venerdì 16 maggio 2014

parole per l'anima #20


uno dei momenti più felici nella vita
è quando trovi il coraggio di 
lasciare andare ciò che non puoi cambiare

Ieri sera c'è stata la serata di costellazioni familiari del progetto Wonder Woman e ancora una volta ho assistito al miracolo dell'energia del gruppo che permette di sciogliere antichi nodi irrisolti, vissuti congelati e pensieri limitanti. 
Si è parlato del potere del corpo di segnalare ciò che non va ancora prima delle parole, e ho osservato quel piccolo ma potente segnale che noto ogni giorno nella mia stanza di terapia quando qualcuno si libera di un peso che portava su di sé da troppo tempo: il sospiro liberatorio. 
Mi è stato chiesto: perché ci ricordiamo di più dei ricordi negativi della nostra vita piuttosto che di quelli positivi? 
Perché il ricordo negativo così come il trauma è stato qualcosa di troppo grande per essere elaborato quando è accaduto, è stato qualcosa di inaccettato e il ritornarci continuamente diventa un modo per volerlo cambiare, per dargli una giustificazione, trovare un rimedio. 
In realtà, così come dice la frase di apertura di questo post, la chiave di svolta sta proprio nell'accettazione che le situazioni e le persone non si possono cambiare, che non ci si può sostituire alla responsabilità altrui, pur se mosse dall'amore, per dimostrare che una vita più piena e gioiosa è possibile. 
Quando arriva quel coraggio di lasciare andare, inspiegabilmente ci si sente più leggeri, risvegliati, con una nuova energia, liberi di vivere finalmente la propria vita. 
Benvenuti ai sospiri di sollievo. 
E alle nuove boccate di aria fresca. 













E' finita la sensazione di pesantezza
la sto lasciando andare



buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest)






lunedì 12 maggio 2014

Alle mamme, tutte.




Ci sono tanti tipi di mamme. E si può essere madre in modi diversi.
Le donne sono mamme molte volte, e spesso non solo dei propri figli.
Così, prendendo spunto dalla foto qui sotto, ho creato questa storia*.



Mi sono svegliata una prima volta, alle 2:13 e la casa era immersa nel silenzio.
Ormai non ho più il sonno pesante di una volta, ma mi sembra di essere tornata a trent'anni fa, quando col timore di non sentire il mio piccolino appena nato, non riuscivo mai a riposare, anche se lui dormiva.
Anche la stanchezza è la stessa. Sono stremata.
Vorrei poter sonnecchiare un po' di giorno, ma sono talmente tante le faccende da fare che ormai ci ho rinunciato. Ci sono le pulizie appena alzata, poi preparare la colazione secondo i canoni impartiti dalla signora Merletti con il contorno di pastiglie multicolori prescritte dal dott. Colzoni.
C'è la spesa fulminea della mattina al piccolo supermercato di quartiere, quando posso approfittare della visita della signora Tempesti per assentarmi col corpo da quelle mura, ma temendo ogni imprevisto e restando con la mente dentro casa.
Ieri poi, è stata giornata di controlli, quindi i tempi si sono tutti dilatati e i miei pochi punti fermi saltati come bottoni sotto sforzo.
Nonostante tutto, alle 3:24 quando la sua voce baritonale mi ha chiamata, sono balzata sul letto come una molla, calzate le pantofole e corsa nella sua camera infondo al corridoio, per vedere cosa fosse successo.
Si era tolto il pannolone e come capita sempre più di frequente nell'ultimo mese, aveva finito per innaffiare di giallo paglierino le lenzuola che qualche ora prima avevo già cambiato, perché vi aveva spalmato la minestra che si era rifiutato di mangiare in cucina.
Allora gli avevo cambiato i pantaloni del pigiama, nonostante le sue ritrosie, perché alcuni antichi vezzi si sono trasformati ormai in odiosi capricci: mai un completo spaiato per dormire. Per questo ho deciso, d'accordo con la signora Merletti, di comperare pigiami tutti uguali, e siccome non ce n'erano abbastanza, ho dovuto ripiegare su sfumature di colore così lievi che speravo passassero inosservate e invece sono risultate così evidenti ai suoi occhi di architetto.
Adesso era lì, come sospeso, con un volto di bambino assopito, mi guardava con occhi imploranti, bagnato di pipì fino alle caviglie.
Un innocente bambino di ottantadue anni, il fisico asciutto da ex atleta – che quando si mette in testa di scappare mi fa ancora penare per riacciuffarlo – e qualche rotella fuori posto, che il dott. Colzoni definisce Alzheimer.
In Ucraina quelli come lui si tengono in famiglia, sono le mogli – ma la sua è mancata tanti anni fa – o le figlie che se ne occupano, ma la povera signora Merletti ha così tanto da lavorare nello studio dove ha preso il posto del padre, che hanno dovuto prendere me ventiquattro ore su ventiquattro. Fino a qualche mese fa, nel mio giorno libero era la signora Tempesti che veniva a fare compagnia al signor Mario, con qualche visita della figlia, se non erano tempi di cantiere. 
Io credo che la povera signora Tempesti avesse voluto un tempo prendere il posto della moglie di Merletti, ma poi il signor Mario si è ammalato e così è rimasta questa simpatia, mista a spirito di volontariato che la cara signora già svolge all'ospedale del paese. 
Adesso che l'architetto è peggiorato devo invece chiamare la figlia di una mia amica, che è giovane, ha appena finito la scuola ma mentre aspetta un lavoro come si deve, si improvvisa badante per raggranellare qualche soldo.
La signora Tempesti va bene per qualche chiacchiera, un sorriso e al massimo provare a imboccarlo per mangiare, ma poi, per il lavoro “sporco” ci vogliono quelle come noi.
Non importa se nel nostro paese ci siamo istruite, se sappiamo fare anche altro. Qui bisogna fare questo.
Per lo meno il signor Mario non alza le mani, come il signor Luigi, dove lavora la mia amica.
Io ne ho già prese tante dal mio ex marito, lasciato in Ucraina vent'anni fa, sono qui più per scappare da lui che per cercare un lavoro migliore.
Stanotte, dopo averlo lavato, mentre gli rimettevo il pannolone e gli intimavo bonariamente di non toglierlo, l'architetto mi ha risposto “si, mamma”.
Lì una lacrima mi è scesa, perché insieme a mio marito, ho abbandonato anche mio figlio, cresciuto troppo in fretta, forse con qualche soldino in più che gli ha permesso di studiare, ma senza di me.

buona settimana
virginia 

ps. se ti va di leggere altre mie storie che partono come spunto da fotografie di finestre le trovi tutte qui 

*ogni riferimento a fatto o persona è casuale 

venerdì 9 maggio 2014

parole per l'anima #19

la creatività esige coraggio 

Sulla scia del post di lunedi sulla mostra di Matisse (qui) oggi ho scelto di citarlo in una delle sue affermazioni più famose. 
Intendo la creatività un processo più ampio del dar vita a opere d'arte, perché qualsiasi nostra azione può essere svolta in maniera unica e originale, frutto del bello che abbiamo da esprimere nel mondo, ognuno nel proprio modo. (ne abbiamo parlato anche qui) 






La propria vita, vissuta in maniera autentica è già un atto creativo. 
Vedere in queste foto Matisse circondato nella sua casa dal suo tratto unico, che dipinge anche dal suo letto, ci fa capire che il coraggio di creare è qualcosa di insito nell'atto creativo. Quando facciamo qualcosa - qualsiasi cosa - che ci appaga, non possiamo esimerci dal farlo, anche se gli altri ci dicono che bisogna essere prudenti, non rischiare, risparmiare energie...  
Fare ciò che ci rappresenta e ci dà gioia ci eleva dal quotidiano: per qualcuna può essere svolgere con amore il proprio lavoro, per altre scrivere per sé o per raccontare la verità, dipingere e sublimare la sofferenza, realizzare un ambiente a misura della propria anima, ma anche aprirsi a nuovi orizzonti, nuovi scenari, per esplorare nuove strade. 
Non importa come, ma create. 














buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 5 maggio 2014

Curve piene di vita

«Quel che più mi interessa non è né la natura morta,
né il paesaggio, ma la figura.
La figura mi permette ben più degli altri temi
di esprimere il sentimento,
diciamo religioso, che ho della vita»
(Henri Matisse, 1908)

Questo fine settimana sono andata finalmente a vedere la mostra Matisse, la figura. La forza della linea, l’emozione del colore che trovate a Ferrara al palazzo dei Diamanti fino al 15 giugno.
Matisse è sempre stato uno dei miei preferiti.
Sicuramente per il colore che riempie gli occhi quando si posano sulle sue tele, per la ricchezza dei particolari e la bellezza degli sfondi – siano quelli del periodo delle odalische che della stesura delle pagine di Jazz – ma forse più di tutto, perché nonostante le trasformazioni stilistiche delle sue opere nel tempo, la figura che rappresenta maggiormente la sua arte è il corpo femminile.





Sembra che, parafrasando la citazione del 1908, il sentimento religioso della vita, passi inevitabilmente per quelle curve sinuose che contengono la femminilità, espressa nel molteplice modo di godere dello spazio delle modelle o della figlia, e di tutte le donne rappresentate in quelle sempre più semplici linee che delimitano comunque, col passare degli anni, la rotondità dell'esistere.



Che siano volti o schiene, seni o cosce, nude o vestite, le donne di Matisse sprizzano energia, è come se qualcosa di potente dovesse emergere da un momento all'altro, nel tratto disobbediente di un carboncino ma anche da quel bronzo che le modella, senza mai essere rigido.





Di fronte a quei nudi ci si sente a proprio agio, non si ha il timore riverenziale che si prova ad esempio di fronte a una Venere botticelliana, eterea nelle perfette proporzioni.
I nudi di Matisse sono imperfetti, torniti, scavati, studiati e modificati – nel caso del "Grande nudo seduto" addirittura lavorato per sette anni (1922-29) – e spesso con segni lasciati volutamente a testimonianza sulla tela, quasi a voler dire che nessun corpo è uguale a se stesso per sempre.



Nell'enorme quadro “Ninfa nella foresta” (1935) – che mi ricorda un tema di cui abbiamo già parlato in altra chiave qui  – le linee che disegnavano i due corpi in un primo momento sono lasciate sotto alle altre, quelle definitive, un po' per mostrare l'atmosfera onirica e un po', mi piace pensare, come ostentazione di un cambiamento che fa parte integrante dell'opera d'arte ma anche della vita.



Ammirando il susseguirsi di queste forme nelle varie sale, non ho potuto fare a meno di notare l'unicità di ogni angolazione, di ogni particolare, soprattutto quando la modella oggetto del ritratto era la stessa, ma mai uguale.
L'artista ha sempre saputo cogliere un dettaglio, la sfumatura dell'espressione dei volti ritratti negli ultimi anni, essenziali pennellate nere, sapientemente accostate sul foglio bianco.

Il nostro corpo, figura che si staglia nello spazio che viviamo, è reso sacro nell'arte, mentre sempre di più nella società viene scarnificato e oggettivizzato, uniformato, perfezionato, in modo che si perda tutto ciò che è sbavato, ombroso o forse, semplicemente umano.
Osservavo i corpi di Matisse, così sinuosi e veri, e anche, quando ridotti all'estrema semplicità come nei “Nudi blu”o in Jazz, così terribilmente femminili.





Sono corpi abitati, dove le donne sono padrone dell'ambiente, energia attiva che si mostra, senza ridursi.
Dove anche l'errore dell'artista nel ritrarle è considerato parte integrante dell'opera, perché tutte le donne dovrebbero sfuggire a qualsiasi classificazione rigida che le imprigiona, piuttosto che liberarle.

Buona settimana
virginia

giovedì 1 maggio 2014

Parole per l'anima #18


Oggi è stato un giorno di festa, e per qualcuno l'inizio di un ponte lungo.
Ma queste parole valgono per ogni momento in cui decidiamo di restare in relax, quando non siamo impegnate in attività quotidiane e ci concediamo di staccare la spina, dedicandoci a ciò che ci piace o anche lasciandoci andare al dolce far niente... 
Anche il riposo può essere fonte di nuovi slanci creativi e idee propositive per il futuro. 
Perché ogni volta che ci occupiamo di noi, permettiamo che intuizioni, immagini, idee prendano forma in maniera spontanea, nutrendosi della bellezza di cui ci circondiamo e delle persone con cui ci accompagniamo. 







Va bene che la nostra vita sia veloce 
fintanto che uniamo 
i giorni lenti con le persone giuste

buon week end 
virginia 

(fonte immagini: Pinterest qui)