lunedì 17 giugno 2013

Orgoglio (e pregiudizio)




Prendo a prestito il titolo del famoso romanzo della Austen, per parlarvi della manifestazione del Gay Pride che c'è stata, anche a Vicenza, lo scorso sabato.
Il corteo che si è dipanato nelle strade della città è stato un tripudio di colore, musica, applausi e allegria, condito con slogan piccanti e provocatori, per scuotere e scioccare la facciata benpensante che giudica, condanna o biasima, spesso senza conoscere (o volerlo fare).
Inutile dire che il progetto ha dato vita a numerose critiche soprattutto da parte di chi vede l'amore coniugato solo al maschile e femminile, non contemplando la possibilità che venga sentito e provato anche fra esseri umani dello stesso sesso (perché se questo accade, dicono, “è contro natura”).
Per questo, numerosi striscioni riportavano il messaggio “l'amore è un diritto per tutti”.
 
Ho già parlato qualche tempo fa di questo argomento (lo trovi qui), quindi oggi vorrei spendere qualche parola sul tema del rispetto.
È stato molto bello vedere all'interno del corteo coppie, famiglie con bambini, giovanissimi e meno giovani: testimonianza che la cultura del rispetto affonda radici in persone vere, in valori che non sono mutuamente escludentesi, bensì cooperano per rendere il mondo migliore.
A volte, leggendo i giornali in Italia, si osserva che la questione si scinde fra la tolleranza che queste realtà possano esistere e la negazione di assegnargli un riconoscimento istituzionale, come se questo offendesse chi, nell'istituzione del matrimonio o della famiglia, si può iscrivere a pieno titolo, perché rientrante nei criteri “considerati giusti”.
Peccato che il senso di giustizia venga usato in maniera tutt'altro che imparziale, soprattutto nel nostro paese, alla mercé dell'uno o dell'altro “potere”.
I cori provocatori che ho ascoltato erano l'estremismo che spesso diventa necessario per farsi ascoltare e vedere, per avere un'identità quando gli altri non te la danno, perché per loro, così come sei, tu non esisti. Hai un identità solo se decidi di essere “normale”.
Inutile condannare con sguardi truci e parole taglienti.
Lì dietro c'è un bisogno, nascosto, intimo e delicato, perché quando ci si accorge di non appartenere alla uniformità di intenti del mondo, ci si sente estremamente vulnerabili e soli, incompresi, senza possibilità di replica. Col timore di essere rifiutati proprio da chi ti sta vicino, perché temi che ti ami, solo a patto che non crei problemi, che sei come loro si aspettano che tu debba essere.
 
Tempo fa ho visto un film belga bellissimo - “La mia vita in rosa” di Alain Berliner – dove un bambino di sette anni, il piccolo Ludovic, si scontra con il mondo degli adulti, che non capiscono la sua domanda metafisica “sono un maschio o una femmina?” né accettano la “sua” realtà: l'attesa, un giorno, di poter diventare una femmina.
È la storia di come un desiderio innocente venga trasformato in tragedia.
 

Trovi il filmato in italiano qui
La storia di Ludovic è la storia di molti, che hanno ricacciato giù, come un nodo in gola, loro malgrado, la necessità di esprimere se stessi, soprattutto nel luogo in cui uno si aspetta la maggiore accoglienza: la propria famiglia.
C'erano anche loro sabato: i genitori dell'AGedO (Associazione Genitori di Omosessuali), che alcuni anni fa hanno creato questo video per spiegare la possibilità di comprendere e accogliere la diversità per renderla qualcosa di unico e speciale e non elemento di esclusione.

Esattamente, come dice il titolo: occorre essere “Due volte genitori”.
Perché spesso è necessario rinascere a se stessi, a quelli che eravamo, alle idee preconcette e ai pregiudizi, superare stereotipi che sono trappole mortali.
Apprendere una lezione dai propri figli, che forse proprio perché sono stati vittime del pregiudizio, sono quelli che più hanno da insegnare sul tema del rispetto.
 
Buona settimana
virginia

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono originaria di Vicenza e so quanto questa piccola e meravigliosa città possa essere chiusa e bigotta. Per questo sono molto felice e orgogliosa del lavoro fantastico che hanno fatto gli organizzatori e della partecipazione che vi è stata, e mi auguro che non rimanga un evento straordinario ma che possa diventare una tradizione, nonostante tutti i commenti negativi e contrari, per ricordare che il rispetto e la libertà sono diritti di tutti, sempre. E che è giusto festeggiarli con allegria!

donneincontatto ha detto...

sono daccordo con te, Claire. (io mi sono decisamente divertita!):-)