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lunedì 7 dicembre 2015

Perché iniziare una psicoterapia?


Pandora (J. W. Waterhouse, 1896)


Sono molti i motivi che possono portare a varcare la soglia del mio studio.
Di solito il denominatore comune è la sofferenza, qualunque sia il sintomo col quale si traveste per essere vista ed espressa.
Non è mai semplice iniziare, aprire il vaso di Pandora del dolore e cominciare ad attraversare il territorio incerto del proprio passato, con un interrogativo su tutti che da qualcuno viene dichiarato e da altri solo lasciato vedere in controluce: riuscirò a venire a capo di tutto? Risolveremo i miei problemi?

Quando si comincia una terapia, tutto sembra difficilissimo e senza fine.
I vecchi schemi disfunzionali, i comportamenti ripetitivi, le difese di una vita, cercano di imporre le loro “leggi” conosciute, che fino a poco tempo prima hanno funzionato, ma adesso non riescono più ad arginare l'angoscia.
Le figure del passato tornano prepotenti e coatte, fantasmi vociferanti che pretendono ancora di comandare sul bambino interiore, inerme di fronte al loro potere.
Un tumulto di emozioni va districato con pazienza, separando le lacrime dai sorrisi, la rabbia dalla tristezza, la delusione dall'accettazione.
Il tempo della terapia non è lineare, le cose lì non funzionano secondo la logica della consequenzialità: è un percorso a spirale, un passo dopo l'altro riannodare fili e ordinare vissuti, separare e riattribuire significati.
Per questo è complesso rendere esplicito un processo che resta misterioso anche per chi lo vive, fino all'epifania che permette il manifestarsi di tutto il lavoro fatto insieme.
A volte è la prima giornata buona dopo mesi di caos, altre volte una reazione diversa in una situazione creduta irrisolvibile, altre ancora il rendersi conto che semplicemente quello che attanagliava non è più al primo posto...
È come se da tutto quel travaglio, finalmente sia venuta alla luce la propria individualità, rimasta nascosta per troppo tempo, la vera natura che ti appartiene e che, da un punto di vista adulto, possa cominciare ad affrontare diversamente quello che prima appariva senza soluzione.
Si tratta di lasciar andare i fantasmi e pensare a sé.
Non c'è una via univoca, ciascuno ha la propria strada e il proprio viaggio interiore che però può essere contattato ed espresso sul piano universale grazie a una intensa poesia di Mary Oliver

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentivi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi.
E poi c'era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l'unica cosa che potevi fare -
determinata a salvare
l'unica vita che potevi salvare.

(Mary Oliver “Il viaggio”,
Dream Work, & New and Selected Poems,
Beacon Press, 1992.)

Buona settimana
virginia

PS. Qualche mese fa vi avevo già raccontato in cosa consiste un percorso di psicoterapia, usando altre metafore e parole. Se lo hai perso lo trovi qui

giovedì 29 ottobre 2015

parole per l'anima #29

Una volta che hai accettato i tuoi difetti
nessuno potrà usarli contro di te

Qual è la percezione che avete di voi stessi? 
Come dice l'immagine qui sotto "che cosa realmente vedete di voi"? 
Se vi chiedessi in questo momento di descrivervi con tre aggettivi, quali scegliereste?


vi sono venuti in mente limiti o virtù? 
e in entrambi i casi, con gli occhi di chi vi siete guardati? 
Chi vi definisce (o vi ha definito sempre) in quel modo?
Oppure in quali aree della vostra vita sentite di poter applicare quelle caratteristiche? Le esprimete ovunque oppure vi limitate a essere tali solo in alcuni ambienti o con determinate persone? 

Qualche anno fa vi avevo già parlato delle false immagini di sé (qui) di cui è importante liberarsi per poter accedere al proprio modello ideale - obiettivo realistico della propria autorealizzazione. 
Essere in contatto con i propri difetti e cominciare a osservarli in modo obiettivo è il primo passo verso la liberazione di cliché comportamentali che spesso impediscono di poter essere se stessi. 
L'obiettività permette di porre rimedio in due modi: 
1 - libera dai condizionamenti imposti, perché magari aiuta a scoprire che quello che consideravate difetto in realtà lo era solo agli occhi di chi ha provato a modificare la vostra natura, semplicemente perché diversa e vissuta "pericolosa" (troppo lontana e aliena da modelli familiari/sociali conservatori).



2 - concede di vedere le conseguenze che quel plausibile difetto genera nella nostra vita e in tal caso permette di calmierarlo o integrarlo con altre qualità che lo rendano più armonico, senza necessariamente abolirlo. 

Dobbiamo ricordare che tutto il nostro materiale psichico è prezioso e lo dobbiamo portare con noi durante la nostra vita per esprimerci in tutte le sfaccettature che ci appartengono. 


E non dimentichiamo che, in ogni caso, quando guardiamo a noi stesse, una buona dose di auto-ironia non guasta mai... :-)


"Ragazza-Ansia" 
Capace di saltare alle conclusioni peggiori in un solo balzo

Per finire, vi suggerisco un  nuovo mantra da recitare mattina e sera:


Io mi accetto per chi sono e per ciò in cui credo...
Non è mia responsabilità il fatto che tu mi accetti...
Questo è un tuo problema.

buon week end
virginia

(fonte immagini: Pinterest)

giovedì 18 giugno 2015

parole per l'anima #19


Io non sono ciò che mi è accaduto.
Io sono ciò che scelgo di diventare. 
                                             (C.G.Jung)

Giovedì scorso abbiamo parlato di aprire porte verso nuove possibilità di sviluppo di sé (se lo hai perso lo trovi qui)  ed ecco una chiave di lettura che ci dà in proposito la frase di Jung.
Si tratta di vedere le cose da un altro punto di vista.


Perché spesso ci identifichiamo fortemente con la nostra storia, le nostre ferite, le "etichette" che gli altri ci hanno attribuito, perdendo di vista che l'inconscio è plastico, trasformativo e che - secondo una visione che è anche della Psicosintesi - non contiene solo i depositati del passato, bensì raccoglie tutte le qualità e risorse che possono fare emergere "ciò che scegliamo di diventare".


Il presupposto però è che smettiamo di lottare contro i mulini a vento che ci fossilizzano in dinamiche sterili o copioni inutili - dettati dalle false immagini che ci hanno o ci siamo attribuiti - alleggerendo la nostra identità verso nuovi equilibri. 


è un lavoro paziente e consapevole, di espressione di quei bisogni e desideri che avete riscoperto strada facendo... 


E concederti di diventare finalmente quella che sei. 



Io esisto così come sono,
e questo basta. 
                  (Walt Withman)


Io sono. 
(e va bene così) 


buon week end 
virginia 

(fonte immagini_ Pinterest)

giovedì 14 maggio 2015

parole per l'anima #15


Lunedì abbiamo parlato dell'eterno conflitto fra impulsi e razionalità (qui) quindi la frase di oggi dà il via a una riflessione sul processo di armonizzazione fra queste due funzioni della nostra psiche apparentemente inconciliabili. 

Immagino che ognuna di voi conosca quella sensazione di impulso impellente magari mosso da una ferita emotiva - che porterebbe a scrivere le lettere di ingiurie e addio di cui ci parla Cioran. 


A volte pure a immaginare cose inaudibili... 


No, inutile non voler vedere, sentire, provare... 
il dolore è lì e chiede di essere ascoltato.


Sono d' accordo che si tratta di un terreno delicato, come camminare sulle uova... 


Ma prima di fare qualsiasi cosa, di cui magari vi potreste pentire, meglio fermarsi un attimo. 
Sù, rilassate quelle spalle, però... 


Ricordiamoci che in alcuni casi siamo così brave nell'attesa


Invece di agire subito, fermatevi e cominciate a riflettere. 
A dove vi porteranno quegli agiti impulsivi: alle conseguenze per voi e per gli altri.
A cosa vi fanno ottenere adesso e quello che invece è il vostro obiettivo finale.
Quale parte di voi trova soddisfazione in quell'atto.
Quale altra non viene ascoltata. 


Rilassatevi e date spazio al vostro osservatore interiore, che è la parte obiettiva e riesce a vedere le cose da una prospettiva diversa. 


Magari dormiteci su... 


E poi rivalutate il tutto, a mente fresca. 
Tenendo conto di tutti i punti di vista.


Infine scegliete il da farsi.
Forse scriverete lo stesso lettere di ingiurie e di addio.
O forse no. 
Avrete trovato una modalità diversa di gestire il problema. 

Buon week end 
virginia 


lunedì 27 aprile 2015

L'artista rende straordinario l'ordinario


(Reflected Landscapes by Victoria Siemer)

In auto questo week end ho scoperto la storia che sta dietro la nascita di un'altra canzone storica, trasmessa da Virgin Radio (ne avevamo parlato anche qui) nella rubrica “Rock Bazar”: Money for nothing dei Dire Straits (qui



Il curioso testo, provocatorio e ironico, sembra abbia preso le mosse da un episodio reale nel quale Mark Knopfler si trovava in un negozio di tv e ascoltando i commenti dei commessi sulla bella vita dei musicisti non ha fatto altro che trascrivere le parole e musicarle:

I want my, I want my MTV
Now look at them yo-yo’s
That’s the way you do it
You play the guitar on the MTV
That ain’t workin’ that’s the way you do it
Money for nothin’ and your chicks for free
Now that ain’t workin’
That’s the way you do it
Lemme tell ya them guys ain’t dumb
[…]

Voglio la mia, voglio la mia MTV
Ora guarda quei pezzenti
È così che devi fare
Suoni la chitarra su MTV
Questo non è lavorare ma è cosi che devi fare
Soldi per nulla e ragazze gratis
Ora questo non è lavorare
È così che devi fare
Lasciami dire che quelli lì non sono mica scemi
[...]


Dato il mio interesse per la genesi del processo creativo in tutte le sue forme, ho proprio fatto una riflessione sulla capacità dell'artista di rendere straordinario un semplice fatto ordinario.
In questo caso addirittura un'aspra critica che diventa arte.
Knopfler ha reso condivisibile il pensiero di molti, accettando il punto di vista di un uomo comune che deve faticare dalla mattina alla sera, ma allo stesso tempo lo ha reso importante, elevandolo a messaggio per tutti.

Forse la capacità che più di tutte rappresenta la persona creativa è di riuscire a presentare in forme diverse e maggiormente “visibili” ciò che è già sotto gli occhi del mondo e che dà origine a quella reazione stuporosa -  "oh!" -  come se si vedesse per la prima volta.
In questo consiste la notevole capacità di sintetizzare in un simbolo (musica, pittura, racconto) un bisogno dell'essere umano.
Il simbolo, in quanto polisemico – portatore di molti significati – può adattarsi alle necessità di ciascuno, secondo un processo di appropriazione che è unico e individuale, portando a nuove riflessioni e attribuzioni di senso. 
Questo è il senso della frase di Cesare Pavese che ho citato nella rubrica di giovedì scorso (qui)

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma.
Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”

Vi ho coinvolti in queste riflessioni, perché ritengo che la vita di ciascun essere umano sia un lungo e affascinante percorso creativo.
La terapia stessa diventa una fucina di rielaborazione e incubazione, perché secondo la Psicosintesi è necessario procedere per riorganizzazioni parziali del nostro materiale psichico, tendendo verso ciò che siamo destinati ad essere.

La parte più bella del mio lavoro avviene proprio quando la persona che ho davanti – dopo un tempo in cui è impegnata a capire, sondare, soffrire – finalmente arriva a ricreare se stessa, accorgendosi che tutto era già lì, ma andava saputo vedere per renderlo un'opera unica.

Buona settimana
virginia 

lunedì 2 febbraio 2015

L'intelligenza segreta a scuola



Quando termino un libro resto per qualche minuto a meditare sopra quello spazio bianco, dopo l'ultimo punto.
Lì faccio sostare i pensieri e lascio che emergano le immagini che quel testo mi ha lasciato: cosa ricorderò di quelle migliaia di parole fra un po' di tempo?

Finite le ultime righe de “L'intelligenza in-attesa. Interiorità e meditazione a scuola” di Stefano Viviani (Edizioni ETS, 2014 lo trovi qui), nella mezza pagina bianca che restava, ho percepito nitidamente il suo sguardo pieno di interesse per quelle anime in boccio di cui si prende cura ogni giorno fra i banchi di scuola media.


Stefano lo conosco di persona, abbiamo intrapreso insieme i primi passi nella Psicosintesi all'interno di un corso di formazione e crescita personale molti anni fa, lui come insegnante, io come psicologa, insieme ad altri che come noi volevano conoscere meglio se stessi e questo approccio alla vita improntato all'armonia, dentro e fuori di sé.
Il libro di Stefano non è un testo di didattica, né di speculazione teorica, nonostante lui sia animato da uno spirito filosofico che irradia dalla sua persona.
È piuttosto un libro che racconta un'esperienza di scuola vissuta con e per i ragazzi, votata a lasciare emergere le loro potenzialità, testimonianza di un'educazione possibile, pur nelle difficoltà che il mondo scolastico odierno porta con sé.
Quello che ho respirato leggendo, è un'atmosfera in aula piena di curiosità e fiducia: quanto più i ragazzi chiudevano gli occhi per esplorare i loro mondi interiori tanto più quelli di Stefano erano aperti, attenti, pieni di stupore e meraviglia per ciò che stava accadendo.
Come lui stesso sottolinea:

Direi che il presupposto principale è dato dallo «sguardo», dal nostro sguardo, dal modo in cui noi insegnanti vediamo e concepiamo i ragazzi che abbiamo di fronte. Anzitutto, perché poche cose hanno il potere di attivarli e renderli creativi come la nostra attenzione. Sentirsi visti e riconosciuti scioglie blocchi e insicurezze ed è molto spesso sufficiente, da solo, a produrre cambiamenti che hanno davvero del miracoloso.
(pag. 15)

L'insegnante ha un compito delicato e fondamentale, perché accompagna i giovani in fasi decisive della loro esistenza, dove scoprono se stessi e le relazioni col mondo, e come adulto può facilitarli affinché questo svelarsi e rivelarsi sia fondante e pieno di senso.
Questo libro parla della storia di Stefano e di come ha fatto lui a creare questa sinergia coi suoi ragazzi, partendo proprio dagli spunti concreti di lavoro e dalle preziose parole condivise.
Tutto ciò è possibile solo se non ci ferma al primo sguardo.
Occorre andare “dentro”, andare “oltre”:

[…] cosa vediamo, in realtà, quando ci troviamo davanti ai nostri studenti. Riusciamo a vederli come persone, come soggetti, o li percepiamo soltanto come funzioni, come erogatori di prestazioni, spesso in un tutto indifferenziato che non ci permette di distinguerli gli uni dagli altri?
(pag. 16)

Se ci lasciamo ingannare di fronte alla subpersonalità con cui un allievo si identifica – magari per difesa, per paura o perché lo hanno sempre apostrofato così – si rischia di perdere l'occasione di scoprire altro e di farlo conoscere anche a lui.
Chi c'è dietro al “casinista”? Che qualità si celano nella “timidona”? Chi si nasconde fra i libri del “secchione”?
Stefano ha intuito questo “qualcosa in più” che lui chiama «l'intelligenza segreta», ma soprattutto ha sentito l'esigenza di farla emergere in classe e renderla materia viva, energia educativa da plasmare in modo creativo tutti quanti insieme.
In Psicosintesi questo “qualcosa in più” che ci abita viene chiamato Sé, ovvero la nostra essenza più vera e originale, libera da tutti i condizionamenti, che chiede di essere espressa, pena la mancata realizzazione di ciò che siamo.
Introdurre a scuola questo tema significa parlare di vocazioni e passioni, interrogarsi sulla propria identità e su che cosa significa essere se stessi.
Questo però non significa solo mostrare le bellezze rifugiandosi in visioni utopistiche della vita, anzi, come sottolinea l'autore, bisogna porre anche domande scomode e provocatorie:

non possiamo ignorare il disagio che emerge […] si tratta invece di accogliere e contenere, di guidare, di aiutare a risolvere e superare ansie e angosce; non nascondendole, ma affrontandole insieme. Naturalmente è importante per i ragazzi comprendere il valore dell'impegno e della fatica, imparare che certi risultati, nello studio come in futuro nella vita, si ottengono con il lavoro e la disciplina e che sono necessari dei sacrifici. Ma è necessario, al contempo, fornire loro il senso di quello che stanno facendo.
(pag. 38-40)

Come ci dimostrano le pagine del libro, i ragazzi sono assetati di senso, bramano trovare significati interrogandosi con passione anche su questioni che mai ci aspetteremmo

è proprio perché evitiamo le domande a cui pensiamo non sappiano rispondere che spesso sottovalutiamo l'intelligenza dei nostri alunni; l'opinione negativa che abbiamo di loro è molto spesso niente altro che lo specchio di questa sottovalutazione
(pag. 70)

In queste pagine è dunque condensato un percorso educativo all'interiorità, alla socializzazione e al rispetto della diversità, partendo sempre dalla curiosità di sapere cosa ne pensano gli studenti, senza giudizio o regole preconfezionate.
Si tratta di un viaggio dove lo sguardo dell'insegnante si è posato fuori e poi dentro di sé e poi di nuovo fuori, perché prima di tutti Stefano è riuscito ad avere il coraggio di educare se stesso, di condursi in prima persona nel territorio delle domande spinose rispetto al suo ruolo, che non ha voluto ridurre a mero esecutore di programmi ministeriali, diventando compagno di scoperte e sostenitore di talenti.
Finché poi arriva un momento in cui ci si separa, arriva il tempo di affidarli, con fiducia, al mondo (pag. 95).
Infondo, il lavoro dell'insegnante per certi versi è simile a quello del terapeuta, soprattutto nell'epilogo: spesso nessuno dei due conosce cosa succederà dopo (l'ultima seduta o dopo l'ultimo giorno di scuola) nell'esistenza di quelle persone che si sono accompagnate per un tratto di cammino.
Ci si congeda augurandosi di aver contribuito a rendere quel percorso più umano e degno di essere vissuto. 
La vita poi farà il resto.

buona settimana
virginia 

lunedì 15 dicembre 2014

L'arte e l'amore che risanano

(Marc Chagall e la moglie Bella)


Ancora in ottobre, in occasione del post sulla mostra “Dialogo nel buio” (qui) vi avevo anticipato che avrei parlato presto anche dell'altra mostra visitata in quell'occasione: Marc Chagall, una retrospettiva.
Ci ho messo un po' perché ho voluto leggere anche la sua autobiografia, ovvero “Ma vie” edita da SE.
Volevo entrare nella vita di quest'uomo che ha fatto della sua arte un susseguirsi di scenari onirici, dove i personaggi sono reali ma allo stesso tempo potrebbero appartenere all'inconscio, protagonisti di un immaginario intimo che si fa pittura concreta sulla tela.

Fedele al metodo analitico, passeggiando per le sale di Palazzo Reale, ho lasciato che le tele mi “parlassero”, ho osservato i particolari, i colori, i soggetti e associato le tematiche con i dettagli della vita del maestro, che la voce della curatrice mi narrava, attraverso le cuffie dell'audio guida.
L'aspetto che più mi ha incuriosita è stato il tema del “sottosopra”.
Già a partire dal quadro “Io e il mio paese” (1912) c'è una donna capovolta, sulla strada di Vitebsk, di fronte al volto dell'uomo verde che rappresenta il pittore.



Qualche anno dopo, un autoritratto, “l'uomo con la testa rovesciata” (1919) che mostra il pittore sui tetti, mentre guarda il mondo da altre prospettive, non solo dall'alto, ma anche al rovescio.



E' curioso che la firma sia in alto a sinistra, pure lei rovesciata, "cosicché si possa interpretare il quadro sia in un senso che nell'altro" mi sono detta. Da qui il dubbio: qual è il senso corretto? Chi può deciderlo?

Finché sono giunta in una sala più piccola, piena di tavole minuscole, disegnate su carta, bozzetti preparati apposta per la sua autobiografia.
Ecco che incontro ancora il pittore a testa in giù (Al cavalletto – tav. 18) 




e poi vengo rapita da un altro disegno che purtroppo non è presente né fra le tavole del libro, né sono riuscita a trovarlo online: rappresenta la nascita di Chagall, precisamente il momento in cui lui e sua madre vengono tratti in salvo dall'incendio che si è propagato poco dopo che ha visto la luce.

la prima cosa che mi è saltata agli occhi è stata una tinozza. […]
Io non me ne ricordo – è stata mia madre a raccontarmelo – ma proprio al momento della mia nascita, nei pressi di Vitebsk, in una casupola, vicino all'argine, dietro una prigione, scoppiò un grande incendio.
La città bruciava, il quartiere dei poveri ebrei.
Hanno trasportato il letto e il materasso, la mamma col piccolo ai suoi piedi in un luogo sicuro, all'estremità opposta della città.
(Ma vie, pag. 11-12)

la mamma col piccolo ai suoi piedi” ecco la chiave di lettura che mi ha aperto una possibile “teoria”.
Il rapporto con la madre è il primissimo imprinting delle nostre relazioni future e del modo di vedere il mondo.
In una ricostruzione immaginata, aiutato dal racconto della madre e attingendo da frammenti inconsci di un evento impossibile da ricordare in maniera consapevole, Chagall disegna la scena dove lui è un fagottino dentro una tinozza ai piedi di sua madre, mentre uomini forti la trasportano con il letto, salvandoli.
Mi piace pensare che il mondo per lui sia rimasto “capovolto” a partire da quella traumatica esperienza precoce.
Lui stesso ci racconta:

ma, innanzitutto, io sono nato morto.
Non ho voluto vivere. Immaginate una vescichetta bianca che non voglia vivere. Come se si fosse rimpinzata di quadri di Chagall. L'hanno punta con spilli, l'hanno tuffata in un secchio d'acqua. Alla fine emette un fievole pigolio.
In sostanza, sono nato morto.
Vorrei che gli psicologi non traessero da questo conseguenze disdicevoli. Per favore!
(pag. 12)

In realtà, da queste parole si possono trarre importantissime notizie che ci aiutano a capire il processo di quel genio, una “vescichetta” già piena di tutta l'arte possibile, pura creatività in potenza.
Testimonianza che il Sé, il seme della sua essenza fosse già presente, fin da principio.
Mi sono detta che l'esser posto ai piedi della madre, amore primordiale, guardandola dal basso verso l'alto, possa avere un significato nel suo tentativo attraverso l'arte, di capovolgere quell'essere venuto al mondo in un modo così bizzarro e pericoloso.

ecco l'anima mia. Cercatemi qui, eccomi, ecco i miei quadri, la mia nascita.” […] “vorrei dire che il mio talento s'era nascosto in lei, da qualche parte, che tutto mi veniva trasmesso attraverso di lei, tranne il suo spirito”
(pag. 19)

La madre che lo voleva commesso, che non capiva quell'arte che gli pulsava nelle vene, ma anche la stessa madre onnipotente – soprattutto se la si legge nella cultura ebraica – diventata regina una volta morta la nonna, capace di prevedere nei sogni le malattie dei suoi otto figli, che a lui primogenito si era appoggiata per superare la solitudine e liberarsi il cuore. In un certo senso è stato ai suoi piedi per la maggior parte della sua vita, finché non ha avuto il coraggio di andarsene e seguire la sua vocazione.

Non mi stupisce così di trovarlo a testa in giù di fronte agli altri amori della sua vita: la pittura e Bella, sua compagna di una vita.
Ma forse è proprio l'incontro con Bella che riesce a fargli modificare la prospettiva: nel famoso “la passeggiata” (1918) è lui a trovarsi coi piedi per terra e capovolgere la situazione mostrata ne “il compleanno” (1915) scena nella quale lui fluttua in cerca di un bacio dell'amata, proponendo la conosciuta contorsione prospettica dal basso all'alto.





Questo mi ha fatto riflettere a lungo, trovando al solito dei parallelismi con il lavoro terapeutico.
Le nostre esperienze precoci ci abituano a leggere eventi e situazioni da una sola prospettiva, proprio come Chagall, spesso ci troviamo a voler vivere attraverso contorsionismi che riconducano a qualcosa di conosciuto, anche se potremmo avere uno sguardo più semplice e diretto al mondo.
A volte pensiamo che quel modo di fare o di essere sia la cosa più spontanea mentre è solo la maniera che abbiamo creato per adattarsi al meglio a piccoli o grandi traumi della vita.
Se quel ragazzino già pieno di arte non si fosse ribellato al suo destino di commesso, chissà che tipo di vita avrebbe vissuto?
La vita di quest'uomo mi ha dato l'occasione di vedere all'opera l'energia del Sé, il nucleo originario che ciascuno possiede e che chiede di essere espresso nella nostra vita, secondo un disegno che è già dentro, pena la sofferenza se non viene realizzato.
Inoltre si può vedere anche la forza risanatrice dell'amore, di come un rapporto profondo e sano possa far tornare coi piedi per terra, ristabilendo un equilibrio che poi riesca a far volare  insieme 


(Sulla città - 1914-18)


e permettere allo stesso tempo alla felicità di metter radici. 

buona settimana
virginia