sabato 4 aprile 2020

La responsabilità consapevole





Oggi voglio ospitare qui sul blog un testo scritto da una donna che conosco e che stimo molto, una esperta di cultura del sol Levante ma anche capace di entrare profondamente nelle dinamiche delle relazioni umane. 
Colpita come me da quello che sta accadendo nel mondo, ha messo su carta questa riflessione intensa che può aiutarci a sensibilizzare chi ancora fa fatica a sentirsi responsabile in prima persona. 
Lascio adesso la parola a lei:


"La responsabilità della base di potenza" di Giovanna Arici

Nei giorni in cui il CIO nominava Pechino città olimpica 2008 mi trovavo in Cina ed ero una star. I cinesi sapevano che a partire da quel momento sempre più occidentali avrebbero visitato il loro Paese e in più di un’occasione giovani cinesi si sono addirittura messi in fila per avere una foto assieme a me, una delle rare persone che passeggiava per Pechino a quei tempi distinguendosi per una diversa forma dell’occhio. È possibile quindi che fossi l’unica rappresentante dell’Occidente nella lunga fila per rendere omaggio al grande timoniere Mao Tse Tung nel suo mausoleo in piazza Tienanmen. Una situazione che mi ha offerto l’occasione per numerose osservazioni su un popolo prima della sua inclusione nel mondo globalizzato.
L’accesso al mausoleo è scaglionato, per cui la fila si muove a scatti e a circa 50 metri dall’entrata arriva il turno per comprare fiori. Un membro di ogni famiglia si avvicina ai venditori ambulanti e torna nella fila con un mazzo di fiori da posare successivamente sull’altare nella prima sala del monumento. È stata certo una sorpresa scoprire che i fiori sono di plastica e che nemmeno ci provano a farti credere che i fiori donati rimarranno al loro posto. Quando finalmente arriviamo all’altare, risulta subito evidente che i mazzi di fiori che vi si trovano sono in numero di gran lunga inferiore ai mazzi che abbiamo veduto comprare dalle persone davanti a noi nella fila. I cinesi non sembrano confusi quanto me, sono felici di aver reso omaggio al loro vecchio leader ed all’uscita fanno milioni di foto ricordo e comprano souvenir commemorativi.
In tutto questo Mao ha sicuramente fatto la sua parte, ma questi comportamenti derivano da eventi ancora precedenti.
Tre inverni trascorsi in Giappone mi hanno insegnato a trattenere gli starnuti: è un’abilità necessaria per esempio nella metropolitana di Tokyo, dove starnutire semplicemente non è concesso.Lo starnuto è un danno alla salute di tutti ed anche se sai benissimo che nessuno ti farà una multa, sai anche nel profondo che starnutire ti renderebbe un criminale pericoloso. E non è una similitudine, né una metafora: lo sei.Così, dopo aver superato senza danni eccessivi l’intenso dolore fisico procurato da questo sforzo, la mia mente analitica si ritrovava a riflettere su una società dove l’individuo ha eliminato se stesso al punto da non concedersi neppure qualcosa su cui non si può avere reale controllo, per anteporvi il bene della comunità.
Il confucianesimo è la teoria filosofica comune a Cina e Giappone e che spiega in parte questi comportamenti, ma le differenze tra le nostre culture hanno origini ancora più antiche, legate ai sostrati culturali che hanno creato i contesti per cui mentre in oriente Confucio parlava dell’armonia sociale come principio primo e irrinunciabile, dall’altra parte del mondo i filosofi greci ci insegnavano l’importanza di coltivare uno spirito critico. Millenni di storia che creano necessariamente atteggiamenti profondi e radicati, trasformabili solo in tempi molto lunghi dall’avvento del mondo globalizzato.
La cassiera del supermercato questa mattina si è tolta la mascherina mentre passava la mia spesa alla cassa per poter parlare con la sua collega. Mi sembrava di vedere le goccioline di saliva che cadevano sulle mie scatolette di tonno, che una volta a casa ho voluto lavare per bene con il sapone. Non è mia intenzione criticare una categoria che sta combattendo in prima linea, appena dietro medici e infermieri, per i momenti di stanchezza e le difese negazioniste che mettono in atto in questi momenti di estrema difficoltà. Ma il fatto che la cassiera abbia dimenticato per un attimo il motivo per cui indossava la mascherina mi fa riflettere su quanto questa sfida si giocherà sul campo della responsabilità individuale e per ora temo che la stiamo perdendo.
Finora l’enfasi è stata posta principalmente sulla responsabilità verso la collettività, seguendo il modello della Cina in un Paese noto in tutto il mondo per i suoi geni creativi. Momenti commoventi di orgoglio nazionale si sono succeduti in questi giorni nei vari media, con il ragguardevole risultato di farci sentire più uniti nel nostro isolamento.
Come dice la parola, la responsabilità è l’abilità di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni. 
La responsabilità verso la collettività si appoggia spesso sulla paura che verrò sanzionato dalla società: la conseguenza che dovrò pagare sarà l’emarginazione/esclusione o una vera e propria sanzione pecuniaria. In Cina non c’è bisogno di agitare lo spauracchio del codice penale o civile perché la popolazione in massa aderisca a disposizioni importanti per il bene comune. Da noi è stato fatto ed ha avuto i suoi effetti, ma non ha intaccato la credenza profonda nei diritti inviolabili dell’individuo. Perché quello che ci viene chiesto da questa situazione è di mettere in pericolo il diritto alla nostra salute psicofisica, il diritto a una vita di relazione, il diritto alla sicurezza economica ed affettiva, il diritto per alcuni di scegliere autonomamente se farsi o meno possibile sacrificio umano.
La responsabilità individuale consapevole si basa sulle risposte ai perché e sulla convinzione della giustezza delle proprie azioni.
Il giorno precedente al Decreto che ha vietato le uscite di casa immotivate sono andata ad aiutare nei compiti i figli di una amica. Non era in verità qualcosa che facevo con piacere, perché già da allora cercavo di limitare al minimo i miei contatti. Ho acconsentito perché sentivo il bisogno dall’altra parte, ma ho posto a condizione di svolgere i compiti all’aria aperta in terrazzo e di istruire bene i bambini sulla necessità della distanza tra noi. Per spiegare loro i motivi di queste mie richieste ho illustrato il funzionamento della crescita esponenziale nella vita reale. Ho fatto un disegno con un litro di latte e vicino tanti pallini che si moltiplicavano esponenzialmente. Ho spiegato loro che i pallini rappresentavano i batteri che si moltiplicano se lasciamo il latte fuori dal frigo: dopo pochi minuti ogni batterio diventa 2, dopo altri pochi minuti 2 diventano 4, poi 8 e via discorrendo. Questo è quello che succede quando una persona, sintomatica o asintomatica, con infezione da covid-19 incontra in maniera non protetta altre persone e questo è quello che si vuole evitare, non tanto per la pericolosità intrinseca del virus, ma per la sua facilità nel diffondersi esponenzialmente. Vi consiglio di provare a fare il disegno dei batteri che si moltiplicano: l’immagine che ne risulta dopo pochi passaggi ha un effetto preoccupante ed infatti la ragazza più grande, che frequenta la seconda media, è rimasta molto colpita. La mia amica è rimasta pure molto colpita quando le ho riferito l’episodio, rivelandomi che a partire da quel giorno la figlia non ha più chiesto di poter incontrare la sua amica del cuore. È possibile sia stata solo una coincidenza, ma io mi chiedo quanto abbia influito su questa scelta l’aver capito i motivi che giustificano la regola che prima di allora le veniva chiesto di rispettare senza ragioni che lei potesse comprendere. Se questa ultima ipotesi è vera, la mia spiegazione ha avuto sulla ragazza un effetto immediato e duraturo, l’effetto ideale che il decreto non è ancora riuscito ad ottenere con una fetta della popolazione.
La possibilità di una crescita esponenziale è il principio sottostante alle misure che sono state adottate prima in Cina ed ora in Italia e in Europa e richiedono la presa di responsabilità di ognuno di noi di essere un possibile , dove corrisponde al numero di contatti che intratteniamo. Matematicamente dobbiamo cercare di avvicinare quanto più possibile il numero a zero, una base di potenza che non genera crescita, perché come tutti sappiamo qualsiasi numero moltiplicato per zero è uguale a zero. E quando e se creiamo un contatto, sull’esponente non abbiamo più alcun controllo: quello dipende dagli altri ed è noto che ognuno di noi ha, nel migliore dei casi, il controllo esclusivamente sulle proprie azioni. In realtà non abbiamo controllo neppure sulla possibilità che il numero diventi più grande man mano che si procede nei passaggi, creando un modello matematico più complicato ed imprevedibile di quello semplificato per ragazzi della scuola media.  La nostra responsabilità si limita quindi alla base della potenza con esponente zero, in pratica noi stessi come singoli individui.
La motivazione che è stata spesso addotta per giustificare il sacrificio richiesto è che questo metodo è già funzionato in altri casi. Ma alla mente analitica questo non basta, perché sa che se al primo lancio del dado viene il numero uno, non necessariamente verrà uno anche al secondo lancio, tanto più quando sono in gioco variabili umane molto più complesse (e incontrollabili) delle sei facce di un cubo. Per fortuna la matematica che spiega come interrompere una crescita esponenziale ci può dare invece delle certezze dimostrabili. E se, con un semplice esempio,una tredicenne è riuscita a comprendere che la vera motivazione sottesa all’ashtag #io resto a casa non è #io rimango rinchiusa dentro le mie quattro mura, bensì #io pratico la distanza sociale da coloro che non vivono con me all’interno di quelle mura, c’è speranza che lo capiscano anche i grandi.
Il cervello rettiliano è la parte più antica e primitiva del nostro cervello. Si chiama così perché lo condividiamo con i rettili, i primi esseri viventi comparsi sulla faccia della terra. Quando una lucertola sente un rumore improvviso, scappa. Non si ferma a pensare se il rumore costituisce effettivamente una minaccia e non arriverà in seguito a giudicarsi per essere stata una fifona. Anche per gli esseri umani, quando avvertono un pericolo, la prima reazione è la fuga. La difesa psicologica naturale quando dobbiamo affrontare situazioni particolarmente gravi è la negazione, che è poi una forma di fuga dalla realtà ed anche la prima fase dell’elaborazione di un lutto. È assolutamente normale, e psicologicamente sano, che le categorie più deboli e/o le più colpite ci mettano più tempo a percorrere le fasi seguenti, cioè la rabbia e l’accettazione che abbiamo perso (almeno temporaneamente) le nostre abitudini ed alcuni nostri diritti fondamentali. È possibile anche che chi non ha ancora sviluppato le risorse per poter fronteggiare questa minaccia intensificherà, nel migliore dei casi, le sue difese, cercando tutti i modi possibili per eludere leggi che non comprende.
Sono processi psicologici piuttosto lunghi e, nell’emergenza del momento, si è scelto di inasprire le regole con il doppio beneficio di dissuadere un numero maggiore di increduli dall’eludere le raccomandazioni e di dimostrare in maniera più marcata la gravità della situazione. Peccato solo che alcuni dei criteri adottati (come ad esempio la prossimità a casa) in alcuni territori trovano giustificazione solo come strumento per beccare i soliti furbetti, ma vanno a danneggiare la salute ed il benessere di chi si comporta in maniera responsabile.
Non c’è una facile soluzione per le difficoltà umane, la speranza è che, passata la prima emergenza, si possano pensare soluzioni che promuovono i comportamenti virtuosi piuttosto che cercare di limitare i comportamenti pericolosi. La speranza è che questa sfida permetta ad ognuno di noi di tirare fuori risorse inaspettate e che sia occasione di crescita personale e civile.
E se per questa crescita vogliamo servirci di consigli che vengono dalla Cina, anche Confucio ha qualcosa da insegnarci con parole che il cinese medio conosce a memoria e che sono particolarmente adatte alla situazione:

Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere     la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine. Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale. Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori.

La mia fonte di ispirazione preferita in questa prova, comunque, viene sempre dall’Asia, ma da un uomo la cui cultura condivide le radici con la nostra. Nei momenti in cui vengo presa dalla rabbia e dallo sconforto e penso per un attimo che il mio sacrificio ed il mio rispetto di criteri che servono solo a fermare i furbetti sarà vanificato dai furbetti stessi, trovo un aiuto nell’insegnamento del Mahatma Gandhi:

                          Sii te stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.



giovedì 19 marzo 2020

Ne sarà valsa la pena



Sono giorni di silenzi e di spazi interiori.
Sono giorni di altalene emozionali e profondità siderali. 
Sono giorni che invitano a sostare in un luogo-non luogo, quello delle nostre case, che all’improvviso – complici smart conferences e videochiamate – sono diventate vulnerabili e aperte allo sguardo di chiunque, di coloro che prima stavano fuori, perché non ammessi nella categoria degli intimi. 
Il paradosso è proprio questo, che questa proibita distanza prossimale dei corpi abbia aperto brecce nei confini prestabiliti dai ruoli, conoscenze e convenzioni.

Nel mio lavoro poi, questo nuovo modo di vedersi sullo schermo, permette di entrare “alla lettera” nell’intimità concreta degli spazi altrui: siamo abituati a svelare il mondo interno della psiche, ma non conosciamo quello esterno delle stanze abitate, e così si sperimenta, paziente e terapeuta, un nuovo pudore condiviso. 
Non ci si incontra più in una “nostra” terra di mezzo , punto di contatto che permette il dialogo, ma lo si fa sul e attraverso il video, che però riflette anche la stanza dove sediamo per dialogare, a volte l’unica, che la casa affollata dalla quarantena familiare concede.
Alterando le nostre abitudini e privandoci della libertà, ci siamo messi in qualche modo a “collaborare con l’inevitabile” (come amava ripetere Roberto Assagioli), adattando la nostra vita a questa nuova emergenza che ci vede tutti fragili e impotenti.

Questa mattina parlavo con una cara amica e collega che svolge il mio stesso lavoro ma in ospedale, in una zona fortemente colpita dalla pandemia. 
Il dialogo con lei ha fatto germogliare dentro di me delle riflessioni che mi hanno portata di nuovo a scrivere.
Ho guardato sul blog, sono due anni che non scrivo. 
E non perché non avessi niente da dire, ma perché non avevo il tempo di fermarmi abbastanza da creare quello spazio di riposo che fa lievitare riflessioni, emozioni e pensieri. 
Questa sosta forzata me lo ha regalato di nuovo. 
Non voglio necessariamente adesso fare l’elogio del tempo ritrovato, circolano già troppi articoli sugli insegnamenti e i “benefici” che possiamo trarre da questa esperienza.

Userò queste righe per diffondere invece pensieri scomodi, perché spesso impariamo più da ciò che ci disturba e vogliamo evitare, piuttosto che da ciò che ci aiuta a sopportare. 

Sto volontariamente selezionando le informazioni che voglio ricevere sulla situazione attuale (e invito anche voi a farlo) perché il bombardamento mediatico di notizie e immagini hanno un’azione che amplifica le paure, innescando un circuito di ansia che poi è difficile da smaltire. 
Stamattina però mi ha colpita moltissimo la foto che ritraeva i mezzi militari che a Bergamo erano pronti a trasportare i feretri delle persone decedute per Covid-19 verso altre città, per essere cremati o tumulati. 

Ho pensato a ciascuna di quelle persone, venute a mancare in una situazione surreale e in completa solitudine, dopo quel viaggio in ambulanza dal quale non hanno più avuto alcun contatto con i propri cari.
Non è una degenza come le altre questa, se vi pesa stare in casa isolati da sani, pensate a cosa deve essere farlo in ospedale da malati, senza certezze, senza visite, senza conforto e senza carezze e abbracci. 

Ho pensato anche al personale sanitario che ha assistito tutte quelle persone.
In questi giorni si parla molto dell’importanza fondamentale di medici, infermieri, oss… ma se ne parla sempre nell’accezione orientata alla vita: stanno dando fondo a tutte le loro energie, si stanno massacrando con turni inverosimili, vivendo continuamente nell’emergenza, ma ci piace pensarli devoti al curare, guarire e infine salvare.
Quelle stesse persone però, sono coloro che inevitabilmente hanno vissuto e vivono continuamente immersi nella sofferenza, nella malattia e nella morte. 
Sono loro gli occhi che hanno raccolto sguardi increduli, terrorizzati e imploranti speranza.
Loro le parole, le ultime, prima del coma.
Loro le mani che li hanno toccati e lavati. 
Loro che hanno accudito quei corpi intubati fino all’ultimo respiro.
Loro che hanno dovuto informare le famiglie che “no, non ce l’ha fatta”. 

E da qui il mio pensiero è andato veloce a chi è sopravvissuto, al familiare asintomatico, a chi si è ammalato “un po’ più di un’influenza”, a chi sa o suppone di aver portato il “nemico” in casa, a chi era vicino, vicinissimo, ma negativo al tampone. 
Che cosa vivono adesso?
Proibiti gli ultimi saluti, i funerali, le sepolture. 
I superstiti si trovano come Antigone a vivere lo strazio di subire una legge dell’uomo che non concede pietà, senza nemmeno la possibilità di trasgredire, dimostrando un ultimo e disperato gesto d’amore. 
Anche la morte resta sospesa. 
C’è stata, ma non la si è vista. Non può essere vero.
Qualche giorno prima il nonno era qui con noi a tenere i bambini, ridere, bestemmiare, tossire… e adesso uno sconosciuto ci dice che non c’è più. 

Chi ha perso qualcuno sa quanto sia importante potersi dire “io c’ero”, l’ho accompagnato, gli ho tenuto la mano fino alla fine, ho avuto il tempo di vederlo anche dopo, di vegliarlo, preparare e prepararsi all’estremo saluto. 
Il rito non ripara la perdita ma permette di attraversarla. 
I camion mimetici invece sono dei Caronte impersonali, trasportano corpi dove c’è più spazio, per non doverli ammassare e intralciare i brandelli di vita di chi ancora lotta per farcela.

Ecco, non vi ripeterò di stare a casa.
Vi chiedo però, ogniqualvolta sarete tentati dal varcare la soglia, senza portare con voi la responsabilità necessaria alla salvaguardia della vita, di ricordarvi queste righe. 
Di immedesimarvi in ognuna di queste persone.
Se servirà a impedire anche un solo decesso, ne sarà valsa la pena. 


domenica 30 settembre 2018

Che cos è e come funziona il SoulCollage®?




Sono molti mesi che non scrivo qui sul blog. 
Il tempo dedicato ai pazienti in studio nell’ultimo anno ha assorbito molte delle mie energie a scapito di quello dedicato alla scrittura. 
L’input per ritornare su queste pagine virtuali me lo ha dato però la scoperta di un nuovo metodo col quale mi sono formata recentemente, ovvero il SoulCollage® (qui il sito ufficiale). 
Ho scoperto la sua esistenza già un paio di anni fa, ma sono riuscita a partecipare al primo corso di formazione solo la primavera scorsa, dopo aver letteralmente mangiato con gli occhi il libro di Seena B. Frost “SoulCollage® evolving” (attualmente ancora solo in lingua inglese). 
        
Seena è stata la psicoterapeuta americana che ha creato e divulgato questo meraviglioso metodo di conoscenza delle nostre profondità grazie all’uso delle immagini, ispirandosi alla psicologia junghiana (per la centralità dei simboli come condensati di temi dell’inconscio) e quella transpersonale (per l’accento spirituale e di crescita umana).
Si tratta di un metodo di scoperta e conoscenza di sé molto profondo e intuitivo, che permette l’accesso alla saggezza interiore che già possediamo ma con la quale è sempre molto complicato entrare in contatto nella vita di tutti i giorni, quando siamo fortemente condizionati da problemi, limiti e parti regressive o invalidanti.

In questi mesi in cui ho conosciuto e approfondito il SoulCollage® mi sono accorta che è molto più facile per le persone sperimentarlo direttamente che comprenderlo sulla carta, se pure le descrizioni dei libri e articoli siano spesso dettagliate e complete. 
L’energia del SoulCollage® e la sua intensa capacità trasformativa la si può cogliere solo creando le carte che ci rappresentano e donando loro un nome e una identità, ma in questo mio breve articolo vorrei provare a farvi cogliere che cosa significa costruire e avere un proprio mazzo di SoulCollage®.  

Innanzitutto ogni collage viene fatto su un cartoncino rettangolare di una misura standard, che in uno spazio definito accoglie un determinato aspetto chiamato genericamente “Neter”. 
Il Neter è un termine mutuato dall’antico Egitto, misterioso e numinoso, che esprime una forma di energia, una presenza, una guida, un alleato o un aspetto sfidante. 
Ogni singola carta del mazzo racchiuderà immagini che parlano tutte di quel tipo di nucleo specifico, (es. la mia parte gioiosa, o quella esigente o la bambina interiore o il saggio ecc…) quindi il numero delle carte potrà essere infinito, perché le sfumature della nostra essenza sono tantissime.
Durante il corso si ha accesso a moltissime immagini che vengono scelte sulla base della spontaneità e dell'intuito, composte sulla carta senza nessuna finalità estetica e senza dover avere alcuna competenza artistica. Ogni carta e ogni mazzo sono unici e irripetibili come la persona che li crea e solo l'autore o autrice potranno usarli. 
Unica regola del SoulCollage® è lasciare il critico interiore fuori dalla porta! 

In un corso di SoulCollage® una volta entrati nella stanza, sul tavolo di fronte a voi troverete il cartoncino necessario per la creazione della prima carta, e poi forbici e colla. 
In questi mesi ho ritagliato da riviste e raccolto infinite immagini, di personaggi, paesaggi, sfondi e oggetti, messi a disposizione dei partecipanti ai corsi, che quindi troveranno tutto il materiale già disponibile per la scelta (ma successivamente anche l’attività di cernita e ritaglio in prima persona è una dimensione molto rilassante e pacificante).

Durante il corso introduttivo viene dato spazio a una parte teorica, riguardante i quattro gruppi dei “semi” con cui verrà suddiviso il mazzo. 
Si tratta: 
degli aspetti della propria personalità, 
delle persone significative della nostra vita, 
degli aspetti archetipici e 
di quelli energetici che ci abitano. 
Successivamente ci si dedica a comporre e creare alcune carte che cominceranno ad abitare il proprio mazzo, ma soprattutto, la parte più intensa e di scoperta vera e propria è quella in cui si da voce a questi aspetti attraverso un lavoro di identificazione con l’immagine, lasciando emergere dalla nostra interiorità tutto ciò che la carta va a esprimere ed evocare. 
Questa è la parte più “emozionante” del corso, quella che getta le basi per l’utilizzo successivo del mazzo di SoulCollage®.
In molti mi hanno chiesto: “a cosa serve avere tutte queste carte?” 
In un primo momento la creazione delle carte ha un valore di consapevolezza e di autoconoscenza, perché la sensazione che si ha tenendo in mano il proprio mazzo è qualcosa del tipo “questa sono io”, è il toccare concretamente con mano le nostre varie parti interiori, conoscerle, scoprirne le sfumature e gli utilizzi nella nostra vita. 
Successivamente però, c’è anche un uso più dinamico delle carte. 
Le si possono usare come una specie di oracolo personale, ponendo una domanda e pescando una o più carte che ci daranno una chiave di lettura personale della situazione. 
No, non si possono utilizzare per predire il futuro ;-) 
Si tratta di un metodo creativo per interrogarci e imparare a vedere le situazioni con uno sguardo nel profondo, dando voce a quelle energie che le carte rappresentano e che ci possono essere di grande aiuto in qualche momento difficile, nelle scelte da compiere o anche quando vogliamo fare una riflessione più profonda su qualcosa che ci è capitato. 
Come vi dicevo è molto difficile rendere per iscritto il coinvolgimento emotivo che questo metodo riesce a creare, però voglio lasciarvi con alcuni esempi di mie carte e due testimonianze di chi ha già fatto un piccolo assaggio di SoulCollage@ in un workshop recente






Intenso… Interessante… Costruttivo… Scombussolante!!”

“intenso e forte…le immagini parlano da sole! 
È stata davvero una bella esperienza, non vedo l’ora di approfondire!!!!”


[alla pagina Eventi&Corsi maggiori info sui prossimi corsi in partenza] 


lunedì 11 dicembre 2017

il coraggio del cambiamento



Il cambiamento è ciò che maggiormente cerchiamo e allo stesso tempo temiamo nelle nostre vite.
Molte delle richieste di colloquio nella stanza di terapia avvengono da parte di persone che si trovano in questa vischiosa terra di mezzo: guardando indietro ci sono molte cose che non rendono più felici, non sono più soddisfacenti e appaganti per la persona che siamo oggi, ma guardando avanti c'è solo l'incognita di qualcosa di sconosciuto, densa di molti interrogativi sulla persona che vogliamo diventare.

Nel mio lavoro osservo che quando questo processo è in atto, in realtà è qualcosa di irreversibile: qualcuno ci prova a non vedere, non sentire, non agire, ma la spinta diventa in questo modo sempre più intensa e rischia di diventare un sintomo-sofferenza che chiede di essere ascoltato, spesso a qualsiasi costo.

Dove nasce la difficoltà di cambiare?
Penso che nasca dalla convinzione/bisogno infantile di credersi coerenti e sicuri nell'identificarsi con aspetti di sé conosciuti e irrevocabili.
Vi spiego meglio.

Quando siamo piccoli cominciamo a conoscere il mondo e noi stessi alla ricerca di punti fermi che ce lo rendano meno pericoloso e incerto.
Apprendiamo che se siamo in un certo modo o ci comportiamo in una data maniera, accadrà qualcosa di prevedibile e diciamo “controllabile” a priori.
Quindi cominciamo a mettere in atto strategie di adattamento che nel tempo diventano copioni di vita.
In parole semplici, ripetiamo quello che ha funzionato.

Facciamo un esempio.
Di fronte a una certa persona so che se voglio evitare lo scontro devo agire in quel modo che conosco perché l' ho testato nel tempo.
Magari il mio bisogno di evitare il litigio è nato quando ero piccolo e non avrei avuto la possibilità di spuntarla rispetto a un genitore che imponeva il suo volere (sia in maniera diretta con i veti, ma anche in maniera indiretta, dimostrandosi a sua volta bisognoso o sofferente).
Da lì, in maniera automatica, ogni volta che mi trovo con una persona simile nei comportamenti e atteggiamenti al genitore tenderò a riproporre lo stesso schema, anche se oggi potrei fare altrimenti.
Il bisogno prevalente di evitare il conflitto fa parte di quelli infantili, perché legati al timore di perdere l'amore o essere rifiutati da coloro dai quali dipendiamo.
Ma allo stesso tempo, tenendo conto solo di quello, rinunciamo ad altri tipi di bisogni che c'erano già nell'infanzia e che nel tempo si strutturano e maturano con noi, come il bisogno di affermare se stessi, essere rispettati per le nostre posizioni, essere riconosciuti nelle nostre necessità di autorealizzazione.
Semplificando, finiamo per comportarci con il partner, il capo o un amico, come ci comportavamo a cinque anni con il genitore in questione.
La convinzione sottostante e inconscia che fa agire così potrebbe essere una cosa del tipo “non posso litigare con te perché...” “mi schiaccerai/ mi rifiuterai/ ti distruggerò/ finirà tutto/ non l'avrò mai vinta...” ecc... a seconda dell'esperienza dell'infanzia percepita.

Finché il copione e le relative convinzioni restano inconsci, nessun cambiamento sarà possibile.
Nella terra di mezzo dell'insoddisfazione riusciremo a sentire che qualcosa dentro si ribella ma non saremo in grado di dargli spazio come dovremmo.
Perché questo spazio è la parte adulta che deve autorizzarselo.
Occorre modificare il punto di vista, da quello immaturo a quello maturo.
La parte adulta si può concedere un comportamento differente perché sfatando i miti dell'infanzia, si accorge che non accadrà nulla di così catastrofico.
Ma soprattutto può fare esperienza diretta che si può sopravvivere – anzi, vivere meglio – anche senza quelle rigide convinzioni che attanagliano, scoprendo che nella mancanza di certezze, la vita acquista finalmente fluidità e creatività.

lunedì 30 ottobre 2017

A gambe all'aria



Un po' di tempo fa vi ho parlato della mia passione di fotografare finestre e panni stesi ad asciugare (qui).
Qualche weekend fa, durante una gita a Chioggia ho immortalato questo scorcio di calle che mi ha affascinato per questo curioso modo di stendere i pantaloni sul filo sospeso.
Subito mi è sorto un titolo “Gambe all'aria” e immediatamente si sono accavallate dentro di me associazioni di tenore opposto: da un lato mi ha fatto sorridere e dall'altro no.
Nell'uso comune si è soliti indicare con questa espressione una caduta improvvisa che dopo averti tolto l'equilibrio ti manda letteralmente col sedere per terra se non a capo all'ingiù.
Fa pensare a una gag ironica o anche a un ruzzolone infantile.
Ma cosa succede quando a gambe all'aria ci andiamo perché qualcosa o qualcuno ci scaraventa a terra con una forza che ci travolge?
Nella mia stanza di terapia accolgo molte persone che si trovano metaforicamente in questa situazione.
A volte si rivolgono a me subito dopo essersi rialzati, doloranti e ammaccati, ma capaci di camminare ancora con le proprie gambe.
Altre volte invece mi trovo ad intervenire ancora prima, come se potessi avvicinarmi a quella persona ancora a terra e con manovre di cautela – proprio come accade in quelle scene che cogli passando per strada dopo un incidente d'auto o moto – accertarmi che sia possibile qualche movimento, per poi curare le ferite e pian piano tornare a camminare di nuovo.
Sono molti gli eventi della vita che “obbligano” a cadute, soste prolungate, superamento di ostacoli o cambiamenti di rotta.
Il filo sospeso che tiene insieme tutte queste situazioni è quello della sofferenza e del dolore.
Aggancia identità e storie senza un criterio apparente, lasciando senza fiato chi si trova catapultato “ad inferos”.
Qualcuno pensa che sia la disfatta e si arrende, qualcun altro lotta con tutte le proprie forze anche se si sente come una tartaruga capovolta che non trova più la via per raddrizzarsi.
Ed è proprio questa metafora che mi ha fatto venire in mente una vignetta che avevo salvato molto tempo fa



Quella che all'apparenza può sembrare un messaggio ilare e fin troppo ottimistico, nasconde una grande verità.
Quando siamo simbolicamente a gambe all'aria, se non ci lasciamo sopraffare dall'ansia e dallo sconforto, o magari subito dopo esserci lasciati sopraffare e averli elaborati, ci possiamo rendere conto che da lì si possono osservare le cose da una diversa prospettiva.
Qualcuno mi dice “tutto questo in realtà c'era anche prima ma io non lo coglievo, o non volevo coglierlo” oppure “in tutta questa situazione ho scoperto mie risorse (o persone vicino a me) che non avrei mai creduto possibili” e ancora “una volta attraversata questa crisi che all'inizio combattevo, ho capito che era necessaria per cambiare finalmente in maniera radicale molte cose che non andavano più bene o equilibri precari”.

La qualità che maggiormente si impara dopo un'esperienza che ribalta tutte le certezze è la resilienza (ne avevamo parlato anche qui) ovvero la capacità di riscoprirsi più solidi di prima, perché ciò che è accaduto ha permesso – una volta elaborato – di accedere a una maggiore riorganizzazione e armonizzazione delle proprie caratteristiche interiori.
Se siamo disposti ad aprirci a nuovi punti di vista possiamo scoprire il dono trasformativo di ogni evento, anche quello che all'apparenza sembra solo un errore, un problema o una avversità. 

buona settimana
virginia