martedì 2 maggio 2017

parole per l'anima #3



Una cosa è certa.
Il cambiamento - come abbiamo visto qui - affascina e spaventa al tempo stesso: ci sono momenti in cui lo riteniamo necessario ma siamo anche consapevoli che non sarà indolore né semplice da attraversare.
Questo avviene quando si ha la sensazione che andando avanti così, rischiamo di essere semplici cloni di se stessi e di ripetere all'infinito comportamenti o atteggiamenti che ormai non hanno più ragion d'essere e che spesso ci portano solo sofferenze.


Ed è proprio qui che la paura attanaglia.
La tentazione sarebbe quella di nascondersi e far finta di non accorgersi dell'impellente bisogno di rinnovare e trasformare se stessi e ciò che ci circonda 
Arriva comunque il tempo in cui è necessario toccare con mano quell'energia che preme per essere vissuta ed espressa nel nostro quotidiano, perché se non le diamo spazio rischiamo che se lo prenda, magari sotto forma di sintomo


Occorre prendere consapevolezza che il nostro mondo, che magari fino ad allora aveva avuto un suo equilibrio, se non viene ampliato e integrato di nuovi aspetti rischia di farci sentire asfissiati e senza vita


Comincia dunque da qui:


Porta luce nelle zone d'ombra della tua personalità che fino ad oggi non hanno avuto spazio e modo di esprimersi.
Lascia emergere bisogni e necessità, senza giudicare, senza preoccuparti se sono o meno realizzabili subito. 
Intanto è importante portarli alla luce del sole, anche se solo con te stesso.


E poi giorno per giorno, comincia dalle piccole cose


Puoi sfidare una regola che non hai mai infranto


oppure puoi concederti di sperimentare due aspetti apparentemente contrastanti di te


L'importante è cominciare, osare piccole trasformazioni che porteranno col tempo più leggerezza e libertà 


Buona trasformazione
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 17 aprile 2017

Effetto Matrioska



Quando qualcuno si accinge a iniziare un percorso di terapia spesso viene assalito da un dubbio o timore: quello di dover cambiare totalmente la persona che è stata fino a poco prima (ne abbiamo già parlato anche qui).
Detto così può sembrare un paradosso.
Il motivo per cui le persone arrivano dallo psicoterapeuta in generale ha a che fare con qualcosa che nella loro vita necessita di essere trasformato o perché un sintomo sta alterando la quotidianità di un tempo o perché una fase, una relazione o esperienza è terminata e va rielaborata per poter tornare a guardare avanti.

Premesso questo appare contraddittorio il desiderio di restare tali e quali.
A volte qualcuno può arrivare ad affermare “toglimi il sintomo ma tutto il resto va lasciato così com'è”, ignorando che se quella sofferenza si è presentata è proprio perché “il resto” - inteso come quell'equilibrio che ha funzionato fino ad allora – non regge più “così com'è” e quindi è necessario trovarne uno più armonico e maturo.

Nascosta dietro questa idea di conservazione dello status quo c'è la paura della perdita, di dover abbandonare ciò che per molto tempo ha donato comunque certezze e fatto percepire il senso di sé – possono essere aspetti dell'identità ma anche legami interpersonali strutturati in un certo modo.
Esiste un pregiudizio che fare terapia voglia dire mettere in crisi il proprio mondo, rompere con alcune persone o magari accusare i familiari di errori irreparabili, da qui l'idea di dover effettuare un taglio netto con chi siamo stati e dover rinunciare alle persone e alle relazioni di sempre (soprattutto se sono o sono stati la fonte della sofferenza).

Per questo ho pensato alla metafora della matrioska per sfatare questa paura, comunque legittima.
La bambola di legno russa può diventare il simbolo per eccellenza dell'inclusione e dell'integrazione ma anche al contempo dello svelamento .

Quando qualcuno arriva in terapia è come la bambola più grande: si presenta con una identità dominante, con una storia recente da raccontare che motiva la venuta sul mio divano, poi man mano che le parole si dipanano è come se si aprisse la prima “corazza” e cominciasse a emergere anche altro, altri periodi di vita, altre storie, persone, emozioni, pensieri, tutte conservate dentro, in nuclei sempre più profondi fino ad arrivare alla matrioska più piccola, che come fosse una bambina, protetta da stratificazioni successive, narra la parte più vulnerabile e segreta di quell'esistenza.
Questa microscopica bambolina, non più riducibile, viene chiamata “seme” e mi piace pensarla come la parte unica e originale di quella persona, prima che qualsiasi evento avesse potuto influenzarla, portatrice di una energia primigenia, da recuperare per poter dare nuova linfa vitale alla vita.

Questa è la fase del togliere, dell'aprire, del guardar dentro, riscoprire, rivedere da altri punti di vista, mettere ordine e guardare dall'esterno in fila indiana quelle varie sfaccettature dell'esistenza in uno sguardo d'insieme che colga significati nascosti fino a poco prima.



Questa è anche la fase più critica, perché una volta fatto questo immane lavoro – dove si tocca con mano il dolore e la fatica con cui siamo arrivati a essere quello che siamo – si presenta il tema della perdita.
Per qualcuno può essere un sollievo e un'urgenza, per altri un incubo.
I primi vorrebbero far fuori aspetti dolorosi e inaccettati e magicamente cancellare parti della propria storia come se non fosse mai accaduta.
I secondi non vogliono rinunciare a parti dell'identità che rappresentano sicurezze – pur se fanno soffrire, perché sono conosciute – perché il futuro ignoto spaventa di più.
La soluzione, in entrambi i casi, non è buttare o eliminare, bensì includere.

Ognuno può e deve fare del materiale vivente della sua personalità, non importa se marmo, argilla o oro, un oggetto di bellezza, in cui possa manifestarsi adeguatamente il suo Sé transpersonale”
(Roberto Assagioli)

In questa frase del padre della Psicosintesi c'è tutto il processo descritto fino ad ora.
Possiamo associare il concetto di Sé transpersonale a quella bambola-seme portatrice dell'energia unica e irripetibile che va riscoperta ed espressa nel quotidiano.
È un lavoro di spoliazione ma successivamente anche di ricomposizione.
Ovvero ricollocare tutto il materiale psichico in un armonica visione che permetta il benessere.
Usando la metafora, si tratta di riunificare in una le diverse bambole di legno, con pazienza e amorevolezza, contenere tutta la stessa esperienza di prima, cogliendone ora non solo i limiti ma anche le opportunità e potenzialità.

Vi ricordate la sensazione di riprendere le varie bamboline, a partire dalla più piccola e rimetterle al loro posto, una dentro l'altra? A me dava un senso di pienezza, soddisfazione e compimento.
È quello che accade anche quando riusciamo ad accogliere e trasformare gli eventi della nostra vita in doni preziosi, potendo dar loro una collocazione, permettendo alla parte più adulta e matura di integrarli nel disegno più ampio di senso personale.



È finalmente il sentirsi completamente “a casa”.

buona settimana
virginia

domenica 26 marzo 2017

parole per l'anima #2


I nuovi inizi sono spesso 
mascherati da dolorosi finali

Quando nel corso della nostra vita qualcosa finisce - una fase, un'esperienza, una storia d'amore, un lavoro... - siamo molto concentrati a gestire il dolore che ne deriva, alla ricerca di risorse per far fronte a ciò che ci appare ancora troppo intenso per poter guardare avanti. 
Ci sentiamo distrutti, facciamo una immane fatica a tenere insieme i pezzi di una identità che appare frammentata e priva di punti di riferimento


In molti casi, la sensazione è quella di essere improvvisamente nudi, inermi di fronte agli eventi che trascinano in un vortice di emozioni difficili da riordinare fra le pagine del nostro quotidiano, improvvisamente privo di senso.


Dopo un po' di tempo - diverso per ciascuno, ma che arriva puntuale - qualcosa accade: in quei giorni in bianco e nero è come se si squarciasse il grigiore e forse in un dettaglio possiamo scorgere una parte di noi che non sentivamo da tanto e magari arriva da molto lontano. 
Per alcuni si tratta dell'occasione per scoprire parti di sé dimenticate, portatrici di energie primigenie.
Per altri è il risvegliarsi di risorse che permettono una trasformazione.


E' con queste che si può osare di fare il grande passo in avanti, anche se all'inizio può sembrare un salto nel vuoto


Solo allora ci si rende conto che è possibile voltare pagina davvero

Tuffarsi e attraversare un confine immaginario, 
dalla fine di un mondo all'ingresso in uno completamente nuovo


Iniziare così una rivoluzione che prima di essere fuori, è iniziata dentro, molto tempo prima


perché


Hai sempre avuto il potere mia cara,
hai solo dovuto impararlo in prima persona

buona settimana
virginia

(fonte immagini: Pinterest)



venerdì 3 febbraio 2017

parole per l'anima #1


Se non si apre
non è la tua porta.

A volte è necessario distinguere un progetto da un'illusione. 
Ci hanno insegnato che se vuoi una cosa te la devi guadagnare, ti devi impegnare, ci devi investire tempo, energie, volontà. 
Questo pensiamo che valga anche nelle relazioni interpersonali. 
Ed è vero, ma con le opportune cautele. 
Mi ritrovo spesso ad ascoltare storie di relazioni fallite nonostante la dedizione e l'amore, storie di delusioni cocenti e di sogni infranti.
In alcuni casi, approfondendo e leggendo fra le righe degli inizi, si capisce che qualcosa non fluiva fin da principio. 
Per questo ho trovato azzeccata la metafora della porta. 
Iniziare una relazione di coppia è come entrare in una casa, dove scopri il mondo dell'altro. 
A volte però quella porta oppone resistenza al passaggio, crea già una barriera, segnala un limite e un confine, permette l'entrata "a patto che... "
Per questo è importante saper riconoscere subito alcuni segnali, in se stessi e nell'altro.
Inutile nascondersi dietro un dito, meglio riuscire a comprendere che cosa sta succedendo



Può essere il caso che siamo noi a lasciarci ingannare da divieti e atteggiamenti dell'altro che ci fanno rivivere sentimenti infantili e così ci arrendiamo, senza nemmeno provare a bussare.


Dall'altro lato, ci sono volte in cui pur di entrare si cercano passaggi alternativi, strategie e varchi studiati a tavolino. Ma in questo modo si rischia di non dare alcuna base solida a ciò che si vuol costruire. 


Altre volte ancora ci si accontenta di una visione da spioncino: con l'illusione di essere dentro, ma in realtà ti stanno tenendo fuori. 


Oppure riesci ad entrare, ti sembra di essere protagonista, ma in realtà lo puoi essere a patto che rinunci alla tua identità e diventi parte della tappezzeria. 


Vi sono poi i casi in cui entri carica di aspettative e non trovi nulla di quello che immaginavi da fuori, indugiando nel tempo alla ricerca di qualcosa che non potrà mai esserci. 


Arriva un giorno in cui ti accorgi che sei dentro, ma brami dalla voglia di tornare all'esterno


Situazioni in cui ti manca l'aria ed è necessario fare un passo indietro, ma indugi sulla soglia chiedendoti se sia la cosa giusta da fare


Quello è il momento di respirare, ascoltarsi, valutare e poi decidere
perché a volte, il modo per ritrovarsi, sta proprio nel mondo che ti aspetta oltre quella porta.


buon week end 
virginia

(fonte immagini: Pinterest)



lunedì 16 gennaio 2017

La neve se ne frega



Lo scorso giovedì sono uscita dallo studio e ad attendermi fuori dalla porta c'erano milioni di fiocchi ghiacciati che scendevano lenti lenti dal cielo.
L' impatto è stato quello che si ha ogni volta che cade la prima neve: un senso di stupore e smarrimento insieme, perché quel bianco improvviso altera i punti di riferimento di un paesaggio conosciuto.
Anche Golem si guardava in giro un po' frastornato, col naso all'insù a cogliere i nuovi odori che quell'aria lattiginosa portava con sé.

È stato un viaggio di ritorno a casa diverso dal solito, la mezz'ora è diventata quasi un'ora, la strada conosciuta, ma piena di dislivelli, l'ho modificata con un'altra più sicura, il telefono che di solito mi permette di sentire voci amiche ha lasciato spazio alla musica, perfetto sottofondo per una serie di riflessioni su quel momento magico.

La neve ci concede (e ci obbliga) a rivedere alcuni aspetti della nostra esistenza che di solito viviamo in automatico.
Per prima cosa il tempo.
Mentre la nostra parte infantile reagisce sempre con meraviglia alla nevicata, la parte adulta ne vede subito dopo le rotture, i disagi, la perdita di tempo prezioso appunto.
Abbiamo la percezione che questa corsa a perdifiato che è la nostra quotidianità venga irrimediabilmente danneggiata da questa scocciatura metereologica.
Il dato oggettivo è sicuramente che subiamo una alterazione alla normale routine, che siamo costretti ad annullare qualche appuntamento, magari a non andare al lavoro, oppure ad andarci di più (penso ai manutentori delle strade) ma alla fine non è niente di inaffrontabile o irreparabile.
Per alcuni può addirittura rappresentare la possibilità di una pausa, un momento da dedicarsi.

Poi l'attenzione.
Camminare sotto la neve ci porta a dover essere cauti sui nostri passi per non cadere o scivolare, per non affondare e trovare qualcosa di inaspettato.
Ci fa muovere passi in un territorio che diventa sconosciuto anche se lo sappiamo a memoria.
Ma anche ci fa osservare diversamente quello che ci circonda.
Tutto si trasforma: i colori, gli spessori, le consistenze, i suoni.
Il riflesso candido porta a osservare di più, perché anche un ambiente cittadino, ricoperto dal manto bianco, sembra più vicino alla natura, spettacolo unico ai nostri occhi abituati all'asfalto e cemento.

E dall'osservare fuori, è inevitabile farlo anche dentro, dunque infine arrivare all' l'introspezione.
Passeggiare o guidare sotto la neve ci avvicina a noi stessi, ci fa guardare con calma ciò che si muove dentro, perché l'atmosfera ovattata permette il risuonare dei vissuti.
Ci sono volte in cui il freddo fuori rispecchia quello interiore, momenti difficili che vanno attraversati con cautela, altre in cui all'esterno ci sono temperature polari ma sei talmente pervaso da un fuoco interiore che tutto è relativo.
Oppure semplicemente vorresti che quel momento restasse eterno, coi fiocchi che scendono e impediscono al tempo di proseguire.
A mio avviso, i poeti che maggiormente riescono a dare testimonianza di questa unione fra l'uomo le emozioni e la natura sono i maestri degli Haiku giapponesi.
Versi semplici che con poche parole riescono a sintetizzare immagini sublimi.

Musica di neve
grillo d'inverno
sotto i miei passi
(Yuko)

Solo perché esisto
sono qui
tra la neve che cade
(Issa)

Forse la nevicata, fra i fenomeni naturali, è quello che maggiormente ci mette in contatto con l'anima.
La lentezza con cui cade ci contamina e affascina, sospendendo un ritmo che spesso ci travolge.
Copre senza nascondere del tutto. Ci siamo ma possiamo anche non esserci.
Riflette e abbacina quando ritorna il sole, dissolvendosi poi col suo calore.
Ci ricorda così che nessun gelo dura per sempre.

Buona settimana
virginia

ps. Seguendo il tema del giappone, una storia poetica è raccontata nel libro “Neve” di Maxence Fermine (Bompiani, 2008) 
Oppure una poesia in musica la trovate qui sotto