domenica 9 settembre 2012

Perché le donne sanno essere così autodistruttive?


 
 
In questo periodo in cui mi identifico molto col coniglio di Alice, di corsa, alla ricerca spasmodica di minuti persi per strada, mi è stata posta una domanda, che mi ha costretta a fermarmi. E riflettere.

perché noi donne abbiamo la forte tendenza ad essere autodistruttive??”

Non è facile trovare parole chiare e definite per dare un senso a quell'interrogativo: come ho già detto altre volte, nemmeno noi psicologi, “esperti” dell'animo umano, abbiamo risposte giuste e definitive.

Come dico sempre, possiamo evocare ulteriori domande, possiamo accompagnare nella ricerca di senso, possiamo aiutare a scorgere le stesse vicende da punti di vista alternativi... ma non abbiamo la lama della retta condotta, che taglia il quesito una volta per tutte e assegna valore insindacabile alle situazioni.

Quindi proverò a rispondere con quello che so, ovvero quello che ho raccolto delle storie di vita di chi me le ha affidate, per rileggerle, rivederle, trasformarle... riporterò le domande che queste donne si sono poste, lungo il cammino che le le ha viste rinascere.

Cominciamo dalla tipica frase: lo so che è sbagliato ma non riesco a farne a meno. Oppure la variante gemella: la mia parte razionale sa che non è giusto ma poi prevale il sentimento (o l'impulso) e non riesco a uscirne.

Scisse in due metà, come il visconte dimezzato di Calvino o le sorelle Dashwood della Austen, con entrambe le parti scollegate, che prese ognuna di per sé risultano odiose e fuori luogo.

Ragione pone leggi su ciò che si fa o che non si fa, irrigidisce comportamenti e regola intenzioni finché crea argini di pietre per ripararsi da inondazioni di mieloso sentimento, nostalgica attenzione a ciò che è perso (di solito perdendo di vista ciò che è guadagnato).

Sentimento deborda dai confini, non si occupa delle conseguenze, guarda a ieri o al massimo a quello di cui ha bisogno oggi e si limita a sognare il domani, costruito sulle sabbie mobili dei “se” e dei “ma”.

Impulso invece agisce e basta. Risponde a un desiderio di appagamento immediato, vuol godere dell'attimo senza porsi domande.

A seconda che prevalga l'una o l'altra posizione, oscilli fra momenti di esaltazione e di profondo sconforto, persa fra il bisogno di controllo e quello di lasciarsi andare.

Quando si è nella subpersonalità autodistruttiva si fa di tutto per non incorrere nell'unica parte che potrebbe essere di aiuto: l'Obiettività.

Obiettività osserva e annota, non giudica né biasima, semplicemente prende atto di tutto quel che c'è ma soprattutto di ciò che manca.

Sue frasi nemiche sono “dagli ancora un'altra opportunità” “forse sei stata troppo dura” “cosa credi di meritare di più” “senza non ce la fai” “dai questa è l'ultima volta” “era meglio il mio ex, almeno lui in questo....” e altre catene di parole che limitano il raggio d'azione agli angusti confini conosciuti.

Obiettività necessita di una compagna che è volontà, la quale deve procedere con perseveranza e pazienza.

È molto difficile separarsi da una persona, da un'abitudine o una situazione in cui hai creduto, in cui hai investito energie, tempo, parte della tua vita.

Separarsi è un po' morire. È accettare che qualcosa è finito o che si è sbagliato, che abbiamo preso lucciole per lanterne, che si è fallito. Significa soffrire. Ancora una volta, anche se ti eri ripromessa che non sarebbe più accaduto.

Se sei obiettiva sei costretta ad affrontare i tuoi errori e scoprire che cosa non ha funzionato. Non solo nell'altro, ma anche in te. Cosa è stato che ti ha fatto accettare situazioni, piccole o grandi, inaccettabili. Quali motivazioni e bisogni sono alla base di quella parte autodistruttiva che si ostina a non voler andare avanti. Perché continui a “cercare” – a volte inconsciamente – situazioni o persone in qualche modo simili.

Perché non ti affranchi dalla ricerca ostinata di far cambiare idea all'altro, di convincerlo che sei nel giusto, che ha sbagliato, che ti ha ferito e in qualche modo deve dartene una ragione o addirittura riparare, di riconoscere che ti ha fatto del male o di spiegarti perché ti ha fatto bene per molte cose ma ti ha ferito nell'unica che per te era importante? Da chi e da cosa ti impedisci di emanciparti? Perché ogni piccolo passo incerto e traballante ti fa inesorabilmente ritornare a pensare che era meglio stare coi piedi nel cemento? Perché la sofferenza ti è così familiare? Perché dici di desiderare il meglio e poi in realtà credi di non meritarlo? 

In realtà non è (solo) l'altro il problema.

In realtà forse è necessario modificare parte di te.

Andare a fondo della tua storia, sciogliere nodi e riordinare i fili delle relazioni originarie.

Creare un fuso di prezioso filo, per tessere nuove trame della vita che meriti, senza rattoppare i buchi di tele lise e irrecuperabili. Osare confezionarti un vestito su misura, non limitarti ad indossare la ridicola rete invisibile dell'imperatore, che per compiacere gli altri andava in giro nudo.

Ripartire da te.

Fondare ancora una volta chi sei e che cosa vuoi.

Perché ogni esperienza è maestra di vita, ma occorre avere il coraggio di lasciarla alle spalle. Definitivamente.

(spero di aver dato spunti per trovare risposte. Ciascuna la propria.)
 
Concludo con una frase tratta dal libro “Donne che amano troppo” di Robin Norwood:

Invece di una donna che ama qualcun altro tanto da soffrirne,
voglio essere una donna che ama abbastanza se stessa
da non voler più soffrire.

virginia

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Sentimento deborda dai confini, non si occupa delle conseguenze, guarda a ieri o al massimo a quello di cui ha bisogno oggi e si limita a sognare il domani, costruito sulle sabbie mobili dei “se” e dei “ma”.
Impulso invece agisce e basta. Risponde a un desiderio di appagamento immediato, vuol godere dell'attimo senza porsi domande.

Ecco, quando questi due aspetti prevalgono in una donna, come fare per superarli???

Virginia Cioni ha detto...

Cara lettrice, la risposta a questa domanda sta nel percorso indicato dalle domande sviluppate nel post. In base a ciò che emerge di te puoi capire cosa ti porta a seguire il sentimento e l'impulso, ma momento imprescindibile del processo è riuscire a essere nella posizione dell'osservatore interiore, un testimone che mostra gli aspetti coinvolti nella dinamica e permette di "raffreddare" emozioni o agiti che invece prendono il sopravvento in maniera automatica

Anonimo ha detto...

Quando sei consapevole che l'uomo che frequenti vede altre donne, magari "solo" per sesso, ma intanto ti sta vicino e condivide con te molte cose, ti vuole bene ma non ti desidera come i primi tempi.... che fare?? Perchè è difficile accettare che il sesso e l'amore non sempre coincidono?

Virginia Cioni ha detto...

Cara lettrice, la risposta alla tua domanda è molto intima e personale. Ci sono donne che accettano le scappatelle sessuali perché privilegiano l'aspetto di condivisione familiare su tutto, altre invece vogliono accanto a sé un uomo che sia presente e coinvolto in ogni aspetto dello stare insieme.
Io credo che un rapporto sano non debba mai essere scisso, che sesso e amore possano essere l'uno complemento dell'altro.
Non biasimo chi sceglie di accettare l'altra strada, invito però a chiedersi perché lo si sta accettando, perché si lascia la scelta al partner di decidere per se stesse. Dalla tua domanda fra le righe colgo che tu non vuoi accettare questa separazione fra sesso e amore, se è così, allora chiediti perché non esponi al tuo partner il tuo disappunto, forse per il timore di perderlo?