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lunedì 7 novembre 2016

il coraggio di una vita autentica



Sarà perché sto leggendo il libro “Così è la vita” di Concita De Gregorio (che vi consiglio, perché parla in maniera lieve e poetica dell'argomento profondo e doloroso che è la morte) o forse perché non dimentico mai gli anni di lavoro nel reparto dei morenti quando mi trovo a fare i conti con tutte le altre sofferenze quotidiane dei viventi – non tralasciando mai di portare testimonianze di significato di ciò che ho appreso in quei giorni ospedalieri – o forse è solo per questo week end piovoso che mi porta a riflessioni sfumate di grigio, che mi trovo a scrivere oggi sul senso del vivere.

Spesso mi interrogo, se dietro all'apparente ricerca della soluzione di un problema o di un sintomo, in realtà la terapia non sia altro che un continuo tentativo di trovare un significato a quell'insieme di eventi, persone, vissuti e azioni che solo alla fine potremo chiamare la “nostra” unica e irripetibile vita.
Ritengo che l'obiettivo finale di qualsiasi terapia sia quello di riuscire a vivere più pienamente la propria identità, ovvero vivere riuscendo ad essere se stessi, senza lasciarsi bloccare o frenare da aspetti interiori boicottanti.
Vivere e non sopravvivere.

Se dovessi riassumere in tre frasi le parole che maggiormente ho ascoltato in quelle corsie ospedaliere di cui vi parlavo poco sopra, sarebbero:
  • Ho dedicato poco tempo a me e troppo agli altri, mettendo i miei bisogni sempre dopo i loro
  • Ho lavorato molto ma mi accorgo che ho perso tante altre cose importanti della vita
  • Non ho coltivato i miei rapporti come avrei desiderato: ci sono molte cose che non ho detto o non ho fatto, pensando di avere sempre tempo per farlo

Questi temi sono spesso oggetto di riflessione nella stanza di terapia, ma mai li ho trovati così importanti e urgenti come nel momento della malattia o della fine.
Quindi mi chiedo: perché dobbiamo necessariamente attendere il bilancio definitivo per rendersi conto che qualcosa sarebbe potuto essere altrimenti?
Non è possibile rendere oggi la nostra vita più piena e auto-realizzativa?
Per farlo è necessario operare delle scelte.
E quando dico questo alle persone che siedono davanti a me, mi ritrovo occhi perplessi e smarriti che mi fissano lasciando trapelare timori da cataclisma.
In realtà non mi riferisco a cambiamenti radicali o colpi di testa.

la vita vera è vissuta quando vengono fatte le piccole scelte. Ma è solo con i cambiamenti infinitesimali, quelli che nessun altro percepisce, che hai la speranza della trasformazione” (Lev Tolstoj)

Il cambiamento vero e duraturo è paziente e costante, è un processo, non un atto.
L'atto arriva solo quando tutto dentro è pronto per il grande passo, e in quel momento sarà così spontaneo e naturale che vi stupirà, perché quell'azione sarà il gesto della nuova persona che siete diventati, non quello disperato di chi eravate prima.
E se state facendo qualcosa di intimamente affine alla vostra anima, qualcosa che appaga profondamente i vostri desideri, anche il tempo sarà relativo.
L'importante è sentirsi vivi durante il viaggio, perché niente vada sprecato.

Non scegli come morire. O quando.
Puoi solo decidere come vivere. Ora.
(Joan Baez)

buona settimana
virginia 

giovedì 11 settembre 2014

parole per l'anima #33


Quando si è alla ricerca di quel "qualcosa in più" (che abbiamo visto qui essere in realtà un'istanza profondamente radicata in noi stessi e solo da scoprire e lasciar sbocciare) si immagina di dover intraprendere un percorso di ascolto e disciplina, dove ogni passo è guidato da una logica organizzazione. 
In realtà, come ci suggerisce Jung, occorre permettere semplicemente alla mente creativa di "giocare con gli oggetti che ama". 
Per far questo a volte può essere utile andare indietro con il ricordo alle passioni dell'infanzia - i giochi, le storie, i personaggi preferiti - ottimi indizi del nostro nucleo originario. 
Altre volte è necessario tornare ad aprire porte che avevamo chiuso, dietro le quali qualcosa è rimasto sospeso, e finalmente portare a compimento un desiderio o aspirazione sopita.  
Altre volte ancora c'è forse bisogno di riscoprire i piccoli grandi piaceri della vita, soprattutto nel poter essere davvero noi stessi con qualcuno che ci riconosca nel profondo. 
L'importante è finalmente riuscire a trovare uno spazio nella nostra vita a ciò che ci fa risplendere, perché possiamo essere quelle che siamo. 
Trasformare il criticismo in creatività. 








buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

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lunedì 8 settembre 2014

Un nuovo inizio

(immagine da Pinterest)


Eh si, inutile rimandare questo argomento.
Settembre è sempre un tempo di propositi e nuovi inizi, periodo di progetti da seminare e curare poi nella loro realizzazione durante i mesi invernali.
Oggi però parliamo di un tipo di progetto diverso da quello che vi aspettereste.
Ciò che caratterizza le ri-partenze è una sorta di spinta alla realizzazione di qualcosa che appaghi un bisogno o un desiderio.
E qui già è necessaria una precisazione.
Che differenza passa fra bisogni e desideri?
Il bisogno attinge dal riconoscimento di una necessità interiore, si tratta di colmarlo e appagarlo.
Abraham Maslow aveva classificato i bisogni nella sua piramide (ne avevamo già parlato qui ) che mostrava come certe esigenze più elevate potessero emergere solo quando i bisogni di base fossero appagati (ad es. se non si ha di che mangiare e vivere non ci si interroga sulla stima di sé o sulla auto-realizzazione).
Ma anche all'interno dei bisogni fisiologici possiamo muovere delle distinzioni.
Che cosa differenzia il semplice bisogno di cibo per nutrirsi dalla voglia di una pizza?
Il desiderio appunto.
Quel qualcosa in più che ci è permesso dalla possibilità di scegliere.
Il desiderio tende verso ciò che manca, ci attiva e fa sì che ci muoviamo per riuscire ad ottenerlo.
Vi starete chiedendo perché oggi vi parli di pizza e altre amenità...
Lo sto facendo perché – restando nella metafora – molte volte mi trovo di fronte a persone che potrebbero mangiare la pizza (o quello che più gli piace) ma credono di doversi accontentare di ciò che capita, come poveri mendicanti abituati alla penuria e alle privazioni.
Si limitano a sopravvivere quando potrebbero nutrire se stessi con cibi gustosi per l'anima, perché hanno la possibilità di scegliere, ma non ne sono consapevoli.
Anzi, a volte si sentono in colpa nel desiderare quel “qualcosa in più” per se stessi quasi come fosse un peccato di presunzione; il rischio in questi casi è di cedere all'abbuffata in un'altalena emotiva che non ha fine, perché manca l'equilibrio della conoscenza di sé, che permetterebbe l'integrazione.
Questo avviene soprattutto quando le persone hanno tutto (o molto) di ciò che volevano e comunque sentono che ancora “manca qualcosa”.
Ecco, invece di farsi invadere dal senso di colpa, questo è il momento in cui interrogarsi nel profondo.
In superficie c'è solo un disagio diffuso, strisciante, una insoddisfazione pruriginosa.

Tutti sospettano che tu stia vivendo un severo episodio di sindrome premestruale o uno di quei momenti di “cambiamento”. Bene, significa che sei pronta per affrontare un vero cambiamento, ma non si tratta della menopausa o dell'inizio del ciclo mestruale.
È lo stadio che precede la magnificenza.
«Siedi per giorni dicendo 'È una cosa strana' » ci ricorda il poeta sufi Rumi.
«Sei tu la cosa strana. Hai dentro di te l'energia del sole, ma continui a bloccarla alla base della spina dorsale. Sei uno strano tipo d'oro che vuole rimanere fuso nella fornace per non dover diventare una moneta»
(Tratto da “Il coraggio di una vita autentica
S.B. Breathnach 2003)

Quindi è altrove che occorre cercare.
In realtà “la pizza” che ti nutre non è fuori, bensì dentro.
L'insoddisfazione può essere il segnale che qualcosa in te preme per essere realizzata.
Roberto Assagioli affermava che non tutti i disagi psichici sono dettati dalla patologia, anzi, vi possono essere quelle che lui definiva “crisi che precedono il risveglio”.

Quali sono le domande che ti possono aiutare per uscire dalla spirale dell'incertezza?
  • Ci sono rimpianti che bloccano le mie energie nel passato?
  • C'è qualcosa che rimando da troppo tempo?
  • Quali “storie” mi sto raccontando per sopravvivere e non vivere a pieno la mia vita?
  • Quale (cattiva) abitudine posso rompere?
  • Ci sono bisogni profondi che appagano la mia anima a cui ho rinunciato? Come posso integrarli nella mia vita passo dopo passo senza capovolgere tutto?
  • Cosa posso scegliere, per me, adesso?

Il mese di settembre potrebbe essere una buona occasione per cominciare a dare risposte a questi interrogativi dell'anima e magari fare il primo passo per un nuovo inizio, risveglio delle esigenze della vostra parte più “vera”.

Nei romanzi e nella vita –
non è mai troppo tardi per cambiare
(N. Thayer)

buona settimana
virginia

venerdì 4 luglio 2014

Parole per l'anima #26


Puoi essere la più matura, 
la più succosa pesca nel mondo,
ma ci sarà sempre 
qualcuno che odia le pesche. 

Come dicevamo qualche giorno fa (qui), il desiderio di piacere a tutti a volte diventa controproducente. Ci sarà sempre qualcuno che non la pensa come noi, che non possiamo sempre accontentare, che anche se lo facciamo troverà il modo per recriminare. 
Conviene imparare a dire no, riconoscere i propri bisogni e accettare di non essere sempre approvati, prendendosi la responsabilità di vivere la vita in prima persona. 
Non è mai troppo tardi... 





buon week end 
virginia

(fonte immagini: pinterest) 


lunedì 9 settembre 2013

Punti di vista. E a capo.



A castle in sky by kazumi Ishikawa on Fivehundredpx
 
Spesso mi capita di parlare in terapia, con uomini e donne che si rivolgono a me, della relatività dei punti di vista.

Di come ciò che per una persona può sembrare una tragedia, per un'altra possa essere una benedizione.

Della possibilità che interpretiamo il pensiero e il sentire altrui sulla base di ciò che noi stessi pensiamo e sentiamo, non solo degli altri ma anche di noi stessi.

Le nostre esperienze subiscono sempre il filtro dei bisogni.

Occorre essere attenti e presenti a noi stessi ed imparare a discernere fra bisogni e sogni, fra aspettative e necessità.

C'è differenza fra scegliere e fuggire. Fra agire e subire. Fra distruggere e modellare.

Per questo ho voluto prendere spunto da queste due storie, sempre a partire da una foto. La stessa.
(se ti sei persa le altre storie a partire dalle finestre le trovi qui)


(Lecce)


Vista da dentro:
Adesso c'è solo il bianco. Essenziale per cominciare una nuova avventura.

Come per le tele candide dell'artista che trepidanti aspettano la prima pennellata, ancora ignare del loro destino.

Bianco come quando tutto è ancora da cominciare, pensare, creare nelle forme che plasticamente si sovrappongono, nell'immaginazione di luoghi che ancora non appartengono a nessuno.

Al momento solo i muri sono miei: confini di un'identità scandita solo nei metri quadri. Sono in cerca di me.

Riuscirò a trovarmi?
Non voglio il legno rustico della cucina dei miei genitori, troppo avvolgente nei viluppi dei nodi che fanno da trama alle ante.

Non sono neppure un'anima minimale come mio fratello, per il quale la casa non deve tradire alcunché di vissuto.

No, non ho neppure la tendenza barocca a strafare di mia sorella, che riempie gli spazi di oggetti feticcio; “per raccontare di me” – dice lei – “per ostentare realtà mascherate” – penso io.

Mi piacerebbe quell'atmosfera che c'era dalla nonna, un profumo di pane e biscotti, pensieri affettivi e carezze di sguardi. Forse è per questo che l'ho scelta sopra un fornaio.

Vorrei quei camei di antiche trine, sfumature arancioni di bianco, come le case del sud baciate dal sole al tramonto.

La voglio essenziale.

Come se ci fosse un ordine prestabilito: come i pianeti che ruotano intorno al loro astro e sanno che quello è il destino. Ogni cosa al suo posto, anche quel libro che sembra lasciato lì a bocca aperta sul divano da un lettore distratto, alzatosi perché hanno suonato e dopo impegnato in tutt'altre faccende.

La voglio accogliente.

Desidero la possibilità per chi varca la porta di tuffarsi in un abbraccio, percepire sulla pelle il benvenuto di un ospite che senza tanti fronzoli ha sempre qualcosa da offrirti, soprattutto un sorriso.

La sogno autentica.

Non da copertina o rivista, piuttosto un cantiere aperto alle novità, capace di trasformarsi senza snaturarsi, flessibile ai bisogni e capace di cogliere le opportunità.

Voglio che cresca con me, che sia una narrazione e non una bella frase ad effetto.

Voglio riempirla di gioia, di colori e di significati.

Che entri la luce da questa grande finestra, il mondo penetri qua dentro con tutta la sua energia, per portare nuove esperienze.

Questo piccolo terrazzo potrebbe essere il trampolino per una vita a due, chissà, magari una tappa provvisoria quando saremo in tre, da lasciare di nuovo a chi – come me adesso – è all'inizio della sua avventura nel mondo.

Ho paura. E se non facessi le scelte giuste? Che ne sarà di me?


Vista da fuori:
Qui sulla panchina, alzo lo sguardo e lo vedo.

Quello sarebbe il posto giusto per ricominciare.

Mimetizzarsi senza tradire niente all'esterno.

Una finestra anonima, nessun fiore da curare, nessun orpello che tradisca le passioni di chi di abita. Magari un'asciugatrice, necessaria per non rivelare con gli indumenti stesi l'identità dell'inquilino.

Ho bisogno di resettare la mia vita in una stanza bianca, con muri bianchi, quei pochi mobili che servono per necessità; all'inizio andrebbe bene anche un materasso poggiato a terra, per sentire con maggior forza la gravità della situazione.

Voglio un rifugio d'emergenza, un riparo dall'implosione della mia vita.

Fuggire da tutti quelli che mi alitano sul collo e mi impediscono di essere.

Ansimo e sogno una tregua.

Mi fermo ma il cuore batte troppo forte per sostare.

Forse non posso più tirarmi indietro, eppure vorrei scappare.

Credevo che quella fosse la mia strada, lui la persona giusta, quello il lavoro che volevo.

Invece mi ritrovo qui, su una panchina del centro, accattona di vite altrui, a immaginare di essere sola, isolata, anche triste se questo è il prezzo da pagare, ma libera.

Se quella casa fosse mia, vorrei nascondermi nel buio: mettere pesanti tende scure a quelle finestre così abbaglianti di luce e come un animale nella tana aspettare tempi migliori. Sperare che il nemico si stufi di stare fuori ad attendermi.

Chiusa ermeticamente dentro un contenitore vuoto, uscire solo per un po' di pane del fornaio, e acqua, come carcerata di me stessa.

Chissà invece chi ci abita... chissà se conosce la fortuna di poter scegliere fra molte possibilità.

Spero che almeno lui o lei, faccia la scelta giusta.

Ma poi mi chiedo, esiste davvero la scelta giusta, o ogni giorno è quello giusto per prendere in mano la propria vita, anche quella che c'è già, e renderla come la vorremmo, senza fuggire?

Questi due punti di vista ci insegnano che  solo partendo dai bisogni realistici e profondi , si possono fare delle scelte.

Spesso non si sa prima se saranno quelle più giuste in assoluto.

È importante conoscersi, prendere consapevolezza dei bisogni propri e allontanare quelli altrui che tarpano le ali, ma allo stesso tempo venir meno dalle illusioni e vedere con obiettività tutti gli aspetti di  una data situazione.
Occorre dipanare le nebbie e uscire dalle aspettative irrealistiche.

La qualità più opportuna in questi casi è la respons-abilità, come capacità di essere abili a dare risposte, sapendo far fronte anche alle conseguenze, perché comunque si è in profonda connessione con se stessi.

Non è mai troppo tardi per essere chi si sarebbe potuti essere”

G. Eliot

buona settimana
virginia

lunedì 11 marzo 2013

Le sindromi distruttive della coppia




Ho trovato questa interessante categorizzazione in un libro di Roberta Giommi, “Le donne amano la terra e il cielo” (ed. Frassinelli, 2005), dove, in circa duecento pagine si dipanano in modo semplice e accessibile, i temi quotidiani e le spiegazioni dell'arte di vivere al femminile.

Le dinamiche che avvengono all'interno di una coppia sono numerose e complicate, frutto della storia personale, delle esperienze significative, delle proiezioni di caratteristiche necessarie alla propria identità o rifiutate (ne abbiamo parlato qui).

Ritengo però che queste tre sindromi, ben descritte dalla Giommi, siano quelle che, trasversalmente ai casi individuali, possono trovarsi spesso in molte dinamiche fra coniugi o fidanzati, col risultato di rovinare le cose, anche a priori.
La sindrome pedagogica: io ti cambierò, modificherò le tue abitudini e il tuo carattere.

L'altro non viene amato per quello che è, ma per la presunzione di volerlo cambiare. Infondo le sue caratteristiche non ci piacciono e pensiamo di trasformare i suoi difetti in virtù. È una sindrome prevalentemente femminile perché si adatta a un compito genitoriale. È pericolosa proprio perché contraria al fondamento più importante del benessere di coppia, rappresentato dal reciproco riconoscimento: “penso che tu sia una persona di valore e penso di essere anch'io una persona di valore” (Giommi, pag. 153)


All'inizio di questo meccanismo perverso, si viene attratte da almeno qualche caratteristica dell'altro che appare positiva o attraente, ma, al momento in cui ci si accorge che ci sono altre cose che non vanno (nel senso che non corrispondono alle nostre aspettative), ecco che scatta questa sindrome, dove l'obiettivo non è più quello di stare insieme nella libertà di essere se stessi, ma diventa una ricerca maniacale di modificare nell'altro atteggiamenti, comportamenti, insomma, ci si aspetta che rinneghi parte di quello che è stato fino ad allora.
La spiegazione sta in quella frase che la Giommi si limita a esplicitare, ma che necessita di altre parole per essere compresa: È una sindrome prevalentemente femminile perché si adatta a un compito genitoriale.
Questo significa che la donna (ma anche l'uomo se lo fa) si pone in una posizione genitoriale col partner (condensata in una frase del tipo “io sono l'adulto e so cosa è meglio per te”), che presuppone di sapere che cosa è bene per l'altro (che poi, siamo proprio sicuri che il solo fatto di essere genitore, ci dia la possibilità di sapere esattamente che cosa è bene o meno per il figlio? Di decidere cosa deve farne della sua vita e come deve essere? Ma questa è un'altra storia...)
Nella coppia i partner dovrebbero procedere in parallelo, senza che uno prevarichi l'altro arrogandosi ruoli genitoriali: ovvero, possono esserci situazioni in cui si fa leva sulla propria subpersonalità genitoriale per poter essere di conforto e aiuto, nel prendersi cura, ma non può essere uno standard di comportamento.
Ci sono coppie ove uno dei due è considerato alla stregua di un figlio – spesso sono le donne che trattano il marito al pari dei marmocchi di casa – impedendogli di fare delle cose perché loro le fanno meglio, per poi lamentarsi che devono fare tutto da sole e che il compagno è un bambino viziato non cresciuto...(lui dal canto suo conferma questa realtà, adagiandosi in una posizione subordinata e più comoda, se non fosse per il dover sopportare le recriminazioni e lamentele, in un circolo vizioso senza fine...)
Non è lamentandosi che si ottiene il cambiamento: in questi casi è necessario rivedere i ruoli, riconoscere lo scarto di potere e restituire responsabilità a entrambi, facendo fronte alle mancanze e ai bisogni che hanno portato all'instaurarsi di quella situazione. 
Quando uno dei due sente di sapere cosa è meglio per l'altro, occorrerebbe interrogarsi su quali vantaggi personali e quali interpersonali, può portare il fatto che i propri desideri vengano esauditi: nel secondo caso può essere che siano di beneficio alla coppia, nel primo possono invece nascondere bisogni infantili o la sindrome di cui abbiamo parlato sopra.


La sindrome salvifica: io ti salverò, curerò le tue ferite e le tue insoddisfazioni e ti renderò felice.

Indica di nuovo una sopravvalutazione delle nostre forze e una istanza di riparazione che spesso si trasforma in rancore perché l'altro resta infelice, rabbioso, scontento. Tale comportamento prevede spesso la ricerca del male nel partner come parte scissa di noi. (pag.154)


Qui si nascondono tante sfaccettature delle disfunzioni relazionali che maggiormente colpiscono le donne (la sindrome della crocerossina, la sindrome di Wendy di cui abbiamo parlato qui, la sindrome dell'indispensabile... ).
Ancora una frase da spiegare: Tale comportamento prevede spesso la ricerca del male nel partner, come parte scissa di noi.
Semplificando si potrebbe dire che la ricerca spasmodica di occuparsi di questi personaggi difficili e dannati, nasconde la ripetizione di copioni disfunzionali della propria vita: può essere che ci stiamo occupando della nostra parte infelice e rancorosa che non riconosciamo dentro e proiettiamo sull'altro, oppure che, attraverso quell'uomo, inconsciamente ci riconnettiamo con un altro uomo significativo (magari il padre) verso il quale sentiamo – per motivi diversi e complessi – di non essere riuscite a renderlo felice. Ovviamente tutti questi processi sono inconsci, per cui la prima reazione alle mie parole sarà “no. Impossibile. Non è il mio caso...” ma magari, già il cominciare a chiederselo potrebbe aprire a nuove prospettive... (vi ho già parlato del libro Donne forti, deboli con gli uomini forti, qui)

La sindrome dell'indovino: chi ama sa che cosa deve fare perché guidato dal cuore.

Le donne di oggi, che pure possono esprimere i loro desideri e sono in grado di esplicitarli, sognano ancora che il maschio, come il genio della lampada, li capisca e realizzi, senza bisogno di chiedergli nulla. La dimensione relazionale si costruisce invece accettando di leggere e di ascoltare i segnali dell'altro. Ricevere risposta perché si è chiesto per ottenere non toglie niente alla bellezza del dono ricevuto. Non è vero che se non indoviniamo i pensieri del partner non siamo innamorati. (pag. 154)
Questa è la sindrome che mi muove più tenerezza quando la trovo, ovvero l'idea romantica che il partner, siccome mosso dall'amore, abbia il potere di indovinare tutto quello che serve per farci stare bene. La replica che sento dire spesso è: “ma all'inizio succedeva, era più attento, presente...” Io rispondo che all'inizio anche voi eravate disposte diversamente a farvi conoscere e manifestare ciò che vi piaceva o meno, perché nella fase di conoscenza è normale... inoltre non si può pretendere di restare sempre uguali a se stessi. Passa il tempo e magari anche cambiano i bisogni e le modalità di realizzarli ed è bello manifestarsi all'altro in questi nuovi aspetti, condividere, raccontare, invece di aspettare come un segugio i segnali che lascino cogliere che si è accorto che improvvisamente ci piace il colore verde invece che il giallo, che ci piacerebbe andare al cinema a vedere un film che esce oggi con la nostra attrice preferita (ma magari lui non lo sa), che vorremmo ci regalasse un fiore invece di un cactus (ma come, fino a ieri adoravi i cactus!)... e subito dopo poi linciarlo se non riesce a leggere fra le righe o dentro la nostra contorta e al tempo stesso assiomatica testa!


Ricordiamoci che spesso, l'autoironia è ciò che restituisce spontaneità e fluidità ai rapporti interpersonali (e anche con se stessi...)


Vi auguro una splendida settimana

virginia

mercoledì 19 dicembre 2012

...E poi ci sono gli uomini "veri"



In un post di qualche tempo fa (lo trovi qui), un lettore commentava così:

pOTRESTE ANCHE SCRIVERE , QUALCHE VOLTA , DI UOMINI CHE SONO VERI UOMINI ... CIOè CHE AMANO LE LORO DONNE , LE RISPETTANO , LE GRATIFICANO ...CHE SOFFRONO , CHE NON HANNO PAURA DI FAR VEDERE LE LORO DEBOLEZZE ..CHE SI CURANO DA FERITE CHE SONO STATE LORO INFLITTE DA DONNE BRUTALI , ARRABBIATE E PROIETTIVE ... UOMINI CHE NON VEDONO L'ORA DI TORNARE A CASA LA SERA ... PER STARE CON I FIGLI E PER TENERE IN PIEDI UN AMORE E UNA FAMIGLIA CHE è TUTTO PER LORO !! NON SIAMO SEMPRE COSI' ... NOI UOMINI VERI !! GRAZIE
Allora gli promisi che presto avrei scritto qualcosa in proposito, ed ecco come è nato il post di oggi.

Uno degli obiettivi del nostro progetto associativo è stato fin dall'inizio quello di mettere in comunicazione le persone, di favorire e supportare il contatto fra il mondo maschile e quello femminile, troppo spesso lacerato da incomprensioni, errori e pregiudizi.

Il nostro prezioso lettore ha elencato molti aspetti fondamentali per la costruzione di un rapporto unico e solido.

In primis l'amore, sentimento troppo spesso dato per scontato, male interpretato all'interno di una routine fatta di cose da fare piuttosto che da sentire.

E poi la volontà di “tenere in piedi” questo amore, che presuppone la consapevolezza che non sempre è facile e immediato, che solo l'amore non basta, che ci vuole costanza, impegno e disponibilità a mettersi in gioco.

Mi piace la sincerità con cui quest'uomo si racconta, narrando squarci di vita che sicuramente cozzano con gli “uomini veri” dell'immaginario collettivo: sicuri, potenti, che non devono chiedere mai...

Ascolto nel mio studio non solo donne, ma anche molti uomini che soffrono, che stanno lentamente rimarginando ferite profonde, che sono stati abbandonati, offesi, usati: da loro ho imparato che le donne sanno essere crudeli tanto quanto i maschi quando vogliono umiliare e distruggere, perché infondo non è il genere che fa la differenza ma la persona, con la sua storia e le sue difficoltà che l'hanno resa disperata, bisognosa e impotente.

Dico al nostro lettore che le persone “sbagliate” che scegliamo, oltre alle ferite, una volta che le superiamo, ci permettono di conoscere parti di noi che altrimenti non emergerebbero.

Forse l'uomo che è oggi è potuto ri-nascere anche da quei rapporti con donne crudeli o arrabbiate, dalle quali si è finalmente affrancato.

Nei rapporti si è sempre in due, e se non si funziona, si è entrambi partecipi, magari in modi diversi ma collusivi in un progetto di distruzione.

Per fortuna c'è sempre modo di andare oltre.

Partendo dalle sue parole, allora, quali sono gli uomini veri?

Per me la parola “vero” significa autentico, in contatto con la propria essenza e unicità.

Una persona è vera quando può essere libera di esprimersi in tutte le sue sfaccettature senza mostrare maschere difensive, senza sentirsi in dovere di dimostrare di essere altro da quello che è.

Un uomo è vero quando non teme di mostrare i suoi bisogni profondi, quando riesce a essere vulnerabile, quando è capace di ascoltare, quando non giudica, quando è coerente, quando si prende la responsabilità di quello che pensa e che sente.

D'altro canto, accanto a lui ci vuole una donna vera che sappia fare altrettanto e lo accolga a pieno, che gli permetta di svelarsi e affidarsi, riposarsi fra le sue braccia (ho già trattato l'argomento qui).

Una persona vera è forte ma anche fragile, sa essere indipendente ma sceglie di affidarsi, è coraggiosa ma prova anche paura, sa risolvere i problemi ma sa anche chiedere aiuto.

Essere in due è un'affascinante avventura, densa di stimoli ma anche di ostacoli.

Possiamo decidere insieme se farli diventare una competizione individuale per stabilire un vincitore o prendersi per mano e saltare insieme.

E a volte anche fermarsi per aiutare l'altro che è caduto.


Un Grazie speciale al lettore che ci ha scritto e a tutti gli uomini che come lui sono presenti, coerenti, autentici e coraggiosi.  

virginia

domenica 18 novembre 2012

E se domani...

 

 
Ci penso domani...” “da domani farò, andrò, cambierò...” “questa è l'ultima volta...” “ho bisogno di pensarci ancora un po'...” “non è ancora il momento giusto...” “...e se poi cambio idea?”

Una irrinunciabile tendenza a procrastinare.

L'impossibilità di prendere una decisione una volta per tutte.

La paura di fare la scelta sbagliata.

Sono aspetti di noi che possono emergere in periodi particolari oppure far parte della nostra personalità da sempre.

Si tratta comunque di vissuti interiori che crediamo necessari, che paradossalmente danno sicurezza, perché a volte è più facile non scegliere che definire le cose.

I motivi per cui si arriva a comportarsi in questo modo sono molteplici, alcuni comprensibili in superficie, altri da cercare più in profondità, nelle strade inesplorate dell'inconscio...

Occorre dire che oggi più che mai la società ci porta a non scegliere mai o, all'opposto, a scegliere tutto.

La frustrazione di un bisogno è sempre meno tollerata, la rinuncia ormai è considerata parola d'altri tempi, (nonostante le contingenze politico-economiche non siano delle più rosee), ci sono sempre più impulsi interiori che chiedono comunque di essere soddisfatti.

Da un punto di vista evolutivo, la tendenza a far coesistere varie possibilità, anche e soprattutto in contraddizione fra loro, è tipica dell'adolescente: in questa fase di vita vi è la più grande tendenza alla dispersione, interiore ed esteriore.

Tutto è sogno, possibilità, immaginazione di mondi altri, tutto è accettato e tutto è negato.

Quando siamo adolescenti la sperimentazione permette la ricerca dell'identità. È come se di fronte a noi si aprissero contemporaneamente mille porte che schiudono realtà parallele, tutte vissute come plausibili.

Perché no? Sembra dire la ragazzina che si affaccia nel mondo, avida di vita ed esperienze.

Il non escludere nulla fa sentire onnipotente.

Da adulti, se non scegliamo, manteniamo l'illusione che qualcosa possa sempre cambiare, anche se nel profondo sappiamo che non sarà così.

Fare qualcosa oggi significa rinunciare a qualcos'altro.

Dire di sì a qualcuno significa dire no a qualcun'altro.

Schierarsi da una parte, significa esporsi e rinnegare la parte opposta.

Insomma, significa perdere un'opportunità, un'occasione, ma anche confrontarsi con la sofferenza di qualcuno, voltare definitivamente le spalle a un altro, rischiare di essere messi da parte, osteggiati o peggio, non più amati.

Nella non scelta ci difendiamo dal dolore, nostro o altrui, a volte fastidio, a volte voragine.

Quando nel qui e ora riusciamo a prendere una chiara posizione inevitabilmente dobbiamo affrontare una perdita, non importa se piccola o grande.

Così la mente tende a dare giustificazioni, a cercare motivi per cui è meglio aspettare.

Le emozioni oscillano fra la paura e la tristezza.

Il corpo partecipa irrigidendosi, bloccandosi, creando spasmi di muscoli stressati.

Tutto questo non è certo piacevole, ma necessario per poter creare ulteriori occasioni di crescita ed evoluzione. Quando non scegliamo restiamo uguali a noi stesse. Non soffriamo ma neppure gioiamo, paralizzate nell'immediato futuro del rimando.

Oggi è il momento per scegliere.

Questa settimana fai un piccolo elenco delle cose che hai tralasciato di decidere, dalle più ininfluenti a quelle che da troppo tempo giacciono nella sala d'attesa delle decisioni importanti.

Comincia dalla più piccola.

Osservati e chiediti che cosa ti impedisce di prendere una posizione.

Guarda in faccia le tue paure.

Trova soluzioni alternative per farvi fronte, non per scappare.

Poi scegli.

Assapora la leggerezza di aver fatto un passo importante e decisivo.

Scegli e diventa respons-abile, ovvero capace di donarti risposte che ti permetteranno di realizzare a piccoli passi, ma concretamente, la vita che desideri.


Buona settimana

virginia

ps. trovi ulteriori spunti di riflessione sul tema, su questo articolo di un po' di tempo fa