lunedì 30 settembre 2013

La voce del corpo


 
 
Vi sono molti modi per “sentire” il proprio corpo.

Spesso siamo così abituate ad “usarlo” che ne ascoltiamo davvero i segnali solo quando ci manda qualche dolore o sintomo di malattia, oppure nell'estasi del piacere del rapporto d'amore.

Possiamo guardarlo attraverso lo specchio, con occhi di approvazione, di rifiuto o di sfida... Possiamo conoscerlo attraverso le mani altrui, quando ci concediamo un massaggio rigenerante, o quando il nostro partner ci accarezza in maniera tenera o appassionata....

Possiamo conoscerne le prestazioni quando lo impieghiamo nello sport, mezzo per superare i nostri limiti...

Possiamo pure far finta che non sia affar nostro, finché lui non si fa sentire...

Ne subiamo le trasformazioni nell'arco del tempo, a volte accorgendoci tutto d'un tratto che c'è qualcosa che non riconosciamo, qualcosa di più o di meno, o semplicemente diverso...

Possono essere milioni le sfumature di ascolto.

Possono essere altrettanti i tipi di relazioni che si vengono ad instaurare fra noi e questo prezioso strumento che ci permette di muoverci, trasformarci, entrare in contatto con il mondo, nutrirci, riposare, godere, soffrire...ma soprattutto Essere.

Nel nostro incessante ritmo giornaliero, ci strapazziamo come non mai, anche se ci sembra normale così... l'uso e abuso delle nostre energie mette a dura prova il nostro organismo, che lascia sedimentare su di sé qualsiasi esperienza.

Il nostro corpo racconta chi siamo.

Volenti o nolenti affidiamo a lui la custodia dei nostri più profondi stati d'animo, delle nostre tensioni interiori che si fanno muscoli e tendini tesi come corde di violino fino a renderci difficili certi movimenti.

Siamo nate per manifestarci come essere armonico, fluido e libero.

Spesso invece ci ritroviamo divise, bloccate o frenate nel movimento.

Ci imbarazza dare libero spazio al nostro corpo, perché troppo frequentemente siamo vincolate da compromessi o giudizi esterni: occorre recuperare lentamente la possibilità di sciogliersi, ognuna come preferisce.

La danza libera, apre a varie possibilità.

In base al tipo di musica si possono raggiungere differenti stati d'animo o cogliere delle difficoltà. Questo può portarci a chiudersi di nuovo o a porci domande per poter andare oltre, e scoprire parti di sé inesplorate.

Quando un bambino piccolo, che appena appena riesce a stare in piedi, sente la musica, comincia a seguire il ritmo... inevitabilmente... e quello è l'approccio più innocente col quale si può fare esperienza del piacere del movimento.

Per alcune, la danza diventa un modo per esprimersi e creare attraverso il corpo delle coreografie dell'anima. Per altre forse occorrerà più tempo, ma potrebbe essere una buona idea coltivare comunque una piccola abitudine come questa, anche il sabato mattina, mentre ci si dedica alle pulizie... farlo al ritmo di una musica che ci fa ridere il cuore e ci mette in connessione con la nostra donna primordiale (o bambina, come preferite!).

Un altro modo per entrare in contatto col corpo è l'esperienza del rilassamento.

Anche se ce ne stiamo sdraiate sul divano, a leggere un libro o guardare la tv, in realtà il nostro corpo non è mai completamente rilasciato. Possiamo aiutarlo in tal senso solo ponendo un'attenzione consapevole e silenziosa sulle sue varie parti, di modo da permettere loro di allentarsi pian piano. L'esercizio del rilassamento una volta appreso, è utilissimo e semplice da usare, per prendersi una pausa rigenerante, per addormentarsi meglio, per godere appieno del riposo dopo un'attività motoria.

Le forme di rilassamento praticate in maniera costante (anche 10min al giorno!) riescono a riequilibrare i nostri parametri vitali (circolazione, respiro, attività cerebrale) e quindi donano salute e benessere.

A me piace dare voce al corpo anche nella stanza di terapia, perché spesso il punto di vista della nostra parte materica rimanda a memorie inaccessibili dal semplice verbo.

Riuscire ad entrare in un contatto profondo con il proprio corpo rappresenta una via d'accesso alla comprensione di sé, qualsiasi sia la strada che scegliate.

Ogni volta che succede qualcosa, provate a fermarvi e osservare la vostra postura, i movimenti, come il corpo partecipa in un dialogo... vi darà sicuramente delle nuove chiavi di lettura degli eventi.


Buona settimana

virginia

lunedì 23 settembre 2013

Il giardino del femminile


 
In molte occasioni qui sul blog mi avete sentito affermare che l'arte e la creatività sono fra le esperienze più intense attraverso cui si può entrare in profonda connessione con se stesse, grazie anche a improvvisi lampi di consapevolezza che un'opera infonde, nella confusione dei pensieri che troppo spesso affollano la mente girando a vuoto.

Per questo motivo mi piace andare a visitare mostre, musei, ma anche cogliere l'arte in ogni dettaglio che ci circonda.

Qualche anno fa ho partecipato a una gita organizzata dal centro di Psicosintesi di Bolzano, un sabato alla scoperta del Giardino di Sculture di Sieglinde Tatz Borgogno nella frazione di Pochi a Salorno (Bz).

Ne ero rimasta entusiasta, avrei voluto restare più tempo e godere a lungo di quella magica atmosfera.

Il perché è semplice: si tratta di un vero itinerario fra arte e natura, un piccolo bosco seminato di sculture di ogni dimensione, per la maggior parte raffiguranti donne, nelle diverse fasi e percorsi della vita.

Così questa estate ci sono tornata e oggi voglio condividere con voi l'incanto delle forme che raccontano storie.

Lungo lo stretto viottolo basta guardarsi attentamente intorno e scorgere piccoli corpi in bronzo che emergono dai fili d'erba, forme che si aggiudicano lo spazio, occupando rotondamente quel piccolo angolo di mondo.
 

Nel sito della scultrice (qui) troviamo un'intervista (qui )  dove l'artista ci spiega che la scelta di iniziare da figure minute rappresenta la sua vita: ho cominciato con donne piccole …..; lentamente diventano più grandi e finalmente libere. Poi scoprono gli uomini, quello che nella vita è positivo e quello che è negativo…, gli orrori della guerra”.

Queste donne tendono verso la grandezza dell'universo, “ma impiegano tantissimo tempo per raggiungerla: all’inizio le figure sono strettamente legate al suolo ed alla luce riescono a rivolgere soltanto uno sguardo. Hanno bisogno di tempo, ma alla fine vi si avvicinano così tanto che sulla terra, di loro, resta solo la punta dei piedi. Quan­­do infine stanno lì, erette in tutta la loro spiritualità e, finalmente liberate, si adagiano sul terreno a riposare.”
 

Sieglinde è riuscita a trasmettere attraverso questo giardino il percorso con cui ciascuna donna inevitabilmente si confronta.

Ogni più piccola tappa, ogni personaggio su cui si posano i tuoi occhi mentre passeggi, può trasmetterti una riflessione e obbligarti a fermare il piede.

Puoi ignorare una statua enorme ed essere rapita da una miniatura che nessun'altro vede, perché narra il tuo momento presente più di altri eventi magnificenti.  

Puoi salire di una curva e osservare le cose da una nuova prospettiva, accorgerti che è di più ampio respiro oppure che ti inchioda, impedendoti di scappare ancora, elaborando il necessario per poter proseguire.

Osservi gli “incontri” altrui, quei corpi che si sfiorano, la generosità delle forme che semplicemente “sono” perché libere da canoni estetici; puoi restare ammirata dalla seduzione di una postura che sfida il mondo.




Infondo le nostre vite sono come questi sentieri nel bosco di Pochi.

Incontriamo le esperienze che ci trasformano strada facendo, scegliendo se sostare oppure andare oltre. A volte ritorniamo. Altre dimentichiamo. Altre ancora rifiutiamo.

Lungo quel sentiero c'è la dimensione del gioco, della gioia, c'è la solitudine, l'interiorità, c'è la fiducia, l'appagamento, c'è il dolore, c'è la speranza...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Poi ancora passi avanti che ci permettono di avere uno sguardo più ampio su quello che è stato, grazie a nuove esperienze, incontri, abbagli (ci sono anche cristalli appesi agli alberi, nel giardino di Seiglinde) alla ricerca continua della luce che ci guidi.
C'è un cappello da strega, sospeso, perché forse è necessario confrontarsi anche con quello che il mondo ci rimanda di noi.

Infondo la fiaba di Cappuccetto Rosso ci insegna che a volte è necessario allontanarsi dalla strada maestra, disobbedire, per conoscere le proprie ombre, per conoscere il bene e il male, e poter scegliere e crescere.
 
 
 
 
 
Quando si arriva nel rotondo abbraccio di alberi in cima alla collinetta del giardino, si osserva il percorso dall'alto.

Tutto è lì dove era prima, ma allo stesso tempo è diverso.
 
 

Perché noi siamo diverse.

Siamo un pezzettino di ogni donna incontrata nel percorso.


Buona settimana

virginia


lunedì 16 settembre 2013

Storia del mio abuso


 
E questa ve la voglio proprio raccontare.

Nella mia incessante ricerca o meglio, nella mia tensione evolutiva, ho incontrato molti maestri e terapeuti.

Tutti riscontravamo in me i segnali fisici e psichici dell'abuso, ma sinceramente io abusata non sono mai stata, almeno fisicamente.

Respingevo al mittente queste intuizioni finchè...

Un giorno durante una seduta di coaching con Anna alla sua domanda" cosa ti serve ora per essere felice? " le dissi "togliermi la sensazione di avere sempre qualcuno in agguato alle spalle! "

Di lì un sogno e quindi finalmente l'insight ....

Non sono stata mai abusata fisicamente, ma energeticamente sī. Avevo 7 anni e fino ai 12anni abitava di fronte a casa mia un ragazzino di 7 anni più vecchio di me. Era un ragazzino di quelli un po' sfortunati, sempre da solo, con gli occhiali e il vespino di un colore indecente. Lavorava già e portava la busta a casa dal papà operaio e dalla mamma donna delle pulizie per pagare l' affitto. La condizione economica della mia famiglia era migliore: mio padre era un commerciante e mia madre una casalinga e avevamo una casa di proprietà.

Il ragazzino mi diceva a mala pena un ciao, ma mi osservava in continuazione, mi spiava dalla sua finestra, mi seguiva al mio ritorno da danza e da inglese, sentivo sempre il rumore di quel maledetto vespino dietro di me...

Ero troppo piccola per capire, ma l' ultimo tratto di strada - quello di fronte a casa sua - che mi separava dal portone di casa mia lo facevo sempre di corsa e con il fiatone infilavo la chiave nella toppa, chiudendo con un sospiro la porta dietro di me.

Ero salva! Da chi, da che cosa?

Lo odiavo, mi faceva paura , ma sua madre mi fermava per strada alla mattina quando andavo a scuola e con il suo sguardo di rimprovero misto a disapprovazione di fronte al mio abitino nuovo mi diceva " Tu faresti una bella vita con il mio figliolo, lui ti vuole, gli piaci e lui è buono è bravo, ma tu sei ricca e cattiva e non lo vorrai mai! Stupida e cattiva !"

Io non capivo, ma mi sentivo in colpa...in colpa per il mio abitino, in colpa per la mia casa , in colpa perché io studiavo, frequentavo un corso d'inglese e andavo a danza , in colpa per non amare un ragazzino tanto buono e bravo...

Cinque anni di stalking, di inseguimenti, di sensi colpa ....che mi hanno graffiato l' anima e che avevo rimosso...perché in fondo ero io la cattiva, la " ricca" e quindi era giusto che uno sfigato quattr'occhi mi inseguisse con un vespino e mi spiasse da dietro la tenda della sua casa magari masturbandosi, immagino ora!

Con grande consapevolezza urlo ora " Ma vaffa.... Tu sfigato di merda e tua madre con le sue paranoie sociali!"

Non permettete mai a nessuno di varcare i vostri limiti, di invadere il vostro spazio, di giudicarvi! Ognuno di noi è una meravigliosa creatura! Non abbiate paura della vostra Luce.

Siete bellissime perché siete uniche, che siate belle, brutte, magre,grasse, ricche o povere siete voi e siete qui per fare esperienza!

Un abbraccio

Con amore

Evi

lunedì 9 settembre 2013

Punti di vista. E a capo.



A castle in sky by kazumi Ishikawa on Fivehundredpx
 
Spesso mi capita di parlare in terapia, con uomini e donne che si rivolgono a me, della relatività dei punti di vista.

Di come ciò che per una persona può sembrare una tragedia, per un'altra possa essere una benedizione.

Della possibilità che interpretiamo il pensiero e il sentire altrui sulla base di ciò che noi stessi pensiamo e sentiamo, non solo degli altri ma anche di noi stessi.

Le nostre esperienze subiscono sempre il filtro dei bisogni.

Occorre essere attenti e presenti a noi stessi ed imparare a discernere fra bisogni e sogni, fra aspettative e necessità.

C'è differenza fra scegliere e fuggire. Fra agire e subire. Fra distruggere e modellare.

Per questo ho voluto prendere spunto da queste due storie, sempre a partire da una foto. La stessa.
(se ti sei persa le altre storie a partire dalle finestre le trovi qui)


(Lecce)


Vista da dentro:
Adesso c'è solo il bianco. Essenziale per cominciare una nuova avventura.

Come per le tele candide dell'artista che trepidanti aspettano la prima pennellata, ancora ignare del loro destino.

Bianco come quando tutto è ancora da cominciare, pensare, creare nelle forme che plasticamente si sovrappongono, nell'immaginazione di luoghi che ancora non appartengono a nessuno.

Al momento solo i muri sono miei: confini di un'identità scandita solo nei metri quadri. Sono in cerca di me.

Riuscirò a trovarmi?
Non voglio il legno rustico della cucina dei miei genitori, troppo avvolgente nei viluppi dei nodi che fanno da trama alle ante.

Non sono neppure un'anima minimale come mio fratello, per il quale la casa non deve tradire alcunché di vissuto.

No, non ho neppure la tendenza barocca a strafare di mia sorella, che riempie gli spazi di oggetti feticcio; “per raccontare di me” – dice lei – “per ostentare realtà mascherate” – penso io.

Mi piacerebbe quell'atmosfera che c'era dalla nonna, un profumo di pane e biscotti, pensieri affettivi e carezze di sguardi. Forse è per questo che l'ho scelta sopra un fornaio.

Vorrei quei camei di antiche trine, sfumature arancioni di bianco, come le case del sud baciate dal sole al tramonto.

La voglio essenziale.

Come se ci fosse un ordine prestabilito: come i pianeti che ruotano intorno al loro astro e sanno che quello è il destino. Ogni cosa al suo posto, anche quel libro che sembra lasciato lì a bocca aperta sul divano da un lettore distratto, alzatosi perché hanno suonato e dopo impegnato in tutt'altre faccende.

La voglio accogliente.

Desidero la possibilità per chi varca la porta di tuffarsi in un abbraccio, percepire sulla pelle il benvenuto di un ospite che senza tanti fronzoli ha sempre qualcosa da offrirti, soprattutto un sorriso.

La sogno autentica.

Non da copertina o rivista, piuttosto un cantiere aperto alle novità, capace di trasformarsi senza snaturarsi, flessibile ai bisogni e capace di cogliere le opportunità.

Voglio che cresca con me, che sia una narrazione e non una bella frase ad effetto.

Voglio riempirla di gioia, di colori e di significati.

Che entri la luce da questa grande finestra, il mondo penetri qua dentro con tutta la sua energia, per portare nuove esperienze.

Questo piccolo terrazzo potrebbe essere il trampolino per una vita a due, chissà, magari una tappa provvisoria quando saremo in tre, da lasciare di nuovo a chi – come me adesso – è all'inizio della sua avventura nel mondo.

Ho paura. E se non facessi le scelte giuste? Che ne sarà di me?


Vista da fuori:
Qui sulla panchina, alzo lo sguardo e lo vedo.

Quello sarebbe il posto giusto per ricominciare.

Mimetizzarsi senza tradire niente all'esterno.

Una finestra anonima, nessun fiore da curare, nessun orpello che tradisca le passioni di chi di abita. Magari un'asciugatrice, necessaria per non rivelare con gli indumenti stesi l'identità dell'inquilino.

Ho bisogno di resettare la mia vita in una stanza bianca, con muri bianchi, quei pochi mobili che servono per necessità; all'inizio andrebbe bene anche un materasso poggiato a terra, per sentire con maggior forza la gravità della situazione.

Voglio un rifugio d'emergenza, un riparo dall'implosione della mia vita.

Fuggire da tutti quelli che mi alitano sul collo e mi impediscono di essere.

Ansimo e sogno una tregua.

Mi fermo ma il cuore batte troppo forte per sostare.

Forse non posso più tirarmi indietro, eppure vorrei scappare.

Credevo che quella fosse la mia strada, lui la persona giusta, quello il lavoro che volevo.

Invece mi ritrovo qui, su una panchina del centro, accattona di vite altrui, a immaginare di essere sola, isolata, anche triste se questo è il prezzo da pagare, ma libera.

Se quella casa fosse mia, vorrei nascondermi nel buio: mettere pesanti tende scure a quelle finestre così abbaglianti di luce e come un animale nella tana aspettare tempi migliori. Sperare che il nemico si stufi di stare fuori ad attendermi.

Chiusa ermeticamente dentro un contenitore vuoto, uscire solo per un po' di pane del fornaio, e acqua, come carcerata di me stessa.

Chissà invece chi ci abita... chissà se conosce la fortuna di poter scegliere fra molte possibilità.

Spero che almeno lui o lei, faccia la scelta giusta.

Ma poi mi chiedo, esiste davvero la scelta giusta, o ogni giorno è quello giusto per prendere in mano la propria vita, anche quella che c'è già, e renderla come la vorremmo, senza fuggire?

Questi due punti di vista ci insegnano che  solo partendo dai bisogni realistici e profondi , si possono fare delle scelte.

Spesso non si sa prima se saranno quelle più giuste in assoluto.

È importante conoscersi, prendere consapevolezza dei bisogni propri e allontanare quelli altrui che tarpano le ali, ma allo stesso tempo venir meno dalle illusioni e vedere con obiettività tutti gli aspetti di  una data situazione.
Occorre dipanare le nebbie e uscire dalle aspettative irrealistiche.

La qualità più opportuna in questi casi è la respons-abilità, come capacità di essere abili a dare risposte, sapendo far fronte anche alle conseguenze, perché comunque si è in profonda connessione con se stessi.

Non è mai troppo tardi per essere chi si sarebbe potuti essere”

G. Eliot

buona settimana
virginia

mercoledì 4 settembre 2013

Facebook, la diffamazione e la privacy


 
Un commento poco elegante a una foto caricata su Facebook può costare un risarcimento di 15 mila euro. Tale è stata, infatti, la condanna che il Tribunale di Monza ha inflitto ad un utente del social network blu per la sua condotta diffamante nei confronti della ex fidanzata.

La sentenza, che tratta il tema oggi assai discusso dell’offesa all’onore e alla reputazione per mezzo di un social network, offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sui rischi della navigazione in Internet: in particolare sulle conseguenze di un uso troppo disinibito della rete e degli strumenti che essa offre.

Il giudice ha ritenuto le parole postate sul social network come un insulto al decoro, all’onore e alla reputazione della donna, che ne avrebbero determinato un danno morale.

D’altronde, il crescente sviluppo dei social network come Facebook, Twitter e Netlog se da una parte consente una rapida diffusione di nuove forme di comunicazione e circolazione di informazioni, dall’altra crea una sorta di “terra di nessuno” che facilita la commissione di condotte illecite, dove il legislatore e il giudice si muovono con difficoltà.

Ma quando si può parlare di diffamazione su Facebook?

In generale si può dire che il reato di diffamazione ricorre in presenza dell’inserimento di frasi offensive, battute personali gravi, notizie riservate (la cui divulgazione provoca pregiudizi), foto denigratorie o la cui pubblicazione ha ripercussioni negative (anche solo potenziali) sulla reputazione della persona ritratta.

È diffamatorio, per esempio:

- creare il gruppo “Quelli che odiano il proprio professore di matematica”;

- rivelare sulla propria o altrui bacheca una relazione extraconiugale del proprio collega di lavoro con la segretaria;

- inserire la foto della propria ex fidanzata nuda o in atteggiamenti piccanti.

Per parlare di diffamazione, l’offesa deve essere rivolta a un soggetto determinato o determinabile (cioè ad esempio menzionando nome e cognome). Se si parla male di una persona senza far capire di chi si tratta non c’è reato. Il reato invece sussiste se si inseriscono riferimenti che consentano di risalire alla persona offesa.

Le pene previste per la diffamazione a mezzo internet sono la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore ad euro 516.

Inoltre la giurisprudenza è orientata a ritenere responsabile anche colui che, venutone a conoscenza e avendo i poteri per farlo, non cancella la pubblicazione.


Il vero problema non è però rappresentato tanto dalla pena (che il più delle volte viene sospesa con la “condizionale”), ma dai costi connessi al procedimento penale.

In caso di condanna occorre infatti pagare:

- il legale della parte civile;

- il proprio legale

- il risarcimento dei danni provocati alla parte lesa.

Inoltre prima di pubblicare foto di amici in fb chiedete loro il permesso:potrebbero citarvi in sede per lesione della loro privacy !!!

Per fare un banale esempio, la pubblicazione su facebook di foto di amici e conoscenti va ad incidere su alcuni diritti fondamentali relativi all’immagine e alla riservatezza della persona.

Il diritto all’immagine è un diritto personale avente ad oggetto il segno distintivo essenziale dell’individuo volto a rappresentarne le sembianze, l’aspetto fisico, l’espressione e, più in generale, la sua personalità.
Esso trova disciplina nel combinato disposto dell’art. 10 del codice civile e degli artt. 96 e 97 della legge 633/1941 (legge sul diritto d’autore).
Dalla normativa in esame si ricava che il ritratto di una persona non può essere esposto, pubblicato o messo in commercio senza il consenso (espresso o tacito) dell’interessato.

E’ inoltre necessario che la pubblicazione/esposizione/commercializzazione non determini un pregiudizio al decoro e alla reputazione del soggetto rappresentato.

Qualora la fotografia di un ritratto (ovvero del viso) di un individuo (o dei genitori, del coniuge o dei figli dello stesso) sia pubblicata senza il suo consenso, questi potrà rivolgersi al giudice per ottenere l’inibizione della pubblicazione stessa oltre al risarcimento dei danni ad essa conseguenti.

Il consenso, a seconda dei casi, può essere dato per iscritto, oralmente o per fatti concludenti e può essere sempre revocato.
Bisogna tenere presente che il consenso ad essere fotografati non equivale al consenso alla pubblicazione e alla diffusione della fotografia.
Esistono tuttavia eccezioni per le quali il consenso non è necessario e quindi la pubblicazione dell’immagine è lecita: ciò accade quando la riproduzione è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico ricoperto dalla persona ritratta, quando sussistono necessità di giustizia o di polizia, ove siano perseguiti scopi scientifici, didattici o culturali ovvero quando la pubblicazione risulti collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie d’interesse pubblico o svoltisi in pubblico.

Resta salvo, anche nelle eccezioni, il limite del rispetto del decoro e della reputazione del soggetto rappresentato, trattandosi di valori che attengono alla dignità della persona.

La pubblicazione su facebook della fotografia di un soggetto rileva anche sul profilo del diritto alla riservatezza in quanto la divulgazione di un’immagine costituisce una forma di trattamento dei dati personali lesiva del diritto alla privacy, come tutelato dal D.lgs. n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) che stabilisce il principio fondamentale per cui “chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”.

Per “dato personale” s’intende, secondo l’art. 4 lettera b) del predetto decreto, qualunque informazione riguardante una “persona fisica identificata o identificabile.


A tal proposito il Garante della privacy ha chiarito che le fotografie, così come le riproduzioni di immagini (ivi comprese le videoriprese), rientrano nella nozione di dato personale (decisioni del 15 maggio 2002 e 19 febbraio del 2002).

Per quanto concerne la natura del dato personale, esso normalmente costituisce un “dato comune”.

Qualora l'immagine consenta di rilevare talune informazioni che la normativa sulla privacy inquadra nella categoria dei “dati sensibili” (art 4. comma 1, lett. d) del D. Lgs. 196 del 2003: “i dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”), anche l'immagine avrà tale natura e pertanto sarà oggetto di più stretta tutela.

Tutto ciò comporta che, colui che intenda pubblicare una fotografia rappresentativa di un soggetto identificabile, dovrà ottenerne il consenso scritto, ove tale fotografia riveli dati sensibili; negli altri casi il consenso potrà essere dato in forma diversa.  
Esistono eccezioni anche nella normativa sulla privacy e cioè quando il trattamento del dato è giustificato in assenza del consenso dell’interessato: si tratta delle fattispecie previste dall’art. 24 del decreto n. 196.

Qualora si commettano violazioni della normativa citata si può incorrere in una causa di risarcimento danni, che potranno essere sia di natura patrimoniale che non patrimoniale (c.d. danno esistenziale), indipendentemente dalla configurabilità di un reato.
Il danni patrimoniali sussistono nel caso in cui la persona ritratta (ad esempio, un personaggio famoso) avrebbe potuto ottenere un lucro utilizzando la fotografia a fini commerciali e promozionali.
La voce del danno non patrimoniale, invece, si riferisce a chiunque e consiste nel danno esistenziale o morale che la persona rappresentata ritenga di aver subito.

La persona che reputi di essere stata lesa dalla pubblicazione di una fotografia potrebbe anche tutelarsi sul piano del diritto penale, qualora si configuri il reato di cui all’art. 615 bis c.p. (“interferenze illecite nella vita privata”) secondo cui “chiunque, con l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procuri indebitamente notizie o immagini relative alla vita privata nell’abitazione (o in altro luogo privato), deve essere punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.

Qualche esempio:

Il comportamento tenuto dall’individuo, che ha pubblicato su Facebook le generalità e le foto del battesimo di un infante/minore, senza il preventivo consenso dei genitori del “neonato”, è idoneo a violare le norme di legge dettate a tutela della personalità altrui , “sub specie” di lesione della normativa a tutela dei minori, come approvata dalla convenzione di New York ,e recepita nel nostro ordinamento giuridico con la legge 27 maggio 1991 n. 176. Lo ha deciso il Giudice di Pace di Foggia, accogliendo la richiesta di risarcimento del “danno morale” , avanzata da una giovane coppia di neo-genitori foggiani nei confronti di un loro ex amico, reo di aver pubblicato sul proprio “profilo” di Facebook una serie di foto che ritraevano il bambino dei medesimi durante la celebrazione del battesimo e la festa al ristorante, alla quale egli stesso aveva partecipato come ospite/invitato.

Il giovane foggiano, convenuto in giudizio, si era difeso sostenendo di aver ricevuto un “implicito consenso” alla pubblicazione di quelle foto da parte dei genitori nonchè suoi ex amici, i quali, oltre ad averlo regolarmente invitato al “pranzo battesimale” in ristorante , non avevano avuto nulla da ridire nei confronti di quegli “scatti fotografici”, realizzati durante tutta la cerimonia relativa all’evento religioso. Di contro, i neo-genitori avevano sostenuto e provato, durante il giudizio, di non aver mai acconsentito alla “pubblicazione” delle foto del proprio minore su Facebook, a disposizione di pressoché chiunque volesse “accedere” alla loro visione ,“collegandosi” al link relativo al “Profilo” del loro ex amico ed inesperto “fotografo fai da te”.

Ed il Giudice di Pace di Foggia ha accolto la loro richiesta di risarcimento del danno , considerando illecita la pubblicazione su Facebook di quelle foto ed affermando, in sentenza, che “..l’ art. 16 della Convenzione di New York espressamente ribadisce, in armonia con i principi espressi dagli articoli 2 e 31 della Costituzione italiana , che nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione, e che il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti”. Il magistrato foggiano ha,poi, evidenziato come l’art. 3 della medesima Convenzione internazionale sottolinea che in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, della autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.

Pur essendo, pertanto, il servizio fotografico, pubblicato su Facebook, ad avviso dell’Autorità Giudicante, non tale da ledere la dignità del minore nè quella dei propri genitori, tuttavia, l’art. 16 della convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge n. 176 del 1991, fa divieto di interferenze arbitrarie nella vita privata del minore ,quale è la pubblicazione della foto del bambino, in cui questi sia riconoscibile, salvo che la riproduzione dell’immagine non sia giustificata dall’utilità sociale della notizia, circostanza quest’ultima non ravvisabile nella fattispecie oggetto di valutazione . ( in tal senso vedasi Cassazione civile , sez. III, 05 settembre 2006, n. 19069; ed ancora Tribunale Milano, 12 luglio 2001). Proprio perché l’interesse superiore del fanciullo deve essere una “considerazione preminente”, il Giudice di Pace di Foggia ha concluso affermando che il consenso allo scatto fotografico non “implica” necessariamente la susseguente autorizzazione alla pubblicazione della foto che ritrae il minore , nè vale come scriminante dell’illecito di violazione del diritto all’ immagine del minore stesso (in questo senso vedasi, altresì, Cassazione penale , sez. V, 19 giugno 2008, n. 30664).
E quindi...postate e taggate con parsimonia!

Evi