lunedì 7 marzo 2011

Innamorarsi


Molte donne vengono da me chiedendo la separazione perché si sono innamorate di un altro uomo.
Consiglio a queste donne sempre cautela e un percorso di consapevolezza personale prima di fare qualsiasi passo, perché….anche se la coppia è finita non è detto che il nuovo patner poi non si riveli un nuovo flop! Molte amiche passano infatti da un disastro ad un altro, credendo ogni volta di aver centrato l’amore della loro vita!!!
Infatti quando siamo innamorate viviamo un bellissimo film , aumentiamo i livelli di serotonina nel sangue, siamo più belle, ci sentiamo fisicamente e mentalmente meglio, ma tutto ciò dura circa da sei mesi all’anno e poi …Giustamente, trascorso un po’ di tempo, la situazione si normalizza , assume caratteri di quotidianità e quindi cominciamo a vedere anche il nuovo patner in tutta la sua umanità (vizi e virtù). E così scopriamo che non è nemmeno lui il principe azzurro, ma l’ennesimo rospo.
Questo perché siamo mosse non da una consapevolezza ma da un bisogno o peggio ancora da una fantasia.
I bisogni che ci spingono ad innamorarci sono i più vari , si diversificano da donna a donna e variano a seconda delle esperienze vissute in famiglia d’origine : dal bisogno di protezione, a quello di comunione, al bisogno di riconoscimento, al bisogno di adeguamento alle convenzioni sociali , al bisogno di maternità, al bisogno di trasgressione….Sono tutti nostri bisogni che proiettiamo nel patner, che a sua volta ne proietta degli altri su di noi.
E quando si agisce in base ad un bisogno subito dopo averlo sodisfatto ne sorge un altro e quando anche questo nuovo patner non lo soddisfa si cambia patner…
Non vorrei essere fraintesa: non ho nulla contro la pluralità delle esperienze sentimentali! Anzi penso siano molto utili come tutte le esperienze.
Ma sono dell’opinione che un’esperienza è tale perché ci offre un insegnamento e quindi impariamo dai nostri errori!
Guardiamoci dentro, chiediamoci quale nostro bisogno quest’uomo o questa donna soddisfa , che cosa ce lo e ce la fa apparire così speciale?
E con questa consapevolezza innamoriamoci, ben sapendo di vivere un film, che potrà trasformarsi in un amore duraturo o in una storia, ma che comunque ci aiuta a crescere.
E quindi amiche mie…innamoratevi con passione e con consapevolezza!
E siate sempre pronte a ridere di voi in modo autoiroinico e guardate con benevolenza ed amore alle vostre storie sentimentali passate, grazie alle quali avete conosciuto, sperimentato una parte di voi nuova , avete posto un altro piccolo tassello nel mosaico della vostra vita!!
Evi 


venerdì 4 marzo 2011

Un elenco dai magici effetti



Bon bon di benessere n.5 – La lista magica

Permettetemi di indugiare ancora un po' ai piedi della Tour Eiffel, in compagnia della signorina Poulain, per dedicare questo post del venerdì a un simpatico gioco da non sottovalutare per coccolarsi e godere a pieno delle nostre risorse.
Intanto gustate con gli occhi questi due deliziosi video:






Hanno ispirato anche voi, come me?
Ecco dunque il da farsi:
  1. Regalatevi un quadernino da borsa, che rispecchi il più possibile la vostra personalità e vi metta allegria al solo guardarlo. Se siete amanti dell'hand made potete anche prenderne uno anonimo e dedicare qualche ora a decorarne la copertina come più vi piace e renderlo così unico e speciale, come voi.
  2. Scegliete un pennarello del colore che preferite.
  3. Cominciate ad annotare fra le pagine di questo quadernetto tutto ciò che amate, che vi rende felici, che vi fa nascere un sorriso, frasi per voi significative oppure frammenti di immagini della vita di tutti i giorni che vi hanno commosso in senso positivo, rasserenato o che per un attimo vi hanno permesso di dimenticarvi di un problema.
  4. Mentre scrivete col vostro meraviglioso pennarello :-) …respirate tranquillamente e assaporate l'effetto che fa su di voi il ripensare alle cose che state descrivendo arricchendole di più particolari possibili, che saranno preziosi quando vorrete andarle a “ripescare” per ottenere i medesimi effetti.
  5. Portate sempre con voi in borsa il magico quadernino, di modo da potervi annotare in qualsiasi luogo ciò che volete (questo stimolerà anche la vostra attenzione a ricercare immagini benefiche e positive) ma soprattutto per poterlo aprire a una pagina qualsiasi quando ne avete bisogno e immergervi con tutte voi stesse nella bellezza dei suoi contenuti.
  6. Se fate parte della categoria “precisette” come me, potete anche dividerlo al suo interno per argomenti o per emozioni, di modo da andare a cercare a colpo sicuro le frasi più adatte in situazioni di “emergenza” ;-)  
  7. Potete anche arricchirlo con immagini, fotografie o ritagli di giornale.
Sorridete, divertitevi, colorate, sognate...sono tutti toccasana per l'anima.
virginia
p.s.: trovate i bon bon precedenti a partire da qui

giovedì 3 marzo 2011

Soffri anche tu della Sindrome di Amélie Poulain?



Lo ammetto. È in assoluto il mio film preferito.
Nonostante le milioni di volte che l'ho visto, lo rivedrei ancora e ancora, un po' come quando da bambina implori che ti raccontino la stessa favola all'infinito.
È geniale e profondo: riesce a scandagliare con grazia certi piccoli dolori ordinari ed esaltare senza rumore le grandezze dell'animo umano.
Un personaggio delicato e sottile, una donna bambina, con alle spalle una storia di bambina troppo adulta, oggi tutta intenta a mettere in ordine le vite altrui, per non pensare alla propria, così emotivamente disordinata.
Il film parla di amicizie strampalate e tenere, storie di tutti i giorni e umili atti di eroismo quotidiano.
È l'incipit di una storia d'amore timida e riservata, iniziata con un corteggiamento senza autore, una caccia al tesoro del cuore, oscillante fra la paura-desiderio di esporsi ed il rischio di essere rifiutata.
Bellissime le scene con la voce del narratore fuori campo che mostra i milioni di frammenti di esistenze che si intrecciano in un attimo, fa sentire la nostra esistenza relativa e allo stesso tempo parte di un tutto.
E su tutto sovrasta la magia di Parigi, lo spazio domestico del Café des deux moulins e di Montmartre visto con gli occhi di chi ci vive, le sue stazioni dei treni e le banchine dei metrò, testimoni di incontri e partenze, il giallo dell'uomo delle fototessere che dona un pizzico di suspence e i viaggi intorno al mondo del nano da giardino.
Amélie rappresenta un archetipo di femminile sconosciuto alla maggior parte del cinema contemporaneo, abitato da eroine con gli attributi, femmes fatales, vittime del destino, rivoluzionarie indefesse, casalinghe disperate...
È una donna semplice e disarmante: questa è la sua bellezza. Disegnata alla maniera un po' naif, riesce a godere dei piaceri più innocenti e si prodiga perché intorno a lei regni l'armonia, riuscendo così bene a interpretare i bisogni altrui.
“Meglio consacrarsi agli altri che a un nano da giardino” afferma quando l'uomo di vetro la pungola con domande fastidiose che la obbligano a porre attenzione anche alla sua di felicità (“ma lei, dei pasticci della sua vita, chi se ne occupa?”).
È il suo modo teneramente ribelle per criticare un modello genitoriale che non dà speranze sulla possibilità del cambiamento, che si priva di libertà perché ancorato a zavorre del passato che si sono cementate su stupide rivendicazioni (il far fare la pace alla defunta moglie con il nano da giardino che lei detestava!); un padre che ancora non la vede, non la ascolta, incapace di condividere con lei alcuna emozione.
E nonostante questo, con dolce tenacia, alla fine riesce a far capire almeno una “lezione” a quell'uomo, rinunciando ad ottenere le attenzioni che non ha mai avuto, semplicemente spronandolo a fare quello che più desidera. Se questo non è amore...
Spesso, quando ci è mancato qualcosa, facciamo agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, così anche in Amélie, la sua parte di bambina sola e abbandonata a se stessa, proietta all'esterno dei bisogni misconosciuti anche a lei.
Ma si sa, l'amore vero, che dona senza pretendere, può addirittura essere magico: l'incontro con Nino, avviene grazie agli effetti dei gesti affettuosi che ha donato agli altri, perché ad un certo punto, tutto il mondo “cospira” per fare in modo che anche lei si lasci andare, oltre le paure e le reticenze.
L'uomo di vetro insegna anche a noi una profonda lezione: non si può sempre vivere ai margini per paura di rischiare di soffrire, nonostante le delusioni e le ferite del passato, è inevitabile scontrarsi ancora con la vita, perché se ci lasciamo scappare le occasioni di ricambiare profondamente qualcuno che ci ama, solo per il timore di quel che sarà, col tempo sarà il nostro cuore a diventare secco e fragile.
È bello amare e donare felicità agli altri, ma è altrettanto giusto amare noi stesse, con tutta l'anima.
Buona fortuna, piccole Amélie!
virginia
[se non avete visto il film e volete vederlo non guardate il finale qua sotto!]



p.s. meravigliosa anche la colonna sonora di Yann Tiersen

mercoledì 2 marzo 2011

Uscire da una dipendenza



Sapete che non mi piace parlare degli argomenti “psi” come ne parlerebbe un libro o un manuale, potrei sì descrivervi le teorie dell'attaccamento, i traumi dell'infanzia, citare teorie sull'autostima o altro ancora... ma a me viene meglio dare libertà alle dita che scorrono veloci su questa tastiera e lasciar parlare l'esperienza, accarezzare racconti, ritagliare storie e spalmarle di emozioni, perché questa infondo è la vita...

Tema difficile la dipendenza.
Che sia da una persona, da una sostanza, dal cibo, da un comportamento, da tutto ciò di cui non si può fare a meno...
E' uno stato d'animo complicato e caotico, straziante a volte, pieno di sensi di colpa,  molto spesso, che  si consolida come una perseverante abitudine a farsi del male.
“Vorrei, ma non ci riesco...” : bisbigliata appena, interrotta da singhiozzi o urlata a squarciagola, è la frase più affermata in questi casi.
Vorrei smettere,  vorrei lasciarlo, vorrei cambiare, vorrei, vorrei, vorrei... è il condizionale che ci frega, perché nel qui e ora, in realtà sto dicendo che “non ci riesco”.
È buffo come il verbo dipendere, che induce di per sé un senso di prigionia e catene, viri di significato quando è usato in maniera impersonale in una risposta, aprendo a diverse possibilità. Io dipendo da qualcosa o qualcuno. Ne voglio uscire? Dipende.
Quindi la domanda è: lo voglio davvero? Oppure è talmente forte il legame con questa cosa che riesce ad appagare dei bisogni – che magari io stessa ignoro – i quali mi portano automaticamente a perseverare?
Cosa succede dentro di me all'idea che questa cosa finisca? Quali velenose emozioni e sentimenti mi suscita?
Paura.
Paura di non farcela, di non essere all'altezza, di non riuscire a dimostrare al mondo che si sbaglia, di cambiare quelle certezze che se pur sbagliate mi fanno sentire integra in qualche modo...
Vergogna.
Vergogna di riconoscere che forse avevano ragione loro, che ho un problema e non volevo ammetterlo, di constatare che mi sto raccontando bugie da troppo tempo (o che me le faccio raccontare assecondando...), per essermi resa ridicola, fragile, inerme...
Dolore.
Dolore per dover affrontare una perdita, elaborare un lutto, nell'affrontare episodi della mia vita che mi hanno portato a essere quella che sono, per il riconoscere che ho fallito...
Rabbia.
Rabbia per chi non c'è o non c'è stato, per chi c'era e mi ha ferito, per chi ho paura che mi abbandonerà se solo espongo le mie ragioni...
Colpa.
Colpa verso chi mi è stato vicino e ha continuato ad avvertirmi del pericolo, verso me stessa, per non essermi amata di più, verso gli altri, per non aver saputo dare loro quello di cui avevano bisogno o averli tiranneggiati insieme alla mia incapacità di uscirne...
E poi? Poi, dopo aver dato fondo a tutto questo?
A patto di esser riuscita con coraggio a scaraventare fuori dall'anima i suoi pericolosi contenuti... che cosa mi rimane?
C'è il vuoto. Il nulla. L'abisso.
Senza quella persona, quella sostanza, quel comportamento … io non sono niente.
Ecco il fondo di tutta la questione.
Ecco l'angoscia che mi impedisce di rinascere.
Ecco il limite, il filo spinato che delimita i miei confini con la gioia.
Non so che io stessa ho in mano le tenaglie per rompere quella rete che mi imprigiona.
Non so che posso già usarle.
Non so che infondo sono libera.
Libera.
Non mi sento così da molto tempo. Forse non lo sono mai stata.
Libera.
Fa uno strano effetto: è un formicolio sottopelle, l'impulso di gridare, una corsa per i campi, le lacrime che premono per vedere la luce.
In effetti, non è poi così buio e vuoto, qua fuori.
E io non sono così male come credevo.
Io, semplicemente, sono.
Anzi.
Io, ho il diritto di essere.
Posso.
Posso volere.
Posso scegliere.
E questo è il nuovo inizio, tutto da scoprire.
virginia

ps. Un grazie alle persone che ho accompagnato nel loro percorso di rinascita, senza le loro anime svelate, queste righe non sarebbero potute esistere.

martedì 1 marzo 2011

Fiori di Bach: cosa sono e come funzionano


Oggi, primo giorno del mese del risveglio della natura, incoraggiata da un tiepido sole che torna a scaldare l'aria dopo giorni tetri,  voglio raccontarvi di un preziosissimo strumento di benessere, che conosco e applico da anni nel mio lavoro, ma anche nella mia vita quotidiana: si tratta dei Fiori di Bach.
Ma cominciamo da principio... 

Edward Bach (1886-1936) nasce in Galles e si rivela fin dall’inizio un ragazzo sensibile e intuitivo iscrivendosi alla facoltà di medicina, mosso dalla volontà di alleviare le sofferenze del prossimo, osservate fra gli operai dell’officina metallurgica di suo padre, privi di mezzi e di assistenza sanitaria. Dopo la laurea nel 1912 lavora presso l’ospedale dell’University College di Londra, ma ben presto si accorge che a volte i rimedi allopatici della medicina tradizionale non funzionano come dovrebbero, infatti pazienti differenti ma con sintomi analoghi reagiscono diversamente a uno stesso farmaco.
Da qui il suo interesse per l’omeopatia e la nascita della convinzione che all’origine del malessere vi sia qualcosa che riguarda le caratteristiche individuali della persona, gli eventi della sua vita e il suo carattere.
Dopo aver studiato l’opera di Hahnemann (il padre dell'omeopatia), scopre 7 nosodi (auto-vaccini ricavati da agenti patogeni, tuttora usati in omeopatia) ma ben presto abbandona anche questa impostazione alla ricerca di rimedi “più puri”, rivolgendosi alle piante. Si ritira in campagna rinunciando a fama e onori e dopo un’esperienza di malattia personale (tumore alla milza), una volta guarito, si dedica alla ricerca di piante curative che emettano forti vibrazioni energetiche.
La strategia terapeutica di Bach può essere sintetizzata nel motto “non combattere ma trasformare”.
I rimedi floreali vanno ad agire sullo squilibrio fra l’anima (Sé) e la mente (personalità), nel quale spesso la seconda si lacera perché vittima di emozioni negative. Il fiore in questo quadro provoca una riarmonizzazione positiva dello stato d’animo che a sua volta produce un riequilibrio dei sintomi fisici (per questo egli è considerato da molti sostenitore ante litteram di una medicina psicosomatica).

Per spiegare questo fenomeno della ricerca dell’armonia perduta conviene cedere la parola a Bach stesso: ”una volta trovato il difetto, il rimedio non consiste nel combatterlo e neppure nell’applicare forza di volontà ed energie per reprimerlo” (che è ciò che viene fatto da quella che lui chiama la medicina materialistica), ”ma al contrario nell’impegnarsi ancora di più nello sviluppo della virtù opposta […] che rende impossibile il comportamento sbagliato del passato. In questo modo ogni traccia dell’elemento nocivo scomparirà automaticamente dalla nostra natura”.
In un’ottica estremamente moderna, Bach indica come soluzioni per operare l’esame di
coscienza che ci sveli la natura dei nostri errori, la meditazione facendo il vuoto della mente e la riflessione tranquilla sul nostro compito in questa vita.
Se però la persona non riesce da sola a trovare la strada che la riconduca all’armonia ecco che allora interverrà il terapeuta, che dovrà essere capace di capire dalla storia di vita del paziente il conflitto che gli causa disarmonia; successivamente proporrà i rimedi adatti guidandolo all’autoguarigione.
L’azione dei fiori non è diretta al sintomo della malattia, come nel caso del farmaco allopatico, ma è invece una azione indiretta, poiché inondano il nostro organismo con le vibrazioni positive del nostro Io Superiore. L’obiettivo a lungo termine della terapia con i fiori è l’armonizzazione spirituale e quindi la massima evoluzione e stabilizzazione della personalità. Sarebbe un errore stabilire un rapporto diretto fra l’azione della terapia e i sintomi fisici della malattia, perché la terapia con i fiori riguarda la sfera della prevenzione spirituale dei mali
, non vuole essere antagonista alla medicina tradizionale.
Il fiore racchiude il potenziale più elevato e ricco di energia per la pianta ed ha sempre rappresentato in tutte le culture un simbolo di bellezza e sviluppo di qualità superiori.
Bach partendo dal presupposto che i regni naturali sono solo apparentemente separati, si è inserito in questa cultura millenaria cercando per i suoi rimedi delle piante dotate di una elevata frequenza di oscillazione, capaci di entrare in sintonia con le nostre vibrazioni e quindi fornire energia spirituale che purifica e risana l’animo e il corpo, producendo la guarigione su un piano superiore.
Egli sceglieva volutamente solo piante prive di sostanze tossiche, ma non utilizzate per l’alimentazione umana e per lo più di aspetto modesto; alcune di queste erano già considerate dalla medicina popolare depositarie di proprietà simboliche.
Ciascuna di queste piante incorpora un concetto spirituale ben preciso o vibra secondo una ben precisa frequenza corrispondente a una frequenza nel campo energetico umano.
Il fiore, come organo sessuale, contiene in sé l’identità dell’intera pianta, cosicché quando ne incontriamo uno ci troviamo di fronte a una identità funzionale che entra in risonanza dentro di noi con la parte più antica che quel fiore incarna da milioni di anni. Il nostro DNA è frutto di una evoluzione nel tempo, ma al di là delle funzioni più complesse c’è una parte ancestrale che proviene dal mondo animale e ancor prima vegetale: è questo che ci permette di entrare “in sintonia” con la pianta e sfruttarne le vibrazioni per la guarigione. L’identità funzionale del fiore è più energetica proprio perché meno evoluta e meno sovrastrutturata, quindi più a contatto con la vibrazione della terra.
Nell’anima dell’uomo i trentotto potenziali spirituali individuati da Bach sono tutti presenti come virtù, ovvero come repertorio archetipico di schemi di comportamento armonioso
.
Ogni fiore ci dona la sua qualità dandoci un
modello della nostra qualità originaria prima che fosse deformata dai condizionamenti e trasformata in debolezza: è così che nasce la floriterapia, per riportare alla virtù naturale ciò che è diventato un difetto.
Le virtù di base sono 6: volontà, relazione, coraggio, creatività, amore e sensibilità. Quando queste capacità non riescono a svilupparsi appieno e ad esprimersi, si crea un blocco energetico che le trasforma nei corrispondenti difetti: insicurezza, solitudine, paura, apatia, bisogno di controllo, ipersensibilità.
I rimedi floreali vengono preparati secondo due metodi, quello del sole e della cottura: in entrambi i casi non si ha la sintesi chimica di nessun principio attivo, perché in realtà ciò che “passa” all’acqua è “l’essenza” del fiore, il suo messaggio archetipico ed energia vitale.
La “diagnosi” della floriterapia si orienta non tanto sui sintomi fisici quanto verso i comportamenti disarmonici o negativi sul piano spirituale della natura umana.
Secondo Bach il medico/terapeuta deve:
- assistere il paziente per aiutarlo a conoscere se stesso e indicargli anche gli errori nei quali può incorrere
- indicare a chi soffre i comportamenti ai quali deve rinunciare e le virtù che deve
sviluppare
- prescrivere presidi terapeutici che aiutino il corpo materiale ad acquistare forza e lo spirito a conquistare la pace, ad ampliare i propri orizzonti e aspirare alla pienezza del proprio essere.
La scelta vera e propria dei fiori avviene però mediante il COLLOQUIO, ovvero l’immedesimazione nella situazione spirituale dell’altro e il riconoscimento intuitivo del suo attuale stato spirituale negativo, perché il metodo di Bach si concentra totalmente sulla personalità del paziente e sulle sue emozioni.
La floriterapia è una cura individuale e personalizzata, nella quale lo stato d’animo attuale della persona costituisce la base fondamentale che ci guida nella scelta.
Nel colloquio il terapeuta deve essere disponibile all’ascolto, empatico, accogliente e comprensivo, deve raccogliere i dati con obiettività esentandosi da giudizi, critiche o direttive.
I fiori devono essere prescritti secondo lo stato d’animo attuale provato e descritto dal paziente
hic et nunc in modo cosciente e manifesto. Per questo è necessario gerarchizzare le emozioni in disequilibrio e stabilire quali sono i disagi che vanno riequilibrati per primi, perché fonte di maggiore sofferenza.

Inoltre occorre sempre indagare in maniera approfondita le cause dei disagi riferiti, soprattutto se fisici, perché le persone sono abituate a parlare per sintomi, tralasciando le emozioni che ne sono alla base.
Il lavoro del terapeuta consiste in una ricostruzione, come in un puzzle si mettono insieme tante informazioni per creare una visione di insieme che altrimenti sarebbe frammentata: solo partendo da qui è possibile effettuare una “diagnosi” che conduce alla scelta dei rimedi giusti per quella persona e per quella soltanto, soprattutto se l’iniziativa parte dalla guida interiore del paziente, perché in questo caso la miscela sarà molto più efficace in base al principio del “guarisci te stesso”.
I fiori di Bach non hanno nessun effetto collaterale, non esiste un sovradosaggio e ad un’analisi chimica risultano formati solo da acqua e brandy (che viene usato come conservante) tanto che sono ritenuti da alcuni medici al pari di “acqua fresca” e quindi i risultati ottenuti grazie al loro utilizzo vengono riferiti al cosiddetto effetto placebo.
Al di là dell’effettiva efficacia riscontrata nella pratica (pur restando consapevoli dei limiti di utilizzo dei rimedi a situazioni di disagio emotivo che non richiedano interventi di tipo medico) un elemento a difesa del loro uso e che contrasta con la spiegazione del placebo è l’applicazione straordinaria che se ne può fare con i bambini e soprattutto con gli animali, per i quali è difficile ipotizzare un meccanismo del tipo “se ci credo, funzionano”.

Prossimamente pubblicherò alcuni post con la descrizione di alcuni fiori, rimedi indispensabili  per le nostre emozioni e stati d'animo più bisognosi di equilibrio. Non perdeteli! 
Buona giornata
virginia