lunedì 18 novembre 2013

Riflessioni a voce alta per genitori di adolescenti




“ […] i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. […]

Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa.

Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.”

(U. Galimberti “L'ospite inquietante” 2007 pag. 11)


Chi ci segue sulla pagina fb del “Progetto Wonder Woman” sa che questa è la settimana in cui ci troveremo per affrontare un tema delicato e complesso, quello della comunicazione e del rapporto con i figli adolescenti, tema che comunque ha già provato a insinuarsi nelle serate precedenti, perché è inevitabile che la responsabilità di essere genitore faccia capolino ogniqualvolta una donna si interroghi su “che cosa è bene per me? Quali sono i miei bisogni?”.

Inutile opporre resistenza a quelle domande che subito emergono come un contrappasso: “E loro? È giusto anteporli a tutto? È corretto chiedere di comprendere che anche il genitore ha delle necessità che possono scontrarsi con le loro? Ma poi, devono comprendere o semplicemente accettare? E se poi soffrono? E che esempio posso dargli? E cosa succederà? Mi amerà ancora?”

Potrei continuare all'infinito, perché nell'elucubrazione genitoriale gli interrogativi sul da farsi non sono mai abbastanza, ti assalgono quando meno te lo aspetti, mossi anche solo da uno sguardo di quella tua creatura che a volte sembra osservare solo per coglierti in fallo...

Come scriveva qualche giorno fa Daria Bignardi su Vanity Fair (la trovi qui):

Nessuno ti fa crescere, capire chi sei, nessuno ti mette in crisi e ti guarda dentro come un figlio. I figli ti mettono con le spalle al muro. Se sei scemo, se sei egoista, se sei pigro, se sei superficiale, se sei nevrotico, un figlio te lo fa capire.

Questo è quello che succede nel confronto con un adolescente, che ha sete di valori assoluti, che cerca modelli cui tendere, ma allo stesso tempo ha bisogno di distruggere dentro di sé quell'immagine di mamma e papà onnipotenti, onniscienti, onnipresenti della sua infanzia.

“[...] è quando tuo figlio (l'angelo inetto che ti faceva sentire dio perché lo nutrivi e lo proteggevi: e ti piaceva crederti potente e buono) si trasforma in un tuo simile, in un uomo, una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d'animo, l'autorevolezza, la severità, la generosità, l'esemplarità... troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”

(M. Serra “Gli sdraiati” 2013 pag. 21)

È così che tu genitore ti ritrovi impotente.

Ti sembra di parlare a un muro di gomma che implacabile ti rimanda indietro qualsiasi parola tu gli scagli contro, in più con gli interessi, perché anche quell'episodio, testimonianza di un tuo limite, che pensavi (speravi) fosse passato inosservato anni prima, o che gli avevi raccontato per fargli accettare una sua fragilità, torna prepotentemente alla ribalta, sottolineato, esasperato e usato come un arma.

Oppure ti trovi a fare i conti con il silenzio, i non detti o le bugie, arma bianca che taglia ogni possibilità di incontro, di dialogo, di vicinanza.

E il paradosso è che tutto questo sta succedendo perché questo figlio lo vuoi aiutare.

Perché senti sul tuo cuore il peso del suo malessere e vorresti alleggerirlo, prenderlo su di te come facevi da bambino, quando lo accoglievi in braccio e bastava quello per donargli pace.

Adesso il rapporto con te passa solo attraverso l'oggetto tecnologico del momento, prolungamento sociale di sé (verso il mondo) e verso di te (in quanto esauditore di desideri), come se quelle onde wireless davvero bastassero a colmare le distanze.

In alternativa c'è l'arcobaleno di filigrana che sta nel tuo portafoglio, per la cui richiesta per lo meno c'è uno scambio diretto di sillabe giornaliero.

Così mentre tu frequenti corsi per imparare a stare nel “qui e ora”, per non farti cogliere dall'ansia e dalle preoccupazioni galoppanti di questi tempi cupi, ti accorgi che tuo figlio sa vivere solo nell'oggi, che sembra non accorgersi di quello che ogni giorno ci viene bombardato su tutti i fronti e il domani pare non sfiorarlo... dorme, ascolta suoni da microcuffie ma non le parole che escono dalla tua bocca, chatta ma non parla, studia (...studia?? diventa il tuo pallino ma non il suo).

Per lui o lei esistono solo la sua passione del momento, i suoi amici, le sue idiosincrasie quotidiane e in continua mutazione...

Ti ritrovi a condividere pensieri che non avresti mai creduto, quelle frasi da vecchia generazione che non può fare a meno di esclamare “ai miei tempi...” e per la prima volta simpatizzi coi tuoi genitori, li vedi con altri occhi quando tu eri al posto di tuo figlio e loro quelli che impazzivano.

Ma davvero impazzivano? O sfiora anche a te, come a Serra, “il forte sospetto – quasi una certezza – che le generazioni precedenti, quanto all'arte di non farsi sopraffare dai figli, fossero molto più attrezzate della nostra”? (Serra, pag. 21)

E “Se – invece - un qualche radicale cambiamento dell'assetto neuronale avesse prodotto non un normale avvicendarsi di culture e di mode e di pensieri, ma una separazione definitiva tra il passato e il futuro degli umani? (Serra, pag. 32)

 
La risposta forse può darcela Galimberti: si tratta, purtroppo, di una crisi della società.

“Un cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro, […] quando il futuro chiude le sue porte, o se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora, come dice Heiddeger, «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l'energia vitale implode” (pag. 26).

In una frase “meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva” (pag. 28) che sembra quasi il dictat dei nuovi giovani. 
Possiamo ipotizzare ancora, che loro, come noi alla loro età, scrutino il mondo adulto come un regno da espugnare? E che il “conflitto” fra giovani e vecchi avvenga sullo stesso campo di battaglia?

In questa nostra realtà dove nessun adulto può e vuole invecchiare, dove la lotta all'ultimo posto di lavoro è un affare che riguarda più i grandi che i giovani, dove nessuno può andare più in pensione per lasciar spazio alle nuove generazioni, dove tutto il mondo è paese e resta poco da scoprire, dove genitori e figli fanno le stesse esperienze perché siamo “come amici”, con questi orizzonti davanti agli occhi, quale speranza di un mondo da conquistare si apre per loro? E come possiamo aiutarli?

Prendo ancora a prestito le parole di Galimberti

  • “Non interrompete mai la comunicazione, buona o cattiva che sia, qualunque cosa i vostri figli facciano” (pag. 42)
  • “tra una palestra e un corso di nuoto, perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora un po' imbrogliata, perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte al nostro fianco, nei primi momenti un po' impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell'intelligenza, ma quanta cura dell'anima?” (pag. 46)
  • “i giovani, anche se mai lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare che attraversano è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato” (pag. 55)
Non so se la risposta sta per tutti sul Colle della Nasca (non voglio togliervi il piacere della lettura de “Gli sdraiati”!), ma compito di un genitore potrebbe essere quello di permettere al figlio di vedere nuovi orizzonti, accettare che faccia il suo cammino, la sua strada e vada oltre, voltarsi e non vederlo, perché non è più dietro ma davanti a te, ti ha superato, con le sue scarpe che a te paiono inadeguate e coi suoi percorsi fuori dalla “via maestra” che avevi studiato per lui, ce l'ha fatta, non sei più tu quello che sa tutto, che conduce, ma può voltarsi, cercarti e specchiarsi nel tuo sguardo, e leggerci comunque un “sono fiero di te, adesso vai avanti da solo".

I giovani hanno bisogno di sentire che crediamo in loro, nonostante tutto.


“Dove andiamo non lo so,
ma dobbiamo andare”

(J. Kerouac)

buona settimana
virginia

lunedì 11 novembre 2013

Di cosa parlano le donne quando parlano d'amore


Torno a parlare di libri.

Questo è il titolo di quello scritto da Iaia Caputo nel 2001 (“Di cosa parlano le donne quando parlano d'amore” ed. Corbaccio).

Tanto tempo fa ne avevo tratto una storia che trovate qui, che fa cogliere con una bella metafora la complessità del rapporto fra uomini e donne, che si incontrano (o scontrano?!) in questo grande mistero chiamato “amore”.

Oggi non ho molto tempo per scrivere, così vi lascio alle ultime pagine del libro, conversazione immaginaria fra le idee di molte donne che si interrogano su che cosa significhi per loro parlare d'amore, ovviamente alla luce della loro storia ed esperienza di vita...






E voi, di cosa parlate quando parlate d'amore?

Parlate proprio dell'amore, parlate di voi o finite per parlare degli/sugli (contro gli) uomini?

Provate a sentire le differenze...


Buona settimana
virginia


lunedì 4 novembre 2013

Sensualmente te


 
 
Il sesso, parola inflazionata e allo stesso tempo così intimista.

Tutti ne parlano, tutti ne sono incuriositi, magneticamente attratti, uomini e donne, tutti, ma gelosamente ognuno a suo modo, ognuno per motivi diversi e percorsi tortuosi, o forse troppo semplici.

Provoca imbarazzo il sesso.

Provoca qualche volta rifiuto. Spesso vergogna. In alcuni libertà.

Perché?

Perché attraverso questa parola si entra in una sfera così intima di agiti e modi di essere che non è facile svelare e svelarsi.

Passa molte volte attraverso l'umorismo il sesso, per poter entrare in una conversazione.

È una nostra difesa dal disagio che nasce dentro ogni volta che velatamente si affaccia in un confronto.

Sia che passiamo da un atteggiamento paternalistico a uno sfrontatamente libertino, comunque il senso di disagio rimane, lì, sotterraneo a farci compagnia...

La ricerca del piacere è qualcosa che ci appartiene da sempre: fin da bambine se ne cerca in qualche modo appagamento, in maniera esplorativa e senza logica, ma così accade. È un momento molto delicato e importante, che l'adulto, genitore, non sa come affrontare nel caso ne scopra la pratica: può venire vietata, apostrofandola come qualcosa di sconveniente e “cattivo”, oppure può venire in qualche modo spiegata, cercando di limitare le sue espressioni in momenti lontani dagli occhi altrui, altre volte ancora può essere omessa e taciuta, nell'attesa che le cose evolvano e cambino da sole.

Spesso il percorso di scoperta, qualsiasi sia stato il suo esordio, continua in maniera solitaria, perché i genitori si trovano in difficoltà a rispondere a domande sul sesso, sulla contraccezione, sulla prima volta, in maniera esaustiva e chiara.
I papà si limitano a dare pacche sulle spalle ai ragazzi, ponendo l'accento sull'importanza di “non fare cazzate” (leggi: non mettere incinta nessuna) le mamme, oscillano fra la voglia di chiedere e quella di non sapere, rivolte alle figlie con sguardi che sanno ma non osano domandare, cercando e sperando che per le loro bambine avvenga tutto il più tardi possibile e in un rapporto che ne valga la pena.

La vita sessuale è un mistero.

Non è così immediata e spontanea come si potrebbe credere.

Sulla carta, dovrebbe essere il momento che ci mette in contatto con la nostra parte più istintiva e primordiale, con la nostra fisicità vissuta finalmente in maniera liberatoria e scevra da tutti i vincoli estetici fini a se stessi, che mostriamo continuamente al mondo.

In realtà, a volte, hanno ragione gli uomini: le donne sono perennemente attente a non avere un capello fuori posto (leggi: chili di troppo, peli di troppo, la biancheria intima giusta, la pelle tonica, ecc...) e così rischiano di perdere la bellezza dell'incontro con l'altro su un altro piano, che è quello della spontaneità e complicità dei due corpi, semplicemente mezzo per fonderci in un atto di piacere reciproco.

Il piacere non passa necessariamente dagli occhi: passa attraverso i pori della pelle, passa dal naso, dalle mani, dalla bocca, dalle orecchie... è un atto completo e che completa, riunisce due corpi in un corpo solo, riuscendo ad elevare magicamente un vissuto di unione in comunione, di carne, cuore e anima. 
Tutti e cinque i sensi possono partecipare fondendosi per creare un'atmosfera piena e appagante, alla base di un'esperienza unica e irripetibile ogni volta.  

A tal proposito, mi piace citare la lingua ebraica che è una lingua sacra, dove le lettere sono considerate canali energetici di energia spirituale, ovvero canali metafisici.

Le parole che significano uomo e donna

יאש

אשה

si differenziano per due lettere ( י ה ) che rappresentano la radice della parola Dio, impronunciabile per la cultura ebraica. Questo però ci fa anche vedere come, dall’unione dell’uomo e la donna si possa avere una incarnazione del divino che è in noi, l’aspetto sacro della sessualità.

L’altra radice che rimane ( אש ) togliendo l'aspetto “sacro” significa “fuoco”, che brucia e si consuma, che è fine a se stesso, senza la parte più spirituale.

Quindi, il potere transpersonale del sesso può emergere solo se questa esperienza viene vissuta dal nostro centro, come esperienza della totalità.

Facendo riferimento alla radice ebraica del verbo “conoscere” si può rilevare come sia la stessa usata per esprimere il fare l’amore, quindi bisogna sottolineare la “possibilità” di questa esperienza e di un tale modello che va vissuto e conosciuto, con umiltà e libertà, senza avere aspettative troppo elevate.

 
La nostra sessualità evolve con noi, in base alle esperienze, agli incontri, al coraggio di manifestare apertamente all'altro i propri bisogni, conoscendoli di pari passo.

Cambia il rapporto sessuale nel tempo? Si, certo che cambia, si adegua ai cambiamenti corporei, nell'uomo come nella donna, non senza difficoltà o aspetti da accettare e integrare, ma è qualcosa che ad un certo punto trascende la pulsione di un tempo: è davvero l'incontro, il rispetto dei ritmi, il conoscersi davvero ed entrare in una dimensione – anche giocosa – del vivere la vicinanza in un modo diverso ma ancora unico, come unico è quel rapporto che vi lega, dove anche un abbraccio, in un momento particolare, fa la differenza su tutto.

Così come ogni vita è fatta di tappe uniche e irripetibili e dà origine a un significato più ampio, che ci guida nel nostro cammino personale, così la nostra vita sessuale, fa dei percorsi, a volte lineari, altre volte tortuosi, ma se guardiamo bene fra le curve o le strade in salita, appare un disegno magnifico, che schiude a risposte più ampie: il piacere, così come il senso della vita, è lì dove ciascuna lo trova e nel modo che è più in sintonia con la propria anima in crescita (leggi: che può essere scoperto, riscoperto, modificato, amplificato, liberato...a tutte le età!)

Buona settimana
virginia

lunedì 28 ottobre 2013

Resistere al cambiamento


Evi qualche ora fa ha postato questa riflessione sulla pagina Facebook del Progetto Wonder Woman (se non lo conosci, clicca sul banner fb nella colonna qui a destra):

E di queste serate quale mi è piaciuta di più e quale di meno? E in quella che mi piaceva di meno cosa in specifico non mi è piaciuto? Quello che non mi è piaciuto ha a che fare con i meccanismi di difesa al mio cambiamento ? E se anche fosse stata " l'energia del gruppo", se siamo tutte collegate, cosa mi risuona in quell'energia?

L'ho vista come una buona occasione per scrivere qualcosa sulla paradossale tendenza a lasciare le cose così come sono, nonostante tutti gli sforzi e le manifestazioni di desiderio di cambiare.

A qualcuno sembrerà assurdo, ma la resistenza è un fenomeno pervasivo, è ciò che ci porta a mantenere lo status quo, anche se abbiamo voglia di trasformare ciò che percepiamo come catene, anche se ci vogliamo liberare di inutili pesi che portiamo da troppo tempo, e anche se con tutte noi stesse dichiariamo al mondo di voler cambiare.

Già Freud la definiva “il maggior ostacolo al lavoro terapeutico”, dato che si strutturava come vera e propria difesa dal cambiamento.

Perché? Cosa si cela dietro a questa insopprimibile tendenza?

Intanto vediamo come si manifesta.

Non solo in terapia ma nella nostra vita di tutti i giorni.

Negazione e opposizione. Ogni volta in cui vi trovate a opporvi con tutte voi stesse a una frase, un'affermazione o interpretazione di qualcuno su di un vostro atteggiamento o comportamento, ecco, lì dietro potrebbe celarsi una resistenza a vedere che anche quell'aspetto fa parte di voi.

Mancato ascolto. Quando all'improvviso vi ritrovate a pensare ad altro, oppure non vi ricordate ciò che una persona vi stava dicendo, soprattutto se si parlava di voi e di qualcosa che vi sta a cuore...

Perdita di interesse. Se avviene un mutamento di prospettiva, quando tutta l'attenzione che prima era verso una tematica, una persona, un'idea viene meno senza un motivo particolare, ma sentite che la vostra energia è sospinta altrove, può essere indizio di una resistenza in atto...

Reazioni emotive contro qualcosa o qualcuno. Inspiegabilmente vi trovate a provare una forte irritazione, oppure noia mortale, o ancora sentite l'inspiegabile impulso a fare qualcos'altro da ciò che state facendo... ma non riuscite a stabilire un motivo preciso che vi porta a comportarvi così. A volte questo modo di difendersi avviene sentendo la necessità di criticare un sentimento o comportamento altrui, quando ad esempio, un vissuto di un'amica ci porta ad allontanarla da noi, perché magari allontanando lei, allontaniamo anche il sentimento che rischia di risuonarci dentro...

Inoltre vi sono maniere ancora più subdole in cui le nostre difese inconsce filtrano furtive: magari attraverso sensi di colpa (“non posso affrontare questo problema, so che starebbe male e poi non me lo perdonerei”), ripetizione inconscia di copioni sempre uguali a se stessi (“sono consapevole che dovrei lasciar perdere ma è più forte di me, ci ricasco sempre...”) e infine con benefici secondari ottenuti dal perpetrarsi del problema (semplificando – che cosa ottenete dal permanere dello status quo? Qualcuno può avere l'attenzione, altre l'affetto e la cura, altre ancora il non sentire la solitudine ecc...) 
 
Ogni momento di consapevolezza porta una piccola o grande crisi di identità.

Lo scoprire di avere dentro di sé aspetti finora sconosciuti o per lo più rimossi (proprio perché alcune persone ci hanno ferite in altri tempi più remoti) porta a percepirsi di nuovo vulnerabili e fragili, verità dalla quale tutti cerchiamo di salvarci attraverso strategie che si stratificano in maniera originale negli anni della nostra vita.

Pur di non cadere di nuovo in quello stato di insicurezza siamo tentati di esacerbare quegli aspetti difensivi conosciuti, pur se disastrosi, perché il cambiamento ci fa più paura ancora.

In natura tutto è trasformazione ed evoluzione continua, mentre noi esseri umani ci arrocchiamo su convinzioni, atteggiamenti stereotipati e rigidità emotive.

Piuttosto che prendere in considerazione una via alternativa ci sediamo imbronciati dicendo che l'altro è un brutto cattivo che vuole ostacolarci.

Piuttosto che accogliere nuove parti che, oltre allo shock iniziale, possono portarci nuove forme di energia, preferiamo tenerci strette quelle prosciugate dal tempo, che ormai non hanno più risorse da offrirci.

Io non sono così.

Questo non mi appartiene.

È lui/lei quello sbagliato/a.

Non voglio pesantezza nella mia vita. Voglio solo stare bene.

Sono fatto/a così e non posso farci nulla...

potrei andare avanti all'infinito, ma è giusto per citare alcune frasi tipiche.
 
In realtà la stabilità è un'illusione.

Ma tutto ciò che è nuovo ci destabilizza e ci fa sentire incerti.

Allo stesso tempo ci costringe a lasciare emergere nuove forme di interazione con l'ambiente e con gli altri, che mai avremmo scoperto se tutto restasse sempre uguale a se stesso.

Se utilizziamo il nostro sguardo critico per conoscere meglio noi stessi, non sarà tempo speso invano, anche se abbiamo fatto una cosa che all'apparenza sembra non piacerci, o corrisponderci come vorremmo.

Non è detto che tutto ciò che conosciamo e che ci piace sia per sua natura buono e perenne.

Chiudo lasciandovi con una citazione per riflettere:

“Gli uccelli nati in una gabbia, pensano che volare sia una malattia”

(A. Jodorowsky)

Buona settimana

virginia

lunedì 21 ottobre 2013

La sindrome di Monna Lisa


 



Enigmatico sorriso che ci interroga da secoli.

Guardando l'opera non si può fare a meno di chiedersi quale emozione si celi dietro a quelle labbra appena schiuse, a quegli occhi che guardano altrove.

È una felicità inespressa o tristezza malcelata? È fuga in altri mondi o aggressività sotterranea?

Da uno studio del 1954, sembra che nella prima versione del dipinto (che si trova sotto l'originale), l'espressione del volto fosse stata cupa e malinconica, poi corretta successivamente.

Ute Ehrhardt nel suo famosissimo libro (“Le brave ragazze vanno in paradiso le cattive dappertutto”. (1996) Ed. Corbaccio: Milano) ci parla di questo sorriso come sottomesso, segnale identificativo di una temibile trappola in cui molte donne cadono, loro malgrado.

La mentalità di Monna Lisa, secondo lei si esprime in cinque modelli di rapporto, che le donne subiscono o determinano, ovvero:

  1. la comprensione – che avviene ogniqualvolta ci si sente in dovere di comprendere le difficoltà interiori di chi ci circonda, anche se si comporta male nei nostri confronti.
  2. la disponibilità – che si manifesta nel rendersi continuamente utili, affermando che lo si fa con piacere, o perché siamo fatte così... ma in realtà nasconde il desiderio inconscio di avere attenzione, dedizione e riconoscimento.
  3. il sacrificio – quando la vocazione a martirizzarsi per il bene altrui è più forte dell'autoconservazione
  4. la modestia – ovvero fare di necessità virtù quando si rinuncia alle proprie attitudini e aspettative, facendolo passare come un normale anteporre il benessere altrui al proprio.
  5. La compassione – esercita il suo potere quando si crede di poter essere l'unica a portare salvezza, ma allo stesso tempo non se ne è capaci perché ci si identifica con l'altro, deresponsabilizzandolo.

Come accorgersi se si è in trappola? Occorre fare attenzione se, nelle relazioni significative, si incorre ogni volta nella domanda “tu che cosa vuoi?” - chiedendolo direttamente o comunque tenendone conto prima di prendere una decisione – o addirittura se si tende ad anticipare i desideri dell'altro, ancor prima che li esprima (in entrambi i casi dimostrando di anteporre i suoi bisogni ai propri).

Diversi possono essere i motivi per cui questo modo di essere entra a far parte di un automatismo spesso inconsapevole: c'è chi vuole evitare il conflitto e chi vuole ricercare l'armonia a tutti i costi, chi è abituata da sempre a dover anteporre a sé le persone che ama , ad essere obbediente e non avere desideri.

In molti casi ciò che ha condotto al comportamento di oggi sono frasi condizionanti del passato di una bambina alla quale non era concesso essere sopra le righe.

“Questo non sta bene... quello non puoi farlo … se gli altri lo facessero a te non piacerebbe... con questo atteggiamento non otterrai mai quello che vuoi... sembri una furia... ti rendi ridicola... guarda che figure mi fai fare... non sei una brava bambina...” e la peggiore: “se fai così non ti vorrà mai nessuno”.

Ecco che subdola nasce la convinzione limitante che fa cadere tutte le potenti energie, necessarie per portare avanti i propri bisogni. È così che l'impulso subisce una grave amputazione.

Dentro di noi può nascondersi la paura di non essere amate e riconosciute se solo osassimo manifestare la nostra opinione, far vedere che la pensiamo diversamente, col timore di essere considerate donne “cattive” o egoiste.

La “cattiva” è una subpersonalità che molte donne accompagnano come protagonista sul mio divano: la richiesta è di fare qualcosa per modificarla, per non farla più emergere con richieste assurde, chiedendomi di diventare in parte complice di chi ha già sentenziato che “così non va...”.

Io invece accolgo con gioia questa parte, lasciando perplesse la maggior parte delle persone che si rivolgono a me, identificate in quel momento con la “buona”, in attesa di essere lodata e riconosciuta dopo tanti sacrifici e azioni ineccepibili.

In quel momento forse leggono sul mio volto l'altra faccia di Monna Lisa, il suo sorriso beffardo che sembra dire: sei proprio sicura che tutta questa bontà sia sempre positiva? Chi lo ha detto?
 
Lascio anche voi con lo stesso interrogativo...
 
buona settimana
virginia

Scene dal film "Mona Lisa Smile" (2003) :