell'area psichica fatta di azioni, sensazioni, emozioni, comportamenti, la cui ripetizione ci fa sentire sicuri, nella quale la dimensione del rischio è pressoché nullo.
In quanto esseri tendenti all'equilibrio, vorremmo che mai nulla modificasse questa sorta di base sicura – anche se parti di noi la vivono stretta o scomoda o addirittura superata.
Il conflitto fra le parti rinnovatrici e quelle conservatrici è una delle lotte interiori più faticose da sostenere: c'è chi tende a ignorare i segnali di insoddisfazione chi invece li esalta e condivide, ma può essere comunque che in entrambi i casi, prima di arrivare a un cambiamento concreto, la strada sia lunga e tortuosa.
Così, per aiutarvi a definire e chiarire le vostre resistenze alla trasformazione e allo stesso tempo definire gli aspetti positivi e propulsivi, vi chiedo di prendervi qualche minuto tutto per voi e definire mentalmente una situazione in cui vorreste avere una via d'uscita.
Una volta delineata, chiudete gli occhi e dopo un breve rilassamento (trovi qui una base) o anche rispondendo direttamente senza filtrare troppo alle domande di seguito, provate a immaginare una possibile via d'uscita per questa realtà:
Cosa vedete?
Una strada? Una porta? (o qualsiasi immagine vi appaia)
Che tipo di strada o che tipo di porta (o che tipo di via di uscita?)
Vi ricorda qualcosa di familiare?
C'è qualche particolare che colpisce la vostra attenzione?
Cosa temete e cosa sperate se la attraversate?
Se la imboccate riuscite a vedervi una volta fuori?
Cosa vi aspettate di trovare?
Quale vostra qualità può guidarvi in questo cammino?
Quale scoperta potete fare?
Quale limite potete superare?
Riuscite a immaginarvi fra qualche anno, quando tutto questo sarà un ricordo?

Poi tornate al qui e ora e riflettete su ciò che è emerso.
A volte si pensa di dover cambiare tutto, stravolgere la propria esistenza mentre è importante saper cogliere i piccoli mutamenti nel quotidiano, fonte inesauribile di momenti significativi di pienezza.
Vi lascio a un'altra vignetta



Ricordando che quando è il momento, bisogna avere il coraggio di guardarsi meglio e magari scoprire che non si deve uscire fisicamente da qualche parte bensì uscire dalle vecchie modalità di vedere se stessi e gli altri, perché spesso i più grandi passi si compiono dentro ancora prima che fuori.

Buona settimana
virginia

lunedì 29 febbraio 2016

Un rimedio per liberarsi dai traumi trans-generazionali



Molto presto, presso DonnaNuova – lo sportello di orientamento e informazione contro la violenza sulle donne col quale collaboro – organizzeremo un pomeriggio di Costellazioni Familiari.
Credo che questo modo di lavorare in gruppo sia un ottimo metodo per riuscire a vedere “messe in scena” certe dinamiche che di solito si perpetrano in modo automatico senza che nemmeno ce ne accorgiamo: a volte si tratta di schemi di comportamento disfunzionali o alterazioni di ruolo (es. i figli che si trovano loro malgrado a fare da genitori ai propri genitori) altre volte invece si assiste a veri e propri traumi che minano l'esistenza e la gioia di vivere.
Riflettendo sull'importanza – soprattutto in quest'ultimo caso – di un lavoro integrato fra rappresentazione di gruppo e psicoterapia individuale, mi è venuto anche in mente un fiore australiano del repertorio del Bush che si chiama Boab.
L'utilizzo dei rimedi della floriterapia quando si intraprende un percorso di cambiamento e trasformazione, può essere un elemento complementare e di sostegno, fondamentale nel processo in corso.

Boab non è altro che il baobab australiano.



È un albero molto importante per gli aborigeni, perché il suo grande tronco contiene molta acqua che può essere raccolta scavando buchi nella corteccia.
Ma l'utilizzo dei suoi fiori per dar vita all'essenza vibrazionale è legato a un'usanza tribale molto più simbolica: sembra che nel periodo di fioritura, le future mamme rivestano coi petali carnosi di colore bianco-crema, una buca scavata nel terreno, la quale poi andrà ad accogliere il nuovo nato, partorito accovacciate vicino alla madre terra, in una culla petalosa ;-) .
I fiori del Boab accolgono il piccolino nel momento della prima separazione dal ventre della madre, così come il rimedio in gocce aiuta a staccarsi dalle influenze familiari e delle generazioni precedenti.
Questo cosa significa?
Ogni famiglia tramanda memorie, valori e regole, ma anche eredità emotive o traumatiche attraverso quello che la psicogenealogia definisce inconscio trans-generazionale.
Una delle maggiori studiose in quest'ambito è Anne Ancelin Schützenberger secondo la quale i legami inconsci con gli antenati sono dovuti a dei segreti, a delle cose taciute, nascoste, spesso proibite anche sul piano del pensiero, ma che attraversano le generazioni, senza essere mai elaborate.

Ciascuno di noi ha dentro di sé un romanzo familiare e ogni famiglia ha una storia da raccontare; una storia che si ripete, una storia mitica, una saga e dei segreti. Siamo tutti eredi di queste tradizioni. Più esattamente, siamo gli eredi di questa tradizione, di questa storia.

Inoltre la Schützenberger nei suoi libri testimonia e approfondisce “la sindrome da anniversario” e le ripetizioni dei traumi da svelare nel genosociogramma [vi suggerisco di leggere il suo “La sindrome degli antenati” Di Renzo Editore e intanto di guardare il video qui sotto].



Spesso le Costellazioni aiutano a svelare questi copioni inconsci, a patto di essere condotte da una persona esperta e non improvvisata, competente e consapevole dei suoi limiti.
Questo è un tema complesso e delicato, perché ogni storia di vita merita un'analisi attenta e particolareggiata, facendo attenzione a non scadere nella superstizione o in letture troppo rischiose che possono portare a lasciarsi influenzare dall'interpretazione, creando traumi ulteriori.
Tornando al nostro rimedio floreale Boab, assunto in dose di 7 gocce mattina e sera:
  • aiuta a liberarsi dai modelli negativi ereditati dalla famiglia d'origine, sia sotto forma di pensieri, convinzioni o comportamenti disfunzionali
  • permette di recidere il cordone energetico che lega i figli a certe dinamiche genitoriali
  • se assunto anche dai genitori, può aiutare a essere più rispettosi dell'unicità dei discendenti, per non condizionarli con aspettative o forme coatte di consigli non richiesti
  • lavora sul senso di colpa dovuto al volersi emancipare dalla famiglia o dalle sue leggi
  • permette di entrare maggiormente in contatto con la propria individualità e il proprio potenziale che è stato tarpato dai “dover essere” ereditati
  • può aiutare anche quando si tende inconsciamente a ricercare partner che ricalcano schemi di comportamento genitoriale, per liberarsi da questa dipendenza

Le nostre ferite emotive possono essere curate e trasformate con molti strumenti lenitivi dell'anima.
Perché chi ci ha preceduto magari non c'è più, ma noi possiamo sempre rinascere.

Buona settimana
virginia

[ Se volete maggiori informazioni sulle Costellazioni le trovate in questi vecchi articoli quiqui sul blog o sul sito di Evi (che sarà la conduttrice del nostro pomeriggio).
Per partecipare, la segreteria di DonnaNuova è aperta il lunedi 18-20 e martedi dalle 18 alle 19, in viale Regina Margherita a Valdagno o al numero 348-8589600 ]

sabato 27 febbraio 2016

parole per l'anima #6


L'amore sano e maturo non è un gioco di potere, né un continuo tentativo di dimostrare all'altro qualcosa per avere l'illusione di poter essere amati. 
Dopo il post di lunedì (qui), non credo ci sia molto altro da aggiungere.
Se non che l'amore è reciprocità nel rispetto della diversità; è quando i ruoli possono essere alternati, ma il valore resta inalterato.






buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest)


lunedì 22 febbraio 2016

il/la manipolatore e il/la dipendente: una coppia perfettamente disfunzionale



Ci sono molti modi per essere fatti l'uno per l'altra: purtroppo quello di cui parliamo oggi è uno dei più dolorosi e tristemente noti.
Quella fra il manipolatore affettivo e il partner dipendente è una delle coppie più difficili da separare, nonostante l'infelicità.
In altri articoli qui sul blog si è parlato molto del primo tipo – nelle varie sfumature di personalità ricoperte – dal peter pan (qui) al narcisista (qui, qui e qui) – ma anche della sua controparte necessaria affinché la relazione sia perfettamente disfunzionale (vedi qui , qui e qui).

Oggi voglio parlarvene affrontando il tema della coppia, ovvero analizzando la modalità con la quale queste due personalità entrano in relazione, innescando una spirale di disagio che fatica a terminare.

Con il termine manipolatore affettivo, si intende qualsiasi persona che con il suo comportamento e modo di essere riesce a estorcere agli altri molte attenzioni, o azioni che spontaneamente non avrebbero fatto, disponibilità di tempo e a volte anche di denaro, oppure un investimento esclusivo che elude altre relazioni significative.
Spesso si parla del manipolatore al maschile, ma in realtà anche molte donne rientrano in questa categoria.
Possono esserci molti modi attraverso i quali questo personaggio – maschio o femmina che sia – agisce, situandosi lungo un continuum che va dal mostrarsi molto sicuro, arrogante, indipendente e (finto-altruista) fino a essere pessimista, bisognoso e richiedente.
Anche il partner dipendente – contrariamente al senso comune che lo vede solo come vittima passiva – può dimostrarsi lungo lo stesso continuum di sicurezza-inermità.
Ovviamente assisteremo nel corso della storia a un continuo gioco di ruoli inconscio.
Quando il manipolatore è onnipotente la partner sarà nella posizione di sudditanza, quando lui si mostra bisognoso sarà lei a prendere la situazione sotto controllo per confortarlo (in questo caso non c'è una vera volontà di potenza) ma comunque avrà indirettamente una gratificazione della sua indispensabilità.
La dipendenza in questo modo assume due valenze: da una parte il bisogno di essere riconosciuti e amati da una persona che viene creduta forte, sicura, realizzata e “superiore”. Dall'altra il bisogno di essere considerati dal partner necessari, di avere un ruolo fondamentale e sentirsi importanti e degni di amore per questo.
In entrambi i casi, il terrore della perdita dell'altro, si basa sulla convinzione che “se non sono come lui/lei vuole (es. avvenente o senza una vita propria ecc...) o come lui/lei ha bisogno che io sia (es. disponibile e rassicurante), alla fine troverà una persona meglio di me e sarà felice con lei”.
Le radici di questa convinzione vanno ricercate nei legami di attaccamento primari, spesso nella relazione con un genitore (o entrambi) rifiutante o critico – quando si cerca il partner svalutante – oppure parassita delle energie emotive del figlio – quando si cerca un partner bisognoso di essere il centro del mondo in maniera vittimistica.
Questi genitori hanno lasciato nei figli la certezza di non essere mai abbastanza, per cui essi si rivolgono continuamente alla ricerca di uno sguardo di approvazione che faccia loro percepire un minimo di riconoscimento, che li salvi dalla sensazione di essere sbagliati e in colpa per qualsiasi cosa.
Il partner dipendente crede di dimostrare amore verso il manipolatore rendendosi suo schiavo, (e ottenendo in cambio svalutazione e umiliazione) invece non fa altro che dimostrare un disperato dis-amore verso se stesso.
Per questo è così difficile interrompere queste relazioni: perché consciamente la persona dipendente non si capacita di come l'altro possa non accorgersi di quanto fa per lui e di quanto sia degno d'amore per questo, ma inconsciamente non si sente assolutamente amabile (da qui i dubbi del tipo “se non fossi così – es. insistente, gelosa/o, grassa/o – mi amerebbe...”).
Se il dipendente aspetta che l'altro si accorga del suo valore e finalmente lo/la ami, può attendere all'infinito. Il ruolo di subalterno (bisognoso, adorante, supplicante) che egli ricopre è proprio funzionale alla necessità di sentirsi importante del manipolatore.
Non importa che lo faccia seguendo la via del potere diretto (schiacciando) o indiretto (intrappolando l'altro nel ruolo del salvatore): si tratta in entrambi i casi di modalità patologiche di relazionarsi che non tengono conto dei bisogni altrui.
L'unica via di salvezza dell'individuo dipendente, sta proprio nella ricostruzione di sé, nell'affrontare le ferite del passato e finalmente affrancarsi dalla necessità che sia un'altra persona a definire il suo valore e decidere della sua felicità. 

buona settimana
virginia