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lunedì 1 dicembre 2014

Siamo tutti portatori sani di patologia?



Ognuno è amico della sua patologia
(Alda Merini)

Nonostante tanti anni di lavoro, un interrogativo spesso mi assale: che cosa può caratterizzarsi davvero e fino in fondo come psico-patologia?
Al di là della nosografia psicopatologica tradizionale che serve a creare un gergo comune per definire sintomi e segni di comportamenti che esulano dalla “norma”, chi e che cosa può arrogarsi il diritto di decidere che tutto in una persona è patologia? 
A volte sembra che si perda il significato e valore del soggetto dietro alle etichette di depressione, ansia, attacchi di panico, disturbi alimentari, psicosi ecc... 
In maniera sensatamente folle mi piace seguire il pensiero di James Hillman, secondo cui

vogliamo far tacere il rumore concettuale del gergo psicologico e creare, nello studio del terapeuta, un'atmosfera in cui i vari momenti ci parlino nei termini loro propri e noi rispondiamo nei nostri.
La terapia diventa allora la disciplina del cercar di scoprire cosa sono quei termini in ciascun caso – buttando via la diagnosi in favore dell'inventiva, terapeuta e paziente insieme, un linguaggio in comune adatto a questa particolare vita. Allora non stiamo cercando di scoprire e curare una malattia, stiamo cercando di inventare e parlare un linguaggio. 
È questa la cura: parlare alla vita e ascoltare la vita.
E lo scopo non è che la vita guarisca, o diventi normale, e nemmeno che cessino le sue sofferenze, ma che la vita diventi più se stessa, che sia più onesta con se stessa, sia più fedele al suo demone” (2005, pag. 95-96)

dove per demone si intende il δαίμων (dáimōn) socratico, il proprio genio, o angelo, quella scintilla che ci appartiene da sempre e che può guidarci verso la realizzazione.
Occorre comprendere che talvolta il genio sembra mostrarsi soltanto attraverso i sintomi e disturbi come una sorta di medicina preventiva che ci trattiene dal prendere una falsa strada (Hillman op.cit. Pag. 83).

Anche Edward Bach – medico inglese inventore della floriterapia – sosteneva una cosa analoga:
ciò che noi conosciamo come malattia è in ultima analisi il risultato finale causato nell'organismo, il prodotto finale di forze che agiscono nel profondo dell'animo umano. […] In sostanza, la malattia è il risultato di un conflitto fra l'anima e la mente […] sebbene in apparenza sia crudele, in realtà è benefica e utile e, se interpretata nel modo giusto, può guidare alla scoperta degli errori decisivi che abbiamo commesso, cosicché diventeremo persone migliori
(Bach, 1931 in Scheffer, I fiori che guariscono l'anima, 2003 pag. 56-58).

E infine anche Roberto Assagioli, il padre della Psicosintesi :
La frequenza dei disturbi che hanno origine spirituale va rapidamente crescendo ai giorni nostri, dato il numero crescente di persone le quali, consciamente o inconsciamente, brancolano per trovare la propria via verso una vita più piena
(Principi e Metodi della Psicosintesi Terapeutica 1973, pag. 44).

Noi siamo un colloquio” dice Hölderlin, citato da Galimberti (2009), il quale aggiunge:
il colloquio è fatto unicamente di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è “prestare l'orecchio”, è farsi condurre dalla parola dell'altro là dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore e sepolta dagli psicofarmaci la cui prima funzione è quella di mettere a tacere il cuore.
(I miti del nostro tempo, pag 175)

Già Otto Rank, l'enfant terrible della psicanalisi vedeva la nevrosi come un'opera d'arte mancata, da cui faceva discendere la necessità di una “terapia della creatività”.

Prendendo le mosse da tutti questi maestri, mi piace pensare al mio lavoro come a una paziente opera artistica e artigianale, fatta a quattro mani, le mie e quelle della persona che si rivolge a me, per creare qualcosa di unico e originale, autentico, come ogni vita può essere. 

"La terapia, o l'analisi, non è solo qualcosa che gli analisti fanno ai pazienti, essa è un processo che si svolge in modo intermittente nella nostra individuale esplorazione dell'anima, negli sforzi per capire le nostre complessità, negli attacchi critici, nelle prescrizioni e negli incoraggiamenti che rivolgiamo a noi stessi. Nella misura in cui siamo impegnati a fare anima, siamo tutti, ininterrottamente, in terapia."
(J. Hillman, Re-visioning Psycology, 1975)

buona settimana
virginia 

lunedì 17 novembre 2014

Cosa vuol dire condividere la vita



Come promesso lunedì scorso (se lo hai perso lo trovi qui) anche questa settimana continuiamo le riflessioni sul significato profondo dell'amore romantico.
Partiamo sempre da una frase di Branden:

Forse uno dei requisiti essenziali per far funzionare una relazione romantica è che sia basata sulla realtà, cioè sulla capacità e la volontà di vedere il partner per quello che è, con i suoi difetti oltre che le sue virtù, invece di tentare di alimentare l'amore con la fantasia.
( N. Branden “La psicologia dell'amore romantico” pag. 139)

E partiamo da qui perché questa è l'illusione più diffusa.
Spesso le persone, più che innamorarsi di un altro da sé, si innamorano dei propri bisogni insoddisfatti, incarnati in una persona in un certo momento, e su quelli poi creano il resto.
È come costruire una casa senza fondamenta, accontentandosi di aver visto in superficie che il terreno “tiene”.
Per semplificare, immaginiamo una persona X con una ferita di abbandono da parte di una persona Y, subita e mai elaborata.
Quando X incontrerà Y2 – ovvero un partner che gli ricorda il primo per alcune caratteristiche così che ai suoi occhi la vera identità è come se non ci fosse – potrà scoccare la scintilla e il desiderio di cominciare una storia nuova, ignorando totalmente che quell'Y2 è soltanto un aspetto di una persona Z, molto diversa dalla prima.
Forse escluso l'aspetto Y2, X e Z hanno davvero poco in comune, così quando la proiezione cadrà, X si ritroverà a dire “non ti riconosco più... tu non mi ami... o non sei quello/a che voglio per me”.
Dunque, per vivere un amore autentico, occorre riuscire a scorgere tutto dell'altro, non solo ciò che fa comodo o appaga desideri insoddisfatti.

Questo è romanticismo realistico, non romanticismo da fiaba.
Quando la passione e la realtà sono integrate, l'amore può fiorire.
(ibidem, pag. 140)

Come mantenerlo?
Il discorso si fa sempre più complesso.
Le relazioni di coppia sono uniche e irripetibili, perché fatte da persone con la propria storia e vissuto emotivo, ma possiamo qui gettare alcune basi fondamentali per costruire in maniera sana un rapporto durevole.
Nella prima fase di ogni rapporto i partner sono più disponibili ad aprirsi, condividere, scambiare opinioni ma anche scoprire aspetti dell'altro ancora sconosciuti.
Col tempo sembra che questa attitudine si inaridisca lentamente e inesorabilmente...
qualcuno adduce il problema del tempo che manca, qualcun altro si lamenta che vengono sempre prima i bisogni dei figli, delle mansioni quotidiane da svolgere, altri si limitano a dire semplicemente che ormai ci si conosce e non c'è più niente da scoprire...
E il legame scivola in un'alienazione che lo impoverisce giorno dopo giorno.

La possibilità di salvezza nasce dalla consapevolezza di sé, dall'opportunità che ciascuno può darsi di rimettere in circolo la comunicazione.
Ma non una comunicazione qualsiasi.
Si tratta di raccontare di nuovo cosa succede dentro, di raccontarsi e creare un atmosfera dove anche l'altro possa sentirsi libero di farlo.
Il primo passo però è personale e intrapsichico.
Chiediti ora: sono libera di ammettere i miei sentimenti e farne esperienza?
Se l'espressione dei sentimenti è condizionata dalla paura, dall'inibizione, dai sensi di colpa (tutte cose che possono affondare le radici nella storia della vostra vita) allora sarà difficile poterle mettere in relazione nella coppia.

Se abbiamo imparato a rimproverare noi stessi e tenerci ramanzine per i sentimenti, le emozioni e le reazioni “inappropriate”, tratteremo nello stesso modo anche gli altri. […]
Incoraggeremo la persona che amiamo a mettere in pratica lo stesso disconoscimento e la stessa auto-alienazione che usiamo noi. È uno dei tanti modi in cui uccidiamo l'amore e anche la passione.
Quindi dobbiamo chiederci: sono capace di creare un contesto in cui il mio partner si sente libero di condividere sentimenti, emozioni, pensieri e fantasie senza timore che io lo condanni, lo attacchi, lo rimproveri o mi ritragga? E il mio partner crea per me un contesto simile?
(ibidem, pag. 144)

Vi lascio nel far risuonare dentro di voi queste domande fondamentali
e vi auguro una serena settimana

virginia

lunedì 10 novembre 2014

L'amore romantico: utopia o realtà?



Qualsiasi sia il motivo che porta le persone a sedersi sul mio divano, prima o poi si finisce per parlare d'amore.
Anche se la richiesta di aiuto e sostegno è individuale, nel tempo pure il partner viene portato in questa stanza, attraverso i racconti e gli episodi, i conflitti e le incomprensioni; e se non c'è un partner, allora viene portata quell'assenza, e il desiderio o le paure.
Nella schermata di gestione del blog, alla voce “parole chiave della ricerca”, (ovvero le parole impostate su google, che hanno fatto poi arrivare le persone a visitare il mio sito), troviamo al primo posto assoluto in questi quattro anni, proprio la parola “Amore”.
Forse non vi stupirà sapere che la terza parola è “felicità”.
Nell'uso comune diamo per scontato il legame consequenziale fra queste due parole: se amiamo e siamo amati allora siamo felici.
In realtà, i due termini, così evocativi ma di difficile coniugazione quotidiana, possono aprire a nuove e inusuali interpretazioni.

Oggi vi invito a rifletterci partendo da questa frase che ho letto in un libro di Nathaniel Branden

Perché una relazione sentimentale cresca bisogna saper riconoscere che la felicità è un nostro diritto. Se la sento come un fatto normale e naturale, posso lasciarle spazio, posso essere aperto nei suoi confronti, posso abbandonarmi a essa. Non provo l'impulso di sabotarla e distruggerla. Se accetto la mia felicità, l'amore romantico cresce. Se ne ho paura, l'amore romantico tende a morire.

( “Psicologia dell'amore romantico” 
pag. 135 - Ed.Corbaccio, 2010 )

Spesso è proprio così.
Solo se si accetta di poter essere felici nella vita reale, non ci sarà il bisogno di vivere una storia d'amore infelice, per poter poi vivere la felicità fra parentesi (vedi relazioni extra-coniugali, fughe nella fantasia, sogni a occhi aperti...).
Secondo Branden, le ragioni di questa “scelta” sono inconsce e da ricercare nel modello di coppia – conflittuale o disfunzionale - dato dai genitori e dal messaggio sotteso e appreso da piccoli: “da sposato non sarai più felice di quanto siamo stati noi.”
In altre parole, essere infelici non è altro che un modo per restare fedeli alla famiglia d'origine.
Ma questo significa solo una cosa. 
Che nell'approcciarsi all'amore, siamo ancora bambini e quindi fedeli ai dictat parentali.

Mentre “l'amore romantico è per gli adulti, non per i bambini” perché “le persone autonome non hanno più bisogno di dimostrare a nessuno di essere bravi bambini o brave bambine, e non hanno bisogno di trovare nel coniuge o nel loro partner sentimentale anche un padre o una madre. In alcuni momenti possono gradire che il loro partner assuma questo ruolo, ed è una cosa del tutto normale, purché non sia l'essenza del loro rapporto.” (pag. 136-37)

Inserisco qui tutta la pagina del libro, perché è così densa e vera da meritare di essere letta per intero.



Nei prossimi lunedì parleremo degli altri aspetti che permettono di poter realizzare nella coppia un amore autentico e reale, pur nel riconoscimento delle diversità.

Buona settimana
virginia 

lunedì 20 ottobre 2014

Non occorre guardare per vedere lontano




Questo week end siamo partiti alla volta di Milano.
La giornata è stata dedicata a due tipi di mostre completamente agli antipodi.
Una dove gli occhi sono stati protagonisti (Chagall – Una retrospettiva 1908-1985) l'altra dove tutti gli altri sensi sono passati al primo posto, perché si trattava di un percorso completamente nelle tenebre.
Di Chagall vi parlerò prossimamente, mentre oggi voglio dedicare qualche riflessione al “Dialogo nel buio”, (tutte le info qui) un'esperienza unica e difficile da esprimere a parole, che sono sempre il tramite più immediato per chi – come la maggioranza di noi – le può usare come filtro di elaborazione di una realtà esperita con lo sguardo.



Il percorso al buio si svolge presso l'Istituto dei Ciechi, in uno spazio che ripropone vari ambienti della nostra vita quotidiana, da vivere per più di un'ora senza fare affidamento sugli occhi.

Appena entrati lo smarrimento è potente.
Non vi è più alcun punto di riferimento, nessun appiglio.
Tranne una guida non vedente che accompagna il piccolo gruppo lungo tutto il cammino.
Man mano che si procede, alcuni “confini” o strumenti per muoversi cominciano a diventare familiari, ma ogni stanza rimette in forse le piccole certezze conquistate.
È un percorso a tappe, dove ciascuno fa un'esperienza personale e allo stesso tempo comune, che muove riflessioni e lascia molti interrogativi.
Alcuni di questi possono essere condivisi, altri metteranno radici e potranno dar luogo a piccole o grandi trasformazioni anche successivamente.

Io non ho potuto fare a meno di fare un'analogia con il mio lavoro.
Quel buio è come il buio dell'inconscio.
E quando qualcuno chiede il mio aiuto, io sono come Rosanna, la nostra guida cieca.
Per me è “normale” muovermi in quell'ambiente, riesco ad orientarmi e non temo ciò che possiamo trovare.
Ma per la persona che si affida a me tutto quel nero è spaventoso.
Per di più perché non ha deciso di sua iniziativa di entrarvi, bensì ci si è trovato/a catapultato/a suo malgrado.
Nella sofferenza accade questo: si perdono le certezze e anche le cose che prima erano conosciute e familiari (persone, oggetti, emozioni, pensieri), adesso sembrano estranee e lontane.
In quanto terapeuta io posso esserci e attraversare insieme con la persona quel tratto di cammino, come la nostra guida ha fatto sapientemente con noi.
Come lei ci spiegava, occorre sentire chi ha semplicemente bisogno di essere sostenuto con la voce, chi di un segnale corporeo di incoraggiamento, chi invece deve essere preso per mano e accompagnato passo per passo.
Ogni persona ha la sua modalità.
Dentro il dialogo nel buio e dentro la stanza di terapia.

Perché si tratta comunque di stabilire un rapporto umano, che va oltre le differenze, oltre le diverse abilità.
Si tratta di costruire una relazione, ed è quella che “cura”, al di là di ogni tecnica o sapere.

Ecco il mio segreto. È molto semplice:
non si vede bene che col cuore.
L'essenziale è invisibile agli occhi.

(A. De Saint Exupery – Il Piccolo principe, Cap. XXI)

O come aveva detto molti anni fa un giovane paziente al mio didatta:

dottore, io voglio essere guarito
non con le medicine
ma con l'amore e con la gioia”

(cit. in A. Alberti “Psicosintesi. Una cura per l'anima”)

Non vi racconto di più dell'esperienza al buio, perché diventi per ciascuno unica e irripetibile.

Buona settimana
virginia

(fonte immagine: Pinterest qui

martedì 30 settembre 2014

I sogni delle donne




sono creature che hanno in sé qualche cosa del fantasma e del fiore […] e non si sa rendere l'incanto particolare degli occhi, in cui la pupilla vive di vita soprannaturale e guarda come da un sogno”
(Guido Menasci)


Questo week end sono andata a visitare la mostra di Vittorio Corcos a Padova, dal titolo “I sogni della belle époque” (trovi qui tutte le info).

Nelle spiegazioni che adornano le pareti, ho trovato una dicitura che raccoglie in due parole l' eterogeneità dell'opera dell'artista, descritto come rappresentante dell'eterno feminino.
Corcos riusciva a fermare sulla tela il “carattere” delle modelle e delle signore dell'alta borghesia o nobiltà che ritraeva.
Sono state immortalate dal suo pennello regine, nobildonne, ma anche giovanissime madri o istitutrici a passeggio, impuberi bambine e ragazzine acerbe... ciascuna con la propria energia caratteristica, tipi di femminile che danno conto delle infinite sfumature dell'essere donna.

Il suo quadro più famoso è “Sogno” (1896), che scandalizzò il pubblico per la posa ritenuta sconveniente e per quello sguardo che sogna, appunto “ciò di cui non dovrebbero sognare le ragazze”, secondo le parole della contessa Puliga, corrispondente del Journal des Débats.



Non ho potuto fare a meno di pensare che si tratta di donne che appartengono al periodo in cui è nata la psicanalisi, quella generazione che si ammalava di “isteria”, che convertiva in sintomi organici un malessere psichico dovuto a un'epoca rigida e austera, all'educazione che soffocava i loro spiriti curiosi di vita, come i bustini stringevano i loro fianchi.
Osservando l'energia sprigionata da questi ritratti mi sono immaginata le storie delle protagoniste, i loro temperamenti, le relazioni che intrattenevano... così, girando per le sale, ho notato che i volti potevano essere raggruppati in tre tipologie ben distinte:
le eteree fanciulle, il cui sguardo è sempre posato altrove, mento sfuggente come attratto da qualcosa di improvviso che cattura l'attenzione, timide e infantili;




le ammaliatrici, sguardo dritto, profondo, sensuale, dominante e sfidante



e infine le sognatrici, dallo sguardo soave e svagato, che ti guardano ma sembrano andare oltre a te, verso un orizzonte lontano e inaccessibile, presenti e assenti in un tempo solo.
Queste ultime spesso accompagnate dai libri, posati vicini, simbolo di una libertà almeno interiore.




Ho provato a immaginare che tipi di uomini potessero esserci al loro fianco, chissà se quel carattere che traspare così evidente dalla tela abbia mai potuto essere vissuto anche nella vita reale.
Così mi sono immaginata tre monologhi.


Non guardarmi, anche se mi sono messa questo grande cappello e il nastro rosa che sottolinea il decolleté. Mia madre mi dice che ormai sono una donna da marito e devo essere elegante, ma io mi sento ridicola, agghindata come un fagiano sul piatto di portata prima di essere sbranato da fauci affamate dopo la battuta di caccia.
Promettimi che non mi farai del male.
Mi hanno promessa.
Non ti conosco ma so già il mio destino.
Non mi resta che uccidere il mio romanticismo.
Vuoi farlo tu, mio caro?




Con questo ritratto sarò importante.
La mamma lo metterà nella sala grande, vicino al suo.
E finalmente tutti smetteranno di ammirare lei e si concentreranno su di me.
In realtà li vedo già i loro sguardi sognanti che furtivi indugiano fra le pieghe dei miei abiti.
E non importa che mi abbiano messo in braccio il cagnolino.
Non sono più una bambina.
E il mondo da domani si schiuderà a me, lo sento.
Infondo l'anno prossimo inizia il nuovo secolo.




Non smetterei mai di stare qui e leggere i miei amati libri.
La poesia illumina i miei giorni inquieti di contraddizioni.
Essere donna con un animo curioso è come essere un animale selvatico in gabbia: tutti ti guardano rapiti e affascinati ma nessuno osa avvicinarsi.
Per molti sei un pericolo.
Chissà se il futuro cela un uomo coraggioso quanto me?



Buona settimana
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 22 settembre 2014

E se vi conosceste adesso?



un'idea improvvisa sulle affinità
che legano gli amanti fra loro.
Noi non siamo né maschio né femmina,
bensì un composto di entrambi.
Io preferisco il maschio,
che svilupperà ed espanderà
il maschio in me.
Il maschio sceglie me
per sviluppare la femminilità in se stesso.
Per diventare completi.”

(Katherine Mansfield)

Gabriel Garcia Marquez dopo trent'anni di matrimonio con la moglie Mercedes soleva dire che a un certo punto si era reso conto di conoscerla così bene da non avere la minima idea di chi fosse.
È di questo che voglio parlarvi oggi.
Della difficoltà all'interno delle coppie, di tollerare le trasformazioni che il tempo necessariamente conduce: 
“le persone cambiano e dimenticano di dirselo” affermava Lillian Hellman.
A me verrebbe da aggiungere che spesso, cambiano e addirittura si rinfacciano di essere cambiate.
Mi dispiace informavi che l'idea di restare sempre tali e quali a quel lontano periodo del primo appuntamento è pura illusione.
Così come è illusione il vivere perennemente con qualcuno che resta uguale a se stesso nonostante le esperienze, le persone con cui entra in contatto, il tempo che passa e fa fare bilanci e nuove scelte.
Ma l'affermazione di Marquez ci permette un'ulteriore riflessione: quando pensiamo di conoscere davvero qualcuno, sapere tutto, in modo che quella persona per noi non abbia alcun elemento di novità, è proprio lì che ci sbagliamo.
L'assegnare etichette o caratteristiche fisse e immutabili, se da un lato ci permette di essere tranquilli, dall'altra non permette al rapporto di evolversi.
Questo non significa solo che impedisci all'altra persona di poter essere se stesso/a, ma impedisci anche a te di crescere e scoprirti in nuove parti, perché pensare che sono gli altri che cambiano e tu sei rimasto/a uguale è una bugia.

Una volta parlando con una paziente di questo argomento ha esclamato impaurita: “ma ci vuole coraggio... e se poi l'altro non è pronto a cogliere (ma soprattutto ad accogliere) le trasformazioni?”
Si. È un rischio.
Ma il rischio più grande è che il rapporto muoia giorno dopo giorno e i due partner si allontanino irrimediabilmente senza far niente in proposito.
Il rischio è che poi entrambi vadano a cercare quell'altra metà che li completi fuori da casa perché non sanno che potrebbero scorgerla fra le pieghe polverose di quella calda coperta del matrimonio che protegge ma assopisce.
E un bel giorno ti svegli, guardi chi ti dorme accanto e non sai più che è.
A quel punto a te la scelta: conoscerlo come se fosse la prima volta – ma una prima volta diversa, più matura, consapevole e competente – oppure alzarsi e andare ciascuno per la propria strada.
L'altra metà di cui ci parla la Mansfield, non è solo legata al maschile e femminile dentro di noi: si tratta di tutto ciò che ci manca e ci arricchisce.

È pieno il mondo di persone che affermano: il mio compagno non deve/ la mia fidanzata queste cose non le fa/ mio marito è il solito...../ la mia compagna sa fare solo..../figurati se gli dico questo potrebbe arrabbiarsi, svenire, morire, ecc...
La coniugazione al maschile o femminile è una pura casualità. 
Queste affermazioni valgono per entrambi i sessi.
E ad ogni frase di questo tipo muore un pezzettino di quella personalità in continuo divenire...

Nel titolo di oggi c'è proprio la possibilità di un salvataggio.
È un gioco/esercizio che viene proposto anche nelle terapie di coppia.
Perché non metterlo in pratica subito, anche se la vostra relazione procede bene, senza mai giungere a far si che la situazione sia irrimediabile?
La situazione standard è il ritagliarsi una serata insieme, a due (può essere in un ristorante nuovo oppure anche nell'intimo della vostra stanza).
Proibito parlare di figli, genitori, lavoro o organizzazione familiare pratica.
È possibile parlare di figli o familiari solo se si tratta di bisogni, desideri, cambiamenti, e anche insoddisfazioni, ma non di cose quotidiane circa il chi porta a scuola chi, domenica facciamo, andiamo ecc...
Si può parlare di sé, dei vissuti di un'esperienza (ma anche la riflessione a voce alta di un film, un libro, un episodio di vita reale), delle ferite inferte e ricevute, delle speranze e desideri, del futuro: insomma, di tutto ciò che riguarda la vita interiore.
Ovviamente la prima regola è: astenersi dal giudizio.
La seconda è provare a vedere le cose da diversi punti di vista, saper entrare nel mondo dell'altro, senza partire in quarta con reazioni controproducenti.
Nel caso in cui avvenga in voi una reazione emotiva forte, anche questa può essere oggetto di condivisione e dispiegamento di sé. 
La terza è cercare di fare il punto, partendo proprio dai bisogni. Chiedersi a vicenda “di cosa hai bisogno?”.
Qualcuno a volte ama immaginarsi proprio come due estranei che si raccontano.
Se fosse oggi un primo appuntamento, cosa vi colpirebbe di quest'uomo o di questa donna?

Non mi resta che augurarvi una buona serata!
virginia

ps. se volete altri spunti li trovate qui e qui e un piccolo rimedio floreale per le relazioni "spente" qui  

lunedì 15 settembre 2014

Aver bisogno non è amare



Questo è il titolo di un paragrafo illuminante del libro “Essere e Amare” di Altea Horner del lontano 1987 (addirittura 1978 nell'edizione in lingua originale), ma come tutte le verità che riguardano la psiche, tutt'oggi valido e chiarificante nella sua profonda semplicità.
L'autrice – psicoterapeuta in California – mostra come le difficoltà che le persone incontrano nelle loro relazioni di coppia, traggano origine dai primissimi rapporti di attaccamento con le figure genitoriali.
Come spesso avete letto su queste pagine virtuali, i nostri precoci legami familiari ci danno l'imprinting per le successive dinamiche affettive, nelle quali tentiamo o di risolvere ciò che è rimasto in sospeso con i genitori oppure riproponiamo lo stesso modello al fine inconscio di riuscire a comprenderlo.

Una relazione adulta e matura fra due persone però, dovrebbe essere il più possibile libera da un tale tipo di proiezioni, altrimenti non ci saranno mai due persone che si amano così come sono, bensì due bambini che fanno ancora i conti con i fantasmi del passato.

Mi soffermerò oggi sulle persone che non riescono a stare da sole, che vivono la mancanza di un partner come una iattura da evitare a tutti i costi, per cui finiscono per aggrapparsi a rapporti insoddisfacenti, pur di aver qualcuno a far loro compagnia.
Attenzione: è implicito che il bisogno di amore, affetto, amicizia e appoggio faccia parte della condizione umana. Non voglio qui fare l'elogio della vita da eremiti sulla montagna.
Occorre però distinguere fra il riuscire a stare un periodo più o meno lungo da soli, per poter scegliere un partner con cui condividere a pieno la propria vita, dal bisogno compulsivo di passare da un partner all'altro quasi senza un momento di contatto con la propria individualità, oppure, il continuare a stare in una relazione che non dà nulla, pur di aver qualcuno.

Ci sono tanti modi di essere dipendenti – alcuni molto ben cammuffati – come ci dimostra la Horner nel suo libro.

Vediamoli insieme:

Ho bisogno di te per convincermi che esisto
questa è la tipologia più palese, anche ad occhi meno esperti.
Si tratta di quelle persone che hanno avuto delle carenze infantili così profonde che adesso hanno sempre la necessità, per sentirsi vivi, di essere nello sguardo dell'altro, al centro del suo mondo e che vivono qualsiasi cosa o persona allontani il proprio amato come un tradimento, perché temono l'annichilimento se l'altro non c'è più per loro.
La conseguenza è che mettono in essere atteggiamenti così richiedenti e spesso assillanti, con pretese irrealistiche, che realmente allontanano l'altro da sé, disperato perché accusato di non far mai abbastanza.
Nel caso in cui non riescano a portare avanti le loro pretese, possono diventare estremamente accondiscendenti per evitare che l'altro se ne vada, ma in questo modo perdono di vista loro stessi, rinunciando alla propria identità.

Ho bisogno di te per sapere chi sono
si tratta di coloro che usano l'altro come specchio che li definisca e gli rimandi un'immagine definita, un ruolo che gli doni sicurezza.
Spesso si tratta di persone che molto precocemente hanno dovuto corrispondere a un ruolo che era funzionale per i genitori (il/la bravo/a bambino/a, l'ometto o la donnina di casa) così da garantirsi l'affetto.
Oggi questa persona non riesce più a prescindere da quel ruolo: spesso sono addirittura incapaci di permettere a qualcuno di prendersi cura di lui/lei e diventano dipendenti da partner cui fanno da genitore, perché la loro autostima è plasmata su questo modello di accudimento inverso.

Ho bisogno di te per non sentirmi perduto
in questo caso, la persona ha bisogno dell'altro perché funga da centro aggregatore della sua vita, la base sicura da cui partire per poter esplorare il mondo.
Si tratta di quelle persone che tendono ad avere un rapporto lungo e sicuro, ma privo di intensità, per poi dedicarsi a relazioni saltuarie dove poter agire altre parti di sé.
Un po' come fa il bambino con la mamma, quando inizia a muovere i primi passi: ogni tanto si volta a vedere se c'è, perché senza di lei che fa da sicurezza, ciò che va ad esplorare diventa insicuro e minaccioso.
Per questo, nel caso il partner non accetti più di fare solo da punto fermo, la persona in questione, tenderà inevitabilmente a trovare subito un valido sostituto per poi poter riprendere il processo come prima.

Ho bisogno di te per sentirmi perfetto
Può darsi il caso che al fine di mantenere l'illusione della propria perfezione, uno dei due partner finisca con l'attribuire all'altro i propri aspetti negativi, facendo in modo che l'altro si senta davvero così, ovvero che sperimenti sulla sua pelle ad es. il sentirsi inferiore, mai all'altezza, poco avvenente ecc... (care lettrici affezionate, vi ricorda qualcuno questo processo?)
A un'osservazione superficiale potrà sembrare che sia il partner “di serie B” ad aver bisogno ed essere dipendente da quello, chiamiamolo “di serie A”, mentre in realtà si tratta di dipendenza in entrambi i casi, ed è per questo che coppie siffatte sono così dure a sciogliersi. Quando il perfetto perde l'imperfetto non riesce più a viversi completo, per cui farà di tutto per recuperare il rapporto.

Ho bisogno di te per stare bene con me stesso
si tratta del caso in cui il partner ha bisogno dell'approvazione dell'altro per sentirsi meritevole d'amore, ma questo diventa spesso un'arma a doppio taglio, perché è davvero così impellente il bisogno di approvazione che la persona intuisce ciò che deve fare per riceverlo e si comporta di conseguenza.
Così da una parte riceve il riconoscimento agognato, ma non per la sua autenticità, bensì per quella maschera che ha indossato pur di riceverlo, condizionato dalla paura della perdita.

Ho bisogno di te per valutarmi per contrasto
in questo difficile modo di relazionarsi, l'altro è sempre necessario come elemento da cui distinguersi: c'è una dipendenza ma è basata sulla competizione.
(Ad es. lei è bella ma io sono intelligente)
L'altro non è mai visto per quello che è, così come se stesso non è percepito con qualità e caratteristiche a se stanti, bensì sempre in contrasto l'uno con l'altro, e per questo dipendenti.
In questa situazione la relazione è un perenne oscillare di alti e bassi, dove se l'uno e su l'altro deve essere giù e viceversa, ma anche qui il doppio legame è così forte che difficilmente la catena si spezza.

L'ultimo caso è quello della dipendenza ostile
la forma più intensa per stare vicini ma allo stesso tempo separati.
Il conflitto e l'eventuale vincita gratifica il bisogno di avere un potere sull'altro, che è visto troppo potente, ma dal quale dipende, proprio come il bambino quando a due anni è nel momento dell'ambivalenza fra la necessità di restare attaccato alla mamma e di avere una propria piccola autonomia.

Non esiste una soluzione facile per risolvere queste dinamiche.
Posso solo lasciarvi con le ultime parole del libro

La lotta per armonizzare l'essere con l'amare, per mantenere il senso della propria identità e integrità, e apprezzare in pari tempo l'interezza della persona che amiamo, è una battaglia che ha inizio nella culla e dura tutta la vita.

Buona fortuna

e, per adesso, buona settimana
virginia