venerdì 3 febbraio 2017

parole per l'anima #1


Se non si apre
non è la tua porta.

A volte è necessario distinguere un progetto da un'illusione. 
Ci hanno insegnato che se vuoi una cosa te la devi guadagnare, ti devi impegnare, ci devi investire tempo, energie, volontà. 
Questo pensiamo che valga anche nelle relazioni interpersonali. 
Ed è vero, ma con le opportune cautele. 
Mi ritrovo spesso ad ascoltare storie di relazioni fallite nonostante la dedizione e l'amore, storie di delusioni cocenti e di sogni infranti.
In alcuni casi, approfondendo e leggendo fra le righe degli inizi, si capisce che qualcosa non fluiva fin da principio. 
Per questo ho trovato azzeccata la metafora della porta. 
Iniziare una relazione di coppia è come entrare in una casa, dove scopri il mondo dell'altro. 
A volte però quella porta oppone resistenza al passaggio, crea già una barriera, segnala un limite e un confine, permette l'entrata "a patto che... "
Per questo è importante saper riconoscere subito alcuni segnali, in se stessi e nell'altro.
Inutile nascondersi dietro un dito, meglio riuscire a comprendere che cosa sta succedendo



Può essere il caso che siamo noi a lasciarci ingannare da divieti e atteggiamenti dell'altro che ci fanno rivivere sentimenti infantili e così ci arrendiamo, senza nemmeno provare a bussare.


Dall'altro lato, ci sono volte in cui pur di entrare si cercano passaggi alternativi, strategie e varchi studiati a tavolino. Ma in questo modo si rischia di non dare alcuna base solida a ciò che si vuol costruire. 


Altre volte ancora ci si accontenta di una visione da spioncino: con l'illusione di essere dentro, ma in realtà ti stanno tenendo fuori. 


Oppure riesci ad entrare, ti sembra di essere protagonista, ma in realtà lo puoi essere a patto che rinunci alla tua identità e diventi parte della tappezzeria. 


Vi sono poi i casi in cui entri carica di aspettative e non trovi nulla di quello che immaginavi da fuori, indugiando nel tempo alla ricerca di qualcosa che non potrà mai esserci. 


Arriva un giorno in cui ti accorgi che sei dentro, ma brami dalla voglia di tornare all'esterno


Situazioni in cui ti manca l'aria ed è necessario fare un passo indietro, ma indugi sulla soglia chiedendoti se sia la cosa giusta da fare


Quello è il momento di respirare, ascoltarsi, valutare e poi decidere
perché a volte, il modo per ritrovarsi, sta proprio nel mondo che ti aspetta oltre quella porta.


buon week end 
virginia

(fonte immagini: Pinterest)



lunedì 16 gennaio 2017

La neve se ne frega



Lo scorso giovedì sono uscita dallo studio e ad attendermi fuori dalla porta c'erano milioni di fiocchi ghiacciati che scendevano lenti lenti dal cielo.
L' impatto è stato quello che si ha ogni volta che cade la prima neve: un senso di stupore e smarrimento insieme, perché quel bianco improvviso altera i punti di riferimento di un paesaggio conosciuto.
Anche Golem si guardava in giro un po' frastornato, col naso all'insù a cogliere i nuovi odori che quell'aria lattiginosa portava con sé.

È stato un viaggio di ritorno a casa diverso dal solito, la mezz'ora è diventata quasi un'ora, la strada conosciuta, ma piena di dislivelli, l'ho modificata con un'altra più sicura, il telefono che di solito mi permette di sentire voci amiche ha lasciato spazio alla musica, perfetto sottofondo per una serie di riflessioni su quel momento magico.

La neve ci concede (e ci obbliga) a rivedere alcuni aspetti della nostra esistenza che di solito viviamo in automatico.
Per prima cosa il tempo.
Mentre la nostra parte infantile reagisce sempre con meraviglia alla nevicata, la parte adulta ne vede subito dopo le rotture, i disagi, la perdita di tempo prezioso appunto.
Abbiamo la percezione che questa corsa a perdifiato che è la nostra quotidianità venga irrimediabilmente danneggiata da questa scocciatura metereologica.
Il dato oggettivo è sicuramente che subiamo una alterazione alla normale routine, che siamo costretti ad annullare qualche appuntamento, magari a non andare al lavoro, oppure ad andarci di più (penso ai manutentori delle strade) ma alla fine non è niente di inaffrontabile o irreparabile.
Per alcuni può addirittura rappresentare la possibilità di una pausa, un momento da dedicarsi.

Poi l'attenzione.
Camminare sotto la neve ci porta a dover essere cauti sui nostri passi per non cadere o scivolare, per non affondare e trovare qualcosa di inaspettato.
Ci fa muovere passi in un territorio che diventa sconosciuto anche se lo sappiamo a memoria.
Ma anche ci fa osservare diversamente quello che ci circonda.
Tutto si trasforma: i colori, gli spessori, le consistenze, i suoni.
Il riflesso candido porta a osservare di più, perché anche un ambiente cittadino, ricoperto dal manto bianco, sembra più vicino alla natura, spettacolo unico ai nostri occhi abituati all'asfalto e cemento.

E dall'osservare fuori, è inevitabile farlo anche dentro, dunque infine arrivare all' l'introspezione.
Passeggiare o guidare sotto la neve ci avvicina a noi stessi, ci fa guardare con calma ciò che si muove dentro, perché l'atmosfera ovattata permette il risuonare dei vissuti.
Ci sono volte in cui il freddo fuori rispecchia quello interiore, momenti difficili che vanno attraversati con cautela, altre in cui all'esterno ci sono temperature polari ma sei talmente pervaso da un fuoco interiore che tutto è relativo.
Oppure semplicemente vorresti che quel momento restasse eterno, coi fiocchi che scendono e impediscono al tempo di proseguire.
A mio avviso, i poeti che maggiormente riescono a dare testimonianza di questa unione fra l'uomo le emozioni e la natura sono i maestri degli Haiku giapponesi.
Versi semplici che con poche parole riescono a sintetizzare immagini sublimi.

Musica di neve
grillo d'inverno
sotto i miei passi
(Yuko)

Solo perché esisto
sono qui
tra la neve che cade
(Issa)

Forse la nevicata, fra i fenomeni naturali, è quello che maggiormente ci mette in contatto con l'anima.
La lentezza con cui cade ci contamina e affascina, sospendendo un ritmo che spesso ci travolge.
Copre senza nascondere del tutto. Ci siamo ma possiamo anche non esserci.
Riflette e abbacina quando ritorna il sole, dissolvendosi poi col suo calore.
Ci ricorda così che nessun gelo dura per sempre.

Buona settimana
virginia

ps. Seguendo il tema del giappone, una storia poetica è raccontata nel libro “Neve” di Maxence Fermine (Bompiani, 2008) 
Oppure una poesia in musica la trovate qui sotto 


lunedì 9 gennaio 2017

A cosa servono i sintomi?


Ho trovato di recente questa acuta vignetta di Cavezzali che mi ha fatto venire in mente l'argomento di cui voglio parlarvi oggi.

Ognuno è amico della sua patologia” scriveva Alda Merini, superba poetessa incompresa e rinchiusa in manicomio: quante verità invece erano racchiuse nei suoi versi!
Cominciamo però da principio.

È innegabile che qualora si presenti un sintomo, chiunque lo viva come un disagio, un forte limite e una sofferenza.
Già Freud spiegava che il sintomo non era altro che l'espressione di un conflitto psichico in atto nella persona, e la sofferenza associata ne era il risultato operato dal meccanismo di rimozione – che impediva di soddisfare altrimenti il bisogno alla base della pulsione libidica.
In parole semplici, se un impulso (sessuale o aggressivo, nell'interpretazione psicanalitica) è inaccettabile come fonte di piacere, viene trasformato inconsciamente in angoscia perché sia possibile, prima sentirlo, coglierlo e poi rifiutarlo.
Immaginiamoci due forze pari e contrarie: da una parte l'energia che chiede di essere espressa che preme da dentro, dall'altra l'energia della repressione (che opera in maniera automatica e inconscia) che preme da fuori e che vuole rimettere al proprio posto quell'aspetto vitale vissuto come “sbagliato”. La risultante di questo incontro di forze diventa il sintomo, unica via di compromesso per riuscire a esprimere entrambe, ma allo stesso tempo testimonianza del conflitto in atto.

La sofferenza che accompagna il sintomo è paradossalmente un primo modo per alleviare questo scontro di forze, perché gli dà voce, quindi genera una sorta di appagamento.
Mi fermo qui nella disamina tecnica perché mi rendo conto che per chi non è del settore questi siano solo sterili concetti, e mi soffermerò solo su un aspetto che può aiutarci a comprendere meglio a cosa serva il sintomo-sofferenza.
Proprio come ci dice la acuta vignetta di Cavez, spesso il sintomo diventa parte dell'identità della persona, perché se è nato significa che fino ad un certo punto è servito a qualcosa, ha avuto una funzione nella vita della persona.

Lo scopo della terapia diventa allora scorgere questa funzione, in altri termini permettergli di esprimersi in altre forme, per non dover necessariamente ricorrere a quelle conosciute e disfunzionali – oltre poi a cercare di trovare un appagamento sano per gli impulsi e parti di sé inaccettate.
“Guarire” non significa dunque sopprimere o togliere i sintomi, quanto piuttosto aiutare i desideri sottesi a essi a esplicitarsi e trovare un loro spazio nella vita della persona, perché solo in questo modo il sintomo semplicemente non avrà più ragion d'essere.

A volte però, nel processo di soluzione (dal latino “solvo” ovvero scioglimento) del problema che porta in terapia, si assiste a una recrudescenza del sintomo, al permanere della sofferenza nonostante si sia dato voce a ciò che era celato fra le righe.
In questi casi bisogna con cautela interrogarsi sul beneficio secondario che un sintomo può portare con sé, spesso fin dal principio.
L'eventuale tornaconto secondario si rivolge frequentemente agli altri, diventa un “valore aggiunto” nell'ottenere indirettamente qualcosa che altrimenti si penserebbe di non poter avere.
Vi farò un esempio per chiarire questo punto, dovendolo come sempre semplificare un po': se la persona che ha attacchi di panico ogni volta “ottiene” di avere vicino qualcuno (un genitore, il coniuge ecc...) e ipotizzando che nella sua vita questa attenzione non l'abbia mai avuta, ecco che un motivo inconscio per il mantenimento del sintomo potrebbe essere finalmente l'essere al centro delle cure delle persone di cui ha bisogno.
Se vogliamo complicarla ulteriormente, potrebbe anche succedere che quella persona sofferente, da una parte ottenga l'attenzione mai avuta, ma magari subito dopo un attacco o una accusa da parte degli stessi personaggi familiari. Se questa modalità aggressiva è quella abituale da parte loro, non fa altro che riattualizzarsi una sofferenza antica che potrebbe portare a esacerbare ancora di più il sintomo-sofferenza per inconsciamente provare a riportare l'attenzione ai suoi bisogni di cura e accudimento.
Mi preme puntualizzare l'aggettivo “inconscio”: la persona non è consapevole del processo, non lo fa in maniera manipolatoria e volontaria, risponde piuttosto in maniera inconsapevole a bisogni infantili negati e repressi che finalmente trovano appagamento.
In tal caso, lo svelamento di queste necessità e la loro soddisfazione in modi adulti permetterà il definitivo scioglimento del disagio.

Non c’è presa di coscienza senza sofferenza.
In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo
per evitare di confrontarsi con la propria anima.

Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce,
ma portando alla coscienza l’oscurità interiore.

Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.

(Carl Gustav Jung)

Buona settimana... e Buon anno!
virginia 

sabato 31 dicembre 2016

parole per l'anima #14


Siamo arrivati all'ultimo post dell'anno.
Questo 2016 è stato molto intenso per me, ho dedicato tantissime ore alle persone in studio e di conseguenza ho avuto meno tempo per scrivere sul blog. 
Nonostante il tempo per scrivere sia per me un momento di qualità e rigenerazione, ho preferito dedicarmi a stare all'aria aperta, fare passeggiate, leggermi un romanzo, trascorrere giornate in famiglia e trovare il mio silenzio interiore. 
Ho preferito insomma avere uno spazio per ascoltarmi e ritrovarmi, seguendo i miei bisogni e desideri, che spesso erano molto lontani dallo schermo di un pc.

Questo è l'augurio che sento di fare a ciascuno per questo anno che verrà: riuscire ad ascoltarsi nel profondo e dare spazio a ciò che vi fa stare bene e nutre la vostra anima. 
Al di là dei propositi e dei progetti, avere un luogo interiore dove poter essere se stessi è un oasi di benessere senza tempo. 

Però, per mantenere la tradizione del blog, qui sotto troverete delle frasi evocatrici che potete portare con voi in questa notte di passaggio e scegliere di tenere come memorandum - a volte serio altre semiserio - per i giorni che verranno.











Vi auguro dei giorni intensi e appassionati, pieni di ciò che siete
Buon anno!
virginia

martedì 15 novembre 2016

parole per l'anima #13


A chi non farebbe paura un drago? 
Nella simbologia archetipica, il drago rappresenta l'energia del materno castrante, della simbiosi uroborica, dalla quale occorre uscire per individuarsi e fondarsi come identità autoaffermativa. 
In questo senso va interpretata la frase di Rilke. 
Come il drago dell'immaginario sorveglia la grotta che cela un tesoro, così le nostre paure ci impediscono di accedere a contenuti interiori spaventosi ma che allo stesso tempo ci attraggono inspiegabilmente, ed è per questo che ci troviamo a spiarle da un posto sicuro: stiamo cercando un modo per metterci in contatto con loro. 


Poi però, molto spesso ce ne difendiamo: 
"è troppo tardi per dedicarmi a questa cosa che avrei tanto desiderato quando ero giovane..."


"Ne soffro ma devo frapporre fra me e il mondo una maschera che dimostri che va tutto bene"...
"Non si può mostrare la propria vulnerabilità"...


"Se non conosco dove mi porta questa strada non la inizio neppure..."


E potrei citare moltissime altre affermazioni che ciascuno di noi si racconta per riuscire a tollerare lo scarto fra la paura e il desiderio. 

Ma che succederebbe se per un po' di tempo provassimo a tenere per mano quegli aspetti che temiamo di più?  No, non dico ancora viverli, ma semplicemente sentire che effetto fa non combatterli, lasciare che almeno una parte di quella paura si trasformi in curiosità. 


Qualora lo facessimo, ci accorgeremmo che quel terrore non è altro che una "chiamata" repressa.
La paura dell'ignoto, una tensione verso qualcosa di più evoluto che si manifesta.
Il blocco, un'energia congelata.


Rispondi a ogni chiamata che emoziona 
la tua anima.

E come la sirena che è attirata dalla terraferma, sapremmo che nonostante ci siano molti aspetti che ci rassicurano, ce ne sono altri che ci portano altrove.
A dover fare delle scelte.


Si tratta di un sacrificio, ma nel senso di sacrum - facere rendere sacro qualcosa 
di davvero importante. 
Se infondo alla grotta c'è un aspetto di noi che vuole emergere, dobbiamo affrontare la realtà che non si può essere e avere tutto. O per lo meno, non si può lasciare tutto com'è e allo stesso tempo cambiare. 
E' necessario rinunciare ad aspetti conosciuti.
Come in tutti i processi trasformativi chimici, qualcosa si perde e si distrugge, 
ma quello che si ottiene è una sintesi completamente nuova che contiene in sé 
anche ciò che è perduto.  

La soluzione non è sconfiggere il drago uccidendolo, 
bensì integrandolo nella propria vita in una visione più armonica e completa. 
Scoprendone i lati gioiosi e vitali.


Con quale drago vuoi fare amicizia da domani?



Che i prossimi mesi possano essere un periodo 
di meravigliosa trasformazione.

Buona settimana
virginia