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martedì 2 maggio 2017

parole per l'anima #3



Una cosa è certa.
Il cambiamento - come abbiamo visto qui - affascina e spaventa al tempo stesso: ci sono momenti in cui lo riteniamo necessario ma siamo anche consapevoli che non sarà indolore né semplice da attraversare.
Questo avviene quando si ha la sensazione che andando avanti così, rischiamo di essere semplici cloni di se stessi e di ripetere all'infinito comportamenti o atteggiamenti che ormai non hanno più ragion d'essere e che spesso ci portano solo sofferenze.


Ed è proprio qui che la paura attanaglia.
La tentazione sarebbe quella di nascondersi e far finta di non accorgersi dell'impellente bisogno di rinnovare e trasformare se stessi e ciò che ci circonda 
Arriva comunque il tempo in cui è necessario toccare con mano quell'energia che preme per essere vissuta ed espressa nel nostro quotidiano, perché se non le diamo spazio rischiamo che se lo prenda, magari sotto forma di sintomo


Occorre prendere consapevolezza che il nostro mondo, che magari fino ad allora aveva avuto un suo equilibrio, se non viene ampliato e integrato di nuovi aspetti rischia di farci sentire asfissiati e senza vita


Comincia dunque da qui:


Porta luce nelle zone d'ombra della tua personalità che fino ad oggi non hanno avuto spazio e modo di esprimersi.
Lascia emergere bisogni e necessità, senza giudicare, senza preoccuparti se sono o meno realizzabili subito. 
Intanto è importante portarli alla luce del sole, anche se solo con te stesso.


E poi giorno per giorno, comincia dalle piccole cose


Puoi sfidare una regola che non hai mai infranto


oppure puoi concederti di sperimentare due aspetti apparentemente contrastanti di te


L'importante è cominciare, osare piccole trasformazioni che porteranno col tempo più leggerezza e libertà 


Buona trasformazione
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

martedì 15 novembre 2016

parole per l'anima #13


A chi non farebbe paura un drago? 
Nella simbologia archetipica, il drago rappresenta l'energia del materno castrante, della simbiosi uroborica, dalla quale occorre uscire per individuarsi e fondarsi come identità autoaffermativa. 
In questo senso va interpretata la frase di Rilke. 
Come il drago dell'immaginario sorveglia la grotta che cela un tesoro, così le nostre paure ci impediscono di accedere a contenuti interiori spaventosi ma che allo stesso tempo ci attraggono inspiegabilmente, ed è per questo che ci troviamo a spiarle da un posto sicuro: stiamo cercando un modo per metterci in contatto con loro. 


Poi però, molto spesso ce ne difendiamo: 
"è troppo tardi per dedicarmi a questa cosa che avrei tanto desiderato quando ero giovane..."


"Ne soffro ma devo frapporre fra me e il mondo una maschera che dimostri che va tutto bene"...
"Non si può mostrare la propria vulnerabilità"...


"Se non conosco dove mi porta questa strada non la inizio neppure..."


E potrei citare moltissime altre affermazioni che ciascuno di noi si racconta per riuscire a tollerare lo scarto fra la paura e il desiderio. 

Ma che succederebbe se per un po' di tempo provassimo a tenere per mano quegli aspetti che temiamo di più?  No, non dico ancora viverli, ma semplicemente sentire che effetto fa non combatterli, lasciare che almeno una parte di quella paura si trasformi in curiosità. 


Qualora lo facessimo, ci accorgeremmo che quel terrore non è altro che una "chiamata" repressa.
La paura dell'ignoto, una tensione verso qualcosa di più evoluto che si manifesta.
Il blocco, un'energia congelata.


Rispondi a ogni chiamata che emoziona 
la tua anima.

E come la sirena che è attirata dalla terraferma, sapremmo che nonostante ci siano molti aspetti che ci rassicurano, ce ne sono altri che ci portano altrove.
A dover fare delle scelte.


Si tratta di un sacrificio, ma nel senso di sacrum - facere rendere sacro qualcosa 
di davvero importante. 
Se infondo alla grotta c'è un aspetto di noi che vuole emergere, dobbiamo affrontare la realtà che non si può essere e avere tutto. O per lo meno, non si può lasciare tutto com'è e allo stesso tempo cambiare. 
E' necessario rinunciare ad aspetti conosciuti.
Come in tutti i processi trasformativi chimici, qualcosa si perde e si distrugge, 
ma quello che si ottiene è una sintesi completamente nuova che contiene in sé 
anche ciò che è perduto.  

La soluzione non è sconfiggere il drago uccidendolo, 
bensì integrandolo nella propria vita in una visione più armonica e completa. 
Scoprendone i lati gioiosi e vitali.


Con quale drago vuoi fare amicizia da domani?



Che i prossimi mesi possano essere un periodo 
di meravigliosa trasformazione.

Buona settimana
virginia 

lunedì 18 aprile 2016

parole per l'anima #8


Perché resti in prigione 
quando la porta 
è spalancata?

Questa frase di Rumi mi ha fatto pensare all'esperimento di Seligman, quello che quando lo racconto in terapia per spiegare come mai le persone in certe situazioni siano così arrendevoli lascia sempre sconcertati.
Lo sconcerto non nasce solo dalle modalità usate fino a qualche decennio fa di sfruttare gli animali come cavie in psicologia sperimentale – e infatti questo tipo di esperienze poi sono state considerate non etiche e interrotte – bensì nasce dalla improvvisa consapevolezza di essere in qualche modo stati “vittime” dello stesso meccanismo nella propria vita.

Nel 1967 Martin Seligman cominciò a studiare il comportamento di alcuni cani di fronte a uno stimolo doloroso. 
Egli pose due gabbie contigue unite da un passaggio che permetteva all'animale di andare dall'una all'altra se lo desiderava.
Una delle due gabbie aveva il pavimento elettrificato così, se il cane si trovava in quella, una volta che riceveva la scossa poteva rifugiarsi nell'altra.
Dopo un po' di prove veniva chiusa la porta di passaggio così il cane metteva in atto dei tentativi per provare a passare di nuovo dall'altra parte, ma quando risultavano vani alla fine si rassegnava a subire lo stimolo doloroso.
L'aspetto però maggiormente traumatico era il fatto che dopo un certo numero di tentativi dove l'animale non poteva fare niente se non subire, alla fine anche se la porta di separazione era di nuovo aperta, il povero cane non aveva più l'istinto di fuga, si era abituato ad essere impotente di fronte a questa causa avversa.
Seligman chiamò questo processo “senso di impotenza appreso” e ipotizzò che potesse essere alla base, nell'essere umano, del disturbo depressivo e del comportamento di chi accetta in maniera passiva situazioni che altri ritengono insopportabili e per questo non cercano più un'alternativa, una soluzione o una ribellione.

La notizia positiva era che riabilitando i cani, questi riuscivano a tornare alla risposta sana di partenza. 
La stessa cosa, sostiene Seligman, succede all'essere umano: con la terapia si può tornare ad essere in grado di trovare nuove risposte creative per uscire da quelli che crediamo vicoli ciechi.
Le nostre paure e le convinzioni limitanti nascono nell'infanzia, quando nelle prime esperienze siamo vulnerabili al condizionamento dell'ambiente che ci circonda. 
Ad esempio - semplificando -  se i genitori hanno una certa opinione di che cosa sia pericoloso allora il bambino ne potrà essere condizionato e comportarsi di conseguenza, evitando le stesse cose che evitano loro.
Lo stesso vale per i giudizi sugli altri e sul mondo. 
Il problema avverrà se quel bambino sentirà in sé delle spinte interiori a porre in essere quei comportamenti considerati "sbagliati" dall'ambiente in cui è cresciuto. 



Non lasciare che la tua paura 
decida il tuo futuro

Che si tratti di paure oppure di convinzioni, o anche di false immagini di sé, occorre svelarle e capirne i significati profondi, perché altrimenti potremmo essere come dei burattini inconsapevoli, che si muovono secondo scelte altrui.



Questo può valere anche nel presente, quando ci lasciamo condizionare dall'ormai "opinione comune" perpetrata dalla rete dei social network o dalle "verità" e notizie virtuali, che impongono nuovi stereotipi e pregiudizi. 


Affrontare le proprie paure presuppone un atteggiamento che sappia guardare dentro a ciò che temiamo di più, soprattutto se si tratta dell'opinione dei familiari sulle nostre scelte, sui nostri comportamenti e modi di vivere. 

Si tratterà di rendersi consapevoli che ad un certo punto della vita potremo fare a meno di qualcosa che credevamo necessario per potersi descrivere e definire. 
Oppure di lasciar andare vecchie certezze per far spazio al nuovo.
O ancora allontanarsi dalle strade conosciute per avventurarsi in quelle ancora inesplorate.


Si hai ragione.
Dopo anni di immobilismo e impotenza potrà sembrarti un salto nel vuoto.



Cosa succede se cado?
Oh, mia cara, 
cosa succede se voli?


Buona settimana
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

lunedì 4 aprile 2016

Non tutte le paure vengono per nuocere



Qualche giorno fa ho pubblicato un video sulla mia pagina fb, si trattava di un corto animato sulle paure




Fra i motivi di richiesta di sostegno psicologico e psicoterapia, i problemi dello spettro ansioso – che include paure, fobie, agitazione, stress, insonnia, panico – sono tra i più comuni.
Per questo ho pensato che fosse utile un post sull'argomento, che permettesse di vedere le cose da diversi punti di vista, proprio come accade in questo video.
Per qualcuno potrà sembrare un'ovvietà ma la paura non è solo quel sintomo fastidioso e invalidante che sperimentiamo nella nostra vita quando si presenta in maniera esasperata e generalizzata.
La paura è un'emozione fondamentale, nata come risposta adattiva a uno stress che mina il nostro equilibrio e altera in alcuni casi la percezione di sicurezza.
Se proviamo paura – in condizioni normali – siamo capaci di operare dei cambiamenti nel nostro ambiente o nel nostro comportamento, tali da ripristinare la condizione di tranquillità.
In natura, nella risposta del nostro cervello rettiliano, si tratta di attaccare o fuggire, o in casi estremi bloccarsi per cercare di evitare il pericolo (ne avevamo già parlato qui ).
Nella nostra vita ormai fuori dalla foresta, i motivi che possono portare a provare timore diventano le relazioni umane, le condizioni di lavoro, traumi, incidenti, prove importanti da superare che vanno a minare l'autostima e il senso di sé.
Di solito mettiamo in essere strategie e accorgimenti per riuscire a superare indenni tutto questo: altre volte invece qualcosa va storto e – spesso all'improvviso – si può arrivare a sentirsi sopraffare da ciò che fino a qualche tempo prima risultava gestibile.
Perché?
Nel caso degli attacchi di panico vi rimando ad alcuni vecchi articoli, a partire da questo
mentre nel caso di paure e disagi che non diventano panico, bensì reazioni incontrollabili a situazioni precise e definite, vi invito a fermarvi un attimo e cominciare ad ascoltarvi.

Se questa paura è arrivata significa che vi sta dando un messaggio e che in qualche modo è protettiva rispetto a qualcosa che altrimenti sarebbe considerato “peggiore” per voi e per la vostra vita.
Può sembrarvi paradossale, ma il vostro sintomo porta già con sé la soluzione all'enigma.
Si tratta di scoprire quale altro aspetto “peggiore” quella paura sta coprendo.
Attenzione però, quando dico “peggiore” non sto parlando di una valutazione obiettiva: è il peggiore filtrato magari dalla visione di una vostra parte limitante, di una subpersonalità boicottante (vedi qui) o anche secondo un vostro punto di vista giudicante che in realtà non è vostro, ma familiare o sociale, col quale ormai vi identificate per poter essere accettati.
Sono molto affezionata alla teoria della ghianda di James Hillman

[…] l'idea che ciascuna persona sia portatrice di un'unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di essere vissuta. (pag.21)
[…] dice che io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con un'immagine che ci definisce. (pag.27)
(Il codice dell'anima, 1997)

Il problema spesso è che nell'arco della nostra vita ci allontaniamo da quell'impronta auto-realizzativa ed è per questo che appare il sintomo, creato dal daimon per ricordarci la strada verso noi stessi (ne avevamo parlato qui)

Quindi quando all'improvviso si presenta una paura, piuttosto che maledirla, occorre osservarla, perché “il sintomo vuole essere contemplato, non solo analizzato” (Hillman, pag. 55).
Successivamente provate a porvi qualche domanda paradossale.
Ad esempio, se non riuscite più a guidare l'auto quale beneficio ottenete dallo stare fermi? Cosa volete evitare? Oppure se non volete più parlare in pubblico perché la paura vi paralizza, che cosa vorreste urlare al mondo ma vi impedite di fare?
Questi sono solo alcuni esempi che come al solito rischiano di semplificare la complessità di ogni essere umano, ma magari vi possono far comprendere che solo cambiando punto di vista è possibile accogliere ciò che vi sembra solo un incubo, e magari finalmente riuscire ad abbracciarlo, perché vi accompagna verso voi stessi.

Buona settimana

virginia

lunedì 18 gennaio 2016

perché facciamo sempre gli stessi errori?



Molto frequentemente una delle frasi affermate sul divano di terapia è “non ce la faccio più a continuare così. Mi trovo sempre nella stessa situazione, non capisco perché...
Si tratta spesso di persone che ad un certo punto si accorgono che hanno cambiato partner, oppure lavoro o amicizie, ma dopo un po' di tempo, certe dinamiche relazionali riemergono tali e quali, creando conflitti, complicazioni o ennesime rotture.
Qualcuno a volte arriva anche a dire “forse sono io il problema??
E in questo caso non hanno tutti i torti, basta non prendere questa domanda alla lettera.
Quando certe esperienze si ripetono – portando con sé scelte, comportamenti e anche i cosiddetti “errori” - è sì importante rilevare cosa accade consciamente nel panorama emotiva della persona che li pone in essere, ma soprattutto bisogna cominciare ad indagare cosa si è mosso nell'inconscio per far sì che tutto ciò si ripetesse per l'ennesima volta.
È qui il nucleo della frase “il problema sono io”.
Fra le numerose e intelligenti vignette di Cavez, ho trovato questa che sintetizza molto bene la risposta alla domanda che ho scelto per titolo.



Cosa significa che lo stesso errore è “sicuro”?
Significa che mentre porta conseguenze disastrose, allo stesso tempo va ad appagare qualche convinzione inconscia su se stessi, o che realizza un bisogno di boicottaggio (sempre inconscio) o conferma le affermazioni e etichette che le figure significative dell'infanzia possono aver espresso sul proprio conto.
Provo a fare degli esempi pratici, pur se un po' semplicistici (la nostra realtà psichica è sempre più complessa).

Esempio 1 – mettiamo il caso di un bambino con un'esperienza di umiliazione scolastica dovuta a compagni che lo prendevano in giro perché arrossiva e balbettava ogniqualvolta veniva interrogato. Questo bambino potrebbe aver sviluppato delle idee su se stesso del tipo “sono un buono a nulla”. Da grande, potrebbe accadere che in un posto di lavoro se chiamato anche solo in una riunione a esprimere il suo parere di fronte agli altri, si senta un incapace, pur se preparato e competente, così da inscenare risposte abbozzate, somatizzazioni fisiche, a volte anche ansia e panico che finiscono per impedirgli di ricoprire quel ruolo. Questo vissuto incontrollabile, non fa che confermare la convinzione limitante di essere un buono a nulla.

Esempio 2 – bambina con un trauma di rifiuto da parte di uno dei genitori, perché magari non corrispondeva all'idea di figlia che il padre o la madre volevano. Da grande, potrebbe essere che nella ricerca di un partner questa donna si trovi sempre a “cercare” inconsciamente un compagno che non perda occasione per ricordarle che la vuole diversa da quella che è, che le altre sono meglio o che lei non è abbastanza. Questa scelta autodistruttiva le permette di essere “fedele” alla bambina rifiutata che porta sempre dentro di sé.

In psicologia si parla di coazione a ripetere, ovvero – secondo la definizione di Freud – dell' “eterno ritorno dell'uguale”: la ripetizione coatta di una situazione traumatica trasposta nel presente.
Restando nei nostri esempi, l'uomo continua a trovarsi in situazioni dove sentirsi incapace per non ricordare la ferita dell'umiliazione, la donna trova uomini che la svalutano per non ricordare il dolore per il rifiuto infantile.
Allo stesso tempo però, si ripete per cercare in qualche modo di controllare e superare il trauma: l'uomo quindi cerca situazioni di umiliazione per dimostrare inconsciamente a se stesso che potrà superarle, la donna invece vuole dimostrare ai genitori di essere amabile – e per farlo dovrà conquistare l'amore di qualcuno che è come loro, ovvero svalutante e rifiutante (per questo a volte è così difficile uscire da relazioni disfunzionali!).
A volte la realtà può essere ancora più complessa e vi sono casi in cui il trauma è addirittura trans-generazionale, per cui i discendenti si possono trovare inconsciamente a cercare di risolvere attraverso la coazione a ripetere, eventi accaduti a nonni o avi lontani.
Sempre semplificando poniamo il caso di un ragazzo che scelga di fare il reporter e fra le tante possibilità si trovi sempre a optare per luoghi pericolosi, dove la sua vita è continuamente a rischio: potrebbe essere che stia cercando di controllare e gestire un trauma di guerra, accaduto a un membro della sua famiglia.
Come uscire da questo “incantesimo”?
Finché tutte queste dinamiche restano inconsce tenderanno a riproporsi.
La terapia serve proprio a svelarle e renderle finalmente coscienti, in modo che la persona possa affrontare il trauma originario e superarlo (nel caso del trans-generazionale, sono un ottimo strumento le costellazioni familiari).

Insomma, contrariamente a quanto pensiamo, i nostri errori più grandi spesso nascondono le più ampie possibilità di riscatto e liberazione.

Buona settimana
virginia 

venerdì 5 dicembre 2014

parole per l'anima #45


A volte ciò che hai più paura di fare
è la cosa che ti renderà libera

Come abbiamo visto lunedì (qui) ci sono aspetti che vengono definiti "psicopatologici" che conosciamo come sintomi insopportabili, ma a volte possono essere dei segnali che il corpo e l'anima danno per indicare che la strada della propria identità è stata smarrita.
Così accade che di fronte a quegli interrogativi necessari per ritrovare il filo della strada maestra verso se stessi, ci sentiamo al cospetto del vaso di Pandora, temendone solo il tragico epilogo. 
Ecco che immaginiamo di far uscire con la consapevolezza, tutti gli aspetti della nostra vita vissuti un giorno come mostruosi, inaccettati o forse solo bizzarri, fuori dagli schemi - funamboli personaggi al limite fra follia e normalità (che poi dico, "normalità" secondo il criterio di chi?).
Vi rivelo che la soluzione non è negarli e rifiutarli per l'ennesima volta. 
Occorre familiarizzare con le parti di noi che abbiamo tenuto imprigionate, giocare con il dèmone per far si di non doverlo vivere per sempre come démonio
Scoprire le proprie vulnerabilità per poterne fare un ricco tesoro invece di viverlo come vergognoso segreto. 
Lasciar sbocciare alla vita la propria bellezza nascosta. 
E poi riscrivere la storia, non lasciare che i "funamboli" interiori siano costretti all'anarchia per essere visti: è necessario attribuirgli un senso fra le pagine della nostra vita. 
Fino a trovare finalmente la chiave che schiuderà ciascuno alla "splendida promessa di ciò che può essere" (R. Assagioli). 











Tu hai il potenziale 
per fare cose meravigliose.
Si, Tu. 

Buon week end 
virginia

(fonte immagini: Pinterest) 

sabato 15 marzo 2014

parole per l'anima #11


Piccole o grandi che siano le nostre paure nascondono anche una dimensione di desiderio.
Ferme sull'abisso possiamo scegliere se rischiare di vivere una vita più piena oppure indietreggiare e lasciare che il conosciuto acquisti di nuovo il suo ruolo di stabilità precaria. 
A voi la scelta. 

Buon week end 
virginia 







(fonte immagini: pinterest) 

lunedì 20 gennaio 2014

La paura: amica o nemica?



La paura è un'emozione primaria e primordiale.
Nasce per difenderci, per fare in modo che non ci imbattiamo in qualcosa di pericoloso che può portare conseguenze nefaste: essere prudenti in alcune situazioni risparmia inutili sofferenze.
Ma cosa fare se la paura diventa una modalità pervasiva per entrare in contatto col mondo? Quante paure paralizzanti attanagliano le persone, trasformandosi in quei fastidiosi sintomi d'ansia, panico e insicurezza!
Si può temere di esporsi con gli altri, di svelarsi, di essere rifiutati o giudicati.
Si può temere di essere feriti, di essere traditi, di essere oberati dalle responsabilità, di dire la propria opinione... insomma, spesso tutto questo si risolve in un'angosciante paura di vivere.
Proprio come nella reazione fisiologica che porta un blocco nel corpo – una specie di congelamento improvviso – la reazione emotiva alla paura può portare a una paralisi delle relazioni, degli agiti nel mondo, perché tutto viene vissuto come rischioso.
Così si pensa che sia meglio restare fermi nella in-azione che porre in essere comportamenti insicuri.
A volte è proprio il corpo che parla. Di fronte ad eventi interpretati come minacciosi, mette in scena sintomi fisici che necessariamente portano all'evitamento.
Quando eri piccola magari ricordi il famoso mal di pancia per non andare a scuola.
Adesso che sei grande può succedere qualche altro segnale, ma resta il fatto che, limitandosi a curare il mal di pancia, non si risolve il problema che l'ha portato e il motivo per cui c'è un disagio nell'andare a scuola.
Per questo è importante andare dietro alle paure.
Scoprire cosa ci vogliono comunicare, da dove sono nate, da cosa tentano di proteggerci in maniera esasperata.

Nel repertorio dei fiori di Bach ci sono molti fiori che aiutano a superare le paure, ma vanno scelti non tanto in base al tipo di paura, quanto rispetto a come vive il problema la persona pavida.
Mimulus è il rimedio per chi ha paura di qualcosa di noto e definito, ma anche per chi, per temperamento è timido, chiuso e introverso.
Rock Rose è il fiore che scioglie la tensione derivante dal panico, una paura totalizzante e intensa, senza un oggetto preciso. 
Aspen si usa quando vi sono paure sconosciute, quando la persona, anche per temperamento, è molto sensibile agli ambienti e a certe atmosfere, quando c'è un senso di presagio, un'inquietudine interiore che non trova motivazioni esterne.
Cherry Plum è il rimedio per chi ha paura di perdere il controllo, legato però a reazioni che si teme di non poter canalizzare in maniera costruttiva, (mentre nel caso di personalità che vogliono avere tutto sotto controllo e quindi si presentano come persone rigide e intransigenti è meglio il fiore Rock water).
Quando invece le paure sono tutte incentrate sulle persone più vicine (es. genitori iper apprensivi) il rimedio ideale è Red Chestnut.
Larch è il fiore per chi teme sempre di non essere all'altezza e non ha fiducia nelle proprie capacità. Mentre Cerato è il fiore di chi ha paura di non fare mai la cosa giusta, per questo finisce per chiedere agli altri disperdendo un sacco di energie.
Heater è il fiore per chi ha paura di restare da solo, quindi assilla gli altri con la sua presenza, il suo atteggiamento richiedente o le sue malattie immaginarie. 

A volte i rimedi floreali aiutano a scandagliare l'interiorità e permettono di vivere con più serenità la vita quotidiana. 
Auguro a tutte voi di affrontare e superare le vostre paure, che una volta scoperte, possono schiudere preziose risorse. 

buona settimana
virginia